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Paul Ludwig Landsberg, Scritti Filosofici. Prima edizione assoluta delle opere e traduzione in italiano a cura di Marco Bucarelli. Vol I. Gli anni dell'esilio (1934-1944)
PRIMA EDIZIONE INTEGRALE E CRITICA DEGLI SCRITTI DEL FILOSOFO TEDESCO PAUL LUDWIG LANDSBERG. IL VOLUME, PRIMO DI UNA SERIE, RACCOGLIE SCRITTI EDITI E INEDITI REALATIVI AGLI ANNI DELL'ESILIO (1934-1944) E FORNISCE UNA RICOSTRUZIONE DELL'ITINERARIO SPECULATIVO ED UMANO DI LANDSBERG, PREMATURAMENTE MORTO NEI CAMPI DI STERMINIO TEDESCHI. ALLIEVO DI SCHELER E AUTORE DI FONDAMENTALI CONTRIBUTI FONDATIVI LA MODERNA ANTROPOLOGIA FILOSOFICA, RAPPRESENTA UN PUNTO DI INCONTRO TRA FENOMENOLOGIA, PERSONALISMO E TEORIA CRITICA DELLA SOCIETA'. LA FILOSOFIA E' CONCEPITA DA LANDSBERG ESSENZIALMENTE COME "REDUPLICAZIONE DELLA VITA" E L'AVVENIMENTO COME FONTE ORIGINARIA DELLA RIFLESSIONE, "L'ATTO DELLA RICERCA DELLA VERITA' CHE TRASFORMA GLI AVVENIMENTI DELLA VITA IN ESPERIENZE" IL VOLUME LA CUI PREFAZIONE E' STATA SCRITTA DA GIULIO ANDREOTTI, E' CORREDATO DA UN AMPIO SAGGIO INTRODUTTIVO DI 170 PAGINE DI MARCO BUCARELLI E DA UNA NOTA BIBLIOGRAFICA CHE RAPPRESENTA LA PIU' COMPLETA RICERCA SULL'AUTOR
Saggio sull'esperienza della morte
TRADUZIONE ED EDIZIONE CRITICA DEL SAGGIO DI LANDSBERG NELLE SUE DIVERSE E SUCCESSIVE EDIZIONI IN TEDESCO, SPAGNOLO (CASTIGLIANO) E FRANCES
Nota bibliografica
La nota ha rappresentato la prima organizzazione completa della letteratura su Landsberg, del quale si erano dispersi negli anni della II guerra mondiale molti degli scritti. Essa è articolata in quattro sezioni:1. Scritti di Paul Ludwig landsberg (a loro volta organizzati in:a) pubblicati in vita; b) pubblicati postumi; c) inediti; d) dispersi). 2. Traduzioni; 3. Fonti Biografiche; 4. Letteratur
Avvertenza del Curatore
Nella ampia nota vengono indicati i criteri di organizzzione della edizione dell'edizione integrale delle opere di Landsberg, il piano generale dell'opera, aspetti legati a problematiche ermeneutiche e alla traduzione e più in generale ad aspetti storico-filologic
A Late Friendship: Italian-Yugoslav Relations in the Second Half of the 20th Century (1947-1992)
The paper deals with relations between Italy and socialist
Yugoslavia in the second half of the last century. The author differentiates between four different phases the two countries went
through in the studied period (1947-1992).
First phase deals with the Trieste question, a time of misunderstanding, hostility and confl ict on the ideological and national basis.
Second phase begins in the second half of the sixties. It is a time of rapprochement marked by the visits of the prime ministers, first the Italian Prime Minister (1965), then the Yugoslav (1968). The change in both countries’ policies could also be attributed to fear of Soviet Union’s aggressive behavior.
Third phase is marked by friendship and cooperation, especially after the formal resolution of the territorial
dispute in 1975. Numerous trade and fi nancial agreements are made and Yugoslavia becomes Italy’s key partner in the implementation of its Adriatic and Balkan policy.
