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Religioni Orientali in Emilia-Romagna. Buddhismo, induismo, sikhismo, religiosità cinese
Mappatura della presenza delle "religioni" o movimenti religiosi di origine asiatica in Emilia-Romagna. Vengono studiati i gruppi sikh, induisti e buddhisti, i loro centri, i loro templi. Viene preso in considerazione in modo particolare il rapporto tra immigrati e autoctoni. Viene analizzata l'importanza dei gruppi con i quali lo Stato italiano ha stipulato un'intesa: l'Unione induista italiana e l'Unione buddhista italiana. Due capitoli sono dedicati all'analisi delle forme di religiosità cinese
Modern Hinduism and the Paradigm of Reform
A typical point of discussion among the urban intellectual élites of colonial India is whether the reform of religion should be considered as a necessary antecedent for social and political reforms or, rather, be treated as a non determinant factor. For the Indian case, I would propose to call “paradigm of reform” the very idea of an interdependence between all kinds of reform – the religious, the social and the political one - provided that it doesn’t eventually exclude the influence of the reform of religion on the reform of society and politics. This essay is an attempt to sketch very broadly the main lines of the history of the attitudes of modern Hinduism towards what I call the “paradigm of reform”. It deals with the positions represented, among others, by Rammohan Roy, Dayananda Sarasvati, Keshub Chandra Sen, Bankimchandra Chattopadhyay, Vivekananda, Sarvepalli Radhakrishnan
Indagine sul dharma. Bankimchandra Chattopadhyay e il discorso sulla religione nell'India colonizzata
L’elaborazione di un discorso sulla religione caratterizza la storia intellettuale dell’India coloniale e costituisce la base del confronto culturale con i colonizzatori. Rispondere alla domanda “che cos’è la religione?” sembra essere la precondizione per costruire rappresentazioni di sé e del proprio passato che siano adeguate alle sfide e ai problemi posti dalla presenza dell’Europa, in un quadrosegnato da rigidità concettuali dovute all’imporsi di coppie oppositive come “universalità” / “particolarità”, “tradizione” /”modernità”, “scienza” / ”superstizione”, “ragione” /“irrazionalità”, “riforma” / “conservazione”. Ciò vale specialmente per gli intellettuali che si riconoscono, ofiniscono per riconoscersi, nell’induismo, per i quali l’investigazione sulla “religione” diviene necessariamente, almeno a partiredalla metà del XIX secolo, un’indagine sul concetto di dharma. Sul terreno dell’elaborazione del discorso metareligioso nasce e si sviluppa, negli ultimi decenni del secolo, l’atteggiamento anticoloniale che struttura il cosiddetto neo-induismo e che sfocia nell’assunzione programmatica del linguaggio e delle prospettive
politiche del nazionalismo. Esemplifica in modo emblematico il processo appena descritto l’intellettuale bengalese Bankimchandra Chattopadhyay (1838-1894), una delle personalità più rilevanti della storia culturaleindiana della seconda metà del secolo XIX.
