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Cena Loredana, Imbasciati Antonio-Infertilità e mancata transizione alla generatività
La genitorialità e il progetto generativo entrano in uno sviluppo della dimensione
sessuale. Questa è intrisa, forse potremmo dire costituita, dai
fantasmi del “fare bambini”. Nella stessa genesi del piacere sessuale, il lavoro
del cervello emotivo che lo genera (Imbasciati, 1990, 2010) comporta
l’elaborazione di fantasmatiche generative, e difetti di questa, di solito collegati
ad altre strutture neuropsichiche di tipo patologico, possono generare
disturbi anche palesi delle manifestazioni fisiche sessuali. Una generatività
è insita in una “buona” sessualità. Quando tale generatività si sviluppa
in un progetto generativo, anche la dimensione sessuale si sviluppa, ed anche
nelle sue manifestazioni fisiche, ed in particolare nella composizione
percettiva (pseudopercettiva: cfr. precedente capitolo) del piacere. Ciò è più
evidente nella donna, ma agisce anche diversamente nell’uomo. Quando
poi il progetto generativo si evolve nella genitorialità, anche qui la dimensione
sessuale potrà avere mutamenti, positivi o anche negativi.
La psicoanalisi è nata dall’osservazione di disturbi psichici e somatici
alla cui origine si rinvengono problemi riguardanti la sessualità. La Teoria
energetico-pulsionale di Freud è un tentativo di spiegare la sessualità,
per estendere poi il modello da tale studio ricavato a tutto il funzionamento
psichico, e a porre l’origine di questo in un istinto, comunque in
spinte (trieb) biologiche alla sessualità omologabili (Imbasciati, 2005).
Quanto a un cosiddetto istinto materno, cioè generativo, rari sono i riferimenti
diretti . Il primo psicoanalista che espressamente
trattò di “generatività” fu Erikson (1950): ripercorrendo, ampliando
e sviluppando il discorso freudiano su oralità, analità, fallicità, genitalità,
questo autore descrisse otto successive fasi di sviluppo, dando a quanto
espresso da Freud un significato non più biologistico (pulsioni endogene da
zone somatiche), bensì quanto egli chiamò apprendimenti da “modi d’organo”. Oggi diremmo sviluppo simbolopoietico a partire dal corpo (Imbasciati,1990). Uno dei meriti di Erikson fu d’avere proseguito tale individuazione
di fasi di sviluppo psichico, soprattutto descrivendo il ruolo della
motricità nell’acquisizione di una propria identità, e la capacità di relazioni
intime, intese queste non semplicemente in senso fisico e sessuale, ma primariamente
ed essenzialmente psichico. È qui che può formarsi la coppia
ed è qui che Erikson parla di generatività.
Tale generatività si costruisce in modo lento e graduale nello sviluppo
dell’identità individuale, attraverso la complessità delle precedenti fasi
di sviluppo. Erikson descrisse in tal modo gli sviluppi psichici derivati dai
vari modi d’organo, tra cui la fiducia di base, acquisita nei confronti delle
figure affettive primarie, l’autonomia conquistata attraverso una graduale
separazione dai propri genitori, l’iniziativa e l’operosità, l’identità, e infine
la generatività. Nell’acquisizione della propria identità, si acquisisce anche
una specifica identità di genere (altrimenti abbiamo la dispersione di ruoli),
mentre una sempre maggiore intimità nelle relazioni interpersonali consente
di giungere a una generatività, che poi consentirà anche la possibilità
di generare ed educare dei figli, dopo aver integrato nella propria personalità
i sentimenti ambivalenti che ne avevano caratterizzato le precedenti fasi
di sviluppo. Merito di Erikson fu l’aver spostato l’accento istintuale biologistico
che aveva avuto fino ad allora (il testo fondamentale di Erikson è
del 1950) la psicoanalisi, a un orizzonte relazionale, sociale, educativo anche,
integrando gli originari modelli freudiani con l’orientamento che andava
maturando nella cultura psicoanalitica e in quella antropologica più
generale.
La generatività che Erikson pone al termine dello sviluppo psicosessuale
si configura più come appartenente allo sviluppo psicosociale dell’identità,
piuttosto che facente parte dello sviluppo psicosessuale in sé, anche se
con questo mantiene legami. Quanto questi siano da intendere come causalità,
nel senso che la sessualità originerebbe intrinsecamente il bisogno generativo,
piuttosto che sviluppo meramente cronologico, ci presenta l’interrogativo
opposto: se cioè lo svilupparsi di un’identità generativa porti alla
sessualità in senso completo; o per lo meno quanto vi siano legami reciproci
dall’uno all’altra che l’uno e l’altra sviluppino e rinforzino. La generatività
è caratterizzata da diversi aspetti evolutivi, che si concentrano nella vita,
come la costruzione di un nucleo affettivo di coppia, la strutturazione di un
nucleo familiare, la progettazione della procreazione (concepimento-gravidanza-
nascita-allattamento), la genitorialità, l’accudimento e l’educazione
dei figli. Nelle descrizioni di Erikson possono essere ritrovate le origini di
quanto la letteratura non solo psicoanalitica, ma psicologica più in generale,
ha individuato come passaggi dalla vita individuale a quella di coppia e
a un sistema di relazioni allargato, di tipo triadico e multiplo. La costruzione della coppia e della famiglia si inserisce nel processo evolutivo personale
come un’ulteriore occasione di sviluppo-crescita aperto ad un nuovo processo
psichico: la genitorialità, e da questa al sociale.
La generatività si esprime in maniera evidente nel desiderio di procreare
e di prendersi cura dei propri nati, per trasmettere loro il patrimonio valoriale,
ma anche in tutte le attività produttive e creative, mosse dalla tensione
di accrescere il potenziale proprio, nonché delle generazioni successive,
a beneficio dell’intera umanità: la generatività comporta la possibilità
di una prospettiva aperta alla produttività e alla creatività .
