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    Il lavoro a distanza svuota le città?

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    Questo capitolo si propone di esplorare gli effetti della pandemia sulla città, da un lato facendo il punto sulle più recenti ricerche condotte sul tema, dall’altro sollecitando la riflessione di un attento studioso dell’economia urbana e regionale, Philip McCann (con un’intervista riportata nel par. 2), per capire se strategie transitorie adottate per arginare l’emergenza pandemica possano diventare una “nuova normalità” anche nel post-pandemia

    Shock pandemico e nuove prospettive nelle relazioni centri-margini

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    Il volume vuole fornire un insieme di riflessioni sugli impatti territoriali dello shock pandemico, e in particolare sui cambiamenti che si sono osservati e su quelli che si ipotizza possano avvenire nel breve-medio periodo, tanto nelle città che nelle periferie. Le dinamiche territoriali che hanno accompagnato il dispiegarsi della diffusione del virus e delle politiche per arginarla hanno di fatto indebolito la rappresentazione dicotomica e contrapposta tra centri (città) e margini (periferie), avvalorando e incoraggiando nuove concettualizzazioni e nuove rappresentazioni, meno polarizzanti e maggiormente orientate alla complementarità tra i luoghi. La pandemia ha, infatti, obbligato a ridefinire il rapporto con lo spazio fisico e con le relazioni interpersonali, ponendo il distanziamento e la limitazione della densità umana come necessità vitali e unica normalità ammissibile; di riflesso, è emerso l’interesse verso forme di insediamento più periferiche e di vivibilità meno concentrate, fruibili in aree a più bassa densità abitativa, in territori lasciati ai margini ma potenzialmente riabitabili, tendendo a prefigurare una nuova architettura di gerarchie e rappresentazioni territoriali

    Is remote working emptying the city?

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    The present paper explores the effects of the COVID-19 pandemic on the city by soliciting the reflections of an eminent urban and regional economics scholar, Philip McCann, to understand whether transitional strategies adopted to contain the pandemic emergency can become a “new normal” also in the post-pandemic period

    Coworking in emergenza Covid-19: quali effetti per le aree periferiche?

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    La pandemia innescata dalla diffusione massiva del nuovo coronavirus SARS-CoV-2 ha presto alterato le consuetudini e lo stile di vita di ciascun individuo in ogni parte del mondo (1). La forzata necessità di alimentare il ‘distanziamento sociale’, al fine di ridurre al minimo le occasioni di contagio e di trasmissione del virus, ha inevitabilmente sollevato l’esigenza di rimodulare anche le modalità di lavoro degli individui: molti professionisti privati e dipendenti pubblici sono stati esortati a lavorare in smart working (lavoro agile). Se, in molti casi, la dematerializzazione del luogo nell’ambito della prestazione di servizi può addirittura significare lo snellimento di alcune prassi burocratiche (come alcuni servizi di base della PA), oltre che un discreto time saving, per altre tipologie di lavoratori del terziario le misure di distanziamento sociale possono produrre effetti decisamente negativi. È certamente il caso della classe di lavoratori creativi e digitali, ad alta intensità di conoscenza e innovazione, molti dei quali sono utilizzatori abituali degli spazi di coworking (CS) in qualità di coworkers (CW). Il coworking è definito dalla letteratura ‘third place’, ovvero una alternativa al lavoro a domicilio (casa-first place) e al lavoro tradizionale in ufficio (second place), dove lavoratori autonomi, liberi professionisti, start-up innovative e imprese possono interagire riducendo così i rischi di isolamento e aumentando le occasioni di incontro e lo scambio di conoscenza ed esperienza, che favorisce relazioni fiduciarie e di amicizia e nuove opportunità di business (Pais, 2012). L’interazione dinamica e la prossimità fisica, sociale, cognitiva e organizzativa (a là Boschma, 2005) è l’essenza stessa dei CS, dove l’interscambio è vitale per il funzionamento di tali moderne communities di lavoratori (Akhavan, Mariotti, 2018; Mariotti, Akhavan, 2020). Inoltre, una parte significativa dei CS organizza eventi aperti alla comunità e/o al pubblico che contribuiscono, a volte in modo significativo, ai ricavi del gestore

    La localizzazione degli spazi di coworking in Italia: aree metropolitane vs. aree periferiche

