2,547 research outputs found

    Mental pain in eating disorders: An exploratory controlled study

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    Mental pain (MP) is a transdiagnostic feature characterized by depression, suicidal ideation, emotion dysregulation, and associated with worse levels of distress. The study explores the presence and the discriminating role of MP in EDs in detecting patients with higher depressive and ED-related symptoms. Seventy-one ED patients and 90 matched controls completed a Clinical Assessment Scale for MP (CASMP) and the Mental Pain Questionnaire (MPQ). ED patients also completed the Beck Depression Inventory-II (BDI-II), Clinical Interview for Depression (CID-20), and Eating Attitudes Test (EAT-40). ED patients exhibited significantly greater severity and higher number of cases of MP than controls. Moreover, MP resulted the most important cluster predictor followed by BDI-II, CID-20, and EAT-40 in discriminating between patients with different ED and depression severity in a two-step cluster analysis encompassing 87.3% (n = 62) of the total ED sample. Significant positive associations have been found between MP and bulimic symptoms, cognitive and somaticaffective depressive symptoms, suicidal tendencies, and anxiety-related symptoms. In particular, those presenting MP reported significantly higher levels of depressive and anxiety-related symptoms than those without. MP represents a clinical aspect that can help to detect more severe cases of EDs and to better understand the complex interplay between ED and mood symptomatology

    Il welfare aziendale: caratteristiche, progetti e strumenti per la promozione del benessere comunitario,

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    Il saggio approfondisce il ruolo del welfare aziendale a partire dalla presa di consapevolezza che il lavoro deve divenire contesto educativo per lo sviluppo di comunità democratiche e sostenibili

    Staging models in eating disorders: A systematic scoping review of the literature

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    Eating Disorders (ED) are characterized by low remission rates, treatment drop-out, and residual symptoms. To improve assessment and treatment of ED, the staging approach has been proposed. This systematic scoping review is aimed at mapping the existing staging models that explicitly propose stages of the progression of ED. A systematic search of PubMed, PsycINFO, Scopus was conducted with the terms staging, anorexia nervosa, bulimia nervosa, binge-eating disorders, eating disorders. Eleven studies met inclusion criteria presenting nine ED staging models, mostly for anorexia nervosa. Three were empirically tested, one of which was through an objective measure specifically developed to differentiate between stages. Most staging models featured early stages in which the exacerbation of EDs unfolds and acute phases are followed by chronic stages. Intermediate stages were not limited to acute stages, but also residual phases, remission, relapse, and recovery. The criteria for stage differentiation encompassed behavioral, psychological, cognitive, and physical features including body mass index and illness duration. One study recommended stage-oriented interventions. The current review underscores the need to empirically test the available staging models and to develop and test new proposals of staging models for other ED populations. The inclusion of criteria based on medical features and biomarkers is recommended. Staging models can potentially guide assessment and interventions in daily clinical settings

    Segnali dall'invisibile : una breve storia della diffrazione

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    La diffrazione di raggi X è oggi uno strumento preziosissimo per studiare l'intima struttura della materia. Nel seminario 'Segnali dall'invisibile: una breve storia della diffrazione' ripercorreremo insieme la storia, affascinante e a tratti avventurosa, che ha portato questa tecnologia dalle prime, pioneristiche scoperte del '600 fino all'avvento dei moderni sincrotroni. Come vedremo, si è trattato di un percorso non sempre lineare, ma che ha dato un importante contributo nel risolvere problemi antichissimi, quali la natura della luce e la struttura atomica della materia

    Valore PA all'Università. Qualità e benessere nella pubblica amministrazione

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    Il volume approfondisce il tema del benessere sul luogo di lavoro e delle condizioni che lo favoriscono, nell'ottica e nella direzione della learning organizatio