Si tratta della creatività che si esprime nelle opere intellettuali quali
espressione della generatività spirituale umana. La generatività è una disposizione
strutturale della mente a creare qualcosa, che si forma, forse meglio
si conquista, quando lo sviluppo psichico è ottimale. Questa generatività entra
nella dimensione sessuale, con i fantasmi, prima, della generazione dei figli,
con i desideri, poi, di creare qualcosa che durerà oltre la propria vita: in
questa ampia gamma di possibilità creative l’espressione più concreta è quella
di realizzare una sessualità che produca dei figli. Questo non va però inteso
riduttivamente negli effetti materiali di un accoppiamento con figli, bensì
come precedente predisposizione e struttura emotiva che permea la sessualità
stessa, rendendola piena e ottimale, non semplicemente negli effetti, ma
negli “affetti”, il che equivale a dire nella struttura psichica globale della
persona. Pertanto non è la sessualità che conduce alla generatività, bensì la
generatività che porta a una sessualità intesa in senso psichico pieno All’interno della generatività psichica, sessualità e procreazione possono trovare una loro integrazione. Non sempre però questo avviene e i due
eventi possono non essere contigui, né in complementarietà: si può avere
una sessualità senza generatività, così come viceversa. Tale disgiungimento,
che talora può diventare scissione strutturale, dipende dai molteplici fattori
che dalle esperienze lungo il corso della giovinezza vengono elaborati
in strutture neuropsichiche. Tra tali fattori, di ordine psicosociale, si aggiunge
oggi l’attuale possibilità tecnico-medica di disgiungere la sessualità
dalla procreazione fisica attraverso la possibilità di pianificazione delle nascite,
per cui un figlio può venire programmato e voluto in un determinato
tempo e solo se ci sono certe condizioni. Il controllo della fertilità potrebbe
allora consentire di ripensare alla propria possibilità di generare come ad
un “potere”, con il quale è possibile soddisfare un desiderio profondo che è
di libertà e di realizzazione di un’“esperienza privilegiata di responsabilità”. Si può avere anche una generatività biologica che prescinda dalla sessualità,
come nei casi di nascite attraverso la procreazione medicalmente
assistita. La complessità del binomio sessualità/generatività comporta
molteplici sfaccettature di complessità e di problematicità, né è un processo
lineare: si può per esempio considerare la processualità interiore di una
coppia che, dopo lo svolgersi felice di una sessualità che non porta a concepire
per questa via, giunge a ricorrere alle tecniche mediche. Più complessi
interrogativi si presentano per quelle coppie che avevano deciso di
non avere figli, ma che col passare del tempo e della loro età, addivengano,
talora troppo tardi, alla determinazione di averli. Ancora, entrando
nell’area psicosomatica, danno da riflettere tutti quei casi in cui si concepisce
un figlio solo dopo un’adozione, o solo dopo grosse vicissitudini emotive
dell’uno o dell’altro o d’entrambi i membri della coppia, o più semplicemente
cambiando partner, pur fecondo che sia stato il primo. L’antica legge
ebraica del levirato la dice lunga. Sembra proprio che la generatività biologica
sia intimamente connessa con le complesse vicissitudini interiori, soprattutto
remote, dello sviluppo psicosessuale.
D’altra parte tale generatività, intesa nel suo più ampio senso psichico,
appare il motore, se si giunge alla procreazione, dell’accudimento e
della cura dei figli, cioè della genitorialità. In quest’area sono in atto nostre
ricerche. Complesse sono le vicissitudini
attraverso le quali si struttura quella mente individuale (della donna e
dell’uomo) che determinerà la qualità dell’accudimento e quindi quanto possiamo definire qualità individuale della genitorialità. Questa, in ogni caso, sembra procedere da quella, cosicché i due termini appaiono l’un l’altro contigui in una linea di
sviluppo, cronologica e psichica. Ma non sempre è così.
La sessualità è un’emozione, e il suo esplicarsi
fisico conseguenza somatica: la fantasmatizzazione di una generatività fisica
(fare un bambino) ne è fulcro primario. Per un buon sviluppo di tale
emozione, e pertanto per l’acquisizione di capacità sessuali adeguate, relazionali
e non narcisistiche, occorre però che la fantasmatizzazione originaria
di una generatività fisica si evolva, si articoli e si arricchisca sviluppandosi
come simbolopoiesi (Imbasciati, 2001), per arrivare a un’effettiva e
completa dimensione di generatività psichica; da cui, poi ed anche, la genitorialità.
Una generatività circoscritta alle rappresentazioni di fare un figlio
non basta, dunque: tuttavia essa può fungere da stimolo e, attuata, offrire
opportunità di trasformazione psichica e occasione di crescita individuale,
con il superamento dell’egocentrismo e della dipendenza a favore dell’acquisizione
di un maggior senso di responsabilità. Con la nascita di un bambino
l’individuo è chiamato ad un nuovo ruolo, quello genitoriale, ad assumersi
la responsabilità di un altro essere umano bisognoso e indifeso, e di accompagnarlo nello sviluppo. La capacità di generare rappresenta quindi
una grande occasione di evoluzione della coppia e della famiglia: anche
le difficoltà a crescere e a curare appropriatamente dei figli possono diventare
occasione di conoscenza, di comprensione e di integrazione emozionale
ed esistenziale reciproca. Già a partire dalla gravidanza nella coppia iniziano
a strutturarsi quelle dinamiche d’assestamento che consentiranno ai
due partner di progredire da una condizione diadica ad una fase di riassestamento
a tre, che comporta l’attivazione della ulteriore funzione contigua
e complementare, quella genitoriale, e di concretizzare in un progetto di vita
il nuovo periodo della storia generazionale della famiglia.
Per entrambi i membri della coppia il vissuto delle proprie capacità generative
costituisce una componente importante per il consolidamento della
propria identità di genere, nonché per la più ampia identità familiare e
dell’intero sistema generazionale. Il progetto generativo si inscrive e trascende
il desiderio individuale di avere un bambino, per collocarsi in una
più vasta rete sociale: la generatività si costituisce allora come dimensione
psichica nella vita individuale e sociale. La generatività è così l’espressione
anche della capacità di proiettarsi nel futuro: generare figli e crescerli significa
farsi carico dell’intera umanità che attraverso di loro cresce e si rinnova.
All’interno di questa prospettiva il figlio non è visto quindi solo come
nuovo nato, frutto dell’amore dei due genitori, ma anche, attraverso di
loro, viene collegato alla storia generazionale di cui eredita il patrimonio,
in una trasmissione transgenerazionale.
Tutto ciò implica però uno sviluppo della dimensione interiore, inconscia,
che contempla il figlio come esito finale e non come prova che tale
sviluppo sia avvenuto. Per questo tale generatività non va confusa con
la semplice decisione di fare un figlio. Molto più spesso di quanto appaia
all’occhio dell’osservatore comune, la decisione di fare un figlio, o di adottarlo,
è una scorciatoia fallace, dettata da motivi difensivi inconsci che nulla
o ben poco possono avere a che fare con una effettiva dimensione interiore
di generatività. Spesso una coppia decide di avere un figlio credendo
di salvare se stessa e il proprio accordo, altrettanto spesso per colmare una
solitudine, più spesso ancora per mero narcisismo. In questi casi, quando il
figlio arriva e cresce, ben poche saranno le probabilità di uno sviluppo interiore
della mente dei genitori, così come molte le probabilità che, invece
di vantaggi e sviluppi, emergano psicopatologie, se non disastri, e nella
coppia e nella mente dei singoli, con relativi rischi per il bimbo. Abbastanza
spesso, in questi casi, c’è uno scarso coinvolgimento dell’emozione sessuale
in tale pseudogeneratività
Imbasciati Antonio, Cena Loredana -Gravidanza, parto e puerperio:nella prospettiva psicosomatica
La letteratura psicologica e più specificatamente quella psicosomatica
e quella psicoanalitica hanno evidenziato come le funzioni fisiologiche e fisiopatologiche
inerenti al concepimento, alla gestazione, al parto al puerperio, all’allattamento,
siano modulate, anche attraverso l’asse ipotalamo-ipofisario, da dinamiche
psichiche. Queste pertanto possono essere correlate con le vicende
ostetrico ginecologiche, nonché con il primo sviluppo psicofisiologico
fetale e neonatale.
