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    Cena Loredana, Imbasciati Antonio-Infertilità e mancata transizione alla generatività

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    La genitorialità e il progetto generativo entrano in uno sviluppo della dimensione sessuale. Questa è intrisa, forse potremmo dire costituita, dai fantasmi del “fare bambini”. Nella stessa genesi del piacere sessuale, il lavoro del cervello emotivo che lo genera (Imbasciati, 1990, 2010) comporta l’elaborazione di fantasmatiche generative, e difetti di questa, di solito collegati ad altre strutture neuropsichiche di tipo patologico, possono generare disturbi anche palesi delle manifestazioni fisiche sessuali. Una generatività è insita in una “buona” sessualità. Quando tale generatività si sviluppa in un progetto generativo, anche la dimensione sessuale si sviluppa, ed anche nelle sue manifestazioni fisiche, ed in particolare nella composizione percettiva (pseudopercettiva: cfr. precedente capitolo) del piacere. Ciò è più evidente nella donna, ma agisce anche diversamente nell’uomo. Quando poi il progetto generativo si evolve nella genitorialità, anche qui la dimensione sessuale potrà avere mutamenti, positivi o anche negativi. La psicoanalisi è nata dall’osservazione di disturbi psichici e somatici alla cui origine si rinvengono problemi riguardanti la sessualità. La Teoria energetico-pulsionale di Freud è un tentativo di spiegare la sessualità, per estendere poi il modello da tale studio ricavato a tutto il funzionamento psichico, e a porre l’origine di questo in un istinto, comunque in spinte (trieb) biologiche alla sessualità omologabili (Imbasciati, 2005). Quanto a un cosiddetto istinto materno, cioè generativo, rari sono i riferimenti diretti . Il primo psicoanalista che espressamente trattò di “generatività” fu Erikson (1950): ripercorrendo, ampliando e sviluppando il discorso freudiano su oralità, analità, fallicità, genitalità, questo autore descrisse otto successive fasi di sviluppo, dando a quanto espresso da Freud un significato non più biologistico (pulsioni endogene da zone somatiche), bensì quanto egli chiamò apprendimenti da “modi d’organo”. Oggi diremmo sviluppo simbolopoietico a partire dal corpo (Imbasciati,1990). Uno dei meriti di Erikson fu d’avere proseguito tale individuazione di fasi di sviluppo psichico, soprattutto descrivendo il ruolo della motricità nell’acquisizione di una propria identità, e la capacità di relazioni intime, intese queste non semplicemente in senso fisico e sessuale, ma primariamente ed essenzialmente psichico. È qui che può formarsi la coppia ed è qui che Erikson parla di generatività. Tale generatività si costruisce in modo lento e graduale nello sviluppo dell’identità individuale, attraverso la complessità delle precedenti fasi di sviluppo. Erikson descrisse in tal modo gli sviluppi psichici derivati dai vari modi d’organo, tra cui la fiducia di base, acquisita nei confronti delle figure affettive primarie, l’autonomia conquistata attraverso una graduale separazione dai propri genitori, l’iniziativa e l’operosità, l’identità, e infine la generatività. Nell’acquisizione della propria identità, si acquisisce anche una specifica identità di genere (altrimenti abbiamo la dispersione di ruoli), mentre una sempre maggiore intimità nelle relazioni interpersonali consente di giungere a una generatività, che poi consentirà anche la possibilità di generare ed educare dei figli, dopo aver integrato nella propria personalità i sentimenti ambivalenti che ne avevano caratterizzato le precedenti fasi di sviluppo. Merito di Erikson fu l’aver spostato l’accento istintuale biologistico che aveva avuto fino ad allora (il testo fondamentale di Erikson è del 1950) la psicoanalisi, a un orizzonte relazionale, sociale, educativo anche, integrando gli originari modelli freudiani con l’orientamento che andava maturando nella cultura psicoanalitica e in quella antropologica più generale. La generatività che Erikson pone al termine dello sviluppo psicosessuale si configura più come appartenente allo sviluppo psicosociale dell’identità, piuttosto che facente parte dello sviluppo psicosessuale in sé, anche se con questo mantiene legami. Quanto questi siano da intendere come causalità, nel senso che la sessualità originerebbe intrinsecamente il bisogno generativo, piuttosto che sviluppo meramente cronologico, ci presenta l’interrogativo opposto: se cioè lo svilupparsi di un’identità generativa porti alla sessualità in senso completo; o per lo meno quanto vi siano legami reciproci dall’uno all’altra che l’uno e l’altra sviluppino e rinforzino. La generatività è caratterizzata da diversi aspetti evolutivi, che si concentrano nella vita, come la costruzione di un nucleo affettivo di coppia, la strutturazione di un nucleo familiare, la progettazione della procreazione (concepimento-gravidanza- nascita-allattamento), la genitorialità, l’accudimento e l’educazione dei figli. Nelle descrizioni di Erikson possono essere ritrovate le origini di quanto la letteratura non solo psicoanalitica, ma psicologica più in generale, ha individuato come passaggi dalla vita individuale a quella di coppia e a un sistema di relazioni allargato, di tipo triadico e multiplo. La costruzione della coppia e della famiglia si inserisce nel processo evolutivo personale come un’ulteriore occasione di sviluppo-crescita aperto ad un nuovo processo psichico: la genitorialità, e da questa al sociale. La generatività si esprime in maniera evidente nel desiderio di procreare e di prendersi cura dei propri nati, per trasmettere loro il patrimonio valoriale, ma anche in tutte le attività produttive e creative, mosse dalla tensione di accrescere il potenziale proprio, nonché delle generazioni successive, a beneficio dell’intera umanità: la generatività comporta la possibilità di una prospettiva aperta alla produttività e alla creatività . Si tratta della creatività che si esprime nelle opere intellettuali quali espressione della generatività spirituale umana. La generatività è una disposizione strutturale della mente a creare qualcosa, che si forma, forse meglio si conquista, quando lo sviluppo psichico è ottimale. Questa generatività entra nella dimensione sessuale, con i fantasmi, prima, della generazione dei figli, con i desideri, poi, di creare qualcosa che durerà oltre la propria vita: in questa ampia gamma di possibilità creative l’espressione più concreta è quella di realizzare una sessualità che produca dei figli. Questo non va però inteso riduttivamente negli effetti materiali di un accoppiamento con figli, bensì come precedente predisposizione e struttura emotiva che permea la sessualità stessa, rendendola piena e ottimale, non semplicemente negli effetti, ma negli “affetti”, il che equivale a dire nella struttura psichica globale della persona. Pertanto non è la sessualità che conduce alla generatività, bensì la generatività che