La sua Dharmajijñāsā (1884) - il testo che viene tradotto e annotato nella Parte seconda di questo volume - costituisce uno dei tentativi
più sistematici di riflettere sui possibili usi moderni del termine dharma e sulla sua risignificazione in rapporto al concetto di
“religione”. Essa è inoltre la prima testimonianza esplicita della “svolta religiosa” nel pensiero di Bankim, in seguito alla quale egli
assume un ruolo preminente e decisivo nell’elaborazione di undiscorso metareligioso imperniato sul concetto dharma. Nel saggio che costituisce la Parte prima cerco di mettere in luce l’originalità dell’indagine sul dharma di Bankim e di far emergere i
problemi ai quali essa fornisce una risposta. Dopo aver inquadrato ,nell’Introduzione, il problema della interpretazione del dharma
data da Bankim nella cornice del più generale discorso metareligioso neo-induista e aver caratterizzato la speciale situazione ermeneutica, segnata dalla presenza dell’Europa, dalla quale tale discorso scaturisce, passo a descrivere le ragioni per le
quali la biografia intellettuale di Bankim risulta eccezionalmente interessante per la ricostruzione della storia culturale dell’India coloniale, evidenziando soprattutto il rapporto, ambiguo, creativo e conflittuale, che egli istituisce con la cultura europea con la quale
entra in contatto fin da ragazzo e che per lui si incarna principalmente nel razionalismo di stampo illuminista (ad esempio
Rousseau), e nell’utilitarismo di John Stuart Mill e nel positivismo di Auguste Comte. Analizzo poi le ragioni della svolta dei primi anni ’80 (che qualcuno ha chiamato “revivalista”), alla quale segue, dopo la pubblicazione della Dharmajijñāsā, il periodo di sviluppo di un
pensiero religioso e metareligioso caratterizzato in senso anticoloniale e teso a operare una sintesi tra la tradizione hindū
rappresentata principalmente dalla Bhagavadgītā e il nuovo linguaggio metareligioso (Mill) e in alcuni casi neoreligioso (Comte,
Seeley) mutuato da filosofi, teologi e storici delle religioni (in particolare Max Müller) europei. L’approdo alla risignificazione del
dharma come “cultura” e “coltivazione di sé” rende eall’elaborazione della dottrina del dharma-senza-desiderio (niṣkāma dharma), rende possibile la teorizzazione di un’ascesi intramondana rivolta al bene della comunità politica (la “nazione”) e segna l’atto di nascita di una vera e propria religione politica secolarizzata, nella quale convivono programmaticamente, in una
prospettiva “culturalista”, atteggiamento teista e ateismo. È possibile a questo punto a questo punto il problema: qual è il lascito
di Bankim ai protagonisti del neo-induismo nazionalista
Early German and French Indologies and the Theory of Translation
Translating crucial sanskrit words like "dharma" and "yoga" was perceived as an almost impossible task since the very beginnings of scientific Indology. An intense debate concerning this issue was sparked among European philologists and philosophers, especially in Germany and France. It is not an overstatement to consider this episode as the first full-fledged example of a debate in transcultural hermeneutics. It is also a significant episode in the historical development of different theories of translation. Two different and contrasting attitudes emerge: the "will to interpret" on the one side, and the "will to understand" on the other. This essay deals with the positions and ideas of, among others, Schleiermacher, Goethe, A.W. Schlegel, W. von Humboldt, Hegel, Antoine-Léonard de Chèzy, Alexandre Langlois, Victor Cousin
Yuktidīpikā ad Sāṅkhyakārikā 2ab
Traduzione, con introduzione e note , di un brano tratto dalla Yuktidīpikā, testo anonimo databile tra il VII e l’VIII sec. d. C.), appartenente alla scuola Sāṃkhya. Il brano ha per tema la giustificazione dell’astensione dalla violenza (ahiṃsā). L’argomentazione chiama in causa la regola aurea dell’etica della reciprocità, espressa nella formula: «[che uno] non faccia a un altro ciò che è sgradito a se stesso»; la necessità di attenersi a tale “norma (dharma) generale” rende ragione del fatto che ci si astenga dal compiere atti che, pur procurando vantaggio a se stessi, arrecano danno ad altri. L'argomentazione continua precisando perché l'atto sacrificale violento viene chiamato "impuro". In chi compie un atto violento, si produce una sofferenza interiore, causata dalla “compassione” (kāruṇya) provata per la vittima della violenza – e tale sofferenza viene qualificata come “impurità”: per questo motivo alla violenza che ne è la causa, anche alla violenza sacrificale ingiunta dal Veda, può essere traslatamente imputato il difetto di essere caratterizzata dall’“impurità”
