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Sonno, sogno e veglia. Quattro variazioni in chiave auto-etnografica
Quali soglie separano il sonno dalla veglia e il sogno dalla realtà? Mi sono posto queste domande in quattro brevi variazioni che ho scritto – trascritto, se si tiene conto dei suggerimenti forniti surrettiziamente dal sogno – tenendo a mente l’idea di contrappunto di Said (Said 1998). Il ricorso al contrappunto consente di meglio concepire un’antropologia aperta, più atta a rendere l’intreccio di prospettive molteplici, meno disancorata dai contesti plurivocalici
Aspettare e aspettualizzare. Uno sguardo semioantropologico su esistenza e fieldwork
Perché studiare l’attesa? Perché l’attesa la fa da padrona nella maggior parte del tempo, nei momenti più ordinari e meno ordinari dell’esistenza, attraverso le forme aspettualizzate del vissuto (il compiuto e l’incompiuto, il perfettivo e l’imperfettivo, etc.): di fatto, aspettiamo al panificio e dal dottore, al supermercato e dal meccanico, al pronto soccorso e in parrocchia, davanti un ascensore e dietro un semaforo, al cospetto di un tizio e alle spalle di un altro, al botteghino di un teatro e aspettano pure, molte volte, i migranti dopo lo sbarco, infreddoliti, scampati alla traversata in mare aperto. Aspettiamo noi, aspettano gli altri. La domanda che rivolgo a me stesso e al lettore, allora, è la seguente: che vuol dire, oggigiorno, in un’epoca pensata da molti studiosi come estremamente mobile, indugiare nell’attesa e nell’ascolto? Prendendo piede da questa osservazione, a partire da un vissuto in parte autoetnografico, prendo in conto congiuntamente la nozione di attesa e di aspettualizzazione al fine di mostrarne una valenza talvolta inaspettatamente positiva, comunque fondativa dal punto di vista antropologico. Parlo dunque concretamente dell’attesa e dell’aspettualizzazione della temporalità mettendole in scena nell’intreccio prodotto con l’intersecarsi di alcuni miei spaccati di vita (al bar, dopo un convegno; nella sala d’attesa di un medico) e ricorrendo al contempo ad alcuni usi dell’attesa praticati da parte di due antropologi: Malinowski e Clifford. Se per Malinowski la ricerca sul campo si svolge all’insegna del perfettivo, del concluso e puntuale che annulla il valore positivo dell’attesa, per Clifford al contrario la ricerca è dell’ordine dell’imperfettivo e del non concluso, durativo e iterativo; se per Malinowski la ricerca è aspettualizzata dall’ordine della programmazione che annulla il valore del caso e dall’ostentazione dell’azione che offuscherebbe il valore dell’attesa, per Clifford la ricerca è aspettualizzata dal caso e dai processi polifonici in atto
Da vicino, da lontano. L’antropologia di Milan Kundera
Questo saggio è una riflessione sul concetto di prossimità e distanza in Lévi-Strauss e Milan Kundera. Intenzionalmente, comparo un antropologo della cultura e uno scrittore di letteratura al fine di proporre una prospettiva decentrante sull’antropologia e sulla letteratura, oltre che su me stesso e sul potenziale lettore. La comparazione mi consente inoltre di mettere meglio a fuoco su alcune questioni – soltanto in apparenza distanti, ma in effetti molto vicine – quali l’esilio e la migrazione, l’uso alimentare degli animali e l’affezione che sviluppiamo per loro, l’esistenza intesa come fieldwork, la traduzione delle culture e l’ontological turn, lo straniamento e l’andirivieni concettuali come strategie di osservazione-partecipante. Il saggio prende avvio da un mio viaggio, in famiglia, a New York e sul conseguente straniamento prodottosi nei miei figli nel vedere gli scoiattoli scorazzare liberamente tra case e giardini americani. Coniugo, quindi, nel tipo di scrittura da me adottato, un approccio riflessivo ed esistenziale misto a una antropologia del linguaggio più attenta a categorie concettuali relative al quotidiano
Sono arrabbiato e sono antropologo. Blues lévi-straussiano su un’emozione furente
In questo saggio, mi ‘lascio andare’, volutamente e direttamente, nel loro intreccio d’insieme e interrelato, alle seguenti questioni: la semantica della rabbia in un contesto vissuto personalmente, l’uso di una scrittura meno convenzionale ai fini di un maggior scavo interiore, l’esemplificazione letteraria come contrappunto e verifica tematica ed esistenziale, la possibilità di descrizione del tempo e dello spazio nell’arco stesso della prossimità del vissuto, il contrasto tra ‘forme di vita concepite per fini da raggiungere’ e ‘forme di vita concepite nella liminalità’, la riflessione sull’oscillazione autoriale di un Lévi-Strauss preso tra strutturalismo e soggettivismo, la riformulazione in metodo più generale della – da me definita – ‘distillazione-partecipante’ (da sviluppare in concomitanza con l’osservazione-partecipante), l’insistenza sull’intreccio inestricabile tra emozioni, sensi e cognizioni (viste soprattutto nel loro aspetto di flussi magmatici e incontrollati), il tentativo di ridefinizione di un’emozione socio-individuale quale la rabbia