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    Gli spazi di coworking si sono sviluppati in un’epoca caratterizzata da: i) la globalizzazione dell’economia e della società e il graduale collasso del paradigma dell’occupazione stabile; ii) la rivoluzione della tecnologia dell’informazione e della comunicazione, iii) la nuova rivoluzione industriale e il movimento dei makers, iv) la recessione economica. Il fenomeno dei coworking ha ricevuto attenzione dai media sin dai primi anni Duemila, mentre la letteratura accademica ha iniziato a occuparsi di questo argomento più tardi. Gli studi condotti, appartenenti a diverse discipline (geografia, sociologia, urbanistica, economia e gestione di impresa), hanno trascurato il tema della localizzazione dei coworking, concentrandosi maggiormente sulle caratteristiche interne (layout), gli aspetti sociali e, seppur in misura minore, sugli effetti di questi nuovi luoghi del lavoro sul contesto urbano. Il presente descrive la localizzazione dei 549 coworking presenti in Italia a gennaio 2018 ed esplora le principali determinati localizzative

    Il coworking in Italia: localizzazione, performance, effetti sul contesto urbano

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    Le innovazioni tecnologiche hanno promosso lo sviluppo di economie basate sulla conoscenza, la crescita della società dell'informazione, l'emergere della sharing economy e la nascita del modello organizzativo della produzione che viene indicato come Industria 4.0 (Bianchi, 2018). Grazie alle tecnologie della telecomunicazione e all'accesso libero alle informazioni dematerializzate, la scelta di dove, come e quando svolgere il proprio lavoro è più flessibile: il lavoro è diventato meno dipendente dalla distanza, dal tempo e dallo spazio (McCann, 2008). Inoltre, i lavori basati sulla conoscenza – quelli digitali e creativi – tendono sempre più a concentrarsi all'interno di aree urbane di grandi dimensioni (Florida, 2005) e gli spazi di lavoro includono anche luoghi insoliti come biblioteche, caffè, ristoranti, alberghi e sale d'attesa aeroportuali. L’avvento del digitale ha infatti contribuito all'aumento di alternative ai luoghi di lavoro tradizionali, sganciati dalla presenza fisica, ma dove lavoratori autonomi e liberi professionisti hanno bisogno di interazione sociale e professionale al fine di ridurre i rischi di isolamento (in particolare nel caso di lavoro a domicilio) e di aumentare le occasioni di incontro (Moriset, 2014). In questo contesto, gli ultimi dieci anni hanno visto un'ampia diffusione di luoghi di lavoro innovativi chiamati coworking spaces (CS). I CS permettono ai “knowledge workers”, che svolgono attività con elevati contenuti tecnologici, professionali e di ricerca e hanno posizioni di lavoro autonomo, di svolgere la propria attività affittando una postazione per un periodo di tempo variabile, a seconda delle necessità, e usufruendo dei servizi offerti (i.e. segreteria, connessione wi-fi, sale riunioni, cucina, spazi per lo svago, corsi di formazione e choacing, baby-sitting). In questi luoghi è facile che si crei un senso di comunità che agevola lo scambio di conoscenza ed esperienza, favorisce relazioni fiduciarie e di amicizia e nuove opportunità di business (Pais, 2012). Bruno Moriset (2014) definisce il coworking un “serendipity accelerator”, ideato per ospitare persone creative e imprenditori. Il coworking è nato come fenomeno spontaneo e autonomo sotto la spinta di soggetti privati; in seguito, la sua diffusione è stata sostenuta, in alcune aree, dalle amministrazioni pubbliche che, per favorire l’innovazione urbana, hanno offerto incentivi finanziari (voucher) ai coworkers (Gandini, 2015). Dal 2005, anno in cui è stato inaugurato il primo spazio di coworking “Hat Factory” a San Francisco, il fenomeno è cresciuto molto rapidamente con 2500 punti aperti in 80 Paesi nel 2013, 7.800 nel 2015, 10.000 l’anno seguente e una crescita annua superiore al 29%, fino ai 19.000 stimati dalla rivista online “Deskmag” nel 2018. La crescita dei CS è indubbiamente da porre in relazione anche con la recessione economica che, da un lato, ha favorito la disponibilità di spazi lavorativi a un prezzo contenuto, dall’altro, l’aumento della disoccupazione e il graduale collasso del paradigma dell’occupazione stabile, ha creato le condizioni per un cambiamento delle forme e delle condizioni del lavoro. Questo fenomeno, di cui si parla molto sui media, ha di recente attirato l’attenzione di ricercatori di diverse discipline: sociologia (i.e Parrino, 2015), geografia (i.e. Moriset, 2014), urbanistica (i.e. Di Marino and Lapintie, 2017; Pacchi, 2015), business/management (i.e. Capdevila, 2013; Fuzi, 2015), economia e geografia economica (i.e. Mariotti et al., 2017; Mariotti, Akhavan 2018) e altre scienze (si rimanda a Akhavan, 2019 per una rassegna della letteratura)
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