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    I portici di Bologna. Le radici di un'identità

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    Nel gran teatro del mondo la scena fissa dei portici di Bologna rappre- senta un unicum di ineguagliabile valore. “Un punto di riferimento per uno stile di vita urbano sostenibile, in cui gli spazi religiosi e civili e le abitazioni di tutte le classi sociali sono perfettamente integrate” – come si dichiara nella investitura a Patrimonio Mondiale Unesco. Nel contributo la civiltà dei portici si esprime in tutto il suo portato nobile e popolare volto ad esaltare, secondo Francesco Arcangeli, “la stessa conformazione della città, il suo colore, la sua cucina, le sue donne, il suo costume”, insieme all’appassionata gioia dei bolognesi di “stare al mondo”

    L'altro: osservarlo per comprenderlo

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    L'articolo procede portando in luce le modalità che la rappresentazione della pittura moderna ha riservato al diverso; in particolare agli ebrei, ai gitani, ai neri e ai musulmani. Un approccio fruttuoso delle scienze umane è quello che tende a dimostrare come molti problemi che attraversano la contemporaneità abbiamo radici "profonde", che da tempo hanno fatto la loro comparsa sul palcoscenico della storia: in questo senso la pittura in fatto di raffigurare l'altro è un vero e proprio banco di prova. La rappresentazione artistica infatti è la memoria visiva del fenomeno dell'altro

    Della rappresentazione

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    La curatela del volume di Louis Marin Della rappresentazione permette al lettore italiano di conoscere l'importante lavoro dello studioso francese, in particolare di cosa intente con rappresentazione. Il volume – con una parte introduttiva scritta da Lucia Corrain e Paolo Fabbri – presenta anche la bibliografia completa degli scritti di Marin

    La pittura di mercato. Il "parlar coperto" nel ciclo Fugger di Vincenzo Campi

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    Il volume concentra l’attenzione su un ciclo pittorico composto da cinque tele realizzate da Vincenzo Campi e conservate in Germania fin dal 1580-1581. Il soggetto principale della serie è il cibo nelle sue diverse e straordinarie declinazioni, dalla frutta alla verdura ai pesci, ai polli, ai tacchini, ai volatili di vario tipo. Veri e propri trionfi di naturalia che l’“ingegnosissimo Vincenzo” allestisce in mercati con tanto di “singolari” venditori. L’indagine condotta su ciascuno dei singoli dipinti riporta in superficie diversi significati “nascosti”; una volta messi in luce, però, sono capaci di ricostruire una dimensione culturale dell’epoca che il tempo ha sedimentato e via via disperso fino all’oblio e che le opere dell’artista cremonese invece gelosamente custodiscono

