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COLLEZIONARE LIBRI: LA RACCOLTA DEL BANCHIERE-MECENATE OTTAVIO COSTA
Il raffinato collezionismo di Ottavio Costa (1554-1639) non ha riguardato solo gli oggetti d'arte raccolti in decenni di ragguardevoli e ponderate committenze. I dettagliatissimi inventari fatti redigere periodicamente dal banchiere-mecenate ingauno attestano una discreta considerazione maturata anche per i manoscritti e le fonti a stampa. Tre documenti stilati tra il 1600 e il 1641 offrono lo spunto per una riflessione sulla cultura sofisticata e cosmopolita di uno dei primi estimatori di Caravaggio, vicino a Guido Reni e al Cavalier d'Arpino. La sua biblioteca, nella quale si riconoscono anche gli apporti dei fratelli Pier Francesco e Alessandro, si pone accanto ad altre celebri collezioni di libri avviate da personaggi a loro vicini, come quelle del cardinale Francesco Maria del Monte o del cardinale Alessandro Peretti Montalto
LA PARTECIPAZIONE GENOVESE ALLA MOSTRA DEL GIARDINO ITALIANO: NOTE PER UN DIALOGO TRA UGO OJETTI, ORLANDO GROSSO E GIUSEPPE CROSA DI VERGAGNI
'DELLA VITA PRIVATA DEI GENOVESI' TRA SEI E SETTECENTO. LO SPAZIO DOMESTICO NELLA REPUBBLICA DI GENOVA E LA SUA PROIEZIONE EUROPEA, Università degli Studi di Verona, Tesi di Dottorato in 'Beni Culturali e Territorio', XXIII ciclo, tutor Prof. Bernard Aikema
Il successo della Repubblica di Genova è stato misurato dagli storici sulla base dei fasti commerciali e finanziari che nel corso dei secoli hanno garantito la sua prosperità in equilibrio tra le sfere di influenza francese e spagnola. Una potenza paradossale per più motivi: 1) perché dotata di una proiezione globale, ma sostanzialmente priva di un vero territorio, a eccezione di quegli imbelli Domini costellati di ville e giardini che il cartografo Matteo Vinzoni illustrò alla metà del Settecento con dovizia di particolari; 2) perché dotata di un sistema di potere contrario alla monarchia, ma cresciuto grazie ad una aristocrazia di mercanti abbastanza scaltri da nominare la Madonna regina della città (1637) e, contemporaneamente, da ricercare nel meridione regnicolo una legittimazione neo-feudale; 3) perché titolare di un rapporto con la Curia romana cementato sì da papi e cardinali spesso di origine ligure, ma non sufficiente ad arginare la furia del visitatore apostolico Francesco Bossio contro dimore talmente ricche da rischiare di «oltrepassare la christiana modestia» (1582). E’ in questa complessa e contraddittoria politia che si crearono le condizioni per un gran numero di iniziative legate all’arte e all’architettura che, comunque, non bastarono a far sì che chiunque vivesse a Genova fosse prospero e felice: le case non erano tutte simili alle dimore disegnate da Galeazzo Alessi e poi ‘propagandate’ da Pietro Paolo Rubens! La cifra di quanto la povertà fosse diffusa anche a Genova è data dall’enorme cubatura dell’Albergo dei Poveri che le classi agiate fecero costruire (1652-’56) essenzialmente per togliere (e togliersi) di torno gli inopportuni mendicanti assiepati davanti alle eleganti abitazioni affacciate sulle Strade Nuove o concentrate nelle riservatissime ‘curie’; dimore oggetto di un quarto paradosso, quello identificato dal pittore-diplomatico fiammingo al servizio dei Gonzaga che ebbe a scrivere di residenze di «gentiluomini» (va ricordato, al governo di una Repubblica), paragonabili per splendore a palazzi di principi «assoluti», a capo di una Monarchia. Il ‘caso Genova’ è intrigante perché tutte le componenti appena ricordate hanno contribuito ad alimentarne il mito. In questo volume non si è inteso stabilire se si tratta di un mito vero o falso, ma capire - principalmente attraverso una rosa di inventari scelti per esemplarità - come questi aspetti abbiano impattato sulla vita di alcuni casati, i Sauli, i Brignole-Sale, i Pallavicini, i Grillo, i