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    Il "carnaval des dieux." Orphée aux enfers di Jacques Offenbach

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    L'offerta spettacolare parigina nell'età del Secondo Impero comprende generi cosiddetti di intrattenimento, fra cui l'opérette, un tipo di teatro musicale che deve la sua gloria al compositore Jacques Offenbach. In particolare, la drammaturgia offenbachiane, sia nella partitura che nel libretto, utilizza spesso la parodia: la corte imperale di Napoleone III e lo stile di vita borghese sono ritratti e criticati burlescamente ricorrendo al travestimento mitologico. Orphée aux enfers, uno dei capolavori di Offenbach, mette in scena il dionisiaco, in opposizione alle regole del moralismo borghese e rovescia la tradizione mitologica, utilizzata dall'opinione pubblica in chiave conservatrice, e demistifica così la sacralità del matrimonio ( e dunque l'impeccabilità morale di Euridice) facendone una scatenata e rivoluzionaria baccante

    La luce de la gran Costanza: letteratura, storia e mito tra Pietro da Eboli, Dante e Boccaccio

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    «Quest’è la luce de la gran Costanza / che del secondo vento di Soave / generò ‘l terzo e l’ultima possanza». Sono i versi con cui Dante, nel III canto del Paradiso (vv. 118-120), presenta Costanza d’Altavilla. Ci troviamo nell’ultimo cielo, quello della Luna, dove si trovano gli “spiriti difettivi”, che hanno il grado più basso di beatitudine, perché i loro voti furono non adempiuti o trascurati in parte. A parlare è Piccarda Donati, la quale indica un’anima splendente alla sua destra, che ha vissuto la sua stessa esperienza: anch’ella fu suora e le fu tolto forzatamente il velo, pur se in seguito rimase in cuore fedele alla regola monastica. È l’imperatrice Costanza d’Altavilla, che dall’imperatore Enrico VI (secondo vento di Soave) generò Federico II di Svevia (‘l terzo e l’ultima possanza). Costanza, figlia del normanno Ruggero II d’Altavilla, il primo re di Sicilia, nacque nel 1154, poco dopo la morte del padre. Trascorse l’infanzia a Palermo e, prima di sposare l’imperatore Enrico VI, rimase molto a lungo nubile, fino a 32 anni, un’età, per l’epoca, davvero avanzata. Generò, poi, il suo unico figlio, il futuro imperatore Federico II, quando era già quarantenne, anche se alcune fonti le accrebbero gli anni fino a 55 e oltre. È possibile che proprio da queste radici sia maturata la voce della monacazione di Costanza, resa immortale dai versi danteschi, dai suoi commentatori più antichi, da Boccaccio, dal cronista Giovanni Villani. Soprattutto quando cominciarono i contrasti più accesi tra Federico II e il fronte composto da papato e Comuni, si andò poi diffondendo sempre più anche la voce che Costanza avesse simulato il parto, perché era troppo anziana per avere un figlio. Fu per contrastare tale diceria che se ne inventò un’altra, ancora più fantasiosa, cioè che il parto era avvenuto sulla pubblica piazza, sotto una tenda, perché tutta una comunità potesse essere chiamata a testimoniare l’effettualità dell’evento. Ecco, tra letteratura, storia e mito, questa è la vicenda di Costanza d’Altavilla, una monaca imperatrice che generò in tarda età un figlio destinato a mutare la storia del mondo. Una donna destinata a vivere di luce riflessa: quella di Dio, nel paradisiaco cielo della Luna, e quella del figlio, il grande Federico II di Svevia, che protesse fino alla fine, come solo una madre può fare

    Servius altiloqui retegens archana Maronis.

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    La lettura dei testi dei commentatori tardoantichi, che non esercita suggestioni emotive o appassionate nel lettore risulta però importante per capire quale tipologia di insegnamento si praticava nella scuola coeva e, nel caso del commento a Virgilio, come veniva interpretato il testo virgiliano che sappiamo essere stato un classico già subito dopo la morte del poeta

    Tra Oriente e Occidente. Metamorfosi di Ovidio in "Oppio per Ovidio" di Yoko Tawada

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    Con "Oppio per Ovidio. Un libro del cuscino di 22 donne" (2000) la scrittrice tedesco-giapponese Yoko Tawada opera una inconsueta ripresa delle Metamorfosi di Ovidio nella Amburgo del XXI secolo realizzando un singolare connubio tra motivi provenienti da Ovidio e quelli derivati da un testo giapponese del X secolo, le Note del guanciale della dama di corte Sei Shōnagon. Trasferendo le figure antiche, in alcuni casi veri e propri relitti mitologici, nell’Amburgo contemporanea, la scrittrice conferisce al mito una nuova forza poetologica che non sta tanto nel ridelinearne forme e contorni, quanto nel permanente potere metamorfico messo in azione
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