porta a una sessualità intesa in senso psichico pieno All’interno della generatività psichica, sessualità e procreazione possono trovare una loro integrazione. Non sempre però questo avviene e i due eventi possono non essere contigui, né in complementarietà: si può avere una sessualità senza generatività, così come viceversa. Tale disgiungimento, che talora può diventare scissione strutturale, dipende dai molteplici fattori che dalle esperienze lungo il corso della giovinezza vengono elaborati in strutture neuropsichiche. Tra tali fattori, di ordine psicosociale, si aggiunge oggi l’attuale possibilità tecnico-medica di disgiungere la sessualità dalla procreazione fisica attraverso la possibilità di pianificazione delle nascite, per cui un figlio può venire programmato e voluto in un determinato tempo e solo se ci sono certe condizioni. Il controllo della fertilità potrebbe allora consentire di ripensare alla propria possibilità di generare come ad un “potere”, con il quale è possibile soddisfare un desiderio profondo che è di libertà e di realizzazione di un’“esperienza privilegiata di responsabilità”. Si può avere anche una generatività biologica che prescinda dalla sessualità, come nei casi di nascite attraverso la procreazione medicalmente assistita. La complessità del binomio sessualità/generatività comporta molteplici sfaccettature di complessità e di problematicità, né è un processo lineare: si può per esempio considerare la processualità interiore di una coppia che, dopo lo svolgersi felice di una sessualità che non porta a concepire per questa via, giunge a ricorrere alle tecniche mediche. Più complessi interrogativi si presentano per quelle coppie che avevano deciso di non avere figli, ma che col passare del tempo e della loro età, addivengano, talora troppo tardi, alla determinazione di averli. Ancora, entrando nell’area psicosomatica, danno da riflettere tutti quei casi in cui si concepisce un figlio solo dopo un’adozione, o solo dopo grosse vicissitudini emotive dell’uno o dell’altro o d’entrambi i membri della coppia, o più semplicemente cambiando partner, pur fecondo che sia stato il primo. L’antica legge ebraica del levirato la dice lunga. Sembra proprio che la generatività biologica sia intimamente connessa con le complesse vicissitudini interiori, soprattutto remote, dello sviluppo psicosessuale. D’altra parte tale generatività, intesa nel suo più ampio senso psichico, appare il motore, se si giunge alla procreazione, dell’accudimento e della cura dei figli, cioè della genitorialità. In quest’area sono in atto nostre ricerche. Complesse sono le vicissitudini attraverso le quali si struttura quella mente individuale (della donna e dell’uomo) che determinerà la qualità dell’accudimento e quindi quanto possiamo definire qualità individuale della genitorialità. Questa, in ogni caso, sembra procedere da quella, cosicché i due termini appaiono l’un l’altro contigui in una linea di sviluppo, cronologica e psichica. Ma non sempre è così. La sessualità è un’emozione, e il suo esplicarsi fisico conseguenza somatica: la fantasmatizzazione di una generatività fisica (fare un bambino) ne è fulcro primario. Per un buon sviluppo di tale emozione, e pertanto per l’acquisizione di capacità sessuali adeguate, relazionali e non narcisistiche, occorre però che la fantasmatizzazione originaria di una generatività fisica si evolva, si articoli e si arricchisca sviluppandosi come simbolopoiesi (Imbasciati, 2001), per arrivare a un’effettiva e completa dimensione di generatività psichica; da cui, poi ed anche, la genitorialità. Una generatività circoscritta alle rappresentazioni di fare un figlio non basta, dunque: tuttavia essa può fungere da stimolo e, attuata, offrire opportunità di trasformazione psichica e occasione di crescita individuale, con il superamento dell’egocentrismo e della dipendenza a favore dell’acquisizione di un maggior senso di responsabilità. Con la nascita di un bambino l’individuo è chiamato ad un nuovo ruolo, quello genitoriale, ad assumersi la responsabilità di un altro essere umano bisognoso e indifeso, e di accompagnarlo nello sviluppo. La capacità di generare rappresenta quindi una grande occasione di evoluzione della coppia e della famiglia: anche le difficoltà a crescere e a curare appropriatamente dei figli possono diventare occasione di conoscenza, di comprensione e di integrazione emozionale ed esistenziale reciproca. Già a partire dalla gravidanza nella coppia iniziano a strutturarsi quelle dinamiche d’assestamento che consentiranno ai due partner di progredire da una condizione diadica ad una fase di riassestamento a tre, che comporta l’attivazione della ulteriore funzione contigua e complementare, quella genitoriale, e di concretizzare in un progetto di vita il nuovo periodo della storia generazionale della famiglia. Per entrambi i membri della coppia il vissuto delle proprie capacità generative costituisce una componente importante per il consolidamento della propria identità di genere, nonché per la più ampia identità familiare e dell’intero sistema generazionale. Il progetto generativo si inscrive e trascende il desiderio individuale di avere un bambino, per collocarsi in una più vasta rete sociale: la generatività si costituisce allora come dimensione psichica nella vita individuale e sociale. La generatività è così l’espressione anche della capacità di proiettarsi nel futuro: generare figli e crescerli significa farsi carico dell’intera umanità che attraverso di loro cresce e si rinnova. All’interno di questa prospettiva il figlio non è visto quindi solo come nuovo nato, frutto dell’amore dei due genitori, ma anche, attraverso di loro, viene collegato alla storia generazionale di cui eredita il patrimonio, in una trasmissione transgenerazionale. Tutto ciò implica però uno sviluppo della dimensione interiore, inconscia, che contempla il figlio come esito finale e non come prova che tale sviluppo sia avvenuto. Per questo tale generatività non va confusa con la semplice decisione di fare un figlio. Molto più spesso di quanto appaia all’occhio dell’osservatore comune, la decisione di fare un figlio, o di adottarlo, è una scorciatoia fallace, dettata da motivi difensivi inconsci che nulla o ben poco possono avere a che fare con una effettiva dimensione interiore di generatività. Spesso una coppia decide di avere un figlio credendo di salvare se stessa e il proprio accordo, altrettanto spesso per colmare una solitudine, più spesso ancora per mero narcisismo. In questi casi, quando il figlio arriva e cresce, ben poche saranno le probabilità di uno sviluppo interiore della mente dei genitori, così come molte le probabilità che, invece di vantaggi e sviluppi, emergano psicopatologie, se non disastri, e nella coppia e nella mente dei singoli, con relativi rischi per il bimbo. Abbastanza spesso, in questi casi, c’è uno scarso coinvolgimento dell’emozione sessuale in tale pseudogeneratività

