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    For a more competitive and sustainable territory: indicators and good practices

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    We are experiencing not only an economic crisis but also an environmental one. It is clear that we have reached the limit of the available resources. It is worth mentioning a reflection from Jurgen Habermas of fourty years ago (1975: 46): «With its increasing complexity, the system of world society shìfts its borders so far ahead in their environments that it ran into capacity limits [...] the ecological balances mark an absolute limit of development». In more recent times Nicholas Stern (2009) pointed out that the time to reverse course has already expired; the change must be drastic and immediate, to take advantage of the available technologies and to make courageous and radicals choices in the richest countries. These aspects of environmental crisis seem to intertwineto those of the financial and economic crisis. Nobody knows how to get out of this situation, but the importance of the territory is more and more clear. Expressions such as "the promotion of territorial excellence', "territorial chain" and "best practices" are increasingly common, as well as the need to have more "competitive" and "sustainable" territories. In this chapter, on the one hand, I stress the problematic nature of the relationship between competitiveness and sustainability; on the other hand, I show that sustainability can be more and more an added value for the competitiveness itself. I use some other qualitative and quantitative elements to do that. As regards the quantitative part, I just mention some of the indicators proposed to measure sustainability and competitiveness. As regards the qualitative one, I try to highlight some best practices that reconcile these two needs of the territory. In my contribution, of course, I take particular account of the logistics industry and business services in Emilia-Romagna

    L’attualità della scuola ecologica di Chicago

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    Il contributo si concentra sulla diffusione dell’approccio ecologico tra i sociologi urbani statunitensi, partendo dall’impressione che questi dedichino poca attenzione agli interessi e le tecniche tipiche della Scuola di Chicago. Nella prima parte vengono ricordati alcuni autori che, negli ultimi vent’anni, hanno comunque utilizzato queste tecniche nei loro studi: Elijah Anderson a Philadelphia, Ruth Horowtiz a Miami e New York, Mitchell Duneier a New York e Chicago. Successivamente, l’attenzione si concentra sul Department of Sociology di Chicago, dove studiosi come Terry Clark o Andrew Abbott si sono dedicati molto alla storia dell’approccio ecologico. Tra i sociologi urbani, poi, Mario Small e Omar McRoberts hanno ripreso l’approccio anche nella ricerca empirica. Dallo studio emerge quindi una “sopravvivenza” della Scuola di Chicago e dei suoi metodi, ma è una sopravvivenza che pare limitata solo ad alcuni autori e alcune università

    Consumo di suolo e riqualificazione del centro: il caso di Denver

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    Il contributo prende in considerazione il caso dell’area metropolitana di Denver, che ha visto una forte espansione del consumo di suolo dagli anni ‘50, in modo particolare nelle contee più periferiche. Dagli anni ‘70, comincia una critica sempre più forte a questo modello di sviluppo; i tentativi di arginare il consumo di suolo vanno però incontro ad una serie di problemi e fallimenti. Negli anni ‘90 si verifica una svolta in queste strategie: attorno al concetto di smarth growth si forma infatti una coalizione che coinvolge numerosi attori locali pubblici e privati. Nascono così il Denver Metro Vision 2020 e poi il Denver Metro Vision 2035, due piani che prevedono l’introduzione di limiti di crescita alla città, la creazione di nuove centralità, forti investimenti sull’ambiente e sui trasporti pubblici. L’autore evidenzia alcuni risultati ottenuti: dalla riqualificazione della downtown di Denver alla creazione di nuove centralità nell’area metropolitana come Stapleton e Belmar, dallo sviluppo di un sistema di trasporto pubblico regionale ad un consumo di suolo più denso, perché concentrato intorno alle direttrici del trasporto pubblico stesso. Nonostante questi sforzi, lo sprawl non si è fermato e deve anzi fare i conti con un’area metropolitana in continua crescita: ad ogni modo, la smart growth di Denver resta un tentativo che ha colto più successi di tutti quelli precedenti nella lotta al consumo di suolo

    Oltre lo sprawl? Ambizioni, successi e problemi irrisolti. Uno studio della gestione del suolo a Portland, Denver e Minneapolis

