1,721,089 research outputs found

    Cristina Comencini, in Storie in divenire: le donne del cinema italiano, a cura di L. Cardone, C. Jandelli, C. Tognolotti

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    Il profilo della regista Cristina Comencini richiesto dalle curatrici del volume monografico è affrontato con un taglio critico-interpretativo originale che mette in luce la particolare poetica dell’autrice e il suo sguardo sempre rivolto ad analizzare, attraverso i personaggi femminili, nodi importanti dell’italianità

    In/Off: Vitti e l’autorialità d’attrice in Scandalo segreto (1989)

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    In 1989, Monica Vitti made her directorial film debut with Scandalo segreto. This essay aims to reconstruct the authorial approach of Vitti throughout her career and especially in the eighties. As the article illustrates, her performances and interpretations through different works and media, including television, reveal the figure of an actress in search of “personagge”, specific characters who can deliver women from stereotypical roles imposed by a patriarchal society. Her acting is further refined to produce figures of complex women, who are not crushed in melodrama

    La bellezza di Sophia. C’era una volta... tra divismo e realtà

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    L'articolo analizza il difficile processo creativo che ha portato alla realizzazione di "C'era una volta" (1967), film voluto da Francesco Rosi e ispirato ad alcune situazioni narrative presenti in "Lo cunti de li cunti" di G.B. Basile. L'attento studio dei materiali d'archivio presenti nel Fondo Rosi conservato presso la Biblioteca Mario Gromo di Torino dimostra come il regista si trovò a dover rivedere il progetto per assecondare le richieste del produttore Carlo Ponti e per gestire la presenza di una star internazionale come Sophia Loren. L'evoluzione del progetto dal soggetto al film (passando per il trattamento e la sceneggiatura) consentono di rintracciare proprio nella bellezza della Loren, la cui figura viene spogliata del glamour hollywoodiano di recente vestito, il luogo di mediazione tra le istanze di realismo e politiche di Rosi e quelle spettacolari e produttive di Ponti

    Bionda con libro. Appunti sull’iconografia di Marilyn che legge, in Dossier Miti d'oggi. L'immagine di Marilyn, a cura di Giulia Carluccio e Mariapaola Pierini

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    Il saggio analizza minuziosamente un aspetto ancora poco indagato dell'iconografia pubblica di Marilyn Monroe, cioè le numerosissime fotografie che la ritraggono intenta a leggere. La scelta dei titoli, le pose, le espressioni, i dettagli delle scenografie: nulla è lasciato al caso in questa costruzione di un'immagine divistica che Marilyn ha cercato strenuamente di perseguire, benché i meccanismi dello star system abbiano finito per costringerla in altri ruoli e stereotipi. Il saggio si muove su piani molteplici: la ricostruzione dell'ìconografia tradizionale della lettrice, la lettura attenta delle immagini e la ricostruzione di un capitolo complesso di storia culturale, in cui il profilo di uno dei grandi miti del Novecento si arricchisce di nuove suggestioni

    Agnès Varda: Les plages d'Agnès

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    La monografia, articolata in cinque capitoli, offre un'analisi approfondita del film Les plages d'Agnès (2008), documentario autobiografico e d'arte realizzato dalla regista francese Agnès Varda sulla soglia dei suoi ottant'anni. Il libro è una guida ad attraversare il cinema e la produzione audio-visuale di Varda, di cui il film stesso offre una summa. Ma offre anche un ricco percorso nella storia del cinema e della sue forme dalla seconda metà del Novecento al digitale, tra fotografia, immagine in movimento e storia delle arti

    Corti viaggi sentimentali con Agnès Varda

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    Nella forma breve, tra il film saggio e l’elaborazione poetica, dei cortometraggi realizzati da Agnès Varda, ritroviamo un dialogo con la collettività degli spettatori a partire da uno sguardo che rintraccia quanto si nasconde dietro il visibile, mettendo a nudo, per sovvertirli, i meccanismi di una rappresentazione di tipo mimetico e spesso stereotipata. Seguendo la lezione delle avanguardie, Varda osserva per rovesciare l’ottica, filtra soggettivamente la realtà per rendere la sua esperienza d’artista un’esperienza collettiva e usa spesso la sua voce per guidare lo spettatore in una visione emotiva e critica insieme, che potremmo anche definire, sulla scia di ormai antichi umoristi, sentimentale. In particolare, si propone qui l’analisi di Les dites cariatides (1984) e di Elsa la rose (1966), accomunati dal fatto che in essi una certa idea della donna (in architettura, in amore, in poesia, ma anche nella società) viene indagata e sottoposta a una visione insolita e straniata. Un percorso nella città, nel primo caso, che le riflessioni di Giuliana Bruno sul site-seeing come dispiegamento aptico della prassi e della visione cinematografica aiutano a comprendere in tutta la sua complessità. La messa in discussione, nel secondo, dello schema occidentale del rapporto tra il poeta e la sua musa, in cui l’eterno femminino sorregge l’ideale di sé maschile e la realtà della donna scompare dentro l’immagine poetica

