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Agire congiunto e intenzionalità collettiva
The rise of the social world is mainly due to the ability of the humans to act together and cooperate with one another in order to achieve things they cannot achieve alone. The issue of the shared agency between human beings has become increasingly interesting for philosophers who have tried to address it thorough the analysis of the collective intentionality. Scholars generally agree that joint actions are actions done with shared intentions, thus joint intentions and shared intentions are intertwined. Moreover, the analysis of joint actions involves shared intention, as the latter are essential for the understanding coordination in joint action. In a first part my Thesis I considered the leadings philosophical accounts on collective intentionality in order to clarify the debate between the methodological individualism and the summative accounts of collective attitude ascription. Tough the collective intentions involved in joint action can sometimes take the forms proposed by philosophers, I am sceptical that the philosophical account can apply to all joint actions, because it requires too much cognitive sophistication. Though philosophical accounts have improved our understanding of joint agency, they have offered accounts on the joint action that appeal only to higher-level states (such as goals, commitments, and intentions) that are “collective” in some way. Philosophical accounts have rarely been subject to empirical testing. At the same time, the contribution of lower-level processes to social interaction has hardly been considered. This has led philosophers to postulate complex intentional structures that often seem to be beyond human cognitive ability in real-time social interactions—leading to a sort of ‘intention inflation. The psychological approach to the issue of the joint action claim that there are a number of lower-level cognitive phenomena that underlie such agency, such as perceptual processing, motor intentions, cognitive maps, categorization, and so on. Likewise, joint agency involves a number of lower-level phenomena, including joint attention and various alignment mechanisms. Without an understanding of these lower-level phenomena, philosophical theories will remain incomplete
How do we arbitrate between existing philosophical and psychological theories? What would help arbitrate between existing theories is if these theories could be operationalized in a way that would generate empirical results. To avoid this gap, I think it is useful to develop a minimalist account to joint action which do not assume that collective intentionality are necessary, or characterize shared intentions in a way that does not requires participants to have a background common knowledge of each other’s intentions or other mental states
L’IMBUTO E IL MEGAFONO CORPO, VOCE, LINGUAGGIO ATTRAVERSO MERLEAU-PONTY
Nell’omaggio commosso dedicato all’amico-nemico
prematuramente scomparso, Sartre segnalava la forte risonanza che la storia
personale di Merleau-Ponty aveva avuto nella scansione della sua filosofia,
tanto forte da poterla considerare al limite un’autobiografia2. Il richiamo
sartriano appariva tanto più credibile perché, nel delineare il profilo teorico-esistenziale dell’impresa merleau-pontyana, il padre dell’esistenzialismo
francese sbozzava un suo personalissimo autoritratto.
A corroborare quanto detto ci giunge puntuale il monito che lo stesso
Merleau-Ponty affidava alla Premessa della Fenomenologia della
Percezione:
«[...] il pensatore non pensa mai se non a partire da ciò che è. La riflessione [...] sarà totale
solo se realizza, [...] e se riesce a ricollocare le cause [...] in una struttura d’esistenza»3.
Esiste, allora, un intreccio profondo tra biografia e filosofia che non
è possibile trascurare, pena la rinuncia a una [auto]comprensione, se non
completa, quantomeno tentata. È, perciò, sullo sfondo di questa assunzione
che intendiamo compiere la prima mossa di questo lavoro allo scopo di
manifestarne le questioni, il metodo e per così dire l’atmosfera filosofica
che lo innervano. Procediamo con ordine, si diceva delle questioni.
Se il vasto campo dei problemi entro cui questa ricerca intende
istaurarsi, a volte suo malgrado, potessero condensarsi in una formula,
crediamo che la migliore possa essere questa: muoversi sulla soglia
dell’incessante sopravanzarsi tra costituente e costituito. Tuttavia,
parafrasando Wittgenstein, le formule hanno spesso la consistenza di finti
cornicioni che non reggono nulla4. Converrà, quindi, munirsi di pazienza e
tentare di descrivere meglio le prese tematiche che s’agiteranno in questo
lavoro.
L’argomento centrale su cui esso intende aggrumarsi è l’intreccio tra
corpo e linguaggio che, ancora, così illustrato non sfugge alla genericità
delle espressioni-etichette spalancando, peraltro, uno spazio tematico tanto
vasto, che la sola idea di non operare dei tagli prospettici si palesa vana o peggio pretestuosa. Dunque, riformuliamo nuovamente la questione
apportandole le dovute cesure che ne circoscrivano l’ambito teorico.
Parliamo di cesure al plurale perché sul nostro leitmotiv faremo reagire
simultaneamente due diverse incisioni.