Le dinamiche in questione riguardano processi del tutto inconsci, che riattualizzano
strutture mentali della personalità femminile. Le dinamiche
relazionali della gestante (nei confronti del proprio partner, della propria
famiglia, del medici curanti, nonché della struttura sanitaria ostetrico-ginecologica,incidono su tale riattualizzazione e pertanto possono influenzare le vicende perinatali.
Il divenire madre e la possibilità di essere una madre “sufficientemente
buona” sono l’esito mai definitivo né scontato di un
intenso lavoro psichico, che inizia sin dalle prime fasi della gravidanza.
Quest’ultima si configura come momento di riedizione della storia infantile
della donna e dei suoi rapporti con la madre e come momento
di “crisi” per il riattualizzarsi dei conflitti legati al
processo di elaborazione di fasi cruciali dello sviluppo relativi all’acquisizione
dell’identità femminile.
Gravidanza e parto sono momenti significativi nel “ciclo di vita” della
donna caratterizzati da profonde trasformazioni: come la pubertà e la menopausa,
la gestazione è associata ad importanti modificazioni somatiche
e psicologiche, comporta un sommovimento emotivo, neurovegetativo, endocrino, più generalmente umorale e metabolico, forse anche immunitario
e comunque psicosomatico. Le modificazioni fisiologiche che interessano
tutti gli organi e i tessuti dell’organismo diventano un punto focale intorno
a cui si intrecciano i processi intrapsichici di ogni singola donna e i fattori
endogeni predeterminati dalla genetica della specie. La maggior parte di
tali modificazioni avviene mediante l’influenza di particolari incidenze ormonali
e metaboliche caratteristiche dello stato gravidico, sui quali il feto e
la placenta esercitano un controllo omeostatico.
A sua volta i mutamenti dell’organismo hanno un feedback somatopsichico
nelle strutture psichiche, nelle funzioni che in ogni singola donna
differenziatamente si sono costruite e che esplicano ora la loro modulazione
sull’evento specifico. Da un feedback somatopsichico si passa di nuovo
a modulazioni psicosomatiche. Il tutto rimodulandosi la qualità delle relazioni
interpersonali profonde, così come un tempo si erano strutturate nella
mente primaria della bambina e così come ora si ristrutturano in quelle
della donna.
Esistono periodi critici in gravidanza: l’inizio, la percezione
dei movimenti fetali, la modificazione del corpo, il travaglio e il parto.
Ad ognuno di questi periodi corrispondono particolari vissuti emotivi,
spesso accompagnati da paure o angosce, che potrebbero dare origine sia a
sintomatologie organiche funzionali che a disturbi psicotici.
Il lavoro psichico inizia già dalla decisione con il partner di voler fare
un figlio. Si inserisce qui tutta la casistica relativa alla sterilità di coppia
maschile e/o femminile, nonché la problematica inerente la fecondazione
assistita, con i suoi plurimi tentativi sfavorevoli. Il filo rosso che attraversa
la gravidanza è costituito dalle angosce inconsce concernenti il proprio
corpo, che si trasforma internamente ed esteticamente, dalle massicce modificazioni
ormonali a carico del sistema endocrino, fino a quelle fisiologiche
più generali, che investono tutti i sistemi corporei.
Il disagio interiore è accettato con fatica, talora con rifiuto o aggressività
rivolti al nascituro. In presenza di tali dinamiche negative, il feto è vissuto
come un elemento dannoso, che potrebbe lacerare e danneggiare, e che si
deve espellere. Su questa base possono svilupparsi gravi angosce e inconsci
sentimenti di colpa, che talora si trasformano nei timori, anche coscienti di
fare figli mostruosi, o di essere invase e consumate internamente. Tali fantasie
possono concretarsi in sindromi psiconevrotiche, così come in sterilità,
aborti, parti prematuri, distocie.
Verso la fine del primo trimestre la placenta esercita un’azione di controllo
e mantiene lo stato di gravidanza con la produzione di sostanze ormonali
ed enzimatiche. In questo sistema materno-feto-placentare, il feto è
elemento attivo che partecipa all’attività metabolica placentare. Si parla di
unità feto-placentare, considerata come il complesso del le reazioni biosintetiche e metaboliche indispensabili al proseguimento della
gravidanza. Sotto l’influenza ormonale, prima del corpo luteo e poi della
placenta, l’organismo materno viene preparato ad accogliere l’ovocita fecondato,
a mantenere lo stato di gravidanza, a favorire l’accrescimento fetale,
a preparare gli organi riproduttivi al completamento delle loro funzioni
(l’utero, per lo sviluppo della gravidanza, prima, e per il meccanismo
del parto poi, e la mammella per la lattazione). Tutte queste modificazioni
organiche sono soggette ad essere modulate dalla situazione psichica, a sua
volta mobilitata dal feedback somatico-psichico-somatico, in relazione alla
struttura psichica e relazionale materna, con le relative angosce e conflitti
inconsci.
Il sistema integrativo materno-fetale, metabolico-umorale-emodinamico,
è sottoposto sia alla situazione psichica, sia a condizioni di stress ambientale.
In alcune condizioni, quando diverse concause, come fattori materni
generali o locali, fattori genetici e stress ambientali sono presenti, si può
verificare una deviazione dai normali regimi metabolici, per esaurimento
della dinamicità del sistema o per particolari labilità costituzionali: ciò può
generare patologie materne come diabete, gestosi, ritardo di accrescimento
fetale, morte intrauterina.
I meccanismi di questo stato funzionale sono correlati con dinamiche
psichiche che costituiscono causa e bersaglio della problematica psicosomatica
della gravidanza: dinamiche psichiche con riflessi somatici o effettive
dinamiche psicosomatiche e somatopsichiche, in cui vi sono modificazioni
umorali e neurali con diversi destini somatici.
Accanto all’elaborazione del sé psichico durante la gravidanza, anche
il corpo e l’immagine del corpo subiscono modificazioni. La donna cambia
forma, peso e rapporto con il proprio corpo e con l’ambiente circostante.
La “pancia” contraddistingue il proprio essere gravida ed è l’espressione
socialmente evidente di quanto le sta succedendo dentro. Alcune donne
possono esprimere la sensazione di essere “brutte”a causa delle trasformazioni
che il corpo subisce, altre possono avere timore di essere “sformate”
e di rimanere così per sempre. Questi vissuti possono essere collegati ai
vissuti del bambino”mostro”, cioè al timore che il bimbo possa non essere
sano e che Fornari (1979) identifica come “angoscia genetica”, ricollegabile
al senso di inadeguatezza e insicurezza verso la propria capacità generatrice:
in questo caso la “mostruosità” viene attribuita al bambino anziché a se
stesse. Tali angosce comportano una elaborazione psichica e pertanto neurale,
che modifica a sua volta quella umorale e ormonale.