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    Gli insediamenti urbani hanno un’importanza fondamentale nella società attuale, non solo per il loro peso in termini demografici, economici e culturali, ma anche per il loro fortissimo impatto ambientale. Una adeguata gestione del suolo è quindi una esigenza fondamentale. Si è parlato a lungo dello sprawl urbano come un modello di insediamento insostenibile da tutti i punti di vista. La sua crescita è stata pressoché incontrastata per decenni, ma molti territori hanno recentemente preso consapevolezza del problema e provato a fare qualcosa. Eppure le difficoltà sono state e sono tante. Il volume cerca di approfondirle, partendo da alcune domande: quali sono i successi ottenuti nelle politiche di lotta allo sprawl e di gestione del suolo? Quali le principali difficoltà incontrate? Chi e perché si oppone? Quali possono essere gli “effetti indesiderati” di politiche volte a una maggiore sostenibilità e giustizia sociale? Il libro approfondisce il contesto statunitense, dove il problema è nato prima ma dove stanno anche sorgendo coraggiose politiche e pratiche per affrontarlo. Vengono trattati i casi di Portland, Denver e Minneapolis, tre città in diverse zone del paese ma con dimensioni, caratteristiche e politiche simili. Si evidenziano le condizioni che hanno reso possibile raggiungere certi risultati (la capacità di fare rete tra istituzioni a vari livelli e di favorire l’informazione e la partecipazione degli attori locali al processo di gestione del suolo) e, insieme, le criticità e i problemi irrisolti (la crescita esponenziale dei costi immobiliari, l’opposizione di una parte della comunità locale, il persistere di vecchie forme di segregazione e disuguaglianza)

    In cerca di esperienze nelle Aree Interne: i cammini nell’Appennino Bolognese

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    Molte forme di turismo attuale sembrano indirizzate alla scoperta o riscoperta della “lentezza” nel viaggio, nonché a quella del peculiare patrimonio materiale e immateriale di un territorio. Al tempo stesso, sembra in costante crescita la ricerca, da parte del turista, di un rapporto più profondo e “paritario” con gli attori e la popolazione locale. Queste tendenze emergono non solo e non tanto nelle destinazioni consolidate ma anche in quelle più recenti, molte delle quali sono peraltro ubicate in aree periferiche e per molti aspetti marginali. L’ipotesi di partenza è che i cammini possano avere un ruolo importante per soddisfare entrambe queste richieste, costituendo quindi una grande opportunità di sviluppo turistico responsabile; tutto ciò, però, a patto di saper fare “lavoro di rete” tra gli attori locali e tra questi ed i turisti stessi. Questo contributo si propone quindi di verificare tale ipotesi, approfondendo il caso di un’area interna appenninica. Si propone inoltre di analizzare il ruolo Festival del Turismo Responsabile I.Ta.Cà. in questo processo, indagando se il ruolo di “facilitatore” e di “aggregatore” a cui ambisce abbia effettivamente avuto un impatto positivo sul territorio dell’Appennino Bolognese. In tal senso, si prende spunto proprio dal punto 2 del Manifesto di I.Ta.Cà.: «Turista, cittadino (con)temporaneo. Il turista diventa cittadino dei luoghi che (con)temporaneamente abita, la sua casa e quella di chi lo ospita, mimetizzandosi con la cultura ospitante, vivendo in modo autentico le tradizioni e i costumi locali anche all’interno delle destinazioni di massa, evitando di riproporre attività e pratiche standardizzate. Per questo I.Ta.Cà. promuove la costruzione di comunità e reti costituite da viaggiatori e residenti basate sulla condivisione degli stessi valori di cura, salvaguardia e rispetto del territorio e incoraggia l’incontro tra patrimonio locale e quello del turista per facilitarne la condivisione e l’ibridazione» (Festivalitaca.net, 2022a). Nella prima parte del contributo si evidenziano alcuni grandi cambiamenti della domanda e dell’offerta turistica recente, evidenziando le opportunità che si aprono anche per territori periferici come le Aree Interne italiane. Viene poi definito il turismo esperienziale, illustrandone alcune potenzialità e possibili declinazioni. La seconda parte si focalizza sul settore dei cammini, approfondendo alcuni cambiamenti recenti (in termini di flussi, profilo dei camminatori e scelte di viaggio), e verificando i punti di attinenza tra questo settore ed il “turismo esperienziale” . La terza parte si focalizza sui cammini nell’Appennino Bolognese, il cui territorio rientra quasi interamente nella selezione effettuata nell’ambito della Snai – Strategia Nazionale per le Aree Interne (Agenzia per la Coesione Territoriale, 2014). L’approfondimento avviene dapprima attraverso una ricerca bibliografica e sitografica e poi con l’ausilio di dieci interviste a camminatori, guide, rappresentanti delle istituzioni ed esperti del settore. L’obbiettivo delle interviste è verificare alcune tendenze emerse sui cammini a livello nazionale ma anche approfondire le principali domande di ricerca: i cammini stiano contribuendo a creare o rafforzare le reti pubblico-privato locali nelle Aree Interne? Stanno contribuendo a creare o rafforzare i rapporti tra turista e popolazione locale? Il Festival del Turismo Responsabile I.Ta.Cà. sta avendo un impatto in questo processo