La prima. guarderemo all’intreccio corpo-linguaggio dall’angolatura
che sulla questione ha assunto Merleau-Ponty. La seconda: individueremo
nello spazio tra di questa polarizzazione una nozione, quella di voce, che
come avremo modo di mostrare si configura come il gorgo dinamico in cui
sempre di nuovo si rinnova l’aggancio e sopravanzo dialettico cui
accennavamo.
Ma vediamo in dettaglio come ci prefiguriamo quest’intervento
cercando di localizzare ulteriormente il campo d’azione per sgombrarlo da
inutili fraintendimenti. È fuor di dubbio, invero, che trattare integralmente
lo svolgimento della riflessione merleau-pontyana richiederebbe l’intero
spazio concesso a una tesi di ricerca. Troppi gli aggregati storici-filosofici
che la alimentano, troppi gli obiettivi teorici che la qualificano, troppi i
paradigmi interdisciplinari che vi convergono, troppi persino i punti
nevralgici su cui a più riprese il filosofo francese è spesso ritornato in
direzione ostinata e contraria. Se a questo si aggiunge l’eclettismo e la
frammentarietà5 che caratterizzano il suo pensiero più maturo, s’intuisce
facilmente come nella scelta che qui si è perseguita si sia dovuto adoperare
il bisturi.
Non ingaggeremo, dunque, se non quando necessario e sovente
relegandola in nota, alcuna disputa esegetica, né alimenteremo la già
corposa bibliografia merleau-pontyana, in quanto la scommessa che ci
apprestiamo a giocare non insiste su Merleau-Ponty ma con Merleau-Ponty.Si comprenderà, allora, come il tema di questo lavoro non intenda
illuminare la riflessione del filosofo francese ma farsi illuminare da questa,
come lo scopo qui agognato non sia quello di tagliuzzare e discutere
schegge del suo pensiero, quanto piuttosto impossessarsi e dirigere altrove
alcune sue linee di forza. Perciò, anche quando ci soffermeremo, come nel I
capitolo, sui motivi ispiratori o su alcuni rapporti che attraversano la
speculazione merleau-pontyana, la posta in gioco non sarà rappresentata da
improbabili nuove acquisizioni interpretative ma dallo schiarimento delle
ragioni e degli abbrivi argomentativi.
Limitandoci a un esempio. Quando schizzeremo un ritratto filosofico
di Merleau-Ponty e la sua polemica contro Cartesio e le filosofie empiriste,
o la sua posizione nel campo della fenomenologia tra i due contendenti più
celebri Husserl e Heidegger, lo scopo non sarà di discuterne la validità
storico-teorica, bensì di evidenziarne i più ampi bersagli che la proiettano
prepotentemente nel dibattito filosofico-scientifico odierno. Detto meglio:
alla cartesiana dicotomia tra res cogitans e res extensa, che tutt’oggi si
sgrava di nefaste conseguenze, Merleau-Ponty oppone una proposta che
reinstalla la filosofia sulla soglia mobile di compimento che anticipa
qualsiasi riflessione, in quel mondo-della-vita in cui l’intreccio tra storia e
natura, tra soggetto e oggetto, tra anima6 e corpo è sempre già dato e sempre
da compiersi.
In definitiva, volendo sagomare meglio il nostro approssimarci al
tessuto merleau-pontyano, diremo che in esso ci riconosciamo per la
tensione di fondo che spinge o meglio retrocede la filosofia all’esistenza; di
esso assumeremo alcune nozioni teoriche (carne, reversibilità, parola
parlante/parola parlata, ecc.) in grazia delle quali svolgeremo il nostro discorso; con esso articoleremo tutti quei confronti e quegli innesti che ci
consentiranno un qualsivoglia avanzamento nella ricerca per poi, alfine, da
esso dipanare tutti i fili che aggrovigliano quell’interrogazione la cui stoffa
coincide colla propria carne.
Fin qui il primo dei due tagli prospettici. Vediamo l’altro, per
introdurre il quale utilizzerò un frammento tratto dal racconto Un re in
ascolto di Italo Calvino:
«Quella voce viene certamente da una persona, unica, irripetibile come ogni persona, però
una voce non è una persona, è qualcosa di sospeso nell’aria, staccato dalla solidità delle
cose. Anche la voce è unica e irripetibile, ma forse in un altro modo da quello della
persona: potrebbero, voce e persona non assomigliarsi. Oppure assomigliarsi in un modo
segreto, che non si vede a prima vista: la voce potrebbe essere l’equivalente di quanto la
persona ha di più nascosto e di più vero. [...] la vibrazione di una gola di carne. Una voce
significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa
voce diversa da tutte le altre voci. Una voce mette in gioco l’ugola, la saliva, l’infanzia, la
patina della vita vissuta, le intenzioni della mente, il piacere di dare una propria forma alle
onde sonore. Ciò che ti attira è il piacere che questa voce mette nell’esistere: nell’esistere
come voce [...]»7
Non vogliamo per il momento soffermarci su un’interpretazione
filosofica del brano, essa maturerà come leit motiv lungo tutto il terzo
capitolo, piuttosto ci concentreremo sulle immediate sporgenze che esso ci
offre per dettagliare il secondo dei nostri tagli prospettici: la voce.
