1,721,241 research outputs found
Informazione, disinformazione e altre parole: uno strumento bibliografico per un dibattito internazionale
A partire dall'indagine del fenomeno delle fake news e della disinformazione rispetto all’ambito biblioteconomico si è sviluppato un glossario sulla disinformazione dal punto di vista delle discipline del libro e del documento, che propone una sintesi del dibattito corrente, muovendosi tra lingua italiana e inglese, tra prestiti e falsi amici. Contiene circa 90 voci. Pensato per la comunità degli studiosi e dei professionisti nel campo delle culture documentarie, il glossario può servire a promuovere il contributo che la comunità LIS può offrire ad altre discipline.
Si ritrovano i punti di vista filosofico, politico, sociale, sociologico, psicologico o tecnico-informatico intorno all’informazione digitale, ma il focus principale è sulle discipline del libro e del documento, che da sempre compilano strumenti (bibliografie, cataloghi, ecc.) per organizzare l'informazione documentale.
Le direttrici sono le due missioni della professione bibliotecaria, ovvero curare le raccolte dei documenti, indipendentemente dal formato, mettendoli in relazione tra di loro; garantire alle comunità servite l’accesso alle raccolte, anche attraverso l’information literacy;
Le scelte dei lemmi sono compiute dal punto di vista di una bibliotecaria con formazione linguistica.
Ciascuna voce si articola in quattro sezioni:
1. verifica della presenza sui dizionari linguistici selezionati (in italiano e inglese);
2. sintesi della definizione, commenti sulle eventuali discrepanze tra le fonti; se rilevanti, nascita e datazione dei termini; differenze morfologiche e semantiche tra le due lingue; osservazioni sui prestiti linguistici.
3. discussione dalla letteratura accademica o professionale, dai documenti delle istituzioni e delle associazioni, da diversi punti di vista disciplinari (scienze sociali, scienze cognitive e della comunicazione, scienza dell’informazione).
4. precisazioni sul punto di vista della comunità professionale dei bibliotecari
Identità, percezione e stereotipo: analisi della figura del bibliotecario italiano
L’intero progetto di ricerca è nato a partire da una riflessione intorno al mancato riconoscimento sociale, economico e giuridico della professione bibliotecaria. Conseguentemente ci si è chiesti se questo scarso riconoscimento nei confronti della professione potesse essere concausa di due fenomeni che affliggono le biblioteche italiane: lo scarso utilizzo dei servizi bibliotecari e i finanziamenti esigui ad essa destinati. Nell’anno 2021 gli utenti iscritti che hanno usufruito di almeno un servizio bibliotecario sono stati circa il 7,5% della popolazione (4,4 milioni di persone su 59 milioni) , dato in profonda decrescita rispetto al 2019 dove gli utenti attivi erano intorno al 13% (7,8 milioni di utenti attivi) . Nel 2022 torna a crescere la percentuale di coloro che hanno fruito delle biblioteche (10,2% della popolazione), ma rimane tuttavia preoccupante il fatto che «rispetto al 2019, nel 2022 le prevalenze sono diminuite particolarmente per i giovani e i giovanissimi di 6-24 anni». Questa domanda di ricerca ha inevitabilmente sollevato altre domande, tra cui in particolare: per quale motivo è così complesso dall’esterno comprendere le mansioni, le funzioni e il ruolo del bibliotecario? Come mai un generico utente che entra in biblioteca non ha una chiara idea di cosa debba aspettarsi, e pretendere, dal servizio bibliotecario? Per quale motivo sussiste uno stereotipo del bibliotecario così radicato nella communis opinio? Come mai la maggior parte degli studenti maturandi non sa che esistono dei percorsi universitari per diventare un bibliotecario, o non immagina che sia necessario seguire un percorso formativo specifico per diventarlo? La volontà di cercare di rispondere a queste domande, o per lo meno di provare a individuare delle possibili concause di questi fenomeni, è scaturita dalla convinzione profonda che la biblioteca possa realmente generare un impatto sulla società e nei territori di riferimento solo grazie alla presenza del bibliotecario. E con bibliotecario si intende bibliotecario formato e competente, non bibliotecario in quanto persona che lavora all’interno dell’istituzione biblioteca. Come verrà approfondito nel primo capitolo, queste domande sono sorte e sono state alimentate dall’attività di ricerca sul campo che ha avuto inizio con il progetto di tesi di diploma presso la Scuola di specializzazione in beni archivistici e librari della Sapienza Università di Roma, ed è continuata grazie alla partecipazione in qualità di ricercatrice a diverse indagini del Laboratorio di biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle biblioteche (BIBLAB) di Sapienza Università di Roma. Le diverse attività di ricerca hanno avuto, e hanno tuttora, obiettivi differenti, ma un comune denominatore: vedere nei bibliotecari italiani gli interlocutori privilegiati per comprendere il ruolo, la funzione, l’impatto, il futuro della professione e delle biblioteche nella contemporaneità. La maggior parte dei progetti ha previsto l’impiego degli strumenti propri della ricerca sociale, in particolar modo qualitativa ma in alcuni casi anche quantitativa. Attraverso le tecniche dell’intervista in profondità, del focus group e del questionario si è avuta la possibilità di confrontarsi direttamente con i professionisti delle biblioteche italiane, avendo sempre come volontà sottese, e non necessariamente esplicitate, le seguenti: comprendere chi è il bibliotecario oggi e quale è la sua funzione, immaginare chi sarà il bibliotecario domani e quale sarà la sua funzione
