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    Konstantin S. Mel'nikov e la costruzione di Mosca

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    Schede di I. Cepkunova, A. De Magistris,I. Kazus', Ju. Kosenkova, O. Macel, M. Meriggi, E. Nikulina, R. Nottrot,A. Scadrin, E. Steiner, A. Strigalev, Ju. Volco

    Learning from Varallo

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    Il saggio indaga il congegno compositivo del Sacromonte, illustrando il caso delle cappelle e dell complesso del Sacromonte di Varallo attraverso la lettura del rapporto tra pittura e tipo architettonico della chiesa a tramezzo e il suo traslato nel complesso sacromontano. Il saggio propone in conclusione l'esempio dell'interpretazione del tipo della cappella sacromontana in un'opera di Guido Canella. L'iconografia del saggio si avvale di disegni e modelli plastici realizzati per la mostra "Architettura del Sacromonte. Disegno e progetto" - Riserva Naturale Speciale del Sacromonte di Varallo, ottobre 2007; Scuola di Architettura Civile del Politecnico di Milano - aprile 2010

    Una disputa corporativa nella Milano di fine settecento : anziani versus sepoltori

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    Il variare delle modalità del controllo sulle inumazioni nella Milano del '700 attraverso la disputa tra due corporazioni chiamate a concorrere nelle operazioni

    Commissario di Stato ed intendenti nell'organizzazione militare della Lombardia Autriaca

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    Il problema dell’organizzazione dei supporti necessari agli eserciti, cioè la predisposizione di un’amministrazione in grado di farsi carico delle esigenze relative a paghe, sussistenze, alloggi e trasporti delle truppe che sempre più numerose presidiavano e percorrevano l’Europa, divenne nel corso dell’età moderna un affare di vitale importanza, che condizionava sia gli esiti delle campagne militari, sia i rapporti tra governanti e governati. La sua evoluzione nel corso del XVIII secolo da un lato seguì gli imperativi militari legati alla crescita delle dimensioni degli effettivi e alla ricerca di una maggiore efficienza, dall’altro fu l’esito di istanze di riforma più ampie degli assetti amministrativi statali. Il sistema di alloggio e assistenza all’esercito nello Stato di Milano all’arrivo delle truppe imperiali aveva come punto di riferimento essenziale la figura del commissario dello stato. Il commissario costituiva il cardine del controllo dei ceti locali sugli alloggiamenti degli eserciti e sulle spese militari. Era un esponente del governo patrizio milanese, un corpo intermedio tra il governo e il paese, che si interponeva tra le esigenze militari legate alla grande politica del sistema imperiale di cui Milano faceva parte e le comunità. La guerra di successione austriaca segnò una svolta nella storia dell’Austria e dei suoi domini, chiamati a contribuire stabilmente ai costi di mantenimento dell’esercito. Per quanto riguarda la Lombardia Austriaca a partire dal 1750 veniva meno ogni distinzione tra esercito di presidio dello stato ed esercito campale, e gli oneri militari divennero sempre più funzionali alle esigenze militari di tutto il complesso asburgico e sempre meno negoziabili. Il regio decreto del 9 luglio 1772 instaurò un nuovo piano militare: tutta l’amministrazione finanziaria dei contingenti assegnati alla Lombardia fu riservata al consiglio aulico di guerra, senza alcun obbligo per quest’ultimo di comunicare al governo milanese la destinazione dei fondi stanziati ogni anno dalla regia camera. I compiti del commissario dello stato rimasero ristretti alle occorrenze di assistenza alle comunità e alla truppa per l’organizzazione dei quartieri, delle caserme, delle marce, e per le fazioni militari sostenute dalle comunità. In sostanza la carica era ormai svuotata delle valenze di autonomia giudiziaria ed equitativa tipiche delle magistrature patrizie, per divenire un ufficio esecutivo dell’amministrazione fiscale. Dal 1780 la definizione di quote fisse per il rimborso delle comunità alloggianti tolse ulteriore spazio alla conflittualità fra civili e militari, rendendo inutile una apposita istituzione con funzione conciliativa tra le parti. Il rapporto fra truppa e comunità si trasferiva su un piano meramente amministrativo, e quindi potevano essere i semplici cancellieri del censo a farsi rilasciare le attestazioni relative al numero dei contingenti che vi avevano alloggiato, e poi le province avrebbero richiesto i relativi rimborsi sulla base delle tabelle approvate una volta per tutte. Nel 1786 con l’istituzione del consiglio di governo e la creazione degli intendenti politici provinciali il commissario dello stato fu soppresso. Le funzioni da esso svolte furono aggregate alle intendenze politiche provinciali. In sostanza i cancellieri delle comunità da allora in poi avrebbero inviato all’intendente politico provinciale le note delle fazioni sostenute; passava cioè all’intendente il compito di regolare i rapporti con le autorità militari. La questione degli alloggiamenti dei soldati nella sua dimensione amministrativa era così definitivamente separata dai veri e propri affari militari, ed attribuita alle autorità provinciali; esse non potevano avere però alcuna ingerenza nelle decisioni eminentemente militari, né operare con discrezionalità; dimensione, dislocazione e spostamento di truppe e viveri erano di competenza delle autorità militari dipendenti dal consiglio aulico di guerra, in cui non potevano immischiarsi le autorità lombarde. In età leopoldina un decreto di abolizione delle intendenze parve ricondurre tutto al precedente sistema. Se questi e analoghi decreti di Leopoldo II parvero interpretare l’idea del sovrano di costituire un’articolazione provinciale con cui restituire un ruolo ai ceti locali, nell’intento di dare spazio alla partecipazione dei sudditi attraverso forme di decentramento, nella Lombardia Austriaca questo suonava come un ritorno ad un passato ormai tramontato di negoziazione tra sovrano e ceto patrizio in materia fiscale. Infatti di segno diverso era stato il tentativo di costituzione toscana, che doveva essere fondata su una rappresentanza dei possidenti, non su un reintegro dei ceti privilegiati cittadini in ruoli di governo