    Lo spazio della soglia. La qualità oikogena dell’architettura

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    L’Architettura è spazio percorribile, interno abitabile, conformazione di luoghi che consentano e accolgano azioni umane e il verificarsi di eventi che la rendano significativa, ma il progetto di architettura acquista valore solo se sostanziato da una prassi teorica che, sola, può dare senso e profondità alla tensione ideativa, manifestando l’“adeguatezza allo scopo” cui il progetto è destinato e il “valore etico” che lo connota e lo distingue dalle altre pratiche artistiche. Il libro raccoglie scritti di autori diversi. Sosteniamo che il lavoro in architettura, come nella letteratura, nella musica, nel cinema, nell’arte figurativa, debba essere il frutto di una elaborazione collettiva, dato che non è fondamentale affermare “ragioni di individualità” ma definire i caratteri della propria individualità mediante “ragioni di collettività”. È un’appartenenza condivisa quella che definisce delle identità ed è all’interno di questa appartenenza che si rivelano le differenze e le analogie che possono far progredire il “fare progettuale”. Ogni contributo sottolinea aspetti e articolazioni differenti del tema, questi possono essere esaminati dal lettore anche in maniera autonoma dato che tutti esplicitano la propria angolazione teorica. Il carattere di questo libro è, in definitiva, dato dal rappresentare lo specchio di una ricerca che fa del confronto tra diverse culture e competenze un punto di forza in un processo di condivisione del sapere “aperto” e “autentico”

    I modelli animali per lo studio della depressione

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    Il disturbo depressivo maggiore, o depressione maggiore, è una delle principali cause di disabilità nel mondo ed è caratterizzato da singoli, ricorrenti o cronici episodi di tristezza profonda, perdita della motivazione, dell’interesse e del piacere. A questi si aggiungono spesso sintomi secondari quali ansia, disturbi del sonno, perdita di peso, alterazioni cognitive e psicomotorie. Ne risulta una grande eterogeneità nella sintomatologia cui si associa un alto grado di variabilità individuale. Di origine multifattoriale, la depressione è stata associata ad alterazioni neurobiologiche di diversa natura, e questo in parte spiega l’alta percentuale di resistenza ai trattamenti antidepressivi convenzionali, principalmente atti ad aumentare la trasmissione monoaminergica (Noradrenalina, Dopamina e Serotonina). La grande varietà di manifestazioni cliniche che la caratterizzano, nonché l’eterogeneità eziologica suggeriscono che la depressione, così come definita dal DSM-V, possa in realtà racchiudere in sé uno spettro di sottotipi che richiederebbero uno studio indipendente e degli interventi terapeutici ad hoc. In questo scenario, l’uso dei modelli animali si impone più che mai come strategia necessaria per la comprensione dei diversi meccanismi patogenetici, nonché per lo sviluppo di nuovi trattamenti terapeutici. Ciononostante, per la sua stessa natura multiforme, lo sviluppo di un modello animale univoco che riproduca in modo esaustivo tutti gli aspetti della depressione è praticamente irrealizzabile. A rendere difficoltoso il passaggio dal modello animale alla ricerca clinica, inoltre, è il fatto che la diagnosi psichiatrica ad oggi può avvalersi solo di strumenti self-reports soggetti a valutazioni soggettive dello psichiatra, piuttosto che a misure oggettive quali ad esempio dei biomarcatori, che supporterebbero