A Ballarò. Saggio di foto-antropologia dialogica
Cosa ho inteso fare in questo contributo? Ho voluto lasciare che spizzichi di progetto prendessero il loro libero, irregolare corso durante il mio tragitto in atto al mercato palermitano di Ballarò. Ho cercato di rimanere il più possibile nel divenire di tempo e azioni senza irreggimentarmi troppo. Questo lavoro lo penso - l'ho pensato - come «an experiment not a judgment. Committed not to the demystification and uncovered truths that support a well-known picture of the world, but rather to speculation, curiosity and the concrete, it tries to provoke attention to the forces that come into view as habit or shock, resonance or impact» (Stewart 2007: 1). Di conseguenza, non ho valutato anzitempo, semmai mi sono proiettato, il più possibile, nel processo, nel dialogo
Cosa scrivere da antropologo, come scrivere sull’Alzheimer
In questo saggio pongo deliberatamente in essere un modo non convenzionale di scrivere al fine di mettere a fuoco sulle operazioni mnestiche di un soggetto: me stesso in trasferta sofferta. Faccio un elogio della memoria: della sua capacità di renderci umani, della sua forza instauratrice di interazioni. Mi trasformo in narratore che si lascia narrare (Derrida) per affondare nel mistero del vivere che rasenta l’ovvio e pur tuttavia è magico. Interrogo il mio passato – sotto forma di saggi scritti – e mi concedo alle ibridazioni concettuali, procedendo allo stesso tempo per gradi bathomologici (Barthes). Non oppongo resistenza al lavorio del tempo: lasciando che disincantate sensazioni impregnino nudi pensieri in corsa; lasciando che il ricordo, simile a raggi di sole, indichi – nello scorrere della vita – ciò che è di primo acchito poco visibile. Il “tempo per [i Nuer] è una relazione tra le attività” (Evans-Pritchard). E così è per me: intreccio relazioni tra attività disseminate nel passato, nel presente, riconvertite, tradotte in testo. Scrivo per non pensare alla memoria che si azzera: all’Alzheimer, alla memoria dimentica di se stessa, alla cancellazione delle radici, alla revoca progressiva dell’identità, all’oblio di sé, d’altri. E io scrivo: per tenere a bada i pensieri che corrono all’Alzheimer e alla memoria intaccata di mia madre priva della sua identità d’un tempo. Scrivo sull’Alzheimer e mi disorienta perché sono posto di fronte all’essenza del tempo, alla vulnerabilità rispetto al suo essere scorta verso il morire. Non c’è possibilità di scelta per l’individuo ammalato di Alzheimer, non c’è possibile oscillazione tra (recupero del) passato e (proiezione nel) futuro: non c’è il piacere di risiedere nel presente e di goderselo con la coscienza di chi può dondolare ancora nel futuro o nel passato. E io scrivo: sul ricordo in quanto traccia d’assenza che implica una effettiva mancanza, nonché sgretolamento del senso dell’essere persona. Scrivo per cominciare ad azzerare – doveva succedere – il mio conto con la memoria, con il passato, mettendo a fuoco su una persona cara, nel disagio della malattia, facendomene carico da antropologo: per averne consapevolezza. Non è forse questo il senso dell’antropologia? Produrre consapevolezza. Passo allora in rassegna la memoria che avevo di alcuni miei saggi valutando – ripensando ai – vantaggi e svantaggi prodotti dallo scegliere un tema piuttosto che un altro. Pensandoci, mi lascio andare al ‘gioco linguistico’ di una più consapevole scrittura automatica che consente una maggiore libertà rispetto alle costrizioni imposte da una coscienza pianificatrice. In quale modo adempiere meglio a questo presupposto se non attraverso l’uso del verbo al condizionale che consente al contempo di mettere in prospettiva un atto realizzandolo già, in qualche modo, nel processo stesso dettato dalla condizione? Quale migliore espediente per volgere un intero testo – nonché la persona che lo scrive e forse pure il lettore che lo legge – nella direzione dell’oscillazione, del dondolio liberatore
La Sicile de Maupassant, la sémio-anthropologie des incipit et le nomadisme de la pensée