    Neobarocco contemporaneo

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    Nel decennale della sua scomparsa (31 marzo 2012), la casa Usher ripubblica uno dei libri più conosciuti e tradotti di Omar Calabrese: L’età neobarocca, uscito nel 1987 per le edizioni Laterza, con un’introduzione di Francesco Casetti, Sterling Professor a Yale e un ricordo di Claudio Castellacci, amico e giornalista (€ 20). Stendere alcune note in occasione della ristampa di L’età neobarocca di Omar Calabrese a dieci anni dalla sua dipartita è senza dubbio un lavoro di responsabilità, anche perché questo è il libro che ha dato una notorietà internazionale al suo autore e che continua a manifestare tuttora una sua grande vitalità. Le pagine che il lettore può ritrovare appartengono a un libro che può essere definito vintage, dove però il termine va inteso nel suo originario significato e non tanto in relazione al suo anno di pubblicazione, ben trentacinque anni fa. Il libro, evitando gerarchie di opere, conduce il lettore in un viaggio attraverso la cultura degli anni ottanta del secolo scorso, e termina con una considerazione sulla valutazione e sulla forma classica. Gli oggetti che Calabrese mette al centro della sua attenzione sono considerati come fenomeni dotati di una forma o di una struttura soggiacente, al fine di individuare tratti comuni in oggetti anche molto disparati e senza rapporto di causa-effetto fra di loro. “Il che equivale a dire che bisogna costruirli come oggetti teorici. La validità fuori dal tempo del libro L’età neobarocca consiste nel fatto che Calabrese ha intercettato il gusto della società di allora e ha messo a punto un metodo di indagine fatto di categorie oppositive, di considerazioni plastiche. Un metodo che ancora oggi può aiutare nell’indagine dei fenomeni della contemporaneità. L’idea forte da cui partiva Calabrese era la constatazione, per certi versi ancora oggi ‘sconvolgente’, di una uniformità stilistica in grado di travalicare i confini abituali dell’estetica, includendo sotto il termine neobarocco non solo la produzione propriamente artistica – visiva, musicale, letteraria, teatrale, ecc. – ma anche quella mediatica, in particolare televisiva, nonché i fumetti, le canzoni, senza peraltro tralasciare le teorie scientifiche e filosofiche che allora erano al centro del dibattito culturale,[6] mettendo così a punto quella che è stata definita un’“estetica sociale”.[7] È tuttavia un’idea che non nasce ex novo e ex nihilo, ma che – come il più delle volte succede – ha nobili precedenti. Il più immediato è Miti d’oggi di Roland Barthes, uscito nel 1957, dove il raffinato intellettuale francese analizza la cultura di massa del periodo: dai dischi volanti allo striptease, dal “nuovo Nautilus” (la leggendaria DS 19 della Citroën) al Tour de France, da Marlon Brando a Greta Garbo, al music-hall, ecc.; al quale occorre subito aggiungere Diario minimo del 1963 di Umberto Eco, con la sua irresistibile Fenomenologia di Mike Buongiorno. Se è vero che il neobarocco continua a esistere, è altrettanto vero che “ritmo e ripetizione”, “limite ed eccesso”, “instabilità e metamorfosi”, “disordine e caos”, “complessità e dissipazione”, “distorsione e perversione” (categorie che Calabrese utilizza) restano oggi categorie ancora valide, addirittura portate a una vera e propria esplosione, senza che per questo venga completamente meno la dimensione tradizionale del classico

    Artisti fra le nuvole

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    Artists in the Clouds · Hubert Damisch’s reflections in his 1972 book Théorie du nuage trace a new way of investigating the history of art, which takes on a ‘symbolic form’ in the cloud. Starting from the representation of the sacred in the Middle Ages, to Renaissance naturalism, to seventeenth-century landscape painting. In their paintings Poussin and Elsheimer interpret the landscape now through the myth now with reference to the first scientific discoveries by Galileo Galilei. In the contemporary age, the cloud anachronistically illuminates the art of the past, interprets the present and projects itself into the future as emblematically revealed by the exhibition, Songs of the Sky. Photography & the Cloud at the C/O Berlin Foundation in 2022: from the photography by Alfred Steiglitz, to the nuage/cloud, but also to the studies on climatic observations by the nasa on cloud formations, to the installations of clouds in closed spaces in the Nimbus project by the Dutch artist Berndnaut Smilde, up to the installation Metacloud by the French artist Vincent Leroy formed by a gigantic blue cloud floating in the Tokyo sky. So, the ‘cloud’, thanks to the thought of Hubert Damisch, finds expression, as ‘theoretical object’, in the various artistic ways and events through time