    Imbasciati Antonio, Cena Loredana -Gravidanza, parto e puerperio:nella prospettiva psicosomatica

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    La letteratura psicologica e più specificatamente quella psicosomatica e quella psicoanalitica hanno evidenziato come le funzioni fisiologiche e fisiopatologiche inerenti al concepimento, alla gestazione, al parto al puerperio, all’allattamento, siano modulate, anche attraverso l’asse ipotalamo-ipofisario, da dinamiche psichiche. Queste pertanto possono essere correlate con le vicende ostetrico ginecologiche, nonché con il primo sviluppo psicofisiologico fetale e neonatale. Le dinamiche in questione riguardano processi del tutto inconsci, che riattualizzano strutture mentali della personalità femminile. Le dinamiche relazionali della gestante (nei confronti del proprio partner, della propria famiglia, del medici curanti, nonché della struttura sanitaria ostetrico-ginecologica,incidono su tale riattualizzazione e pertanto possono influenzare le vicende perinatali. Il divenire madre e la possibilità di essere una madre “sufficientemente buona” sono l’esito mai definitivo né scontato di un intenso lavoro psichico, che inizia sin dalle prime fasi della gravidanza. Quest’ultima si configura come momento di riedizione della storia infantile della donna e dei suoi rapporti con la madre e come momento di “crisi” per il riattualizzarsi dei conflitti legati al processo di elaborazione di fasi cruciali dello sviluppo relativi all’acquisizione dell’identità femminile. Gravidanza e parto sono momenti significativi nel “ciclo di vita” della donna caratterizzati da profonde trasformazioni: come la pubertà e la menopausa, la gestazione è associata ad importanti modificazioni somatiche e psicologiche, comporta un sommovimento emotivo, neurovegetativo, endocrino, più generalmente umorale e metabolico, forse anche immunitario e comunque psicosomatico. Le modificazioni fisiologiche che interessano tutti gli organi e i tessuti dell’organismo diventano un punto focale intorno a cui si intrecciano i processi intrapsichici di ogni singola donna e i fattori endogeni predeterminati dalla genetica della specie. La maggior parte di tali modificazioni avviene mediante l’influenza di particolari incidenze ormonali e metaboliche caratteristiche dello stato gravidico, sui quali il feto e la placenta esercitano un controllo omeostatico. A sua volta i mutamenti dell’organismo hanno un feedback somatopsichico nelle strutture psichiche, nelle funzioni che in ogni singola donna differenziatamente si sono costruite e che esplicano ora la loro modulazione sull’evento specifico. Da un feedback somatopsichico si passa di nuovo a modulazioni psicosomatiche. Il tutto rimodulandosi la qualità delle relazioni interpersonali profonde, così come un tempo si erano strutturate nella mente primaria della bambina e così come ora si ristrutturano in quelle della donna. Esistono periodi critici in gravidanza: l’inizio, la percezione dei movimenti fetali, la modificazione del corpo, il travaglio e il parto. Ad ognuno di questi periodi corrispondono particolari vissuti emotivi, spesso accompagnati da paure o angosce, che potrebbero dare origine sia a sintomatologie organiche funzionali che a disturbi psicotici. Il lavoro psichico inizia già dalla decisione con il partner di voler fare un figlio. Si inserisce qui tutta la casistica relativa alla sterilità di coppia maschile e/o femminile, nonché la problematica inerente la fecondazione assistita, con i suoi plurimi tentativi sfavorevoli. Il filo rosso che attraversa la gravidanza è costituito dalle angosce inconsce concernenti il proprio corpo, che si trasforma internamente ed esteticamente, dalle massicce modificazioni ormonali a carico del sistema endocrino, fino a quelle fisiologiche più generali, che investono tutti i sistemi corporei. Il disagio interiore è accettato con fatica, talora con rifiuto o aggressività rivolti al nascituro. In presenza di tali dinamiche negative, il feto è vissuto come un elemento dannoso, che potrebbe lacerare e danneggiare, e che si deve espellere. Su questa base possono svilupparsi gravi angosce e inconsci sentimenti di colpa, che talora si trasformano nei timori, anche coscienti di fare figli mostruosi, o di essere invase e consumate internamente. Tali fantasie possono concretarsi in sindromi psiconevrotiche, così come in sterilità, aborti, parti prematuri, distocie. Verso la fine del primo trimestre la placenta esercita un’azione di controllo e mantiene lo stato di gravidanza con la produzione di sostanze ormonali ed enzimatiche. In questo sistema materno-feto-placentare, il feto è elemento attivo che partecipa all’attività metabolica placentare. Si parla di unità feto-placentare, considerata come il complesso del le reazioni biosintetiche e metaboliche indispensabili al proseguimento della gravidanza. Sotto l’influenza ormonale, prima del corpo luteo e poi della placenta, l’organismo materno viene preparato ad accogliere l’ovocita fecondato, a mantenere lo stato di gravidanza, a favorire l’accrescimento fetale, a preparare gli