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    The social role of childbirth across Attic tombstones

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    Abstract Ad Atene, la donna non aveva personalità giuridica, ma era sotto la tutela di un kyrios che agiva come suo rappresentante legale e che si identificava fino al matrimonio col padre e dal matrimonio col marito; il suo ruolo sociale si espletava nella legittimità della filiazione: in quanto ‘strumento’ indispensabile per la nascita dei figli legittimi, la donna assicurava la continuità dell’oikos. Con l’intensificarsi della produzione di semata funerari ad Atene negli ultimi decenni del V secolo a.C., si percepisce una più netta e diffusa affermazione dell’immagine della donna, ritratta sia nell’età della fanciullezza e dell’adolescenza, sia da adulta. Il dato è rilevante perché il monumento funerario, pur essendo, in questi casi, di matrice privata, aveva destinazione pubblica. Partendo da questo presupposto il lavoro si sofferma sulle immagini funerarie che vedono protagonisti donna e infante, e in particolare sui temi della maternità e della morte per parto. Attraverso l’analisi dei monumenti funerari, effettuata sui principali cataloghi disponibili, e grazie al confronto con la pittura vascolare coeva, si ipotizza che, se l’indugiare sulla presenza di uno o più bambini rimarca la dignità di madre della defunta, l’identificazione del bambino con un neonato - è avvolto in fasce e spesso indossa un cappellino a punta, come riportato nelle testimonianze letterarie - possa fornire una diversa chiave interpretativa, rimandando alla ‘morte materna’. Nei casi, più rari, in cui il neonato è affidato alle cure della madre, è possibile, inoltre, che questo indicasse che l’evento non si era concluso solo con la morte della donna, ma anche del bambino. Tale lettura suggerisce che nella diffusione di questi schemi, che trovano riscontro nei rituali degli Amphidromia, si intrecciavano la dimensione privata della donna e la sua dimensione sociale, al fine di ribadirne, in un certo senso, il ruolo ‘politico’

    Craftsmen and Society: the Lysippean Kairos

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    The debate on the social status of the craftsman in the ancient world involved various generations of scholars. In classical Greece the word “art” in its aesthetic significance, as is known, does not exist and it does not exist a term used to indicate the “artist” as an expression of the creative process. Two sets of constraints hampered full recognition of “téchne” as a craft activity: the one, ontological and epistemological, and the other practical ethical and socio-political. The conceptualization of beauty with its intrinsic ethical stance, not exclusively referred to téchnai, does not have the qualities to substantiate téchnai themself systematically and become a specific category at the same time. This premise is necessary to reconsiderate the aesthetic and historical content of the Lysippean Kairos. The bronze graphic reconstruction shows the child on tiptoe on the ball, with broad wings back and a small pairs at the ankles. He grabs with his right hand a razor which support the balance, and touches a left dish with the index finger. Long hair descends on the forehead, leaving bare occiput and nape. The subject has been studied extensively, but going deep in the cultural evidence some ambiguities emerge and stimulate us to reevaluate the matter. A way forward to clarify the intent of the author and therefore the archetypal image of the work seems to consider different reading levels, both the symbolic valu

    La lezione del passato nell’interpretazione di un rilievo conservato alla Galleria Borghese

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    Ricerche condotte nell’Archivio Segreto Vaticano hanno consentito di ipotizzare la provenienza dalla campagna romana del rilievo, conservato attualmente nella sala I della Galleria Borghese a Roma, con l’inventario LXXI, noto già al Winckelmann. Lo studio ha fornito l’occasione per tornare ad approfondire il soggetto e il contenuto della scena, interpretata come Artemide kourotrophos con Telefo

    La facciata principale del Casino Nobile a Villa Borghese nell’Ottocento: nuovi documenti per la collezione di antichità.

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    Alcuni documenti inediti concernenti i Borghese, conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, costituiscono la premessa per analizzare l’apparato esornativo del prospetto principale del Casino Nobile a Villa Pinciana nell’Ottocento dopo che la vendita della collezione archeologica ai francesi nel 1807 aveva determinato la perdita della quasi totalità dei manufatti antichi e il conseguente impoverimento della decorazione esterna. L’intento di ripristinare il fastigio della facciata - sobria e austera nell’interpretazione del Canina - determinato forse dai movimenti edilizi che si andavano compiendo o dalla prospettiva di cedere l’intera collezione, si disvela ripercorrendo le fasi del progetto, elaborato da Marcantonio V e ripreso da Paolo Borghese che, mediante la ricollocazione di sculture e rilievi antichi reperiti nei possedimenti familiari, riecheggiava il ritmo dell’esuberante impianto decorativo secentesco
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