Ogni volta che l’unità dello schema corporeo è messa in crisi, anche l’identità
psichica stessa del soggetto viene messa in crisi. La donna in gravidanza
vede modificare l’immagine del proprio corpo: questa rappresenta
la base della coscienza unitaria di sé e una sua trasformazione richiede che tale rappresentazione sia ben stabilita e strutturata. Al momento del parto
la separazione comporta che comunque lo schema corporeo sia ben organizzato,
altrimenti ci può essere il rischio che si manifestino disturbi psichici
anche di rilievo, come le psicosi puerperali. In questo quadro i corsi
di preparazione al parto sono utili, in quanto, attraverso gli esercizi (RAT,
Training autogeno respiratorio, rilassamento) la donna può essere aiutata e
guidata a prendere più coscienza delle proprie sensazioni corporee.
La gravidanza è un momento psichico particolare, uno stato di suscettibilità
detto di “trasparenza psichica” (Bydlowsky, 2004), in cui elementi
dell’inconscio arrivano alla coscienza. Fattori che vi possono intervenire
sono la struttura della personalità della gestante, la natura del sostegno psicologico
che può ricevere dal partner e dai familiari, il fatto che la gravidanza
sia stata desiderata o meno, l’esperienza di gravidanze precedenti, le
paure relative al dolore del travaglio o quella di generare un figlio deforme.
Le problematiche psichiche possono ripercuotersi negativamente sul feto:
viene riscontrata una maggiore attività fetale in utero, disturbi nel neonato,
quali irritabilità, sindromi gastrointestinali, tachicardia e modificazioni del
quadro respiratorio. Un forte stato ansioso può dare origine a una vasocostrizione
uterina, mediata da una stimolazione di neurotrasmettitori e questo
potrebbe dare origine ad un ritardo della crescita fetale, secondario ad
asfissia cronica. La ricerca psicosomatica perinatale è numerosa, ma alquanto dispersiva rispetto alle
fonti, e disomogenea rispetto agli strumenti usati, alle metodologie e soprattutto
ai diversi orientamenti circa il modo di definirne l’oggetto. Alcuni
studi infatti si focalizzano sull’aspetto endocrino, mettendo in ombra il primum
movens psichico, altri lo sottintendono senza svilupparlo, talora includendolo
nell’onnicomprensivo concetto di stress; anche questo peraltro
variamente inteso; altri ancora si focalizzano sui sintomi psichici, con rilievi
e misure che dipendono dagli strumenti, talora evitando l’inferenza dai sintomi ai dinamismi psicosomatici
veri e propri. Altri studi infine si focalizzano quasi esclusivamente sulla
psiche della madre e la relativa struttura di personalità. Non facile dunque
è avere una visione unitaria in questo campo
Cena Loredana, Imbasciati Antonio -I silenti apprendimenti del bambino pretermine.
Gli attuali progressi in ambito tecnologico e scientifico riguardo alle cure intensive neonatali
ha consentito, anche in quelle gestazioni di poche settimane, ai bambini pretermine una maggiore
probabilità di sopravvivenza,in condizioni migliori (Nati per vivere: Imbasciati et al, 2009), e gli
attuali studi si sono focalizzati ad indagare la “qualità”dello sviluppo e della vita di questi bimbi, per
poter fornire loro e alle loro famiglie un’assistenza sempre più individualizzata e specializzata (Als
et.al. 1994).Attualmente vengono messe in evidenza nuove problematiche nello sviluppo psichico,
sociale e relazionale. La prematurità ha perso progressivamente la sua connotazione di unicità e
centralità nella genesi dei disturbi somatici infantili ed è stata contestualizzata in una visione più
globale di sviluppo, considerato come il risultato dell’interazione di molteplici fattori: in particolare
quelli relativi all’ambiente socio-affettivo-relazionale (Muller-Nix, Ansermet, 2009) che avrebbero
una notevole incidenza sulla vulnerabilità del prematuro. Questa infatti viene influenzata e modulata
in senso facilitante o ostacolante dall’ambiente che circonda il bimbo in relazione alle differenti
modalità di contatto e di cura . Nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale viene infatti a mancare la
funzione delle figure primarie mentre molteplici caregiver, spesso però attraverso mezzi tecnologici
si prendono cura del bimbo.
Il nato a termine pur tuttavia è un individuo in continua interazione con il suo ambiente fisico
e sociale, in grado di comunicare attraverso il proprio comportamento e le sue capacità motorie e
relazionali: Brazelton (1973) rileva come il neonato a termine, sia dotato, alla nascita, di competenze
che gli consentono di interagire con chi si prende cura di lui, rispondendo alle stimolazioni
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ambientali, con modalità conformi al suo stato di benessere: attraverso la scala NBAS (Neonatal
Behavioral Assessment Scale) si valuta il comportamento e le competenze del bimbo alla nascita. La
NBAS consente di rilevare un "profilo" del neonato, permettendo anche di condividere con i genitori
le qualità del comportamento del bambino: ciò aiuta l’accudimento.
Anche il neonato pretermine viene considerato rispetto alle sue competenze: non è certo
come un neonato a termine, ma tuttavia un individuo competente, il cui funzionamento che sarebbe
appropriato ad un ambiente intrauterino è inappropriato per l’ambiente extrauterino. Als,
riprendendo le ipotesi di Brazelton, considera il bambino pretermine un collaboratore attivo, con
capacità di interagire direttamente con chi si prende cura di lui e con l’ambiente: la sua Scala APIB
(Assessment of Preterm Infant Behaviour) è mirata infatti alla valutazione del comportamento del
nato pretermine ( Als et al.1982), e viene utilizzata per neonati pretermine/ad alto rischio in età
gestazionale compresa tra le 36 e le 44 settimane di vita che siano in condizioni cliniche stabili.
Prendendo in considerazione la scala NBAS costruita da Brazelton per valutare il comportamento
del neonato a termine, Als definisce che è possibile valutare le capacità del pretermine attraverso
una metodologia dell’osservazione delle sue modalità comportamentali e delle strategie utilizzate
per adattarsi alle proposte sociali ed ambientali. Il neonato pretermine comunica il suo stato di
benessere e/o di disagio tramite indicatori comportamentali, che vanno individuati e valutati, e che
consentono così di poter meglio strutturare strategie assistenziali e di accudimento, adeguate alle
sue capacità
Cena Loredana, Imbasciati Antonio-L’Osservazione clinica perinatale e l’approccio psicobiologico allo studio delle prime relazioni genitore-bambino
In Psicologia Clinica Perinatale si
utilizzano metodologie e strumenti di rilevazione dei dati che possono
essere più o meno standardizzati, come i self report o i colloqui clinici:
negli ultimi decenni tali dati possono venire integrati con i rilievi della
psicobiologia e delle neuroscienze che attraverso evidenze biochimiche,
neuroimaging, tracce EEG sustanziano quanto rilevato negli eventi
psichici.