Centurione. Uno spoglio filologico che, unito a quello condotto su numerosi altri documenti, è servito a porre in risalto la grande varietà di caratteri, destinazioni e beni che una dimora genovese poteva vantare, la funzione degli oggetti d’arte nella vita del clan o, per dirla con le parole di Marta Ajmar, «the cultural significance of things». A tal proposito, non esiste una risposta univoca. La ricerca ha provato a trovare una strada attraverso la cultura materiale e visuale della casa genovese tra Sei e Settecento intesa come strumento di interpolazione tra immagine pubblica e privata. L’ambiente domestico, e al suo interno la famiglia che viveva circondata da determinati mobili, da determinati quadri e da determinati apparati decorativi (spesso decisi in piena coerenza con le scelte sperimentate all’esterno di quelle mura, nelle cappelle e nelle chiese gentilizie), dimostra una consapevolezza di marca europea pari o addirittura superiore ai risultati economici. Ricchezza e immagine, articolazione e identità della famiglia, tipi autoctoni delle pratiche decorative e degli stili artistici e architettonici, modelli di acquisizione degli oggetti, attributi dell’aristocratico lifestyle genovese, sono tutti elementi che si intersecano tra loro, con l’obiettivo di fornire una lettura ‘altra’ rispetto a quella, celebre, di Francis Haskell, il quale, nel grande affresco dedicato a Roma e a Venezia durante l’età barocca, aveva confinato l’episodio ‘Genova’ nel riduttivo contesto della cosiddetta «scena provinciale» dell’arte e della società italiane. I palazzi di Genova riflettono un dialogo fra la ‘tradizione’ incarnata dall’estetica medievale del centro storico e l’innovazione dei modelli ‘post-moderni’ alessiani, poi rivoluzionata ancora dai rivolgimenti barocchi ammirati dai testimoni che passarono per la città, da Furttenbach ai viaggiatori del Grand Tour. In queste architetture maturò il profilo dell’esagerata genoese way of life che neanche le leggi suntuarie riuscirono a contenere: lo attestano quei ritratti di Rubens e di Van Dyck che, come ha notato Giorgio Doria, mostrano contabili issati su cavalli rampanti e mogli di prestatori di denaro che ambivano al rango di principessa (un quinto paradosso?). Gli spazi domestici genovesi giocarono in tal modo molti ruoli: luoghi di ricevimento, teatri di celebrazione e agiografia; soprattutto furono una manifestazione di gusto e di valore, non solo per i membri dell’upper class che ebbero la fortuna di vivere in queste dimore, ma anche per un’intera società sempre in bilico tra magnificentia e mediocritas, tra originalità ed emulazione. Alla luce di quanto detto, il volume è stato organizzato in due parti, articolate in sei capitoli e sette appendici documentarie. Il primo capitolo è dedicato all’analisi delle fonti, le voci dei contemporanei, che hanno contribuito a creare il ‘mito’ delle dimore genovesi [I]. Segue la presentazione di alcune delle diverse modalità di declinare e intendere la ‘vita privata’ di questa aristocrazia affacciata sul mondo: l’approccio dinastico al mecenatismo, con la diacronica saga dei Sauli impegnati sul doppio e intercambiabile registro della domus magna in San Genesio e della basilica alessiana di Carignano, entrambe trasformate in ‘oggetti barocchi’ internazionali con il contributo di artisti come Claudio David, Domenico Piola, Pierre Puget, Massimiliano Soldani Benzi, Diego Francesco Carlone, Francesco Maria Schiaffino; nel mezzo, il rapporto epistolare con molti di questi personaggi e il ruolo giocato in qualità di intermediari nella circostanza di complicate triangolazioni, come quella che nel 1641 vide protagonisti Gio Battista Manzini, Gio Antonio Sauli e Anton Giulio Brignole-Sale intorno a dieci quadri di Guido Reni [II]. I capitoli successivi proseguono indagando altri temi: la personalizzazione degli spazi abitativi, con l’esempio