Bhagavadgītābhāṣya di Śaṅkara ad 18.66
Traduzione, con introduzione e note, di un brano tratto da commento alla Bhagavad-gītā attribuito a Śaṅkara (VII – VIII sec. d.C.). Viene presentata l'argomentazione che prende le mosse da una peculiare interpretazione della parte iniziale dello śloka 18, 66, una delle strofe più celebri, e più ampiamente commentate, della Bhagavad-gītā («Avendo abbandonato tutti i dharma, rivolgiti a me come unico rifugio / Io ti libererò da tutti i mali, non ti affliggere»). Sostenendo infatti che l’enigmatico incipit «avendo abbandonato tutti i dharma» vada inteso nel senso di «avendo abbandonato tutte le azioni», l’autore del commento getta le basi per una nuova e originale articolazione della sua tesi interpretativa principale: la Bhagavad-gītā, in accordo con le Upaniṣad, insegna che solo la “conoscenza” (jñāna) è il mezzo di realizzazione dell’assoluto, non l’”azione” (karman), né la “combinazione di conoscenza e azione” (jñāna-karma-samuccaya)
"Religioni", "vie spirituali", "meta-religioni". Osservazioni sulla diffusione delle "religioni orientali" in Emilia-Romagna
A partire dalla mappatura delle presenze religiose "orientali" in Emlia-Romagna si analizzano alcuni temi: il rapporto tra religioni dei migranti e religioni degli autoctoni, le argomentazioni anticonversioniste, la messa in discussione della nozione stessa di "religione", l'emergere di un discorso "meta-religioso"
Bhaktirasāmṛtasindhu di Rūpa Gosvāmin (2.5-79-112)
Traduzione, con introduzione e note, di un brano tratto dal Bhaktirasāmṛtasindhu di Rūpa Gosvāmin. L'argomentazione mira a stabilire e a legittimare l’esistenza stessa del bhaktirasa. Un ruolo decisivo viene assunto dal ripensamento dell’opposizione tra “mondanità” (laukikatva) e “non-mondanità” (alaukikatva) dell’esperienza emozionale. In contrasto ad esempio con la teoria secondo la quale l’esperienza del rasa è caratteristicamente non-mondana perché il distanziamento tipico della rappresentazione letteraria o drammaturgica garantisce una “generalizzazione” (sādharaṇīkaraṇa) delle emozioni estetiche (non sono le emozioni né del personaggio originale, né dell’attore, né dello spettatore, e sono addirittura sottratte alle determinazioni spazio-temporali) - generalizzazione che le differenzia radicalmente dalle emozioni mondane ordinarie - per Rūpa ( e per suo nipote Jīva) la non-mondanità del bhaktirasa è dovuta all’intrinseca non-mondanità del sentimento amoroso che ha per oggetto Kṛṣṇa
L'indagine sulla bhakti nel progetto indologico di Giorgio R. Franci
Viene esaminato il ruolo della ricerca sulla mistica ti tipo bhaktico nell'opera dell'indologo e storico delle religioni Giorgio R. Franci.
Emergono aspetti antitetici rispetto alla rappresentazione usuale delle religioni indiane, in particolare per quel che riguarda il modo in cui alcuni esponenti di correnti bhaktiche interpretano la nozione di "liberazione"
La bhakti. Mistica e devozione nelle tradizioni indiane
Vengono ripubblicati, in un unico volume, due importanti lavori di Giorgio R. Franci dedicati all’imponente fenomeno mistico-devozionale, di grande rilevanza nella storia delle religioni indiane, che in India viene identificato con il termine bhakti. Il primo lavoro – uscito nel 1970 come libro autonomo, con il titolo La Bhakti. L’amore di Dio nell’induismo – ricostruisce le linee fondamentali dello sviluppo storico della bhakti in India, fino al periodo coloniale compreso, e offre, nella parte antologica, una ricca esemplificazione delle diverse voci ed espressioni assunte dalla bhakti, soprattutto induista. Il secondo, intitolato La bhakti induistica tra storia e mistica comparata, è un lungo saggio sulla natura dell’esperienza bhaktica, arricchito da spunti comparativi, comparso nel 2002 in un volume collettaneo che intendeva documentare le nuove tendenze degli studi riguardanti le tradizioni intellettuali indiane. Questo secondo saggio fu esplicitamente pensato da Franci come integrazione ed aggiornamento del volume del 1970. Insieme – e in modo complementare – i due lavori costituiscono una preziosa introduzione all’ampio spettro di questioni tipologiche, storico-religiose e storico-filosofiche poste dallo sviluppo delle correnti bhaktiche in India. Ad essi si aggiunge un contributo del curatore, inserito nella Premessa, intitolato L’indagine sulla bhakti nel progetto indologico di Giorgio R. Franci. Il volume è completato da una Nota del curatore e un indice dei nom
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