organi riproduttivi al completamento delle loro funzioni (l’utero, per lo sviluppo della gravidanza, prima, e per il meccanismo del parto poi, e la mammella per la lattazione). Tutte queste modificazioni organiche sono soggette ad essere modulate dalla situazione psichica, a sua volta mobilitata dal feedback somatico-psichico-somatico, in relazione alla struttura psichica e relazionale materna, con le relative angosce e conflitti inconsci. Il sistema integrativo materno-fetale, metabolico-umorale-emodinamico, è sottoposto sia alla situazione psichica, sia a condizioni di stress ambientale. In alcune condizioni, quando diverse concause, come fattori materni generali o locali, fattori genetici e stress ambientali sono presenti, si può verificare una deviazione dai normali regimi metabolici, per esaurimento della dinamicità del sistema o per particolari labilità costituzionali: ciò può generare patologie materne come diabete, gestosi, ritardo di accrescimento fetale, morte intrauterina. I meccanismi di questo stato funzionale sono correlati con dinamiche psichiche che costituiscono causa e bersaglio della problematica psicosomatica della gravidanza: dinamiche psichiche con riflessi somatici o effettive dinamiche psicosomatiche e somatopsichiche, in cui vi sono modificazioni umorali e neurali con diversi destini somatici. Accanto all’elaborazione del sé psichico durante la gravidanza, anche il corpo e l’immagine del corpo subiscono modificazioni. La donna cambia forma, peso e rapporto con il proprio corpo e con l’ambiente circostante. La “pancia” contraddistingue il proprio essere gravida ed è l’espressione socialmente evidente di quanto le sta succedendo dentro. Alcune donne possono esprimere la sensazione di essere “brutte”a causa delle trasformazioni che il corpo subisce, altre possono avere timore di essere “sformate” e di rimanere così per sempre. Questi vissuti possono essere collegati ai vissuti del bambino”mostro”, cioè al timore che il bimbo possa non essere sano e che Fornari (1979) identifica come “angoscia genetica”, ricollegabile al senso di inadeguatezza e insicurezza verso la propria capacità generatrice: in questo caso la “mostruosità” viene attribuita al bambino anziché a se stesse. Tali angosce comportano una elaborazione psichica e pertanto neurale, che modifica a sua volta quella umorale e ormonale. Ogni volta che l’unità dello schema corporeo è messa in crisi, anche l’identità psichica stessa del soggetto viene messa in crisi. La donna in gravidanza vede modificare l’immagine del proprio corpo: questa rappresenta la base della coscienza unitaria di sé e una sua trasformazione richiede che tale rappresentazione sia ben stabilita e strutturata. Al momento del parto la separazione comporta che comunque lo schema corporeo sia ben organizzato, altrimenti ci può essere il rischio che si manifestino disturbi psichici anche di rilievo, come le psicosi puerperali. In questo quadro i corsi di preparazione al parto sono utili, in quanto, attraverso gli esercizi (RAT, Training autogeno respiratorio, rilassamento) la donna può essere aiutata e guidata a prendere più coscienza delle proprie sensazioni corporee. La gravidanza è un momento psichico particolare, uno stato di suscettibilità detto di “trasparenza psichica” (Bydlowsky, 2004), in cui elementi dell’inconscio arrivano alla coscienza. Fattori che vi possono intervenire sono la struttura della personalità della gestante, la natura del sostegno psicologico che può ricevere dal partner e dai familiari, il fatto che la gravidanza sia stata desiderata o meno, l’esperienza di gravidanze precedenti, le paure relative al dolore del travaglio o quella di generare un figlio deforme. Le problematiche psichiche possono ripercuotersi negativamente sul feto: viene riscontrata una maggiore attività fetale in utero, disturbi nel neonato, quali irritabilità, sindromi gastrointestinali, tachicardia e modificazioni del quadro respiratorio. Un forte stato ansioso può dare origine a una vasocostrizione uterina, mediata da una stimolazione di neurotrasmettitori e questo potrebbe dare origine ad un ritardo della crescita fetale, secondario ad asfissia cronica. La ricerca psicosomatica perinatale è numerosa, ma alquanto dispersiva rispetto alle fonti, e disomogenea rispetto agli strumenti usati, alle metodologie e soprattutto ai diversi orientamenti circa il modo di definirne l’oggetto. Alcuni studi infatti si focalizzano sull’aspetto endocrino, mettendo in ombra il primum movens psichico, altri lo sottintendono senza svilupparlo, talora includendolo nell’onnicomprensivo concetto di stress; anche questo peraltro variamente inteso; altri ancora si focalizzano sui sintomi psichici, con rilievi e misure che dipendono dagli strumenti, talora evitando l’inferenza dai sintomi ai dinamismi psicosomatici veri e propri. Altri studi infine si focalizzano quasi esclusivamente sulla psiche della madre e la relativa struttura di personalità. Non facile dunque è avere una visione unitaria in questo campo

    Cena Loredana, Imbasciati Antonio -I silenti apprendimenti del bambino pretermine.