L’osservazione è tra le metodologie d’indagine quella elettiva in Psicologia
Clinica Perinatale , permette di valutare lo sviluppo
del neonato e del bimbo : indispensabile se è
ancora feto in utero o nei primi anni di vita, quando non ha possibilità di
descrivere i suoi comportamenti, sentimenti, bisogni.
L’osservazione non è di per sé una metodologia obiettiva, come quelle
psicobiologiche o neuroscientifiche, nel senso di consentire una registrazione
diretta e fedele della realtà attraverso strumentazioni elettromedicali,
ma è esposta al rischio della soggettività, della parzialità dell’osservatore
e agli errori o distorsioni che ne derivano. Osservare, benché non
sia interpretare la realtà, è tuttavia un momento intermedio tra la percezione
del fenomeno e la sua interpretazione. E d’altra parte anche la percezione
risente di fattori soggettivi. Per tali caratteristiche inerenti all’osservatore
umano, l’utilizzo dell’osservazione può soltanto approssimarsi,
il più possibile, all’obbiettività: per ridurre appunto questa approssimazione,
una conoscenza più oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile,
deve fondarsi su procedure rigorose del metodo, con la formulazione
di ipotesi, verifica sperimentale, raccolta dati, loro codifica e interpreta zione, convalidati dagli apporti di altre discipline. Per essere considerata
una metodologia scientifica l’osservazione implica l’attivazione di un procedimento
selettivo che si differenzia dal semplice guardare: l’osservatore
si propone uno scopo e formula delle ipotesi, sulle quali pensa di ottenere
delle informazioni. L’osservazione clinica perinatale non è mai un processo
casuale ma deve essere programmata, inserita in un progetto con riferimento
ad un modello esplicativo teorico che ne indichi le procedure
controllate da seguire nella raccolta dati, cioè sistematiche, ripetibili e comunicabili,
in un campo delimitato di indagine, orientata da idee, ipotesi
e teorie. Per poter osservare in modo valido è necessario identificare delle
variabili obiettive e controllabili che possano essere circoscritte attraverso
categorie descrivibili e misurabili; la procedura deve essere ripetibile
da altri osservatori e i risultati comunicabili secondo parametri obiettivi;
i dati vanno registrati in maniera sistematica ed essere messi in relazione
con proposizioni più generali, piuttosto che presentarsi come un insieme
di curiosità interessanti.
Il bimbo in epoca prenatale, monitorato attraverso le ecografie, poi osservato
neonato e nei primi due anni di vita insieme i suoi genitori, sono
l’“oggetto di studio” della Psicologia Clinica Perinatale: tali oggetti di indagine
sono completamente differenti da quelli delle scienze della natura e
questo rende il processo osservativo in una propria complessità.
La durata e la frequenza delle osservazioni, così come gli strumenti usati
per registrare i dati osservati dipendono prevalentemente dall’approccio
teorico di riferimento: possono essere diversi il contesto (naturale, artificiale),
le procedure di osservazione (diretta, indiretta), l’osservatore (neutrale,
partecipe), i soggetti osservati (spontanei, guidati).
In psicologia perinatale gli obiettivi possono essere diversi: è possibile
osservare per acquisire e approfondire conoscenze per la ricerca o per
valutare e poi intervenire in ambito clinico. Queste due finalità, di ricerca
e clinica possono integrarsi e si arricchiscono vicendevolmente, anche
se utilizzano strumenti, modalità e hanno obiettivi e motivazioni differenti.
L’ambito clinico comporta l’uso dell’osservazione nella consultazione e
nell’intervento terapeutico, l’ambito di ricerca consente di utilizzare l’osservazione
a scopo conoscitivo.
Il contesto in cui si svolge l’osservazione ha una sua particolare importanza
in quanto può essere naturale o semi-strutturato o strutturato, a seconda
se vengono inserite e controllate alcune variabili per avere parametri
di confronto uniformi. L’osservazione in un contesto naturale è stata una
delle prime metodologie utilizzate dalla psicoanalisi: successivamente la
Teoria dell’Attaccamento e l’Infant Research hanno sviluppato altre metodologie
osservative di tipo sperimentale, in cui si può osservare il soggetto
e la sua relazione diadica o triadica in laboratorio, attraverso l’introduzione di alcune variabili che aiutano il clinico e il ricercatore a studiare fenomeni
che altrimenti non sarebbe possibile rilevare con l’osservazione naturalistica.
I contesti naturale e sperimentale forniscono elementi indispensabili
che vanno utilizzati in modo integrato: il contesto naturale permette di osservare
il comportamento nelle sue manifestazioni spontanee, mentre la situazione
sperimentale consente di avere ulteriori dati che non sono direttamente
osservabili nel setting naturale, in quanto introduce variabili che
possono essere controllate e modificate dall’osservatore.
L’osservazione può essere condotta con modalità dirette e indirette a seconda
se l’osservatore è presente nel contesto osservativo e registra gli
eventi osservati senza interferire o cercando di fare meno interferenza possibile;
quando l’osservatore non può raccogliere direttamente i dati osservativi
o lo studio di eventi è difficilmente attuabile in contesti naturali o
in laboratorio, è possibile raccogliere le informazioni necessarie attraverso
l’utilizzo di interviste e questionari.
Ciò che caratterizza l’osservazione è anche la relazione osservatore- osservato:
questa è una delle modalità specifiche introdotte nella metodologia
osservativa della psicoanalisi e che consente di raccogliere ulteriori dati
sulle variabili emotivo-affettive del contesto e dei soggetti.
La psicoanalisi ai suoi albori non ha utilizzato subito l’osservazione infantile:
Freud ricavava i dati dell’infanzia dell’adulto in analisi, retrospettivamente.
Le sue osservazioni dei bambini sono principalmente indirette,
raccogliendo i dati osservativi dai resoconti dei genitori.
È la figlia di Freud, Anna (1949, 1957), con l’“Osservazione del bambino”
(1951) a introdurre questa metodologia di indagine sistematica, durante
l’infanzia. Con Melanie Klein (1932) e la scuola inglese si afferma l’idea
che, se si riesce ad intervenire precocemente con appropriati trattamenti,
è possibile riscontrare miglioramenti o evitare stati anche gravi di disagio.
Nel testo “Sull’osservazione del comportamento dei bambini nel primo
anno di vita” (1952), la Klein mette in evidenza come il bambino esprima
sentimenti precoci che possono essere osservati mentre vengono vissuti e
riattualizzati durante l’azione ludica.
Il merito della Klein sta nell’aver osservato il ripetersi di certi accadimenti
nella psiche del bambino (1961), che permettono di rilevare in ambito
teorico processi costanti della mente infantile: ciò ha consentito un passaggio
dalla osservazione clinica a formulazioni teoriche dello sviluppo
psichico infantile.
