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    Banche, istituzioni locali e territorio. Un trinomio per la creazione del valore economico a livello territoriale

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    Nell’attuale contesto economico, la nostra Nazione mostra un trend di crescita rallentato , se confrontato con la media dei paesi dell’area dell’euro, alimentando un diffuso clima di sfiducia ed incertezza sulle possibilità di ripresa. I livelli degli indicatori del prodotto interno lordo, del commercio estero e della produttività delle imprese nazionali, testimoniano questa progressiva perdita di competitività, seppur la minore capacità di concorrere si contrappone ad una miglior tenuta delle realtà inserite in specifici sistemi economici locali. La frammentata dimensione aziendale, la scarsità d’innovazione, l’internazionalizzazione e la difficile coesione sociale, rappresentano i limiti di una economia che non ha saputo rinnovarsi in decenni di crescita. Non è ipotizzabile, pertanto, che un tessuto economico caratterizzato sostanzialmente da micro, piccole e medie imprese possa, in tempi relativamente brevi, trasformarsi in realtà di dimensioni rilevanti ad alta tecnologia e vocate all’internazionalizzazione. Molteplici sono le aree critiche d’intervento emerse in questi anni per rilanciare la crescita del Paese: lavoro, istruzione, servizi, ambiente giuridico-amministrativo, affinché la produttività torni a crescere occorrono innovazione e investimenti in ricerca ed in tecnologia; imprenditori che abbiano il coraggio e la lungimiranza di fronte alle difficoltà di non essere passivi cogliendo il momento per cambiare il modo di operare delle proprie imprese

    Basilea 2 ed implicazioni per il finanziamento dell’innovazione

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    L’attuale contesto economico, le tendenze dei mercati, l’avvio dell’applicazione dei criteri di Basilea 2 e le nuove opportunità in materia di finanza agevolata delineano uno scenario complesso per le Piccole e Medie Imprese nazionali che, oggi più che mai, sono chiamate ad incrementare il loro grado di innovazione e la loro capacità di competere, nei mercati interni ed in quelli internazionali

    Complessità ed efficacia manageriale nelle banche: un’indagine sul campo

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    Specifico interesse, nell’affrontare la problematica della dirigenza bancaria nei tempi attuali, è la comprensione di due aspetti complementari: il profilo della complessità dei ruoli manageriali ai vari livelli gerarchici e la condotta efficace dei manager. In un periodo come quello corrente, caratterizzato da particolare dinamismo, la “complessità dell’attività manageriale” appare distintamente crescente, anche se si presenta maggiormente laboriosa l’identificazione degli strumenti e la condotta dei manager per gestire efficacemente tale complessità. Il tema è di ampio interesse, in particolar modo per coloro che debbono tracciare le linee guida dei modelli organizzativi delle banche nei quali i manager agiscono. Per questo motivo è stato ritenuto utile compiere un’indagine sul campo per comprendere quale sia la reale percezione della complessità del loro ruolo, quale siano i fattori che ne influenzano l’attività e quali strumenti vengano ritenuti utili per gestirla efficacemente. Il presente lavoro si propone, attraverso la somministrazione di un questionario, di indagare sulle modalità con le quali la complessità dell’attività manageriale viene avvertita, rappresentata e gestita nei diversi livelli gerarchici. Si tenterà di sistematizzare il diverso grado di sensibilità avvertito dalle classi dirigenziali, discriminando secondo tre driver principali, il top, il middle ed il management operativo

    Rating interni & PMI: scelta obbligata o opportunità?

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    Tradizionalmente la piccola e media impresa italiana (PMI) denuncia una preoccupazione sostanziale, ovvero la necessità di assicurarsi le risorse finanziarie necessarie per lo svolgimento dell’attività economica e per il suo ampliamento. Le caratteristiche economiche che la contraddistinguono, unitamente ad una forza contrattuale minore di quella di una grande impresa e la non disponibilità di rilevanti proprietà da utilizzare per la costituzione d’idonee garanzie, hanno reso in passato, fortemente critico il rapporto con le banche, delineando le difficoltà per la copertura del fabbisogno finanziario. Il rapporto è stato costantemente oggetto dell’attenzione degli studiosi e degli operatori del settore anche se, di fatto, per molto tempo non sono stati apportati rilevanti contributi al miglioramento della relazione. Come risultato si è registrata una scarsa attitudine delle PMI a fornire alle banche materiale informativo completo e la diffusione della pratica del multiaffidamento. Si assiste oggi ad un’evidente presa di coscienza delle criticità connesse al rapporto esistente tra banche e PMI. Questo non può essere più trattato in modo generalizzato, com’è stato fatto sostanzialmente in passato, poiché entrambe le realtà esibiscono caratteristiche variegate e singolari. In particolare, stante la natura delle problematiche finanziarie delle PMI, la concessione del credito ricopre sempre un ruolo vitale e preponderante per tale comparto. D’altra parte, si comprende come questo segmento, assumendo rilevanza nei portafogli commerciali della banca, è stato ed è oggetto dell’attenzione tanto delle autorità di vigilanza che delle stesse banche. Alla luce della nuova disciplina sul capitale di vigilanza, il Comitato di Basilea ancora il calcolo del capitale al profilo di rischio , a seconda del segmento, e favorisce la riorganizzazione del processo di gestione del credito all’interno della banca. Il presente lavoro si concentra sul cambiamento del rapporto tra banca & PMI alla luce delle indicazioni del Comitato di Basilea relativamente al nuovo accordo sui requisiti patrimoniali, focalizzando l’attenzione sugli effetti derivanti dall’adozione dei modelli basati sui rating interni

    Sistema bancario e sviluppo economico locale: una verifica empirica.