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    Gli attuali progressi in ambito tecnologico e scientifico riguardo alle cure intensive neonatali ha consentito, anche in quelle gestazioni di poche settimane, ai bambini pretermine una maggiore probabilità di sopravvivenza,in condizioni migliori (Nati per vivere: Imbasciati et al, 2009), e gli attuali studi si sono focalizzati ad indagare la “qualità”dello sviluppo e della vita di questi bimbi, per poter fornire loro e alle loro famiglie un’assistenza sempre più individualizzata e specializzata (Als et.al. 1994).Attualmente vengono messe in evidenza nuove problematiche nello sviluppo psichico, sociale e relazionale. La prematurità ha perso progressivamente la sua connotazione di unicità e centralità nella genesi dei disturbi somatici infantili ed è stata contestualizzata in una visione più globale di sviluppo, considerato come il risultato dell’interazione di molteplici fattori: in particolare quelli relativi all’ambiente socio-affettivo-relazionale (Muller-Nix, Ansermet, 2009) che avrebbero una notevole incidenza sulla vulnerabilità del prematuro. Questa infatti viene influenzata e modulata in senso facilitante o ostacolante dall’ambiente che circonda il bimbo in relazione alle differenti modalità di contatto e di cura . Nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale viene infatti a mancare la funzione delle figure primarie mentre molteplici caregiver, spesso però attraverso mezzi tecnologici si prendono cura del bimbo. Il nato a termine pur tuttavia è un individuo in continua interazione con il suo ambiente fisico e sociale, in grado di comunicare attraverso il proprio comportamento e le sue capacità motorie e relazionali: Brazelton (1973) rileva come il neonato a termine, sia dotato, alla nascita, di competenze che gli consentono di interagire con chi si prende cura di lui, rispondendo alle stimolazioni 6 ambientali, con modalità conformi al suo stato di benessere: attraverso la scala NBAS (Neonatal Behavioral Assessment Scale) si valuta il comportamento e le competenze del bimbo alla nascita. La NBAS consente di rilevare un "profilo" del neonato, permettendo anche di condividere con i genitori le qualità del comportamento del bambino: ciò aiuta l’accudimento. Anche il neonato pretermine viene considerato rispetto alle sue competenze: non è certo come un neonato a termine, ma tuttavia un individuo competente, il cui funzionamento che sarebbe appropriato ad un ambiente intrauterino è inappropriato per l’ambiente extrauterino. Als, riprendendo le ipotesi di Brazelton, considera il bambino pretermine un collaboratore attivo, con capacità di interagire direttamente con chi si prende cura di lui e con l’ambiente: la sua Scala APIB (Assessment of Preterm Infant Behaviour) è mirata infatti alla valutazione del comportamento del nato pretermine ( Als et al.1982), e viene utilizzata per neonati pretermine/ad alto rischio in età gestazionale compresa tra le 36 e le 44 settimane di vita che siano in condizioni cliniche stabili. Prendendo in considerazione la scala NBAS costruita da Brazelton per valutare il comportamento del neonato a termine, Als definisce che è possibile valutare le capacità del pretermine attraverso una metodologia dell’osservazione delle sue modalità comportamentali e delle strategie utilizzate per adattarsi alle proposte sociali ed ambientali. Il neonato pretermine comunica il suo stato di benessere e/o di disagio tramite indicatori comportamentali, che vanno individuati e valutati, e che consentono così di poter meglio strutturare strategie assistenziali e di accudimento, adeguate alle sue capacità

    Cena Loredana, Imbasciati Antonio-L’Osservazione clinica perinatale e l’approccio psicobiologico allo studio delle prime relazioni genitore-bambino