Winnicott, in “L’Osservazione dei bambini piccoli in una situazione prefissata”
(1941), pone l’accento sulla situazione relazionale e sostiene che
debba essere osservata la diade madre/bambino come un’unità.
Anche Spitz (1965) osserva i bimbi, nel “Primo anno di vita del bambino”,
in situazioni di deprivazione affettiva, ed evidenzia come crescere entro contesti relazionali sia una condizione indispensabile per la formazione
di strutture psichiche che consentano all’individuo di rapportarsi adeguatamente
al mondo esterno: per conoscere le strutture psicologiche di un bimbo
occorre indagare le caratteristiche e la qualità delle sue relazioni primarie.
Se un buon rapporto con la madre consente un armonico sviluppo
psicofisico, un legame disadatto può condurre a stati di disagio e di psicopatologia.
La metodologia dell’Infant-Observation, messa a punto dalla Bick (1964)
e poi dalla Harris (1980), dà una svolta decisiva alla metodologia dell’osservazione
clinica del neonato.
L’infant observation è una osservazione naturalistica, nell’ambiente in
cui vive il piccolo, attraverso un rigoroso setting. L’osservatore è neutrale
e partecipe al tempo stesso, segue l’evoluzione dell’unicità della relazione
che si struttura all’interno della diade madre-bambino che poi descrive minuziosamente,
in un successivo protocollo in cui evidenzia anche le emozioni
provate: questo aspetto metodologico è fondamentale in quanto consente
all’osservatore di partecipare all’atmosfera emozionale nella quale il
bambino vive e cresce, e gli consente di affinare la sua capacità di rapportare
gli stati emozionali della madre con quelli che osserva nel bambino, e
di confrontare il supporto fornito dalla madre in rapporto ai bisogni fisici
emotivi e cognitivi del bambino
Imbasciati Antonio, Cena Loredana -Curare i bambini curando i genitori
La strutturazione o meglio la costruzione del sistema neuromentale del bimbo può realizzarsi in senso positivo piuttosto che negativo e in tal caso a rischio per i bambini, in funzione delle capacità della mente dei genitori di trasmettere nelle interazioni messaggi strutturanti piuttosto che destrutturanti: un eventuale intervento terapeutico o meglio preventivo nei confronti dei bambini a rischio, non può che rivolgersi alla mente dei genitori o meglio al loro apparato mentale mentre accudiscono ai loro bambini. Il contesto relazionale è il vero punto di intervento in campo psichico.L'attenzione non può essere solo sul bimbo , ma sulla relazione che si svolge con i suoi genitori. Il senso di questo articolo : curare i bambini , curando i genitori. Occorre curare i genitori per aiutarli a comprendere le problematiche del loro bambino cosicchè essi possano farsi aiutare da operatori competenti a capire il tipo di relazione che sta strutturando il cervello del proprio bimbo
Cena Loredana, Imbasciati Antonio, Chirico Gaetano- Un “Osservatorio di Psicologia Clinica Perinatale”: formazione, prevenzione e interventi precoci a tutela e promozione della salute fisica e mentale della madrebambino-padre, coppia, famiglia,
La Psicologia Clinica Perinatale si è formata progressivamente dagli anni ’90 come area di ricerca specialistica della Psicologia Clinica e con questa denominazione si è organizzata presso la cattedra di Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Brescia, come studio interdisciplinare che ha integrato nel quadro metodologico della Psicologia Clinica le molteplici discipline sanitarie e sociali che si occupano della perinatalità: prima, durante, dopo la nascita e nei primi tempi di vita di un nuovo individuo. Concorrono pertanto nel quadro della Psicologia Clinica Perinatale le Scienze Ostetriche, l’Ostetricia-Ginecologia, la Neonatologia, la Pediatria, la Neuropsichiatria Infantile, le Scienze Infermieristiche, l’Assistenza Sanitaria, l’Assistenza Sociale, le Scienze dell’Educazione ed altre professioni sanitarie, educative e sociali.In questi ultimi anni nel Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali della Università di Brescia è stato istituito un “‘Osservatorio di Psicologia Clinica Perinatale” che si propone come centro autorizzato di studi e ricerche sulla perinatalità, in cui possono confluire e confrontarsi i contributi di professionisti e studiosi che a vario titolo e con approcci diversi si occupano di clinica perinatale: si è costituita una rete di collaborazioni multidisciplinari e progetti di ricerca clinica e sperimentale, in una sinergia di intenti per la prevenzione e la promozione della salute mentale della donna, della coppia, del bambino, della famiglia.Finalità dell’“Osservatorio di Psicologia Clinica Perinatale”: sviluppare progetti di ricerca, formazione, prevenzione e intervento. La progettualità generativa e genitoriale e l’acquisizione delle capacità psichiche necessarie alla coppia genitoriale per garantire la salute, fisica e mentale del proprio figlio sono tra le tematiche di rilevante interesse: “transition to parenthood”, concepimento, vicende della gestazione, parto/ nascita, puerperio, allattamento, accudimento neonatale, sviluppo fisico e neuropsichico del bambino nei primi anni di vita. I primi mille giorni di vita (dal concepimento) sono considerati dalla ricerca neuroscientifica attuale il periodo di maggiore criticità evolutiva nel ciclo di vita di un individuo, la cui qualità le neuroscienze hanno dimostrato determinante per il successivo sviluppo. La ricerca che ne deriva è rivolta alla triade madre-bambino-padre, all’insieme relazionale che li lega e al suo evolversi dall’epoca prenatale. Tale ricerca, collocata nel collettivo costituito dall’organizzazione di servizi istituiti e istituendi per proteggere e sostenere il percorso di nascita e crescita, genitoriale e infantile, nonché nel più vasto contesto culturale e sociale, è rivolta a promuovere una assistenza adeguata a garantire le future generazioni. I recenti mutamenti economico-sociali e antropologico-culturali hanno consentito la diffusione di nuove strutture familiari e modalità diversificate di assunzione del ruolo genitoriale, e di sempre più articolati percorsi della filiazione (procreazione medicalmente assistita, prematurità, differenti condizioni di accudimento ecc.), cosicché gli aspetti connessi alla perinatalità psichica implicano processi sempre più complessi. In specifico il progetto dell’Osservatorio “Prevenzione e Interventi precoci in Psicologia Clinica Perinatale per la sofferenza psichica e le psicopatologie della perinatalità a tutela e promozione della salute fisica e mentale della madre-bambino-padre, coppia, famiglia” è declinato e articolato in diversificati e multidisciplinari programmi di: ricerca, prevenzione, intervento e formazione degli operatori. È rivolto a tutte le figure dell’assistenza alla perinatalità che condividono obiettivi e finalità del presente progetto. Obiettivi perseguiti sono: • studiare e approfondire tematiche relative alla Psicologia Clinica Perinatale; • sensibilizzare attraverso screening donne, coppie e famiglie individuandone i fattori di rischio di psicopatologie della perinatalità;
prevenire la sofferenza psichica e il rischio di psicopatologie perinatali, attraverso programmi di prevenzione primaria, secondaria, terziaria; • attivare interventi precoci volti ad alleviare la sofferenza psichica genitoriale e del bimbo, supportando le possibili carenze della dotazione neuromentale genitoriale, nonché dell’ambiente, nella loro funzione di generatori della struttura neuromentale del neonato, del bimbo e del futuro individuo; • promuovere una adeguata cultura della perinatalità e interventi psicosociali di dimostrata efficacia per ridurre il disagio nella donna, coppia, bambino, famiglia e nelle loro reciproche relazioni; • organizzare percorsi di formazione multidisciplinare per gli operatori socio-sanitari della perinatalità; • favorire la sinergia fra tutti i professionisti delle strutture assistenziali coinvolte nelle problematiche della perinatalità: istituti di ricerca nazionali e internazionali, dipartimenti materno-infantili, di salute mentale, pediatri di libera scelta, medici di medicina generale, professionisti socio-sanitari, per la realizzazione di progetti su scala nazionale ed internazionale e una rete di servizi sul territorio. La pianificazione del suddetto progetto dovrà svilupparsi attraverso convenzioni, accordi e contratti con soggetti pubblici o privati, nazionali ed internazionali
Imbasciati Antonio, Cena Loredana. Psicologia Clinica Perinatale. Promozione della salute mentale dei genitori per lo sviluppo neuromentale del bambino
Con “perinatalità” si intende non solo quel periodo di vita della donna quando concepisce e mette al mondo un bambino, come comunemente e sanitariamente ancor oggi si intende ma, a più fondata ragione, il periodo della vita di ogni individuo, dal feto ai primi mille giorni di vita, in cui vengono a costruirsi le fondamenta del suo cervello. Continuare a riferirsi solo alla donna non considera quanto dimostrato da quasi un secolo dalle scienze psicologiche, psicoanalisi e neuroscienze.