la validazione del modello. Inoltre, l’applicazione dei criteri diagnostici del DSM-V nella valutazione del comportamento simil-depressivo dell’animale può essere molto problematica quando si considerano sintomi chiave del disturbo, quali ad es. l’ideazione suicidaria, o la sua natura di disturbo ricorrente che non sono osservabili nè riproducibili negli animali. Queste difficoltà hanno contribuito ad animare il dibattito sulla reale utilità dei modelli animali di depressione e sulla loro validità traslazionale, non tenendo conto del fatto che i modelli animali non sono ideati per rappresentare la condizione patologica umana nella sua interezza e complessità ma, piuttosto, a rappresentare degli aspetti specifici della depressione, che ci consentano di comprendere i meccanismi neurobiologici essenziali allo sviluppo ed all’espressione della patologia. Un nuovo slancio all’utilizzazione del roditore per lo studio della depressione è stato dato in questo senso dall’introduzione del sistema dell’Research Domain Criteria (RDoC) nella classificazione degli stati psicopatologici. Sviluppato dal National Institute of Mental Health, l’RDoC rappresenta un tentativo di creare un sistema di classificazione sperimentale di stati psicopatologici in una dimensione trans-nosografica, basata su evidenze scientifiche eziologiche e patofisiologiche. Questo nuovo approccio mira ad estendere la ricerca clinica oltre la mera valutazione dei sintomi soggettivi, per direzionarla verso una diagnosi basata su misure oggettive neurobiologiche e genetiche. Secondo l’RDoC, infatti, la stessa diagnosi riferita ad un gruppo di pazienti molto eterogenei viene destrutturata e categorizzata in “cluster” più omogenei sulla base di alterazioni neurobiologiche misurabili ottenute, ad esempio, mediante tecniche di imaging e neurofisiologia. Il sistema dell’RDoC si sviluppa su una matrice bidimensionale che collega i cambiamenti neurobiologici descritti su più livelli con domini comportamentali ben definiti, rappresentati come unità indipendenti nel generare il rischio patogenetico. Sull’asse orizzontale della matrice sono presenti sei unità di analisi, in ordine di complessità: molecole, cellule, circuiti, fisiologia, comportamento e self-reports. Sull’asse verticale vengono descritti sei domini psicobiologici, poi ulteriormente suddivisi in costrutti misurabili: i sistemi della valenza negativa (ad esempio quelli che coordinano le risposte a situazioni avverse quali la minaccia e la perdita), i sistemi della valenza positiva (quali l’approccio motivazionale o la risposta alla gratificazione), i processi cognitivi, i processi sociali, i sistemi di regolazione dell’attività cerebrale e dell’arousal ed il sistema somatosensoriale. All’interno di questa classificazione, la depressione con i suoi sintomi primari può ricadere principalmente entro due domini: sistemi della valenza negativa per il costrutto della reazione alla perdita (ad esempio motivazione, anedonia), e sistemi della valenza positiva per diversi costrutti legati alla motivazione. Rivisitare la ricerca preclinica seguendo il nuovo sistema dell’RDoC vuol dire non più cercare di rappresentare un modello di patologia come la depressione nella sua complessità, quanto piuttosto destrutturarlo in sotto-modelli specifici capaci di rappresentare distinti costrutti comportamentali come conseguenza di specifiche alterazioni neurobiologiche o genetiche. Ecco perché oggi più che di “modelli animali di depressione” è preferibile parlare di “modelli animali per lo studio della depressione”