A reflection on a travel to Sicily by Maupassant becomes an occasion to discuss the category continuous/discontinuous and the symmetric notion of beginning. The starting question is: how can we define a beginning? To answer this question, I adopt a double strategy: on the one side, I resort to some specialists in this field (Lotman, Said, Aragon and Gracq) who allow me – by deferring to some other concepts, authors and theories – to focus on the notion of existence itself and on the nomadism of thinking developed by Deleuze; on the other hand, I concentrate more analytically on a beginning by Maupassant and on a beginning by Malinowski in order to underline the importance of interdisciplinary comparison for an epistemology of literary and ethnographic genres. A basic goal of my essay lies in the displacement of the notion of beginning as a written text towards its larger existential dimension. A complementary goal can also be found on in the emphasis given to the semantic deferral of concepts such as travel, literature, culture, translation, existence. From this point of view, references to various authors (Augé, Balandier, Bateson, Clifford, Lévi-Strauss, Van Gennep) prove useful to show the significance of a reflection on the beginning
Stavo per scivolare, ho pensato a Wittgenstein!. Etnopragmatica di un concetto
In questo saggio, esploro la porta semiotica e pragmatica di un’azione (‘scivolare’), comunemente appartenente all’ambito del quotidiano, per mostrarne invece la valenza teorica e metateorica oltre che d’ordine pratico. Le domande che mi pongo sono le seguenti: come si può riflettere sul quotidiano in chiave antropologica? Come analizzare il senso di un concetto soltanto in apparenza d’uso comune? Come eludere la metafisica radicata nelle nostre proprie analisi? Per rispondere a queste domande, mi sono avvalso del concetto di gioco linguistico formulato da Wittgenstein rinviando allo ‘scivolare’ in opposizione all’‘attrito’ e, infine, al concetto stesso di ‘gioco linguistico’. Ho dunque messo in forza alcuni giuochi linguistici applicandoli a diversi contesti d’uso della mia vita quotidiana, ma, anche, più in generale, ad alcuni antropologi (Geertz, Jackson, Taussig), scrittori (Ungaretti) e filosofi (Deleuze, Sartre, Wittgenstein), al fine di mostrare la valenza semantica e pragmatica del concetto di scivolare e di gioco. Scivolare non è soltanto scivolare in sé (cioè un concetto isolato da una rete d’altri concetti, svuotato d’un principio di teoria) ma, in qualche modo, sempre in relazione ad altri concetti teoricamente rilevanti e differenziali, simili e dissimili, quali, per esempio, l’‘attrito’ o l’‘impigliarsi’ di cui parla Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. Per Wittgenstein fare presa sul terreno scabro significa, metaforicamente, avere l’attrito necessario a prendere le distanze da quelle condizioni ideali che non consentono più di camminare, in altri termini non consentono di occuparsi del linguaggio quotidiano in sé, lontano dalle sofisticherie logiche e dalla trascendenza di alcuni rigidi metalinguaggi: “Siamo finiti su una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito e perciò le condizioni sono in certo senso ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci”. Vale questa ipotesi per tutti i contesti d’uso? Come ho teso a dimostrare, i contesti d’uso tendono a riconfigurare il senso generale di un concetto (ivi compreso quello di attrito o di scivolare); al contempo, un’analisi per contesti d’uso di tipo pragmatico può ben associarsi a una più generale organizzazione semantica tendente alla sistematizzazione. Un’esplorazione del concetto di scivolare può, in definitiva, essere un utile ponte verso altri concetti d’uso comune e teorico in antropologia e altrove (semiotica, filosofia, letteratura): camminare (Geertz), essere scagliati (Jackson), scrivere (Taussig), decentrarsi (Strathern), incarnarsi (Sartre), pianificare (Greimas), divenire (Deleuze). Scivolare fa dunque parte, oltre che della vita quotidiana, anche della teoria e delle pratiche di analisi – incluso la comunione del desiderio e l’incarnazione dell’altro – di alcuni teorici e può essere un atto indicativo dei modi in cui, letteralmente e metaforicamente, ci proiettiamo nel mondo o ne prendiamo teoricamente le distanze considerando qualcosa un semplice caso irrilevante o, al contrario, un elemento di pertinenza metodologica
In contrattempo, per stereotipi e incidenti. Antropologia di un frammento di esistenza
