308,649 research outputs found

    Arma canant alii : materia epica e narrazione elegiaca nei Fasti di Ovidio

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    La ricerca prende le mosse dalla tesi sostenuta da Richard Hainze in Ovids elegiache Erzählung: i fasti e le metamorfosi narrano talvolta lo stesso episodio conferendogli un orientamento patetico, sentimentale e di lamento, cioè sostanzialmente elegiaco (i fasti), meraviglioso e sublime, cioè sostanzialmente epico (le metamorfosi). Questa tesi funziona in larga parte se applicata a singoli episodi ma non rende ragione della grande complessità della scrittura ovidiana. Uscendo dalla questione, troppo limitata, degli episodi paralleli, il saggio esamina due nuclei di materia epica che vengono calati nel tessuto elegiaco del poema calendariale: il dio Marte in quanto personaggio del poema, protagonista della sezione iniziale del III libro (I-II capp.) e gli episodi di battaglia e di duello (III-V capp., dedicati rispettivamente all’assedio del Campidoglio da parte dei Galli, alla clades Cremerensis, allo scontro fra Ercole e Caco). Si tratta di segmenti privi quasi del tutto di elementi sentimentali, e dunque non interpretabili secondo i criteri ‘heinziani’, ma che rivelano via via una specificità nell’attenzione a dettagli eruditi e a gesti didascalici (Marte come goffo e inadeguato informante eziologico) e nella riduzione dell’afflato epico nella frammentazione del distico, con gli effetti che ne derivano (concentrazione del racconto, esagerazione del dettaglio: fatti soprattutto evidenti nell’analisi dello scontro fra Ercole e Caco nel I libro dei fasti a paragone del testo virgiliano). La specificità elegiaca del poema calendariale si deve ricercare anche in questi aspetti oltre che nel carattere sentimentale e patetico di singoli episodi: i valori legati alla virtus e al mondo della guerra sono messi in scena con grande risalto ma si dimostrano perdenti a fronte dell’uso di stratagemmi e della scaltrezza (capp. III e IV), il dio della guerra si trova poco a suo agio nel moderno e dotto poema, e dopo aver tentato di farsi informante se ne va stizzito, senza essere riuscito a rispondere alle domande del vates operosus (cap. II). Nel complesso, si delinea un’elegia composita ed ernster Tendenz (secondo una definizione di Heinze), che, se abbandona i motivi più caratteristici della poesia d’amore, resta però fedele a una linea pacifista e dotta, mettendo in scena come ‘vincenti’ valori e personaggi duttili e a proprio agio nella modernità. Per un riassunto ‘critico’ capitolo per capitolo mi permetto di rimandare alla recensione dedicata al volume da John Miller, “CQ” 55, 2005, 532-5

    L'illusione di Callimaco : acqua ispiratrice e strategie di comunicazione in Marziale 8, 70

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    Nell’epigramma 8, 70, Marziale elogia il patrono Nerva, futuro imperatore, come poeta che ha preferito bere a piccoli sorsi anche se poteva prosciugare la fonte del Permesso. Questo passo è stato inteso finora come una ripresa poco a fuoco del motivo dell’haustus ispiratore (secondo la linea inaugurata da Walter Wimmel, Kallimachos in Rom) o come una riproposizione fedele della recusatio augustea e dell’opposizione fra epos e generi minori (Nerva era poeta elegiaco). Il passo deve invece essere letto nel contesto del fare poesia di età flavia e soprattutto del fenomeno del dilettantismo letterario. Tramite una serie di confronti che privilegiano testi coevi, in particolare staziani, le immagini del sorso ampio e della sete limitata vengono risemantizzate in relazione alla questione dell’opportunità di esporsi o meno al giudizio del pubblico; il Permesso si conferma acqua d’amore ed elegiaca, ma di un’elegia che ha perso ogni carica polemica, di ordine tanto politico che letterario; i nobili materiali del callimachismo romano trovano una nuova funzione nel dialogo fra poeta professionale e patrono poeta dilettante. Più in sintesi, viene infine illustrato un successivo momento di questa comunicazione ‘da poeta a poeta’, quando con l’epigramma 9, 26 Marziale invia i propri carmina a Nerva

    Vetustilla nova nupta : libertà vigilata e volontà epigrammatica in Marziale III 93, con qualche osservazione sugli epigrammi lunghi

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    Partendo dall’epigramma III 93, viene affrontata la questione dell’appartenenza al genere epigrammatico di componimenti estesi in modo eccezionale, ben oltre i canonici quattro o otto versi, spesso considerati divaganti e poco definiti dal punto di vista del genere letterario, o apparentati a generi letterari molteplici (epodo, elegia, silvae, satira). III 93, costituito da 27 coliambi, ha per protagonista Vetustilla, una vecchia che dovrebbe pensare al proprio funerale piuttosto che al matrimonio; un ampio e fantasioso catalogo (vv. 1-17) sfocia in un finale ‘a doppia mandata’ (vv. 23-27) che riprende e rovescia i tratti topici degli epigrammi per la fanciulla morta il giorno delle nozze (letto/bara; fiaccola nuziale e funeraria; imeneo/lamento) e garantisce la natura epigrammatica del componimento. Anche in altri epigrammata longa di Marziale (ad es. III 58 e XI 18), a un corpo esteso, spesso di tipo catalogico, fa seguito una conclusione scommatica, non importa quanto comicamente efficace, che ha il ruolo di conferire riconoscibilità al testo, riconducendolo entri i ‘confini’ del genere epigrammatico