    Tourist Walking Trails in Italy and Argentina: Navigating Political Recognition and Socio-Territorial Innovation

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    Tourism is often considered the world’s biggest industry, as it contributes approximately 10% of the global GDP. Despite this economic impact, tourism also includes important critical issues like territorial inequalities, diminishment of local engagement, and has high environmental and cultural impacts. This study investigates the rise of “walking trail tourism”, a niche sector where the respect for local communities and the environmental sustainability are particularly important. The focus is on Italy and Argentina: two countries with very different political, tourism, and biophysical backgrounds, but with the common recent development of walking trails and forms of social innovation. This study explores three main questions: the trends in walking trail tourism, the role of these trails in fostering local social innovation, and the influence of national policies in this domain. The study combines historical-statistical analysis, political–legislative review, and interviews with experts in order to assess all these aspects. Findings reveal significant social innovation trends within walking trail tourism but also challenges in territorial coordination and the establishment of national governance. Italy and Argentina are both characterized by an opposite situation regarding walking trails: there are several local initiatives but a lack of national guidelines in the former, and some good national policies but few bottom-up initiatives in the latter

    Università e città, tra nuove opportunità e nuovi problemi: riflessioni a partire dal caso dell'Alma Mater Studiorum di Bologna

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    In questo contributo si riflette sul complicato rapporto tra Università e Città, fornendo alcuni spunti riguardo l’impatto della prima sulla seconda. In realtà esiste ormai un’ampia letteratura sul tema, a grandi linee suddivisibile nei seguenti argomenti: i mutamenti nell’assetto urbano, l’impatto economico, lo sviluppo sociale e culturale. Molti atenei, peraltro, producono regolarmente rapporti e documenti che si propongono proprio di misurare tale impatto, soprattutto attraverso un monitoraggio delle attività svolte, dei servizi offerti e delle ricadute sul territorio. La ricerca sociologica, però, ha spesso faticato ad approfondire tale rapporto, soprattutto in relazione alle popolazioni universitarie ed agli spazi di cui fruiscono: anche definizioni come “città universitaria” o “città a misura di studente” appartengono più al senso comune che ad esiti specifici di studi. Dalla prima ricerca in tal senso (Martinotti, 1969) ad oggi, emerge una scarsità di approfondimenti, soprattutto di come questa popolazione viva nella città e si relazioni ad essa. D’altronde le pratiche degli universitari sono “riconoscibili” riguardi ai processi di apprendimento, al rapporto con i docenti e con gli apparati burocratico-amministrativi, all’uso degli spazi di ateneo, alla protesta o al disagio. Per il resto, la popolazione studentesca e le sue pratiche si disperdono fra quelle dei residenti, dei pendolari, dei city users. Il caso bolognese non può certamente essere rappresentativo, vista la complessità di questo rapporto e la grande varietà di situazioni che abbiamo nelle città italiana. Costituisce però un osservatorio privilegiato sotto molti aspetti: per la sua lunga storia, per la sua peculiare dislocazione sul territorio, per il rapporto che si è creato tra gli studenti e gli abitanti nel corso dei secoli. In questo capitolo si intende sottolineare la crescente rilevanza di quest’istituzione a Bologna negli ultimi decenni su diversi piani, nonché il rapporto tra gli studenti e la città stessa, sia per quanto riguarda le istituzioni locali sia con i suoi residenti. Nella prima parte si fanno alcune considerazioni storiche e sociologiche sul rapporto università-città, in particolare nel nostro Paese, per poi entrare nel caso