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    In Psicologia Clinica Perinatale si utilizzano metodologie e strumenti di rilevazione dei dati che possono essere più o meno standardizzati, come i self report o i colloqui clinici: negli ultimi decenni tali dati possono venire integrati con i rilievi della psicobiologia e delle neuroscienze che attraverso evidenze biochimiche, neuroimaging, tracce EEG sustanziano quanto rilevato negli eventi psichici. L’osservazione è tra le metodologie d’indagine quella elettiva in Psicologia Clinica Perinatale , permette di valutare lo sviluppo del neonato e del bimbo : indispensabile se è ancora feto in utero o nei primi anni di vita, quando non ha possibilità di descrivere i suoi comportamenti, sentimenti, bisogni. L’osservazione non è di per sé una metodologia obiettiva, come quelle psicobiologiche o neuroscientifiche, nel senso di consentire una registrazione diretta e fedele della realtà attraverso strumentazioni elettromedicali, ma è esposta al rischio della soggettività, della parzialità dell’osservatore e agli errori o distorsioni che ne derivano. Osservare, benché non sia interpretare la realtà, è tuttavia un momento intermedio tra la percezione del fenomeno e la sua interpretazione. E d’altra parte anche la percezione risente di fattori soggettivi. Per tali caratteristiche inerenti all’osservatore umano, l’utilizzo dell’osservazione può soltanto approssimarsi, il più possibile, all’obbiettività: per ridurre appunto questa approssimazione, una conoscenza più oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile, deve fondarsi su procedure rigorose del metodo, con la formulazione di ipotesi, verifica sperimentale, raccolta dati, loro codifica e interpreta zione, convalidati dagli apporti di altre discipline. Per essere considerata una metodologia scientifica l’osservazione implica l’attivazione di un procedimento selettivo che si differenzia dal semplice guardare: l’osservatore si propone uno scopo e formula delle ipotesi, sulle quali pensa di ottenere delle informazioni. L’osservazione clinica perinatale non è mai un processo casuale ma deve essere programmata, inserita in un progetto con riferimento ad un modello esplicativo teorico che ne indichi le procedure controllate da seguire nella raccolta dati, cioè sistematiche, ripetibili e comunicabili, in un campo delimitato di indagine, orientata da idee, ipotesi e teorie. Per poter osservare in modo valido è necessario identificare delle variabili obiettive e controllabili che possano essere circoscritte attraverso categorie descrivibili e misurabili; la procedura deve essere ripetibile da altri osservatori e i risultati comunicabili secondo parametri obiettivi; i dati vanno registrati in maniera sistematica ed essere messi in relazione con proposizioni più generali, piuttosto che presentarsi come un insieme di curiosità interessanti. Il bimbo in epoca prenatale, monitorato attraverso le ecografie, poi osservato neonato e nei primi due anni di vita insieme i suoi genitori, sono l’“oggetto di studio” della Psicologia Clinica Perinatale: tali oggetti di indagine sono completamente differenti da quelli delle scienze della natura e questo rende il processo osservativo in una propria complessità. La durata e la frequenza delle osservazioni, così come gli strumenti usati per registrare i dati osservati dipendono prevalentemente dall’approccio teorico di riferimento: possono essere diversi il contesto (naturale, artificiale), le procedure di osservazione (diretta, indiretta), l’osservatore (neutrale, partecipe), i soggetti osservati (spontanei, guidati). In psicologia perinatale gli obiettivi possono essere diversi: è possibile osservare per acquisire e approfondire conoscenze per la ricerca o per valutare e poi intervenire in ambito clinico. Queste due finalità, di ricerca e clinica possono integrarsi e si arricchiscono vicendevolmente, anche se utilizzano strumenti, modalità e hanno obiettivi e motivazioni differenti. L’ambito clinico comporta l’uso dell’osservazione nella consultazione e nell’intervento terapeutico, l’ambito di ricerca consente di utilizzare l’osservazione a scopo conoscitivo. Il contesto in cui si svolge l’osservazione ha una sua particolare importanza in quanto può essere naturale o semi-strutturato o strutturato, a seconda se vengono inserite e controllate alcune variabili per avere parametri di confronto uniformi. L’osservazione in un contesto naturale è stata una delle prime metodologie utilizzate dalla psicoanalisi: successivamente la Teoria dell’Attaccamento e l’Infant Research hanno sviluppato altre metodologie osservative di tipo sperimentale, in cui si può osservare il soggetto e la sua relazione diadica o triadica in laboratorio, attraverso l’introduzione di alcune variabili che aiutano il clinico e il ricercatore a studiare fenomeni che altrimenti non sarebbe possibile rilevare con l’osservazione naturalistica. I contesti naturale e sperimentale forniscono elementi indispensabili che vanno utilizzati in modo integrato: il contesto naturale permette di osservare il comportamento nelle sue manifestazioni spontanee, mentre la situazione sperimentale consente di avere ulteriori dati che non sono direttamente osservabili nel setting naturale, in quanto introduce variabili che possono essere controllate e modificate dall’osservatore. L’osservazione può essere condotta con modalità dirette e indirette a seconda se l’osservatore è presente nel contesto osservativo e registra gli eventi osservati senza interferire o cercando di fare meno interferenza possibile; quando l’osservatore non può raccogliere direttamente i dati osservativi o lo studio di eventi è difficilmente attuabile in contesti naturali o in laboratorio, è possibile raccogliere le informazioni necessarie attraverso l’utilizzo di interviste e questionari. Ciò che caratterizza l’osservazione è anche la relazione osservatore- osservato: questa è una delle modalità specifiche introdotte nella metodologia osservativa della psicoanalisi e che consente di raccogliere ulteriori dati sulle variabili emotivo-affettive del contesto e dei soggetti. La psicoanalisi ai suoi albori non ha utilizzato subito l’osservazione infantile: Freud ricavava i dati dell’infanzia dell’adulto in analisi, retrospettivamente. Le sue osservazioni dei bambini sono principalmente indirette, raccogliendo i dati osservativi dai resoconti dei genitori. È la figlia di Freud, Anna (1949, 1957), con l’“Osservazione del bambino” (1951) a introdurre questa metodologia di indagine sistematica, durante l’infanzia. Con Melanie Klein (1932) e la scuola inglese si afferma l’idea che, se si riesce ad intervenire precocemente con appropriati trattamenti, è possibile riscontrare miglioramenti o evitare stati anche gravi di disagio. Nel testo “Sull’osservazione del comportamento dei bambini nel primo anno di vita” (1952), la Klein mette in evidenza come il bambino esprima sentimenti precoci che possono essere osservati mentre vengono vissuti e riattualizzati durante l’azione ludica. Il merito della Klein sta nell’aver osservato il ripetersi di certi accadimenti nella psiche del bambino (1961), che permettono di rilevare in ambito teorico processi costanti della mente infantile: ciò ha consentito un passaggio dalla osservazione clinica a formulazioni teoriche dello sviluppo psichico infantile. Winnicott, in “L’Osservazione dei bambini piccoli in una situazione prefissata” (1941), pone l’accento sulla situazione relazionale e sostiene che debba essere osservata la diade madre/bambino come un’unità. Anche Spitz (1965) osserva i bimbi, nel “Primo anno di vita del bambino”, in situazioni di deprivazione affettiva, ed evidenzia come crescere entro contesti relazionali sia una condizione indispensabile per la formazione di strutture psichiche che consentano all’individuo di rapportarsi adeguatamente al mondo esterno: per conoscere le strutture psicologiche di un bimbo occorre indagare le caratteristiche e la qualità delle sue relazioni primarie. Se un buon rapporto con la madre consente un armonico sviluppo psicofisico, un legame disadatto può condurre a stati di disagio e di psicopatologia. La metodologia dell’Infant-Observation, messa a punto dalla Bick (1964) e poi dalla Harris (1980), dà una svolta decisiva alla metodologia dell’osservazione clinica del neonato. L’infant observation è una osservazione naturalistica, nell’ambiente in cui vive il piccolo, attraverso un rigoroso setting. L’osservatore è neutrale e partecipe al tempo stesso, segue l’evoluzione dell’unicità della relazione che si struttura all’interno della diade madre-bambino che poi descrive minuziosamente, in un successivo protocollo in cui evidenzia anche le emozioni provate: questo aspetto metodologico è fondamentale in quanto consente all’osservatore di partecipare all’atmosfera emozionale nella quale il bambino vive e cresce, e gli consente di affinare la sua capacità di rapportare gli stati emozionali della madre con quelli che osserva nel bambino, e di confrontare il supporto fornito dalla madre in rapporto ai bisogni fisici emotivi e cognitivi del bambino