The last phase in the relations begins with the start of the war
confl ict in Yugoslavia at the beginning of the nineties. The author
detects the lines of pressure applied on the Italian government both
from abroad and inside the country in order to recognize the proclaimed independence of the Yugoslav western republics and to abandon the its then offi cial policy of neutrality. While Germany and the Vatican could be seen as the foreign infl uence, the domestic ones were the local authorities in the border regions of northeastern Italy. The policy of support to the territorial integrity of Yugoslavia was completely abandoned by 1991 and was formalized by the recognition of Slovenia and Croatia by the beginning of the following year
Landsberg e il personalismo
Il contributo delinea l'apporto teoretico di Landsberg, forte della tradizione fenomenologica tedesca, al personalismo, analizzando in particolare la sua teoria dell'impegno e le conseguenze gnoseologiche e assiologiche, nonchè i fondamenti di una teoria politica personalist
La filosofia di Landsberg
Il saggio presenta la figura e l'itinerario biografico e speculativo del filosofo tedesco Paul Landsberg prematuramente e tragicamente scomparso in un campo di sterminio nazista. Vengono ricostrute, dopo una approfondita ricerca storica, le tappe salienti della sua biografia umana e intellettuale, il suo apporto alla nascente Antropologia Filosofica, il suo rapporto con il movimento fenomenologico degli anni '30 (in particolare Husserl e Scheler, la sua polemica con Heidegger. L'autore, avendo avuto accesso, ad archivi e documenti inediti, individua in Landsberg il punto di contatto tra la fenomenologia tedesca e il movimento personalista francese. Viene inoltre evidenziato il ruolo di Landsberg nella elaborazione della Teoria Critica della Società della Scuola di Francoforte. Viene inoltre analizzata la filosofia politica di Landsberg orientata in senso personalistico con connotazioni di esistenzialismo cristiano
Persona come risposta all'esistenza: Romano Guardini pensatore del personalismo
Traduzione del testo inviato dalla professoressa Hanna Barbara Gerl- Falkowitz docente di Filosofia delle Religioni all'Università di Dresd
La politica estera italiana e la soluzione della questione di Trieste: gli accordi di Osimo del 1975
Nel secondo dopoguerra, le relazioni politiche e diplomatiche tra l’Italia e la Jugoslavia furono caratterizzate da incomprensioni, ostilità e polemiche, dovute soprattutto - anche se non esclusivamente - alla questione di Trieste, il lungo e sofferto contenzioso territoriale che per molti anni divise i due paesi adriatici.
Dopo la sconfitta subita dall’Italia e il tentativo jugoslavo di impossessarsi di Trieste e di gran parte dalla Venezia Giulia, il trattato di pace del 1947 stabilì che tutto il territorio italiano ad Est della linea Tarvisio - Monfalcone fosse assegnato alla Jugoslavia ad eccezione di una ristretta fascia costiera comprendente Trieste (zona A), occupata dagli anglo-americani, e Capodistria (zona B), sotto occupazione jugoslava. In base al trattato, questa fascia costiera avrebbe costituito il Territorio Libero di Trieste, da erigersi formalmente attraverso la nomina di un governatore da parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Tuttavia, lo scoppio della guerra fredda e la divisione dell’Europa in blocchi politici contrapposti resero impossibile la costituzione del TLT, trasformando la questione di Trieste da problema locale a variante adriatica della cortina di ferro, alla luce delle opposte scelte di campo effettuate dall'Italia repubblicana e dalla Jugoslavia socialista. La successiva rottura tra Tito e Stalin e il conseguente avvicinamento di Belgrado al blocco occidentale spinsero gli anglo-americani a favorire una soluzione di compromesso provvisoria sancita dal Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, che di fatto stabiliva la spartizione del TLT, affidando l’amministrazione della Zona A con Trieste alle autorità italiane e della Zona B a quelle jugoslave. A Belgrado e a Roma, però, si maturarono opinioni diametralmente opposte sul significato e la portata dell’intesa appena raggiunta. Per gli uomini di governo italiani, si trattava di una soluzione provvisoria, che non prevedeva alcuna cessione definitiva di sovranità e che lasciava sussistere intatta la teorica aspirazione di un futuro ritorno all’Italia di tutto il territorio destinato al TLT. Al contrario, per Belgrado l’accordo del 1954 rappresentava la chiusura di fatto della vertenza territoriale, in attesa che da parte italiana si riconoscesse anche formalmente l’estensione della sovranità jugoslava sulla Zona B.