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    Nell’analisi, che s’inserisce nel fiorente filone degli studi che analizzano la relazione tra sviluppo del sistema finanziario e crescita economica, si è cercato di verificare se l’espansione delle grandezze fondamentali della banca (valore aggiunto, impieghi, crediti di firma, finanziamenti a medio lungo termine e depositi) possano effettivamente condizionare la ricchezza reale dei sistemi locali e se, per il perseguimento del medesimo obiettivo, la maggior incidenza delle banche a vocazione mutualistica sia preferibile a quelle a vocazione nazionale. L’analisi econometrica effettuata a livello locale ha evidenziato risultati peculiari, seppur con qualche distinguo. Dall’analisi del valore aggiunto creato dalle banche è evidente il contributo allo sviluppo economico locale, al pari della maggior diffusione degli sportelli bancari anche se non si appalesa un significativo incremento della ricchezza reale per la presenza di circuiti mutualistici. Inoltre, parrebbe assente una politica sensibile ed efficace degli impieghi alla luce della flebile tendenza delle imprese a rivisitare la propria struttura finanziaria. Una serie di evidenze interessanti che trovano riscontro in numerosi studi a carattere economico-aziendale. Tuttavia, orientando l’analisi verso un insieme sufficientemente omogeneo di regioni si è potuto rilevare come tutte le variabili selezionate siano in grado di spiegare lo sviluppo economico locale. Un risultato singolare che permette di comprendere da un lato i limiti di questo tipo di analisi e dall’altro la necessità di continuare il lavoro d’identificazione delle variabili per la modellazione del sistema economico contemplando l’utilizzo di ulteriori variabili (proxy) che tengano conto delle evidenti differenze regionali caratterizzanti il nostro sistema nazionale. In conclusione, gli intermediari bancari nazionali si trovano ad agire in un contesto storico in cui le imprese continuano ad avere un monolitico legame con il credito bancario. Permane il loro ruolo di promotori dello sviluppo economico, anche se con differenziazioni rilevanti nei diversi contesti locali che rendono maggiormente complessa l’identificazione dei driver dello sviluppo

    Complessità ed efficacia manageriale nelle banche

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    Un punto di partenza che può considerarsi di particolare interesse nell’affrontare la problematica della dirigenza bancaria nei tempi attuali - caratterizzati da un crescente dinamismo - è quello della comprensione di due aspetti complementari:il profilo della complessità dei ruoli manageriali ai vari livelli gerarchici e la condotta efficace dei manager. Che la “complessità manageriale” sia crescente è un fatto intuitivo, meno immediata è invece l’identificazione degli strumenti e della condotta dei manager nel gestire la complessità in modo da operare efficacemente anche di fronte ad un contesto sempre più articolato e difficile. Il tema è indubbiamente di grande interesse per il management, ma anche per coloro che si trovano a dover disegnare i modelli organizzativi delle banche nei quali i manager agiscono e per coloro che, nelle stesse strutture organizzative dovrebbero fornire i supporti e l’assistenza necessaria nella sfida giornaliera delle decisioni da prendere in un contesto in cui le semplificazioni appaiono sempre più pericolose

    Principi per la gestione e la supervisione del rischio di tasso d'interesse nelle banche

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    Nei decenni più recenti il sistema bancario internazionale è stato oggetto di una continua evoluzione caratterizzata da un crescente dinamismo, che ha causato un sostanziale incremento del livello di “rischio” che le istituzioni creditizie si sono trovate ad affrontare, tanto a livello individuale che settoriale. L’incremento della volatilità dei principali fattori di rischio, quali i tassi d’interesse, i corsi azionari ed i tassi di cambio, congiuntamente alla crescente liberalizzazione dei mercati internazionali dei capitali, hanno portato ad un aumento della competitività nel settore bancario e ad una continua riduzione dei margini derivanti dall’attività bancaria tradizionale. Il processo di “disintermediazione”, dovuto sia alla sofistificazione finanziaria dei risparmiatori che al ricorso da parte delle imprese a forme alternative al credito bancario, ha determinato un assottigliamento del margine d’intermediazione dell’intero sistema creditizio. Questi effetti hanno portato le istituzioni creditizie a ricorrere alla diversificazione delle attività in grado di generare nuova redditività, producendo nondimeno problemi d’allocazione del capitale della banca fra i vari business e fra le varie unità. Inoltre, la necessità di allocare efficacemente il capitale ha reso indispensabile la misurazione della redditività e della performance dei business e delle unità per l’assorbimento del capitale stesso, rendendo necessario l’introduzione d’indicatori di redditività che includano un elemento di correzione in funzione del rischio assunto. Occorre considerare che, l’adozione e l’aumento della diffusione di strumenti “complessi”, ha richiesto l’adozione di metodologie di determinazione del rischio maggiormente accurate, facendo aumentare la rilevanza strategica di tale attività con l’ulteriore scopo di verificare puntualmente la coerenza del livello di rischio assunto con le scelte. Tali questioni hanno aumentato il livello d’attenzione delle autorità di vigilanza e generato concrete modifiche negli strumenti utilizzati per garantire un livello di patrimonializzazione coerente con il livello di rischio assunto. Attualmente, sia le istituzioni che gli intermediari finanziari dedicano notevoli risorse alla misurazione e gestione dei molteplici rischi derivanti dall’attività di intermediazione. Con il presente lavoro si vuole fissare l’attenzione su un’unica tipologia di rischio, quello di tasso di interesse, fornendo una chiave di lettura dei vari contributi che hanno affrontato l’argomento in concomitanza delle ultime indicazioni fornite dal Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria
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