    La costruzione della pace e di una società internazionale nell'Europa moderna fra jus gentium e cosmopolitismo (secoli 17.-18.)

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    Crollato il mito dell''Impero, esauritasi, sia pure lentamente, la concezione della Respublica Christiana, verso la fine del Seicento la società europea attraversa un periodo di transizione e di squilibrio - quando non di vera e propria crisi ampiamente avvertita - caratterizzato da molteplici fattori: 1. l’ampliamento dello spazio geografico con il reinserimento dell''Europa danubiana (1683-1739) da un lato e con la comparsa - nel 1709 - della Russia sulla scena europea (ancora al suono del cannone) dall''altro. Tali eventi comportarono la necessità di una accettazione e comprensione del fenomeno e di una spettacolare riorganizzazione, come ha sottolineato L. Bély - che ha segnato il passaggio «dalla piccola Europa alla grande Europa»; 2. il definitivo consolidamento del processo di atlantizzazione, con spostamento irreversibile del suo baricentro; 3. l’ampliamento su basi mondiali del quadro dei conflitti, attuatosi durante la guerra di Successione spagnola e sancito dai suoi esiti, recepiti ufficialmente nei relativi trattati di pace per quanto concerne i contenuti di carattere coloniale; 4. l’allargamento dell''oggetto, dei contenuti delle relazioni internazionali.(a causa del sempre crescente peso assunto dagli interessi commerciali e marittimi degli Stati) che ne complicarono la natura e ne condizionarono sempre di più direttive e sviluppi; 5. l’affermazione e il consolidamento del ruolo delle potenze marittime e le loro rivendicazioni in difesa delle "libertà dell''Europa"; 6. l’evoluzione dalla "guerra totale" alla "guerra controllata", a partire dalla metà del Seicento, con una tendenza lenta ma decisiva verso la istituzionalizzazione dei conflitti e la canalizzazione della violenza; 7. la codificazione della politica dell''equilibrio con il trattato di Utrecht (1713): «ad firmandam stabilendamque pacem ac tranquillitatem christiani orbis, justo potentiae equilibrio». Modificando sostanzialmente il quadro delle conoscenze e delle concezioni tradizionali su ciò che fino ad allora si era stati soliti chiamare Europa, questa serie di cambiamenti determinò una iniziale situazione di difficoltà e di disorientamento che diede il via a un duplice processo - di riflessione teorica e di progettazione politica - sviluppatosi lungo tutto il secolo in un singolare, inscindibile intreccio problematico e, talvolta, polemico di straordinario interesse - per la ricchezza di implicazioni e di spunti in esso contenuti - dal quale non si può prescindere allorché si affronta l''esame delle concezioni dell''Europa politica nel secolo XVIII. Ne conseguì, infatti, in primo luogo l''esigenza di trovare elementi di identificazione nuovi o, comunque, in gran parte diversi rispetto a quelli dei secoli precedenti: occorreva individuare quegli elementi di coesione (non sempre chiaramente visibili, ancorché generalmente avvertiti) che potevano fornire una valida chiave di comprensione del fenomeno Europa nel nuovo contesto delineatosi
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