    Imbasciati Antonio, Cena Loredana -Curare i bambini curando i genitori

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    La strutturazione o meglio la costruzione del sistema neuromentale del bimbo può realizzarsi in senso positivo piuttosto che negativo e in tal caso a rischio per i bambini, in funzione delle capacità della mente dei genitori di trasmettere nelle interazioni messaggi strutturanti piuttosto che destrutturanti: un eventuale intervento terapeutico o meglio preventivo nei confronti dei bambini a rischio, non può che rivolgersi alla mente dei genitori o meglio al loro apparato mentale mentre accudiscono ai loro bambini. Il contesto relazionale è il vero punto di intervento in campo psichico.L'attenzione non può essere solo sul bimbo , ma sulla relazione che si svolge con i suoi genitori. Il senso di questo articolo : curare i bambini , curando i genitori. Occorre curare i genitori per aiutarli a comprendere le problematiche del loro bambino cosicchè essi possano farsi aiutare da operatori competenti a capire il tipo di relazione che sta strutturando il cervello del proprio bimbo

    Cena Loredana, Imbasciati Antonio, Chirico Gaetano- Un “Osservatorio di Psicologia Clinica Perinatale”: formazione, prevenzione e interventi precoci a tutela e promozione della salute fisica e mentale della madrebambino-padre, coppia, famiglia,

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    La Psicologia Clinica Perinatale si è formata progressivamente dagli anni ’90 come area di ricerca specialistica della Psicologia Clinica e con questa denominazione si è organizzata presso la cattedra di Psicologia Clinica della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Brescia, come studio interdisciplinare che ha integrato nel quadro metodologico della Psicologia Clinica le molteplici discipline sanitarie e sociali che si occupano della perinatalità: prima, durante, dopo la nascita e nei primi tempi di vita di un nuovo individuo. Concorrono pertanto nel quadro della Psicologia Clinica Perinatale le Scienze Ostetriche, l’Ostetricia-Ginecologia, la Neonatologia, la Pediatria, la Neuropsichiatria Infantile, le Scienze Infermieristiche, l’Assistenza Sanitaria, l’Assistenza Sociale, le Scienze dell’Educazione ed altre professioni sanitarie, educative e sociali.In questi ultimi anni nel Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali della Università di Brescia è stato istituito un “‘Osservatorio di Psicologia Clinica Perinatale” che si propone come centro autorizzato di studi e ricerche sulla perinatalità, in cui possono confluire e confrontarsi i contributi di professionisti e studiosi che a vario titolo e con approcci diversi si occupano di clinica perinatale: si è costituita una rete di collaborazioni multidisciplinari e progetti di ricerca clinica e sperimentale, in una sinergia di intenti per la prevenzione e la promozione della salute mentale della donna, della coppia, del bambino, della famiglia.Finalità dell’“Osservatorio di Psicologia Clinica Perinatale”: sviluppare progetti di ricerca, formazione, prevenzione e intervento. La progettualità generativa e genitoriale e l’acquisizione delle capacità psichiche necessarie alla coppia genitoriale per garantire la salute, fisica e mentale del proprio figlio sono tra le tematiche di rilevante interesse: “transition to parenthood”, concepimento, vicende della gestazione, parto/ nascita, puerperio, allattamento, accudimento neonatale, sviluppo fisico e neuropsichico del bambino nei primi anni di vita. I primi mille giorni di vita (dal concepimento) sono considerati dalla ricerca neuroscientifica attuale il periodo di maggiore criticità evolutiva nel ciclo di vita di un individuo, la cui qualità le neuroscienze hanno dimostrato determinante per il successivo sviluppo. La ricerca che ne deriva è rivolta alla triade madre-bambino-padre, all’insieme relazionale che li lega e al suo evolversi dall’epoca prenatale. Tale ricerca, collocata nel collettivo costituito dall’organizzazione di servizi istituiti e istituendi per proteggere e sostenere il percorso di nascita e crescita, genitoriale e infantile, nonché nel più vasto contesto culturale e sociale, è rivolta a promuovere una assistenza adeguata a garantire le future generazioni. I recenti mutamenti economico-sociali e antropologico-culturali hanno consentito la diffusione di nuove strutture familiari e modalità diversificate di assunzione del ruolo genitoriale, e di sempre più articolati percorsi della filiazione (procreazione medicalmente assistita, prematurità, differenti condizioni di accudimento ecc.), cosicché gli aspetti connessi alla perinatalità psichica implicano processi sempre più complessi. In specifico il progetto dell’Osservatorio “Prevenzione e Interventi precoci in Psicologia Clinica Perinatale per la sofferenza psichica e le psicopatologie della perinatalità a tutela e promozione della salute fisica e mentale della madre-bambino-padre, coppia, famiglia” è declinato e articolato in diversificati e multidisciplinari programmi di: ricerca, prevenzione, intervento e formazione degli operatori. È rivolto a tutte le figure dell’assistenza alla perinatalità che condividono obiettivi e finalità del presente progetto. Obiettivi perseguiti sono: • studiare e approfondire tematiche relative alla Psicologia Clinica Perinatale; • sensibilizzare attraverso screening donne, coppie e famiglie individuandone i fattori di rischio di psicopatologie della perinatalità; prevenire la sofferenza psichica e il rischio di psicopatologie perinatali, attraverso programmi di prevenzione primaria, secondaria, terziaria; • attivare interventi precoci volti ad alleviare la sofferenza psichica genitoriale e del bimbo, supportando le possibili carenze della dotazione neuromentale genitoriale, nonché dell’ambiente, nella loro funzione di generatori della struttura neuromentale del neonato, del bimbo e del futuro individuo; • promuovere una adeguata cultura della perinatalità e interventi psicosociali di dimostrata efficacia per ridurre il disagio nella donna, coppia, bambino, famiglia e nelle loro reciproche relazioni; • organizzare percorsi di formazione multidisciplinare per gli operatori socio-sanitari della perinatalità; • favorire la sinergia fra tutti i professionisti delle strutture assistenziali coinvolte nelle problematiche della perinatalità: istituti di ricerca nazionali e internazionali, dipartimenti materno-infantili, di salute mentale, pediatri di libera scelta, medici di medicina generale, professionisti socio-sanitari, per la realizzazione di progetti su scala nazionale ed internazionale e una rete di servizi sul territorio. La pianificazione del suddetto progetto dovrà svilupparsi attraverso convenzioni, accordi e contratti con soggetti pubblici o privati, nazionali ed internazionali