di tre ‘case’ volute, rispettivamente, da un cardinale (Vincenzo Giustiniani-Banca), uno storiografo (Raffaele Soprani) e un pittore-intellettuale (Gio Battista Paggi) [III]; la ‘macchina’ abitativa, con lo ‘smontaggio’ di una complessa dimora del Seicento come Palazzo Rosso, residenza dei Brignole-Sale [IV]; la via notarile alle ‘grande decorazione’, con alcuni scritti contenenti le premesse culturali e iconografiche di due importanti cicli affrescati da Domenico Parodi per Paolo Gerolamo III Pallavicini e Gio Francesco III Brignole-Sale [V]; il rischio di dispersione dei patrimoni raccolti, con le pratiche di vendita all’incanto e con le dispute testamentarie che segnarono le famiglie Grillo e Centurione [VI]. La seconda parte del libro, invece, propone le ricordate appendici archivistiche, sei delle quali organizzate per unità parentali: ciascuna di esse è introdotta da un sintetico profilo focalizzato sulla posizione del casato nella geografia del potere cittadino e sul suo atteggiamento in termini di supporto alle iniziative di committenza. La settima e ultima appendice raccoglie, infine, cinque brani sul tema della residenza genovese che il mondo della colta erudizione di primo Novecento dedicò all’argomento, sulla scia degli studi avviati da Luigi Tommaso Belgrano con il saggio Della vita privata dei genovesi (1866). ITALIAN
In-vivo diagnostic measurements of ocular inflammation
Abstract
PURPOSE OF REVIEW:
The diagnosis of allergic conjunctival inflammation is usually made on the basis of clinical signs and symptoms; however, in-vivo and in-vitro tests are indicated when patient management requires identification of the specific allergic sensitization. The purpose of this review is to describe recent and less recent methods to assess ocular allergic inflammation.
RECENT FINDINGS:
In the non-active phase of the disease, the specific conjunctival provocation test can be used to identify local sensitivities to allergens. Although not highly specific, total IgE in tears may be measured with a simple local test by inserting a paper strip in the lower meniscus. Limited tear volume prohibits the use of specific IgE tests. The measurement of tear-specific inflammatory markers, such as eosinophil cationic protein, IL-4, IL-5 and eotaxin, may also be useful for the diagnosis of ocular allergy. Multiple cytokine assays of tear samples and new imaging techniques are exciting advances that might provide the in-vivo diagnosis of ocular surface inflammation.
SUMMARY:
Whereas chronic, severe ocular allergic conditions have uniquely diagnostic signs and symptoms, the most common diseases, seasonal and perennial allergic conjunctivitis, have no specific pathognomonic signs. The diagnostic measurements of local inflammation may help in the management of ocular allergy
Emerging drugs for ocular allergy
Ocular allergy is a common condition that usually affects the conjunctiva of the eye and is, therefore, often referred to as allergic conjunctivitis. The severity of the disease can range from mild itching and redness, as seen in seasonal allergic conjunctivitis, to the more severe, sight-threatening forms such as vernal and atopic keratoconjunctivitis. The central mechanism in the pathogenesis of these diseases is IgE-mediated mast cell degranulation and activation of T lymphocytes, eosinophils and conjunctival structural cells. The pharmacotherapy of allergic conjunctivitis consists of several classes of drugs: antihistamines, mast cell stabilisers, dual-acting agents and corticosteroids. None of the available drugs completely abolishes the development of ocular allergy. For this reason, new topical antiallergic/anti-inflammatory agents are currently and continually under clinical trials. This review provides a background to ocular allergic diseases, the medical need for therapy and current and potential new treatments