Nel passo citato Calvino descrive acutamente la voce come qualcosa
di “sospeso nell’aria” e “staccato dalla solidità delle cose” e
contemporaneamente come “la vibrazione di una gola di carne”. Essa ha
dunque un’ambiguità d’aspetto: volatile e impalpabile è al contempo
carnale, viscerale, colma d’intenzioni e pulsioni. È singolare e potenza differenziale, unica, propria, irripetibile; ma ancora, al contempo, ha sempre
il piacere di esistere, di direzionarsi, di dislocarsi in un altro che è attirato da
questo piacere.
La voce, dunque, annuncia il corpo unico che la produce ma è pronta
a scomparire, ad obliarsi lasciando alla sua eco “la patina della vita vissuta”.
In essa si realizza un duplice movimento, mai concluso, che sposta e
concentra reversibilmente me e l’altro; essa viene da un corpo vivo ma
l’oltrepassa e lo tra-duce nell’evento del linguaggio. In altri termini, la voce
“è pura esigenza [...] aspira a riattualizzarsi incessantemente nel flusso
linguistico che essa manifesta e a cui permette di vivere parassitariamente”8.
Questi stessi luoghi, crediamo, abbia lambito Merleau-Ponty quando
a più riprese nel corso della sua riflessione ha fatto cenno al “senso
emozionale della parola”, alla “gesticolazione fonetica”, all’“espressione
primordiale” o al “senso langagier”; e benché la voce non sarà mai, o molto
raramente, un tema specifico del suo pensiero, sarà qui considerata come
l’adombramento, l’implicito, il non detto del filosofo. Certo sarà compito di
chi scrive mostrare come essa rappresenti il varco tra corpo e linguaggio, ma
la via è tracciata, basta seguirla.
Ma ricominciamo ancora una volta da capo articolando, questa volta
in bell’ordine, il nostro tema di fondo di modo che almeno alla vista si
faccia più luminoso ciò che al pensiero rimane per il momento opaco.
C’è “una potenza generale di formulazione motoria”9 che scorre nel
mio corpo, che lo spinge verso il mondo e glielo lascia abitare così come
esso gli si offre. Questa potenza si polarizza nella percezione. Io vedo,
tocco, odo che c’è qualcosa, perché esso si lascia vedere, toccare e udire.
Percepisco ciò che vivo per adombramenti perché per adombramenti mi si
manifesta. Alcuni profili mi si danno nella piena luce, altri mi si sottraggono e fanno casa nell’umbratile; alcuni dettagli vengono in primo piano quando
tutto il resto s’adagia nello sfondo.
Posso girarmi, spostami, abbassarmi; posso guardare, toccare,
ascoltare o fare le tre cose insieme. In una parola, posso esplorare ciò che mi
si manifesta e distribuire nel chiaro ciò che prima s’allungava nell’ombra o
portare in primo piano lo sfondo che lo circuiva, ma senza questa dialettica
di svelamento/nascondimento di vicinanza/lontananza la mia percezione non
sarebbe possibile, poiché tutto si confonderebbe sul medesimo piano.
C’è poi una volontà di descrivere, di interrogare, di giudicare questo
qualcosa che io ho da sempre alla portata dei miei sensi, questo è ciò che
compie il linguaggio. C’è un senso diffuso prima della parola, un’intesa
tacita, “sacramentale”, come dirà suggestivamente Merleau-Ponty, tra me e
il mondo e c’è un senso articolato, una ripresa che delimita il campo
d’azione e pulsionale del mio contatto spontaneo col mondo, trasformando
ogni vissuto in vissuto-parlato:Proprio questo lógos universale declinato innanzitutto come phoné,
costituirà il varco che tenteremo di esplorare, descrivendo l’ambigua
dialettica che dal silenzio corporeo fa emergere i giochi linguistici regolati
per poi di colpo, nel prorompere del grido, del riso o del pianto inabissarli
ancora nel residuo carnale che eccede ogni codific
Nome e numero: una parentela.
In this paper we describe the relationships between two
fundamental “cognitive gestures” of human beings: naming and
counting. In particular, we try to define these relationships by
examining the theoretical efforts of such authors as Euclide,
Frege, Wittgenstein, Chomsky and Aristotle. The analysis is
centered around justifying the mutual dependence between noun
and number in human cognition
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