    Una infinita memoria. Il ciclo di Constantin Brâncuşi a Târgu-Jiu

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    A Targu-Jiu, città della Romania rumena nel cuore della regione dell’Oltenia, il padre della scultura contemporanea, Constantin Brâncuşi (Hobiţa-Peştişani 1876-Parigi 1957), ha realizzato tra il 1936 e il 1937 un complesso monumentale che costituisce l’opera più importante presente nel suo paese natale e l’unica allestita in uno spazio all’aperto: si tratta della Tavola del silenzio, della Porta del bacio e della Colonna dell’infinito. Un ciclo scultoreo che si è fortunatamente salvato dalla distruzione nell’epoca in cui la Romania si poneva oltre la “cortina di ferro” del mondo comunista. Per molto tempo, nessun occidentale ha potuto vederlo nella sua interezza prima degli anni Sessanta del Novecento, quando è stato riconosciuto il suo ruolo fondante: onorare la memoria dei soldati caduti nella Prima guerra mondiale. Realizzate per volontà della Lega Nazionale delle donne del Gorj, le tre sculture si dispongono lungo una via di complessivi 1500 metri, che ha inizio sulle rive del fiume Jiu (luogo dell’eccidio), si distende nel cuore della città e termina nell’antico mercato del fieno, dove si trova la straordinaria Colonna dell’infinito: è qui che qui entra in gioco il rapporto fra il grande spazio esterno e l’innalzarsi verso il cielo di quella che può essere considerata è una vera e propria icona dell’intera opera di Brancusi. Pur trovando origine dalle conseguenze della guerra, il complesso elide ogni riferimento ai suoi effetti e, nella Porta del bacio, si concentra sul rituale funebre degli sponsali tanatologici che, assumendo il ruolo di compensazione, diventano una pratica consolatoria di ricostruzione dell’ordine sociale dopo il disordine causato dalla guerra e dalla morte. E la Tavola stessa, come nell’Ultima Cena, vuole trasmettere la perdita della vita attraverso un uno stretto parallelismo tra il sacrificio dei soldati e quello di Cristo. A entrare in gioco, insomma, nella radicale modernità dell’opera di Brancusi è l’antica cultura romena, improntata dallo stretto contatto con la natura che non oppone resistenza alla morte, “accogliendola” come parte integrante del ciclo della vita. È questo il senso profondo che Brâncuşi ha saputo tradurre in originali e inedite forme figurative che appartengono a una comune Weltanschaung riguardante la concezione generale della vita romena ma che non finisce di stupirci nella contemporaneità. È questo il solo studio in italiano e del quale sono programmate le traduzioni in rumeno e in spagnolo

    Un dialogo fra il Beato Angelico e Giulio Paolini

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    La contribution porte sur l’installation que Giulio Paolini a créée en 2022 à l’intérieur du Couvent de San Marco à Florence. Dans une cellule de dortoir, peinte à fresque par Fra Angelico entre 1440 et 1442 avec la scène évangélique du Noli me tangere, Paolini a placé l’un de ses collages sur un chevalet blanc. L’œuvre de l’artiste contemporain, ayant le même titre que celle du grand peintre du début de la Renaissance, entre ainsi dans une relation raffinée de dialogue et de résonances que l’analyse proposée ici cherche à mettre en évidence pas à pas, en recourant à une méthodologie d’investigation sémiotique qui fait appel à des temps d’observation longs. Noli me tangere de Paolini, basée sur l’état passionnel que l’artiste ressent devant la fresque d’Angelico, devient ainsi une invitation pour le spectateur lui-même à ressentir un même sentiment de participation et de merveille.La contribution porte sur l’installation que Giulio Paolini a créée en 2022 à l’intérieur du Couvent de San Marco à Florence. Dans une cellule de dortoir, peinte à fresque par Fra Angelico entre 1440 et 1442 avec la scène évangélique du Noli me tangere, Paolini a placé l’un de ses collages sur un chevalet blanc. L’œuvre de l’artiste contemporain, ayant le même titre que celle du grand peintre du début de la Renaissance, entre ainsi dans une relation raffinée de dialogue et de résonances que l’analyse proposée ici cherche à mettre en évidence pas à pas, en recourant à une méthodologie d’investigation sémiotique qui fait appel à des temps d’observation longs. Noli me tangere de Paolini, basée sur l’état passionnel que l’artiste ressent devant la fresque d’Angelico, devient ainsi une invitation pour le spectateur lui-même à ressentir un même sentiment de participation et de merveille

    Mariateresa Sartori "Per caso e per necessità"

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    Curatela dell'esposizione di Mariateresa Sartori dal titolo "Per caso e per necessità" in dialogo con gli oggetti esposti nella Sala Marsili e nella Sala Monti del Museo di palazzo Poggi dell'Alma Mater Studiorun – Università di Bologna

    Dipingere la chirurgia

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    La prefazione al volume del professor Francesco Minni dal titolo Arte e Chirurgia. Viaggio tra i capolavori artistici ispirati dalla chirurgia attraverso i secoli mette in rapporto l'operare della mano nella figura del chirurgo e in quella del pittore. Ma non solo, anche lo scheletro è un elemento che raccorda Chirurgia e arte: esso è necessario al chirurgo per la perfetta conoscenza e cognizione dell'anatomia e – come scrive il grande teorico dell'arte Leon Battista Alberti nel 1435 – "gioverà al pittore [...] allogare ciascun osso dell'uomo, poi appresso aggiungere i suoi muscoli, di poi tutto vestirlo di sua carne". un modo di operare in risonanza con il lavoro del chirurgo
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