Nessuno ha un cervello uguale a quello di un altro: la diversità è frutto di ciò che in un cervello si struttura in base alle informazioni ricevute continuativamente da tutti i sensori del corpo in contatto con il corpo della madre, prima come feto, poi come bimbo. Le prime strutture neurali condizionano il modo con cui un cervello organizzerà ogni successiva “sua” esperienza. Ne discende l’importanza della perinatalità, come periodo di formazione di quanto sarà determinante lo sviluppo del cervello di quel singolo individuo.
In questo sviluppo perinatale fondamentale risulta la sua relazione coi genitori. Poiché l’intero processo relazionale è silenzioso, al di fuori delle possibilità coscienti dei genitori, indispensabile si presenta poter prevenire eventuali sviluppi negativi nei bambini e nelle future generazioni. Occorre pertanto una “promozione della salute mentale dei genitori per lo sviluppo neuromentale del bambino”, come recita il sottotitolo di questo libro, che è il seguito di altri cinque dei medesimi autori dedicati a questo argomento.
Tale promozione si presenta poco utile se erogata solo per genitori con indici di rischio: i processi che inficiano la “buona relazione” sono silenziosi, al di fuori della coscienza, di genitori, di figli e anche di osservatori; salvo i casi gravi, rilevati a livello psichiatrico. Un lavoro di prevenzione con tutti i genitori permetterà inoltre di rilevare quanto le modalità attuali della vita sociale e intrafamiliare limitino e alterino (si pensi alla digitalizzazione di ogni linguaggio) lo spazio e la natura emozionale della “buona relazione”
Lo sguardo del ricercatore e del clinico dietro l'obiettivo della telecamera.
L'osservazione è la metodologia d'ìndagine elettiva in Psicologia Clinica.L'osservazione non è di per sè obiettiva, nel senso di consentire una registrazione diretta e fedele della realtà , anzi è esposta al rischio della soggettività, della parzialità dell'osservatore e agli errori o distorsioni che ne derivano. Quando si ha come obiettivo lo studio dell'interazione tra il bimbo e i suoi caregiver, la metodologia osservativa presenta complessità tali che il ricercatore e il clinico necessitano di un equipaggiamento teorico e strumentale adeguato che consenta di ottenere le informazioni indispensabili per la clinica e la ricerca.Nella metodologia osservativa sono state introdotte dagli anni 70 tecniche di registrazione delle osservazioni mediante strumentazioni audiovisive: le videosservazioni si sono rivelate di grande utilità per registrare le interazioni del bimbo con la madre o altri caregiver, ogni volta che si rende necessaria un'analisi sistematica e molto dettagliata dell'interazione.Attraverso le videosservazioni è possibile rilevare aspetti dello sviluppo del bambino e delle sue interazioni che possono essere a disposizione del clinico e del ricercatore in qualsiasi momento offrendo la possibilità di una analisi con modalità microanalitiche che non sarebbe possibile realizzare attraverso la semplice osservazione e attenzione umana .Per essere strumento scientifico la videosservazione deve però attenersi rigorosamente alla metodologia della ricerca osservativa : i filmati una volta realizzati devono essere analizzati e codificati , e i dati ottenuti possono essere elaborati secondo procedure statistiche per ottenere differenti misure relative a frequenza , durata, accordo tra ricercatori. In ambito clinico la videosservazione può venire anche utilizzata a supporto dell'intervento terapeutico o educativo : se nella relazione genitore-bambino sono presenti difficoltà o disturbi interattivi il terapeuta può inserire nel trattamento la tecnica del video feedback e rivedere la videoregistrazione insieme ai genitori soffermandosi su momenti particolarmente significativi dell'interazione : questo può essere utile per promuovere nei genitori una riflessione e una condivisione emotiva e pertanto un effetto terapeutico. Si possono anche prospettare eventuali ipotesi di cambiamento rispetto ai comportamenti inadeguati e si può ricercare insieme agli attori del processo relazionale nuove modalità di comunicazione più adeguate , partendo dall'osservazione e dall'analisi di quelle non congrue e poco funzionali , individuate attraverso il filmato
Difficoltà perinatali: la nascita pretermine
Le ricerche internazionali convergono nel considerare la nascita
prematura come un evento che comporta particolari complessità
con necessità di immediate e tempestive cure mediche specialistiche,
altamente intensive e sofisticate, a cui biologia, medicina e
ingegneria attuali stanno provvedendo. I progressi nelle cure perinatali
e neonatali hanno significativamente aumentato la sopravvivenza
dei nati pretermine (Ananth et al. 2005; Wheller, Baker, Griffiths
2006). Il progresso tecnologico e scientifico nell’ambito delle cure
intensive neonatali ha consentito una sensibile riduzione del tasso
di mortalità neonatale, che ha favorito la sopravvivenza di neonati
sempre più piccoli: tuttavia con patologie sempre più complesse. In
letteratura viene studiata soprattutto la qualità della vita nei pretermine
sopravvissuti, nei periodi che vanno dalla nascita all’adolescenza:
i bambini pretermine non hanno solo una maggiore probabilità
di morte dei bambini nati a termine, ma c’è una maggiore varietà di
problemi di salute e di sviluppo rispetto ai nati a termine. E una più
oscura varietà di più futuri problemi psichici.
