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    Musulmane e moderne. Spunti di riflessione su donne, islam e costruzioni sociali della modernità in Europa

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    Raffigurazioni delle donne musulmane in termini degradanti, quali vittime oppresse dal dominio maschile, sottomesse a una tradizione religiosa considerata retrograda e inconciliabile con la modernità emergono con forza nel dibattito pubblico europeo dove il corpo femminile appare spesso trasformato in una sorta di corpo emblema di un discorso politico più ampio che alimenta forme di misconoscimento e dispositivi di nemicizzazione dell’altro/a. Eppure, la maggiore visibilità delle donne musulmane nello spazio pubblico– evidenziata dal ritorno di simboli come il velo a cui viene attribuito un significato sempre più polisemico - e il loro crescente protagonismo in chiave emancipatoria costituiscono una sfida alla logica irriducibile dell’aut/aut – o musulmane o europee – e un tentativo di perseguire piuttosto una logica relazionale orientata a mettere in luce le dinamiche di sincretismo e di ibridazione che sottendono le culture e le identità. Questa sfida sembra realizzarsi soprattutto all’interno degli spazi della quotidianità, in quei luoghi fisici e simbolici in cui la presenza dell’altro/a viene continuamente dotata di senso e dove è forse possibile addomesticare quelle differenze reificate ed essenzializzate prodotte a livello pubblico

    Muslim Women in Europe in the Shadow of Islamophobia and Post-Colonial Past

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    During the past 20 years, gender and sexuality have started to play a crucial role within debates on migration and integration in multicultural societies. Thanks to the feminist thought and, in particular, the intersectionality approach and postcolonial studies, we have made significant steps in understanding how categories such as gender, class, race, ethnicity, religion play a role in shaping lived experiences. This has contributed to overcome essentialised images of “women”, mostly based on the experience of white, Western, middle-class women, while fostering critical accounts of the variety of women’s experiences, practices, and discourses. Muslim women, with their bodily/symbolic evidence, play a crucial role within debates where the issues of religious signs and gender equality have become emblematic political nodes of the tensions between Islam and European political cultures, the West and the 'Rest'. The legacy of what has been called a deeply rooted “colonial unconscious” produced by a colonial past which, in some European countries, has never been fully elaborated, clearly emerges in some misconceptions, representations and practices addressing Muslim women in Europe who are still among the main targets of Islamophobic practices and assaults. The rhetoric of the “clash of civilizations” is one of the well-known result of this, but we should also consider the strong sexist component of a well-rooted colonial racism that is still widespread in our society and strongly influences the way we think about and represent immigrant women in general, and, in particular, Muslim women living in Europe

    Migrazioni, memorie, autonarrazioni:la politica della voce dinanzi all’orrore mediterraneo

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    Partendo dal percorso di ricerca dell’Autrice nel campo delle migrazioni cosiddette ‘irregolari’ attraverso il Mediterraneo, delle nuove declinazioni del razzismo e del pregiudizio in Europa, soprattutto a partire dall’11/9, e delle espressioni concrete della violenza razzista nelle sfere della quotidianità, soprattutto da una prospettiva di genere, il contributo intende riflettere sui meccanismi di produzione sociale dell’indifferenza che hanno acquisito crescente visibilità soprattutto negli anni della cosiddetta ‘crisi migratoria’ in Europa. Anni caratterizzati da un clima di insensibilità collettiva dilagante e di anestesia culturale generalizzata nei confronti dello spettacolo dell’orrore che si va consumando in misura crescente lungo le aree di confine, dove retorica umanitaria e discorso sicuritario sono divenuti nuovamente le parole-chiave attorno a cui sembra ancora declinarsi il discorso pubblico odierno sulle migrazioni. Esperienze di ricerca partecipativa realizzate sempre più frequentemente anche in Italia e di produzione di sapere critico assieme ai migranti stessi – come ad esempio quelle riconducibili all’Archivio delle Memorie Migranti – volte ad affrancare la narrazione dell’esperienza migrante dalla maglie rigide della burocratizzazione e della medicalizzazione, hanno contribuito in questi anni a far emergere narrazioni svincolate da logiche di riconoscimento istituzionalizzate, favorite dall’adozione di pratiche di ascolto e forme di auto narrazione – in un’espressione una ‘politica della voce’ – volte a rendere l’esperienza, spesso profondamente traumatica, di queste migrazioni un patrimonio collettivo condiviso. L’intervento cercherà di riflettere sulle conseguenze di una scelta metodologica e politica di questo tipo, dal momento che la pratica concreta di una politica della voce significa non soltanto creare contesti in cui individui solitamente tacitati o forzatamente tenuti silenti possano prendere la parola in prima persona. Ma significa anche interrogarci sulla nostra capacità di ascoltare storie che si misurano con le dimensioni dell’indicibile e dell’orrore

    The use of violence by organized crime. A socio-economic analysis of Camorra clans in Campania, Programma STAR-Linea1-2014

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    The use or even the threat of the use of violence is one of the resources used by organized crime in order to maintain power and competitiveness of its businesses, strengthen its reputation, and impose territorial control. This project carries out an in-depth and systematic analysis on the use of violence by Camorra clans – responsible for almost half of all mafia homicides documented in Italy during the past 30 years – in four different areas of Campania, through the tools of sociological, economic and socio-historical research
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