GENOESE WAY OF LIFE. VIVERE DA COLLEZIONISTI TRA '600 E '700
Incontro di presentazione e confronto dei risultati degli studi condotti nell’ambito del Progetto di Ricerca
di Interesse Nazionale 2008
'Collezionismo e spazi del collezionismo aristocratico nel XVII e nel XVIII secolo
Fonti, scelte artistiche, contesti architettonicodecorativinellaRepubblica di Genova, nello Stato di Milano e nel Mezzogiorno d'Italia
PER LE DIMORE E IL COLLEZIONISMO GIUSTINIANI A GENOVA. TRA IL CARDINALE VINCENZO GIUSTINIANI OLIM BANCA (1519-1582) E IL MERCANTE LUCA GIUSTINIANI OLIM LONGO (1513-1583)
L’Archivio Durazzo-Giustiniani di Genova conserva un quaderno intitolato «Dissegni della casa posta sopra la piazza de Giustiniani» (mm. 284x210), databile alla metà del ‘600. Le piante dei diversi livelli presentano sorprendenti inserti a pop-up che consentono di comprendere, quasi come in un 3D ante litteram, la puntuale conformazione della struttura, con l’indicazione della destinazione d’uso di ciascun ambiente. La dimora, integra e inserita negli elenchi dei Rolli della Repubblica di Genova, è stata la residenza di Vincenzo Giustiniani-Banca, nato a Chio, in città almeno dal 1546, generale dell’Ordine domenicano dal 1558, cardinale dal 1570 e promotore dell’editio critica degli opera omnia di San Tommaso d’Aquino.
Scomparso nel 1582, Vincenzo riposa in Santa Maria sopra Minerva a Roma, nella cappella ornata con la Predica di San Vincenzo Ferrer del genovese Bernardo Castello. Il suo busto, insieme a quello degli altri co-fondatori del più noto ramo romano della famiglia, il cognato Giuseppe e i suoi figli, il cardinale Benedetto e il marchese Vincenzo Giustiniani-Negro, è invece conservato nell’atrio della domus magna dei Giustiniani a Genova. Il dato non deve stupire. Egli fu risolutivo nell’accogliere a Roma Giuseppe, marito della sorella Gerolama, quando, nel 1566, fu costretto a lasciare l’isola di Chio incalzato dai turchi ottomani. L’alto prelato imbastì una rete di protezione che consentì ai suoi parenti di introdursi nella gestione della Depositeria Pontificia e negli ambienti vicini all’oratorio dei Filippini e agli ordini religiosi paupersiti, creando così le condizioni per le scelte artistiche indagate da Silvia Danesi Squarzina. Il quaderno si è rivelato utile per avviare un confronto con alcune delle riflessioni presenti nel Discorso sull’architettura del marchese Vincenzo. I criteri da lui enunciati non potevano non derivare da una conoscenza diretta della situazione locale, a partire dalla villa Giustiniani in Albaro di Galeazzo Alessi, appartenuta ad un terzo ramo della famiglia, quello del committente Luca Giustiniani-Longo sposato con Mariettina Sauli i cui fratelli ingaggiarono l’Alessi per la basilica di Carignano. Uno spazio, la villa di Albaro, dove si manifestò una potente adesione al collezionismo di statue antiche, poi subito esteso alle altre dimore Giustiniani di città, che, sulla scia delle operazioni sviluppate sin dal ‘400 sul mercato dei marmi tra Genova e Chio, sembra anticipare gli interessi dei Giustiniani di Roma
PERCEZIONE E MEMORIA DEL GIARDINO STORICO GENOVESE. FIRENZE 1931: LA LIGURIA ALLA MOSTRA DEL GIARDINO ITALIANO
Il case study muove dalla partecipazione di Orlando Grosso, pittore e direttore dell’Ufficio
Comunale di Belle Arti a Genova, affiancato da Giuseppe Crosa di Vergagni,
architetto, e da Augusto Béguinot, direttore dell’Istituto Botanico Hanbury dell’Università
di Genova, alla grande Mostra del Giardino Italiano, allestita da Ugo Ojetti a Firenze
nel 1931. Grosso, Crosa di Vergagni e Béguinot inviarono a Palazzo Vecchio dipinti
di Alessandro Magnasco e di Luigi Garibbo, disegni di Domenico Parodi e di Paolo
Gerolamo Piola, di François Gonin e di Riccardo Lombardo, acquarelli di Francesco
Podestà e di Domingo Motta, incisioni di Küssel e di Guidotti, fotografie di Brogi e di
Alinari.