Negli ultimi vent’anni le indagini scientifiche si sono pertanto
orientate a individuare i fattori multipli e sovrapposti che devono
essere analizzati per cercare di chiarificare i fattori di rischio e
di protezione, in modo che si possa migliorare la qualità della vita
in questi bambini più vulnerabili (Muller-Nix, Ansermet 2009). I ricercatori
concordano che è fondamentale applicare un approccio
multifattoriale alle ricerche: le cause della prematurità includono
comportamenti individuali del feto , condizioni mediche della madre e
del feto, fattori psicosociali, esposizioni ambientali, traumi, tumori,
fattori ormonali, trattamenti dell’infertilità nella madre, altri fattori
biologici e genetici: al di sopra di tutti occorre considerare i
fattori psichici che dal cervello emotivo dei singoli genitori e nella
relazionalità di coppia modulano tutto l’equilibrio psicosomatico
della donna . Molti di questi fattori sembrano potenziarsi
nei casi in cui i genitori si trovino in situazioni socio-economiche
svantaggiate, o siano membri di gruppi etnici minoritari (Behrman,
Stith Butler 2006).
È pertanto necessario un approccio multidisciplinare che consenta
di poter focalizzare da un punto di vista olistico e sempre
con maggiore specificità fattori di rischio e fattori di protezione,
onde poter predisporre interventi abilitanti e di sostegno allo sviluppo
del bambino, adeguati dal punto di vista non solo medico
ma anche psicologico.
La nascita pretermine è evento altamente stressante per i genitori
e la famiglia (Caplan, Mason, Kaplan 2000), con conseguenze
emotive a lungo termine: lo stato emotivo dei genitori dipende naturalmente
dal loro assetto emozionale personale e di coppia nonché
dalla condizione clinica in cui si viene a trovare il loro bimbo.
L’impatto con la realtà inaspettata di un reparto di patologia intensiva
neonatale, l’incontro con un bimbo diverso da come se lo erano
immaginato, fragile, monitorato, intubato, può essere sconvolgente:
ai genitori può sembrare di vivere come in un incubo, con
sensazioni di irrealtà, rabbia e sgomento D’altra parte il livello di stress del bambino sottoposto a cure intensive
e spesso invasive alimenta l’esperienza psichica traumatica
soggettiva del genitore, costituendo una serie di variabili critiche
influenti sulle competenze dei genitori stessi e di qui sullo sviluppo
del bambino stesso. L’esperienza di precoce stress nel nato pretermine
può inoltre portare già di per sé a una sua persistente vulnerabilità
emotiva, che si può manifestare anche tardivamente nello
sviluppo. Pertanto è importante riconoscere quanto prima i segnali
di stress, così come le possibilità di protezione.
Le neuroscienze hanno confermato come ogni sensorialità sia
veicolo della maturazione neurologica (Schore 1994, 2003).
Gli studi di Psicologia Clinica Perinatale e in particolare le ricerche
sperimentali sull’attaccamento hanno dimostrato come la maturazione
cerebrale, che fino a poco tempo fa si riteneva dovuta
al codice genetico, dipende invece dall’apprendimento dei messaggi veicolati dalle cure materne (Imbasciati, Cena 2010) che costruiscono
le reti neurali del feto e del neonato. Il contatto diretto
col bimbo è pertanto essenziale per garantirgli un’ottimalità di quei
silenti apprendimenti elementari che fanno maturare la predisposizione
funzionale del suo cervello. Tutto ciò nel pretermine può avvenire
solo in piccola parte. Le attuali ricerche internazionali (Muller-Nix, Ansermet 2009)
stanno evidenziando problematiche nuove nei pretermine, relative
allo sviluppo psichico, sociale e relazionale. La prematurità ha perso
progressivamente la sua connotazione di centralità nella genesi
di disturbi somatici infantili ed è stata contestualizzata in una visione
più globale e a lungo termine dello sviluppo: fattori relativi all’ambiente
socio-affettivo e in particolare alle cure materne, hanno una
notevole incidenza sulla vulnerabilità psichica e psicosomatica del
bimbo incidendo sullo sviluppo fisico e sulla salute anche futura e
soprattutto psichica del pretermine molto di più di quanto avvenga
per i nati a termine. Gli attuali studi psicologici convergono infatti
nel focalizzare l’attenzione su aspetti delle prime interazioni emotivo-
affettive dei genitori con il bimbo pretermine (Ansermet et al.
2007; Baldoni et al. 2007; Muller-Nix, Ansermet 2009; Imbasciati et
al. 2009): la relazione primaria, con tutti i suoi veicoli di comunicazione
non verbale, influenza la strutturazione neurale e condiziona
lo sviluppo psicofisico del bimbo. Le stesse cure mediche specialistiche,
per le diverse patologie, potranno avere un esito più o meno
positivo a seconda della qualità delle interazioni: queste possono
essere favorenti e facilitanti o addirittura ostacolanti le cure stesse,
a seconda della modalità con cui ci si «prende cura» del pretermine
e della qualità degli aspetti affettivo emotivi della relazione primaria
che vi intervengono. La qualità dello stato emotivo-affettivo dei genitori
è qui d’altra parte variabile non secondaria, di specifica competenza
dello psicologo clinico.
Se la nascita pretermine è indicata come un fattore di rischio per
uno sviluppo adeguato, per contro in questo quadro un’interazione
quanto più efficace e positiva, nelle relazioni madre-bambinopadre
e pretermine-caregiver, assume valenze altamente protettive
per i rischi dello sviluppo (Coppola, Cassibba 2004). In
ambito sanitario specialistico, per tutte le complicanze non solo di
sopravvivenza, ma soprattutto di crescita e di sviluppo neuro comportamentale,
devono dunque essere fornite non solo le competenze
nelle cure mediche, del neonatologo, del neuropsichiatra
infantile, ma anche competenze di altri specialisti, tra i quali lo psicologo
clinico, nonché di tutto il personale infermieristico e sanitario. Adeguati interventi, individualizzati, di Psicologia Clinica Perinatale
ai genitori – durante l’ospedalizzazione neonatale e la transizione
a casa come prevenzione, sostegno o terapia (Dudek-Schriber
2004; Muller-Nix, Ansermet 2009) – aumentano i fattori di protezione
alla vulnerabilità neonatale. Gli studi internazionali suggeriscono
dunque di incrementare, insieme ad altri servizi del sociale,
la cura del parenting primario. I fattori protettivi a supporto della relazione genitore-bambino
comportano un sostegno cognitivo da dare ai genitori, attraverso
informazioni utili alle esigenze di accudimento del piccolo,
e soprattutto un supporto emotivo-affettivo-relazionale che solo
un’adeguata sinergia del personale medico-infermieristico con gli
psicologi e gli psicoterapeuti, nonché i parenti, gli amici e altri genitori,
può dare ai genitori (Caplan, Mason, Kaplan 2000)
- …