    Il fons di Stella fra mitizzazione e realismo (Mart. VI 47; VII 15 e 50; XII 2)

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    Gli epigrammi di Marziale sul fons di Stella costituiscono un esempio di celebrazione della lussuosa vita dei patroni da parte dei poeti flavi. Marziale elogia le statue di pueri che adornano le rive della fontana in un Gedichtpaar (VII 15 e 50) che lascia intuire la presenza di coppieri reali e affascinanti e si realizza un parallelismo fra mondo del mito e realtà flavia. Il gioco di specchi e la parziale sovrapponibilità fra mito e realtà costituiscono il nucleo di questi testi, la cui voluta ambiguità coinvolge il lettore comune, che non ha accesso allo spazio privato della domus. Negli epigrammi VI 47 e XII 2 il fons di Stella è abitato da una Camena o visitato dalle Muse : questi testi sono perciò in relazione con la poesia di Marziale e con quella dello stesso Stella (poeta elegiaco e d’amore). I motivi e i gesti encomiastici sono declinati in tono scherzoso, coerente con la poetica leggera del genere epigrammatico, ma al tempo stesso tributano un omaggio elegante ed efficace al buon gusto e allo stile di vita di Stella, evitando accuratamente punte polemiche e di stampo satirico

    Esculapio e Chirone in Fasti e Metamorfosi: tradizione mitologica e definizione del genere letterario

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    La profezia di Ociroe in Ov. met. II 640-54 riguarda il destino di Esculapio, punito da Giove per aver restituito la vita a un morto e poi perdonato, e sfiora quello di Chirone: restabat fatis aliquid (v. 655) infatti, ma il compiersi della metamorfosi impedisce alla profetessa di concludere. Il lettore è così invitato a completare la storia rivolgendosi a un altro testo, cioè i fasti, dove la vicenda della morte Chirone a causa della freccia avvelenata di Ercole è narrata per esteso nel V libro, vv. 379 ss., ma dove anche Esculapio è presente, VI 746 ss. Il confronto fra la versione elegiaca dei due episodi con i cenni a essi dedicati nel poema epico va a confermare la tesi di fondo di Ovids elegiache Erzaehlung di Richard Heinze, applicandola a due storie di catasterismo (un ambito cui Heinze non dedicava invece attenzione) e in un caso a un Weiterdichten interno all’opera ovidiana (la vicenda di Chirone non viene narrata in parallelo nei due poemi ma accennata nelle metamorfosi e completata estesamente nei fasti). In particolare, il motivo dei rapporti famigliari, spec. quello padre-figlio, va a improntare nei fasti i due episodi (Esculapio era figlio di Apollo e nipote di Giove; Chirone è esplicitamente una figura paterna per Achille): ottiene in questo modo evidenza il carattere patetico e sentimentale dell’eleeinon (in entrambi gli episodi è presente l’invocazione care pater) mentre all’opposto si riduce la componente del meraviglioso legata al ‘lieto fine’ del catasterismo: in un poema che pure si prefigge di cantare gli astra, il nucleo narrativo non è costituito dal miracolo in cielo ma dai patimenti terreni che vi hanno preluso

    La lima e il testo da Ovidio a Marziale : poetica e comunicazione

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    In the poetic texts from the Imperial age (from exiled Ovid to Martial and Statius) the metaphor of poetic lima undergoes a deep transformation: the lima is no longer in the hands of the poet, who polishes his verses for years and years, but (often) in those of a cultivated patron, requested by the author to correct the book before publication. In the Flavian age the lima is then placed within the complex communication system of literary patronage, where it becomes an element of homage and compliment. However, the metaphor never loses its original poetological meaning: both Martial and Statius use it differently, in relation to themselves and in relation to intellectual patrons, thus subtly reaffirming their own different and higher commitment to literature