bolognese, ricordando alcune tappe fondamentali del suo consolidarsi nel tessuto cittadino, nonché anche alcuni luoghi significativi nel passato e nel presente. Nella seconda parte si prova ad evidenziare l’impatto dell’università sulla città, attraverso alcuni dati sulla presenza studentesca, sul personale docente e tecnico-amministrativo, sull’indotto delle attività collegate alla presenza dell’ateneo in città. Nella terza e quarta parte si entra più nel dettaglio della condizione degli studenti, prendendo in considerazione la loro condizione abitativa a Bologna ed il caso di Piazza Verdi nella Zona Universitaria. In molte città europee le università condividono fortune e sfortune. Si caratterizzano comunque per un continuo scambio di saperi, risorse e capitale umano, aprendo alle diversità di età, di etnia e cultura, di genere e religione. L’impressione è però che, in questo scambio, il rapporto con gli resti ancora con molti aspetti da approfondire. Bologna incarna uno degli esempi più emblematici in cui la presenza dell’università risulta determinante, acquistando un ruolo decisivo nella creazione di un’immagine identitaria, nella struttura urbana e soprattutto nel condizionamento dell’economia e dello sviluppo, della mobilità e del funzionamento complessivo. Tanti cambiamenti della città sono stati fatti proprio per venire incontro alle esigenze dell’ateneo bolognese e delle persone che la compongono, dagli studenti ai docenti al personale tecnico amministrativo. Questo ha portato l’Alma Mater Studiourm a diventare anche la “azienda” più grande dell’Emilia-Romagna per numero di utenti, di dipendenti e per volume del budget: basti pensare che nel bilancio di ateneo del 2018 risultano quasi 637 milioni di euro di proventi e poco più di 612 milioni di euro di costi. Se la grandezza dell’impatto universitario sulla città è fuori discussione, lo è anche la sua ambivalenza, soprattutto per ciò che riguarda la presenza studentesca: “miniera d’oro” da un lato, “cliente scomodo e rumoroso” dall’altro. Abbiamo visto come i contrasti tra studenti e cittadini e tra studenti e amministrazione abbia assunto varie forme negli ultimi decenni, dalla lotta politica alla guerriglia urbana alle campagne anti degrado. Al di là delle tante criticità, tuttavia, il rapporto tra Università e Bologna è ancora fortissimo e apparentemente inscindibile. Gli studenti che la scelgono ogni anno continuano ad essere tantissimi e molto spesso da altre regioni. Le motivazioni, peraltro, sembrano sempre meno legate alla proverbiale ospitalità ed accoglienza bolognese e sempre più al valore aggiunto dell’università: per la qualità dell’istruzione, per la fama dell’ateneo, perché certi corsi di studio sono presenti solo a Bologna. Quale futuro quindi? I nuovi obiettivi strategici, forniti da Recovery Plan e Pnrr della transizione ecologica, digitalizzazione, coesione sociale, innovazione, sostenibilità e sviluppo regionale, fanno sì che le “città universitarie” abbiano oggi una responsabilità in più, poiché chiamate a costituirsi come attori strategici per lo sviluppo, ancora più forti se capaci di generare delle City Region funzionali. In questo quadro i fruitori dell’università, cioè gli studenti, non possono mancare

    Salute e territorio: un possibile contributo della sociologia

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    Parlare del rapporto tra salute e territorio è tanto affascinante quanto complesso, ed è sicuramente impossibile approfondire il tema in poche pagine. In questo contributo ci proponiamo quindi di evidenziare alcune intuizioni e studi che hanno approfondito il ruolo di alcuni aspetti territoriali per l’immagine e la tutela della salute, nonché per la prevenzione e promozione di sani e corretti stili di vita. Nella prima parte mostreremo quindi alcune riflessioni particolarmente significative sulle criticità e le opportunità del rapporto tra salute e territorio. Nella seconda e terza parte, invece, ricorreremo agli esempi di alcune ricerche e ricerche-intervento sul tema condotte dal Ce.P.Ci.T. dell’Università di Bologna