Entrepreneurship and the Process of Firm’s Entry, Survival and Growth
This survey paper aims at critically discussing the recent literature on firm formation and survival and the growth of new-born firms. The basic purpose is to single out the microeconomic entrepreneurial foundations of industrial dynamics (entry and exit) and to characterise the founder’s ex-ante features in terms of likely ex-post business performance. The main conclusion is that entry of new firms is heterogeneous with innovative entrepreneurs being found together with passive followers, over-optimist gamblers and even escapees from unemployment. Since founders are heterogeneous and may make “entry mistakes”, policy incentives should be highly selective, favouring nascent entrepreneurs endowed with progressive motivation and promising predictors of better business performance. This would lead to the least distortion in the post-entry market selection of efficient entrepreneurs
Comment to the employment impact of globalization in developing countries by Sanjaya Lall
The role of subsidies in promoting Italian joint ventures in least developed and transition economies
This paper analyses the impact of subsidies for the promotion of Italian joint ventures (JVs) aimed at LDCs and transition economies. The empirical analysis is carried out on a unique dataset of 172 JVs interviewed during 1998 by means of a closed-answer qualitative-quantitative questionnaire. The main finding of the study is that, although there is a significant deadweight component in incentive policy, the subsidized firms are significantly more likely to grow. Moreover, the JVs comprising new firms (which need to grow to survive) also have a higher employment performance than average, as do the (labour intensive) JVs motivated by the search for lower labour costs, and the JVs in east European countries
The digital curator between continuity and change: developing a training course at the University of Turin
Cambiamento tecnologico ed organizzativo come determinanti dello skill-bias: quali evidenze nel manifatturiero italiano?
I mercati del lavoro in cui gli skills sono importanti non raggiungono facilmente l'equilibrio. Spesso la domanda di skilled workers è superiore all'offerta, inducendo un aumento del loro potere contrattuale; in senso opposto, la domanda di unskilled workers tende a contrarsi rispetto alla loro disponibilità, determinando così disoccupazione nelle categorie meno qualificate e provocando una diminuzione della remunerazione salariale. Le peculiarità di ciascuna economia e la struttura del mercato del lavoro hanno generato dinamiche parzialmente differenti in termini di intensità del fenomeno, in relazione al prevalere dell'effetto occupazionale (upskilling del numero di lavoratori) sull'effetto salariale (aumento della dispersione dei salari) e con riguardo ai settori produttivi coinvolti. Secondo quest'interpretazione, gli elevati tassi di disoccupazione di alcuni paesi europei - con mercati del lavoro poco flessibili - sarebbero imputabili a temporanee frizioni proprio sul mercato del lavoro e riguarderebbero principalmente i lavoratori meno qualificati.
Il presente lavoro testa empiricamente per l'Italia due delle giustificazioni fornite dalla letteratura per spiegare questo trend: 1) l'ipotesi di una stretta complementarietà tra le nuove tecnologie ed i segmenti più qualificati della forza lavoro e, all'opposto, la tendenziale sostituibilità tra quste e il lavoro meno qualificato (SBTC: skill-biased technological change); 2) l'ipotesi che questa ricomposizione dell'occupazione a vantaggio del lavoro maggiormente qualificato sia dovuta principalmente al cambiamento organizzativo anziché a quello tecnologico (SBOC: skill-biased organizational change).
I risultati dell'analisi econometrica effettuata con l'impiego dello stimatore SUR (seemingly unrelated regression) evidenziano come per un campione di imprese manifatturiere italiane il principale fattore di stimolo dello skill-bias sia da ricercare nell'interazione tra cambiamento tecnologico e cambiamento organizzativo (SBTC + SBOC). La principale implicazione di policy suggerita da questi risultati è che, per ottenere una auspicabile ricomposizione dell'occupazione a favore del lavoro più qualificato e meglio retribuito, accanto al cambiamento tecnologico sia opportuno stimolare quelle modalità di cambiameto organizzativo rappresentate dall'adozione di pratiche di lavoro flessibili
- …