    I fasti, l’Eneide e il Lazio primitivo: l’esempio di Giano

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    L’intervista al dio Giano, la prima con una divinità informante, risulta, come si sa, programmatica di più aspetti del poema calendariale. L’analisi del serrato dialogo intertestuale che si stabilisce fra i vv. 235-54 di fasti 1 e i vv. 314-27 e 355-8 di Eneide 8 (durante la passeggiata di Enea ed Evandro) dimostra che questo importante episodio anticipa, fra l’altro, numerose tecniche di ripresa e variazione dell’Eneide poi presenti nel corso del poema: memoria incipitaria, correzione di dati antiquari, Weiterdichten. Il rapporto dei fasti con l’epos virgiliano assume una dimensione sia letteraria (insieme di omaggio e di dialogo fra generi diversi) che antiquaria (di correzione e razionalizzazione di singoli dettagli). Nel concedere spazio a Giano, l’Ovidio dei fasti colma una casella lasciata quasi del tutto in bianco dall’Eneide, sviluppando alla sua maniera uno spunto contenuto molto in sintesi, e non senza ambiguità, nel testo virgiliano: Giano narra ora la propria verità, cogliendo quell’occasione per esprimersi che il genere epico (l’Eneide ma, si badi, anche le ovidiane metamorfosi) gli aveva negato. La presenza forte del dio bifronte nel Lazio primitivo va a oscurare, ma non a cancellare, il ruolo assunto in Virgilio da Saturno: operazione mossa prima di tutto dal dialogo con la tradizione letteraria, ma che di fatto finisce col complicare, e quindi col mettere potenzialmente in discussione, la più lineare facies dell’Ur-Latium presentata dall’Eneide

    Il socialismo e la storia. Studi per Stefano Merli

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    Il volume raccoglie numerosi studi e testimonianze in ricordo di Stefano Merli toccando aspetti diversi e significativi della sua figura di studioso, del suo contributo alla creazione di strumenti di lavoro (riviste, centri, gruppi di studio), della sua partecipazione a importanti istituzioni di ricerca e a esperienze collettive di elaborazione e di confronto culturale

    Cenabis belle : rappresentazione e struttura negli inviti a cena di Marziale

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    Una disamina degli epigrammi lunghi di Marziale dedicati al motivo dell’invito a cena viene finalizzata a riconsiderare la questione della loro riconoscibilità di genere. Dopo una breve rassegna della tradizione della vocatio ad cenam (da Catullo 13 all’epigramma di Filodemo per Pisone ai componimenti oraziani), si analizzano gli epigrammi V 78, X 48, X 52. Rispetto ai precedenti inviti a cena poetici, i testi di Marziale si differenziano per l’attenzione concreta e specifica al dettaglio delle vivande che saranno servite: un dato che trova confronti significativi nella satira romana fin da Lucilio. Sulla traccia del componimento di invito e della sua struttura tripartita (invito/menu/intrattenimento), Marziale innesta il dato ‘satirico’ e concreto di un’ampia lista di cibi: in questo modo ribadisce la scelta realistica e il legame privilegiato del suo epigramma con la satira ma, al tempo stesso, senza uscire dalla tradizione minore dell’invito a cena, il cui schema rimane ben riconoscibile. Trova conferma la tesi più generale che i componimenti lunghi di Marziale mantengono una chiara ‘dominante’ epigrammatica, evidente in dati di struttura quali la Ringkomposition o la battuta finale o, come nel caso qui esaminato, lo schema espositivo

    Fra erudizione e tradizione letteraria: nota a Ovidio, fasti 5, 646

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    L’analisi prende le mosse dal v. 645 del libro V dei fasti: Albula, si memini, tunc mihi nomen erat. Sono parole del Tevere in relazione al nome che portava al tempo dell’arrivo di Ercole sulle sue rive. L’inciso si memini è stato inteso come un segnale di ironia e di non affidabilità dell’informante, un vecchio che non ricorda nemmeno il proprio nome. Si tratta invece di un segnale della tensione, presente in più casi nel poema ovidiano, fra esemplarità del modello virgiliano e serietà della tradizione erudita. Il segmento in esame presenta una fitta rete di rimandi all’Eneide, specialmente all’episodio del dio Tiberino che apre il libro VIII, ma se ne distacca quanto al dato specifico della paronomasia del fiume. Secondo la tradizione storico-annalistica l’Albula prende il nome di Tevere all’epoca dei re Albani, a seguito dell’annegamento del re Tiberino nelle sue acque, mentre secondo l’Eneide ciò accade in età molto più antica (il fiume di Enea è già Thybris). L’episodio ovidiano si collega al dettato e alle suggestioni poetiche del testo virgiliano ma prende posizione sulla questione della paronomasia del fiume (questione aperta, come attesta Varrone, ling. V 30) andando a correggere su questo punto la versione dell’Eneide. Il si memini dell’informante assume perciò natura di segnale metaletterario: Tiberino sta ‘ricordando’ il suo passato, cui l’Eneide dà forma e visibilità esemplari, ma in questo dettaglio se ne stacca aderendo invece alla tradizione attestata da Livio, Dionigi, Festo. Il nome Albula, con la sua terminazione di diminutivo, ben si addice al contesto umile e pastorale del Lazio delle origini e al tono medio dell’elegia che lo inscena: proprio in un episodio per tanti aspetti debitore a Virgilio, Ovidio dichiara sia la propria indipendenza che il carattere specifico dell’elegia eziologia a fronte del diverso afflato e delle licenze del poema epico
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