    Di madre in figlia, in Italia, cinema di famiglie. Storia, generi, modelli, a cura di Luca Malavasi

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    Dagli anni Trenta ai nostri anni Duemila: com’è cambiata la rappresentazione del rapporto tra madre e figlia nel cinema italiano? Cosa “tramanda” una madre ad una figlia e come si relaziona la figlia con il lascito di una vita fatta troppo spesso di negazione e di obbedienza al patriarcato? Ricostruendo alcune tappe significative nell’evoluzione del concetto di maternità e della sua elaborazione simbolica, l’articolo propone l’analisi di un corpus scelto di film, che vanno dalla commedia del periodo fascista, in cui il rapporto madre-figlia sembra davvero assente dall’orizzonte cinematografico italiano, al ritratto materno che Alina Marazzi ci restituisce con dolore in Un’ora sola ti vorrei (2002)

    Amore e rappresentazione in Légami! di Pedro Almodóvar

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    Pensato e scritto per il numero monografico Amore/Love della rivista «Fata Morgana», l’articolo propone l’analisi della scena d’amore e di sesso tra Ricky e Marina, i protagonisti di ¡Átame! (Legami!) di Pedro Almodóvar (1990). Una scena significativamente condannata dai censori nel contesto distributivo statunitense che ci aiuta a riflettere – come forse tutto il lavoro del regista spagnolo – sulle molteplici implicazioni della presenza dell’amore nel cinema. Innanzitutto, il modo in cui la scena è preparata dalle sequenze precedenti consente di evidenziare come spesso la sensibilità contemporanea di Almodóvar implichi, nell’affrontare “l’amore nel cinema”, uno scavalcamento dei confini tra melodramma e commedia. Un superamento che nel suo cinema diventa necessario per proporre una riflessione su di un tipo di amore, fuori o dentro la coppia, che non risponde ai canoni della “normalità” e che può assumere, reagendo al discorso sulla sessualità proprio dell’occidente borghese, un valore quasi utopico. In secondo luogo, l’immagine prismatica che riflette l’intreccio dei corpi dei due protagonisti mentre si amano, consente una riflessione più ampia sulla natura della rappresentazione cinematografica tout court (“l’amore per il cinema”) e sembra dirci che, malgrado l’utilizzo di un mezzo che appartiene in pieno all’epoca della riproducibilità tecnica, ogni creazione è una riproduzione (come quella dell’essere umano?) non meccanica e sempre e comunque originale

    Al cinema con Proust

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    Dalla metà degli anni sessanta in poi, la sfida posta al cinema dal capolavoro di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto è stata raccolta da personalità artistiche quali Ennio Flaiano, Harold Pinter, Luchino Visconti e Joseph Losey: l’avventuroso progetto produttivo che li ha visti protagonisti ha avuto termine solo nel 1984 con Un amour de Swann di Volker Schlöndorff. Bisogna però attendere la fine del secolo scorso perché i film di Raoul Ruiz (Le temps retrouvé, 1999) e Chantal Akerman (La captive, 2000) trasferiscano al cinema gli elementi più profondi dell’opera proustiana, senza perderne né sottigliezza né impatto poetico. Un più diffuso ‘effetto Proust’ è stato del resto tanto incisivo e duraturo da spingere un regista raffinato come Fabio Carpi oppure artisti dell’avanguardia contemporanea come Jon Jost e Percy Adlon a misurarsi, secondo modi di lettura differenti, con un classico della letteratura del Novecento la cui vitalità appare inesausta. Al cinema con Proust, incrociando gli strumenti della comparatistica con i metodi dell’analisi del film, propone uno studio storico e teorico sulla capacità del cinema di confrontarsi con la Recherche e di assorbirne la lezione narrativa ed estetica

    Tradire Proust? Un progetto cinematografico quasi ventennale, speciale Estetica dello smacco. Forme dell’incompiuto cinematografico, a cura di Nicola Dusi

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    L’articolo analizza il progetto di una Recherche cinematografica perseguito per quasi un ventennio dalla produttrice francese Nicole Stéphane. Così, si propongono l’attraversamento e l’analisi dei lavori di sceneggiatura ideati da Ennio Flaiano, Harold Pinter e Suso Cecchi D’Amico con Luchino Visconti
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