425 research outputs found

    Tommaseo, Niccolò, Iskrice, a cura di Ivetic Egidio (edizione critica), in Tommaseo, Niccolò, Scintille, a cura di Bruni, Francesco con la collaborazione di Ivetic Egidio, Mastandrea Paolo, Omacini Lucia

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    Edizione critica di Iskrice, pp. 389-425. Le Iskrice rimangono più unico che raro caso di un’opera scritta direttamente nella lingua croata e serba (l’illirico, secondo il Tommaseo) da parte di un grande intellettuale italiano. La riconsiderazione della Dalmazia, in un ipotetico Commonwealth illirico, cioè slavo meridionale, fu un percorso di apertura culturale, che in Tommaseo s’era avviato dalla sfera intima, dalla contemplazione della figura materna e della di lei nota ma repressa “diversità” di lingua; un percorso approdato alle riflessioni sulla patria dalmata e su quella che gli parve una nazione slava meridionale, articolata nelle varie componenti regionali (dalmata, bosniaca, serba, montenegrina). L’idea di un Mediterraneo fatto di piccole patrie sospese tra la classicità e la modernità fa da sfondo alla riflessione su ciò che la Dalmazia era stata nel passato e su ciò che sarebbe potuta diventare, secondo Tommaseo, una volta preso atto delle sue contraddizioni e complessità

    Interpretazione delle "Iskrice"

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    Le Iskrice rimangono più unico che raro caso di un’opera scritta direttamente nella lingua croata e serba (l’illirico, secondo il Tommaseo) da parte di un grande intellettuale italiano. La riconsiderazione della Dalmazia, in un ipotetico Commonwealth illirico, cioè slavo meridionale, fu un percorso di apertura culturale, che in Tommaseo s’era avviato dalla sfera intima, dalla contemplazione della figura materna e della di lei nota ma repressa “diversità” di lingua; un percorso approdato alle riflessioni sulla patria dalmata e su quella che gli parve una nazione slava meridionale, articolata nelle varie componenti regionali (dalmata, bosniaca, serba, montenegrina). L’idea di un Mediterraneo fatto di piccole patrie sospese tra la classicità e la modernità fa da sfondo alla riflessione su ciò che la Dalmazia era stata nel passato e su ciò che sarebbe potuta diventare, secondo Tommaseo, una volta preso atto delle sue contraddizioni e complessità

    Cattolici e ortodossi nell'Adriatico orientale veneto, 1699-1797

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    La vicenda del cattolicesimo e dell’ortodossia nei domini adriatici dell’ultimo secolo della Repubblica va osservata separando il contesto istriano da quello dalmata. Ci sono tuttavia alcune similitudini. Non diversamente di quanto avvenne in Italia dalla fine del Seicento e per tutto il Settecento, crebbe pure in Istria e in Dalmazia il ruolo degli episcopati. Vediamo attivi, in particolare fra il 1720 e il 1760, vescovi dalla spiccata personalità, molto intraprendenti sul piano della prassi pastorale. Furono iniziative parallele, sul piano organizzativo della vita religiosa, di quanto il governo veneto cercava di effettuare nell’amministrazione dei comuni e delle podesterie. Una problematica a sé è quella del rapporto tra cattolici e ortodossi in Dalmazia e del ruolo dello Stato veneziano quale mediatore tra le due parti. Dobbiamo ancora valutare le conseguenze delle forti contrapposizioni fra il clero cattolico e quello serbo ortodosso. Il contrasto, diventato aperto dal 1705 circa, fu lungo, pluridecennale. La memoria collettiva, tra i sudditi ortodossi serbi, di una difficile convivenza con il clero cattolico affiancò la memoria della convivenza sperimentata nella compagine ottomana fino alla metà del Seicento. Una tolleranza reciproca, tra popolazione cattolica e ortodossa, si riscontra negli ultimi decenni della Serenissima, in concomitanza con l'eclissi dell’autorità del clero cattolico. Venezia gestì il contrasto in modo titubante anche quando avrebbe potuto essere più decisa. Prevalse il pragmatismo della Dominante sulla faziosità dei governatori
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