Fu solo negli Sessanta, dopo l'avvio in Italia della stagione dei governi di centro-sinistra, che Roma e Belgrado, rimaste per anni arroccate sulle proprie posizioni, iniziarono a dialogare dando vita al lungo negoziato che dal 1968 in poi, attraverso varie fasi e battute d'arresto, portò alla firma degli accordi di Osimo del novembre 1975. All’interno della nuova maggioranza di governo, confluirono forze e personalità politiche della sinistra non comunista, attente ai progressi del socialismo jugoslavo, e sensibili alle esigenze di sicurezza e di crescita economica della vicina Federazione, paese non allineato, diventato una sorta di Stato «cuscinetto» tra l'Italia e il blocco sovietico. Alla luce dell'importanza politica e strategica del regime di Belgrado, divenuta ancor più evidente dopo le vicende cecoslovacche del 1968, con l'ingresso a Praga delle truppe del Patto di Varsavia, i socialisti e i socialdemocratici italiani (soprattutto, i rispettivi leader Pietro Nenni e Giuseppe Saragat) ritenevano che ormai fosse giunto il momento di chiudere la vertenza territoriale e stabilizzare il confine, per consolidare il regime di Belgrado, minacciato dal riemergere dei contrasti nazionali interni.
Tuttavia, la vera novità della politica italiana, in grado di cambiare definitivamente l’andamento negativo dei rapporti bilaterali, fu la presenza nei governi di centro-sinistra di Aldo Moro, leader del principale partito della coalizione, la Democrazia Cristiana, nonché presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri a più riprese tra il 1963 e il 1976. Contrariamente a quanto affermato dai suoi predecessori sia alla guida del governo, che del suo stesso partito, secondo i quali l’intero TLT o, in alternativa, la maggior parte di esso sarebbe dovuto tornare all’Italia data la provvisorietà dell’intesa raggiunta nel 1954, Moro era convinto che la sistemazione territoriale stabilita dal Memorandum di Londra fosse ormai «non modificabile con la forza» e «non modificabile con il consenso». Per il leader DC e per i diplomatici italiani che ne sostennero l'azione, lo status giuridico e territoriale fissato dal Memorandum andava rispettato senza apportare cambiamenti e le «sfere territoriali» risultanti da esso (che configuravano la spartizione di fatto del TLT) erano «fuori questione» e «fuori discussione». Moro, però, si rendeva anche conto che una soluzione della questione di Trieste basata sulla divisione del TLT lungo la linea di demarcazione del 1954 avrebbe suscitato numerose reazioni contrarie, sia a livello locale (anche all’interno della stessa DC triestina), che a livello nazionale, negli ambienti dell’estrema destra. Per questo, riteneva necessaria l'adozione graduale e meditata di una «soluzione globale», che non solo tenesse conto degli aspetti territoriali e confinari, ma che prevedesse anche misure in grado di garantire concreti vantaggi economici per le popolazioni italiane di confine e di rilanciare lo sviluppo locale, unico corrispettivo possibile per la perdita definitiva della Zona B. In conclusione, l’accordo con la Jugoslavia – secondo Moro - non doveva essere visto come una rinuncia italiana alla zona B, perché non si poteva rinunciare a qualcosa che ormai non apparteneva più al paese dai tempi della guerra e del trattato di pace, ma come l’acquisizione di un vantaggio non solo territoriale (la città di Trieste, che il trattato del ’47 aveva lasciato al di fuori dei confini nazionali), ma anche strategico, politico ed economico, attraverso la stabilizzazione dei confini orientali e dell'area adriatica, e il rilancio della partnership italo-jugoslava
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