    Flânerie in periferia. Uno studio nel quartiere Savena di Bologna

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    L’articolo si propone di utilizzare la tecnica della flânerie come valore aggiunto nello studio di un’area periferica nel quartiere Savena, nella parte sud-est di Bologna. Si tratta di una delle zone di maggior pregio della città fin dalle sue origini, un quartiere-giardino nel primo piano urbanistico della città approvato dallo Stato nel 1889 che prevedeva la realizzazione di insediamenti «a medio-bassa densità nella zone comprese tra la via Emilia e la collina» (Evangelisti, Manaresi, 2020, p. 15). L’area è in effetti caratterizzata da una presenza capillare di servizi e risorse per i cittadini, come le numerosissime aree verdi. Al tempo stesso, però, ci sono parti del quartiere in cui si concentrano visibili segni di degrado abitativo e sociale. Dopo una riflessione sulla persistente importanza della dimensione di quartiere, che parte dalla Scuola di Chicago e ricorda alcuni autori che l’hanno approfondita negli ultimi decenni, il contributo introduce il valore aggiunto del camminare e della flânerie rispetto ad altri strumenti di ricerca territoriale passando per i contributi di Walter Benjamin e arrivando alla ripresa di questa tecnica in tempi più recenti, nel dibattito italiano e in quello internazionale (Featherstone, 1998; Leontidou, 2006; Nuvolati, 2013 e 2020; Campa, 2016; Carrera, 2018). La ricerca si focalizza poi sul suddetto quartiere, mostrando alcune fasi preliminari ed il successivo il ricorso alla flânerie per approfondire due parti del territorio ritenute di particolare interesse: Via G.C. Abba e Piazzetta San Ruffillo. L’uso di questa tecnica si propone non solo e di evidenziare le criticità di queste aree ma anche l’eventuale presenza, percezione ed uso delle sue “risorse latenti"

    Combining Safety and Equity in the post-Covid City: New Trends between Local Policies and Bottom-Up Practices. An Introduction

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    All the data and the debate clearly show that we are living in an “urban time”. That is true not only as the majority of the world population lives in the urban areas (UnHabitat, 2022) but also for the prominent impact of city in social, cultural, economic, political and environmental terms. Changes in the city are constant and fast. If we focus on them within the frame of neoliberal urbanism, the transition to fordism to post-fordism (Savage & Ward, 1993) and the one from managerialism to entrepreneurialism (Harvey, 1989) are two clear examples. Cities can more and more be seen as “growth machines” (Molotch & Logan, 1987), with an increasing orientation to attract investments as well as the “creative class” that make them profitable (Florida, 2003). The “tourism turn” that is occurring in many urban areas is one of the clearest indicators of this trend (Ashwort, 2012). On the other side, inequality and social exclusion seem to intensify with dramatic impacts on the urban realm (Short, 2018; Hagen & Elliott, 2021). In terms of local management, however, we are also seeing an important increase of urban governance practices, with the rise of urban bottom-up social movements, both local and connected to broader ones (Blanco & Leon 2017). Several forms of civic engagement seem to be addressed to foster the right to the city in its multiple forms: affordable housing, against touristification, sustainability, public spaces, migrants and refugees, etc. More recently, the Covid-19 pandemic affected in particular urban settings (Martinez & Short, 2021), and it has furtherly contributed to questioning the way in which urban government and planning are organized. This debate is still very vibrant, with some authors who point out that Covid-19 “just” accelerates trends that were already working in the city, and other ones who stress that the change is not so dramatic as it seemed to be until a couple of years ago. Again, tourism is clearly an example: the loss of arrival and overnights in 2020-2021 has been recovered in 2023 and almost all the problems connected to this sector are persisting. All these elements suggested us to propose this monographic issue. The concrete opportunity, however, was given by the IV Midterm Conference of the European Sociological Association Research Network 37 - Urban Sociology, entitled Seeing Like a City/Seeing the City Through that took place at the Georg Simmel Center for Metropolitan Research of the Humboldt University Berlin from the 5th to the 7th of October 2022. Nine presentations have been selected by the RN37 Board and proposed for a peer-review process. Some of them explicitly consider the Covid-19 pandemics, but other ones have been considered as well because they focus on some topics that are definitely part of urban debate today, both inside and outside of Europe. One of the contributions, moreover, is also focused on some extra-European cases, and the interview has been done, with an urban scholar who lives and works in the United States
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