È un saggio forse un po’ sperimentale, un po’ troppo deleuziano: con riferimenti dissimulati ad antropologi del presente e del passato, nonostante la forma narrativa sia pervadente. Mostra troppe linee di fuga, è vero. Ma se dovessi riscriverlo lo scriverei nello stesso modo, nel corso degli anni, usandolo proprio come ancora di riflessione e di interrogazione epistemologica. Questo saggio non è infatti il risultato di una trascrizione di qualche idea del momento trasposta immediatamente in testo. Tutto il contrario: sono tornato, nel tempo, a lavorare su questo breve saggio (iniziato a scrivere sotto forma di appunto di campo circa dieci anni fa, a Tallinn, in seguito a un fatto effettivamente accadutomi) allo scopo di affinare la riflessione antropologica e meglio cogliere i nessi posti tra pianificazione degli eventi e loro sgretolamento dovuto agli incidenti ordinari o straordinari. A una prima lettura, questo saggio potrebbe parere incentrato essenzialmente su due questioni: i. l’ordine narrativo che assume un appunto etnografico dilatato nel tempo della scrittura; ii. gli incastri possibili tra stereotipi temporali e forme del contrattempo. E in parte è così. In realtà, però, il nesso che mi ha letteralmente ossessionato – in tutti quei momenti in cui sono tornato a ricomporre l’appunto etnografico, negli anni, in luoghi diversi – riguarda soprattutto l’articolazione in divenire tra i modi della riflessione di un antropologo su un incidente (a cui è scampato per caso) e i modi di ‘prendere piega in esteso’ di un frammento di esistenza (che non vuol saperne di cristallizzarsi in testo scritto). Di che si tratta in sostanza? Diversi anni fa, a Tallinn, mentre attraverso distrattamente una strada, stavo per essere investito. Sono scampato all’incidente e mi sono chiesto, in prima persona, cosa significhi essere parte di un evento senza averne avuto l’intenzione e i tratti caratteristici minimi di agentività regolarmente appartenenti a un individuo. Così, quasi senza volerlo inizialmente, questo incidente è stato l’occasione, nel corso degli anni, per rivolgere l’attenzione alle forme di discontinuità – la coincidenza, il contrattempo, il fortuito, etc. – che si producono, volenti o nolenti, nel quotidiano. Le difficoltà con cui mi sono scontrato sono state diverse e lascio al lettore il piacere di scoprirle. Sottolineo soltanto il fatto che un incidente non è facile da definire antropologicamente perché, interrompendo il flusso degli eventi e la loro pianificazione coerente, introduce elementi di disordine e di caos a cui cerchiamo di sottrarci. Di fatto, un incidente tende a sganciarsi – a sganciarci – dal quotidiano e dai suoi automatismi correnti. Nostro malgrado. Detto questo, per le ragioni già esposte, un’antropologia dell’incidente sarebbe opportuna proprio per meglio definire la dimensione temporale della nostra esistenza e i rapporti posti tra i flussi di continuità e di discontinuità, tra pianificazioni di vita e elementi di casualità
Scatto da etnografo situato. Foto-etnografia di un attraversamento
Che vuol dire attraversare? Quali categorie e pratiche sono chiamate in cause nell’attraversamento di un luogo? Cerco di rispondere a queste domande attraversando effettivamente – in prima persona – Siena da una parte all’altra, scattando foto e prendendo appunti, diventati in seguito questo saggio foto-etnografico. Il primo punto che affronto, nel saggio e nell’attraversamento stesso, riguarda proprio il ruolo della fotografia. Più che un’icona, un indizio o un simbolo in sé, considero le foto elementi narrativi che ‘interagiscono’ in maniera complessa con la narrazione scritta. Questa assegnazione di ruoli semantici e pragmatici diversi alla fotografia è già di per sé motivo di discussione e analisi che intenzionalmente non affronto, se non implicitamente, nel saggio il cui intento manifesto è invece di recuperare (e discutere) ‘il situarsi’ del soggetto nello spazio, nella foto e nel testo stesso. Come si traducono, reciprocamente, questi tre elementi? A questo fine, tengo conto dell’impostazione sartriana (situazione) e geertziana (prossimità) relativa a un soggetto che attraversa un luogo e al contempo pone in questione altre categorie: inizio e fine, scritto e visivo, ordinario e ritualizzato, posizionato e in divenire, paradigmatico e sintagmatico. In ultima analisi, l’attraversamento spaziale di una città da parte di un soggetto – me stesso – viene trasformato in un attraversamento di categorie in cui una funzione di rilievo viene assunta dall’opposizione – da me sfumata – tra teoria e pratica, tra il situarsi e l’estrarsi da un contesto. In definitiva, più che ricorrere al concetto di indessicalizzazione in maniera univoca, faccio capo a concetti quali traduzione intersemiotica (Jakobson), figurativizzazione (Greimas), spiegazione come fare (Valéry). Riferimenti antropologici di rilievo sono Malinowski, Firth, Leiris, Geertz, Crapanzano. Riferimenti teorici d’altro tipo sono soprattutto Deleuze, Bateson, Barthes, De Certeau, Jullien
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