I diversi materiali – individuati attraverso una sistematica ricerca condotta presso gli
Archivi Storici dei Comuni di Genova e di Firenze, del Gabinetto Fotografico del Polo
Museale Fiorentino, del Centro Studi della Wolfsoniana e dei Musei di Strada Nuova
a Genova – furono accuratamente selezionati per dare vita a una rappresentazione il
più possibile completa del giardino in Liguria tra Cinque e Seicento; non solo, le suggestioni
iconografiche raccolte servirono poi a Crosa di Vergagni per creare, sempre in
occasione della mostra fiorentina, un modello polimaterico o ‘tipo’ di giardino genovese,
da inserire nella sequenza di altre nove maquettes che Ojetti e i suoi collaboratori offrirono
al pubblico quale “ordinato riassunto dal pompeiano al romantico” del giardino
italiano.
Il lavoro svolto da Crosa di Vergagni trova riscontro in un ampio numero di suoi
progetti per ville e giardini destinati alla classe dirigente genovese: disegni dimostrativi
di un approccio aggiornato, in particolare se posto a confronto con quanto stava accadendo
negli Stati Uniti, tra il 1922 e il 1932, con le operazioni coordinate dalla landscape
architect Beatrix Farrand nella dimora dei Bliss di Washington DC, dove non mancano
riferimenti concreti ai saperi del giardino genovese di cui si conserva memoria nel
Fondo Farrand della Dumbarton Oaks Research Library and Collection.
La partecipazione alla Mostra del 1931 maturò in un contesto culturale estremamente
sensibile e ricettivo verso il giardino storico a Genova e in Liguria: infatti, già nei primi
due decenni del Novecento, erano stati numerosi gli studi e i contributi dedicati a questo
territorio, una letteratura legata non solo a nomi di esperti ‘locali’, come Mario Labò
o Antonio Cappellini, ma anche a figure di profilo ‘internazionale’, come il premio Pulitzer
Edith Wharton, gli architetti americani John Shepherd e Geoffrey Jellicoe, il garden
designer Inigo Triggs, lo storico dell’architettura Arthur Thomas Bolton e molti altri
ancora
IL 'VERZIERE' DEI DORIA A DOLCEACQUA
Il giardino dei Doria a Dolceacqua, nell’estremo Ponente della Liguria, è frutto dell’impegno di Stefano Doria, cugino di Giovanni Andrea I Doria, nipote del famoso ammiraglio Andrea Doria. Il contributo presenta una ricognizione sul territorio che ha condotto a scoprire alcuni frammenti dell’antico luogo di delizie, riferibili al secondo Cinquecento: i dati concreti sono stati sommati alle testimonianze iconografiche ancora disponibili, come il Theatrum Dulcis Aquae, tratto dal Theatrum Sabaudiae di Tommaso Borgonio (XVII secolo), già reso noto in occasione della Mostra del giardino italiano curata da Ugo Ojetti a Firenze nel 1931. L’indagine ha permesso di arricchire il patrimonio delle conoscenze sulle iniziative dei Doria accanto a quelle riguardanti Loano e il Palazzo del Principe a Genova
Le chiese romaniche della val Nervia
Il breve saggio focalizza l’attenzione sulle chiese romaniche di San Pietro a Camporosso, San Giorgio a Dolceacqua, San Pietro di Ento ad Apricale e San Tommaso a Pigna. Questi edifici, dislocati nella val Nervia, a ridosso dell’estremità occidentale della Liguria, rappresentano un complesso davvero unitario che non ha mancato di destare l’attenzione dei numerosi viaggiatori inglesi presenti nell’area dalla fine dell’Ottocento: dagli scritti di William Scott (Rock Villages, 1888), a quelli di Edward e Margaret Berry (At the western gate of Italy, 1931)
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