    I modelli animali per lo studio della depressione

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    Il disturbo depressivo maggiore, o depressione maggiore, è una delle principali cause di disabilità nel mondo ed è caratterizzato da singoli, ricorrenti o cronici episodi di tristezza profonda, perdita della motivazione, dell’interesse e del piacere. A questi si aggiungono spesso sintomi secondari quali ansia, disturbi del sonno, perdita di peso, alterazioni cognitive e psicomotorie. Ne risulta una grande eterogeneità nella sintomatologia cui si associa un alto grado di variabilità individuale. Di origine multifattoriale, la depressione è stata associata ad alterazioni neurobiologiche di diversa natura, e questo in parte spiega l’alta percentuale di resistenza ai trattamenti antidepressivi convenzionali, principalmente atti ad aumentare la trasmissione monoaminergica (Noradrenalina, Dopamina e Serotonina). La grande varietà di manifestazioni cliniche che la caratterizzano, nonché l’eterogeneità eziologica suggeriscono che la depressione, così come definita dal DSM-V, possa in realtà racchiudere in sé uno spettro di sottotipi che richiederebbero uno studio indipendente e degli interventi terapeutici ad hoc. In questo scenario, l’uso dei modelli animali si impone più che mai come strategia necessaria per la comprensione dei diversi meccanismi patogenetici, nonché per lo sviluppo di nuovi trattamenti terapeutici. Ciononostante, per la sua stessa natura multiforme, lo sviluppo di un modello animale univoco che riproduca in modo esaustivo tutti gli aspetti della depressione è praticamente irrealizzabile. A rendere difficoltoso il passaggio dal modello animale alla ricerca clinica, inoltre, è il fatto che la diagnosi psichiatrica ad oggi può avvalersi solo di strumenti self-reports soggetti a valutazioni soggettive dello psichiatra, piuttosto che a misure oggettive quali ad esempio dei biomarcatori, che supporterebbero la validazione del modello. Inoltre, l’applicazione dei criteri diagnostici del DSM-V nella valutazione del comportamento simil-depressivo dell’animale può essere molto problematica quando si considerano sintomi chiave del disturbo, quali ad es. l’ideazione suicidaria, o la sua natura di disturbo ricorrente che non sono osservabili nè riproducibili negli animali. Queste difficoltà hanno contribuito ad animare il dibattito sulla reale utilità dei modelli animali di depressione e sulla loro validità traslazionale, non tenendo conto del fatto che i modelli animali non sono ideati per rappresentare la condizione patologica umana nella sua interezza e complessità ma, piuttosto, a rappresentare degli aspetti specifici della depressione, che ci consentano di comprendere i meccanismi neurobiologici essenziali allo sviluppo ed all’espressione della patologia. Un nuovo slancio all’utilizzazione del roditore per lo studio della depressione è stato dato in questo senso dall’introduzione del sistema dell’Research Domain Criteria (RDoC) nella classificazione degli stati psicopatologici. Sviluppato dal National Institute of Mental Health, l’RDoC rappresenta un tentativo di creare un sistema di classificazione sperimentale di stati psicopatologici in una dimensione trans-nosografica, basata su evidenze scientifiche eziologiche e patofisiologiche. Questo nuovo approccio mira ad estendere la ricerca clinica oltre la mera valutazione dei sintomi soggettivi, per direzionarla verso una diagnosi basata su misure oggettive neurobiologiche e genetiche. Secondo l’RDoC, infatti, la stessa diagnosi riferita ad un gruppo di pazienti molto eterogenei viene destrutturata e categorizzata in “cluster” più omogenei sulla base di alterazioni neurobiologiche misurabili ottenute, ad esempio, mediante tecniche di imaging e neurofisiologia. Il sistema dell’RDoC si sviluppa su una matrice bidimensionale che collega i cambiamenti neurobiologici descritti su più livelli con domini comportamentali ben definiti, rappresentati come unità indipendenti nel generare il rischio patogenetico. Sull’asse orizzontale della matrice sono presenti sei unità di analisi, in ordine di complessità: molecole, cellule, circuiti, fisiologia, comportamento e self-reports. Sull’asse verticale vengono descritti sei domini psicobiologici, poi ulteriormente suddivisi in costrutti misurabili: i sistemi della valenza negativa (ad esempio quelli che coordinano le risposte a situazioni avverse quali la minaccia e la perdita), i sistemi della valenza positiva (quali l’approccio motivazionale o la risposta alla gratificazione), i processi cognitivi, i processi sociali, i sistemi di regolazione dell’attività cerebrale e dell’arousal ed il sistema somatosensoriale. All’interno di questa classificazione, la depressione con i suoi sintomi primari può ricadere principalmente entro due domini: sistemi della valenza negativa per il costrutto della reazione alla perdita (ad esempio motivazione, anedonia), e sistemi della valenza positiva per diversi costrutti legati alla motivazione. Rivisitare la ricerca preclinica seguendo il nuovo sistema dell’RDoC vuol dire non più cercare di rappresentare un modello di patologia come la depressione nella sua complessità, quanto piuttosto destrutturarlo in sotto-modelli specifici capaci di rappresentare distinti costrutti comportamentali come conseguenza di specifiche alterazioni neurobiologiche o genetiche. Ecco perché oggi più che di “modelli animali di depressione” è preferibile parlare di “modelli animali per lo studio della depressione”
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