    Imbasciati Antonio, Cena Loredana. Psicologia Clinica Perinatale. Promozione della salute mentale dei genitori per lo sviluppo neuromentale del bambino

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    Con “perinatalità” si intende non solo quel periodo di vita della donna quando concepisce e mette al mondo un bambino, come comunemente e sanitariamente ancor oggi si intende ma, a più fondata ragione, il periodo della vita di ogni individuo, dal feto ai primi mille giorni di vita, in cui vengono a costruirsi le fondamenta del suo cervello. Continuare a riferirsi solo alla donna non considera quanto dimostrato da quasi un secolo dalle scienze psicologiche, psicoanalisi e neuroscienze. Nessuno ha un cervello uguale a quello di un altro: la diversità è frutto di ciò che in un cervello si struttura in base alle informazioni ricevute continuativamente da tutti i sensori del corpo in contatto con il corpo della madre, prima come feto, poi come bimbo. Le prime strutture neurali condizionano il modo con cui un cervello organizzerà ogni successiva “sua” esperienza. Ne discende l’importanza della perinatalità, come periodo di formazione di quanto sarà determinante lo sviluppo del cervello di quel singolo individuo. In questo sviluppo perinatale fondamentale risulta la sua relazione coi genitori. Poiché l’intero processo relazionale è silenzioso, al di fuori delle possibilità coscienti dei genitori, indispensabile si presenta poter prevenire eventuali sviluppi negativi nei bambini e nelle future generazioni. Occorre pertanto una “promozione della salute mentale dei genitori per lo sviluppo neuromentale del bambino”, come recita il sottotitolo di questo libro, che è il seguito di altri cinque dei medesimi autori dedicati a questo argomento. Tale promozione si presenta poco utile se erogata solo per genitori con indici di rischio: i processi che inficiano la “buona relazione” sono silenziosi, al di fuori della coscienza, di genitori, di figli e anche di osservatori; salvo i casi gravi, rilevati a livello psichiatrico. Un lavoro di prevenzione con tutti i genitori permetterà inoltre di rilevare quanto le modalità attuali della vita sociale e intrafamiliare limitino e alterino (si pensi alla digitalizzazione di ogni linguaggio) lo spazio e la natura emozionale della “buona relazione”

    Lo sguardo del ricercatore e del clinico dietro l'obiettivo della telecamera.

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    L'osservazione è la metodologia d'ìndagine elettiva in Psicologia Clinica.L'osservazione non è di per sè obiettiva, nel senso di consentire una registrazione diretta e fedele della realtà , anzi è esposta al rischio della soggettività, della parzialità dell'osservatore e agli errori o distorsioni che ne derivano. Quando si ha come obiettivo lo studio dell'interazione tra il bimbo e i suoi caregiver, la metodologia osservativa presenta complessità tali che il ricercatore e il clinico necessitano di un equipaggiamento teorico e strumentale adeguato che consenta di ottenere le informazioni indispensabili per la clinica e la ricerca.Nella metodologia osservativa sono state introdotte dagli anni 70 tecniche di registrazione delle osservazioni mediante strumentazioni audiovisive: le videosservazioni si sono rivelate di grande utilità per registrare le interazioni del bimbo con la madre o altri caregiver, ogni volta che si rende necessaria un'analisi sistematica e molto dettagliata dell'interazione.Attraverso le videosservazioni è possibile rilevare aspetti dello sviluppo del bambino e delle sue interazioni che possono essere a disposizione del clinico e del ricercatore in qualsiasi momento offrendo la possibilità di una analisi con modalità microanalitiche che non sarebbe possibile realizzare attraverso la semplice osservazione e attenzione umana .Per essere strumento scientifico la videosservazione deve però attenersi rigorosamente alla metodologia della ricerca osservativa : i filmati una volta realizzati devono essere analizzati e codificati , e i dati ottenuti possono essere elaborati secondo procedure statistiche per ottenere differenti misure relative a frequenza , durata, accordo tra ricercatori. In ambito clinico la videosservazione può venire anche utilizzata a supporto dell'intervento terapeutico o educativo : se nella relazione genitore-bambino sono presenti difficoltà o disturbi interattivi il terapeuta può inserire nel trattamento la tecnica del video feedback e rivedere la videoregistrazione insieme ai genitori soffermandosi su momenti particolarmente significativi dell'interazione : questo può essere utile per promuovere nei genitori una riflessione e una condivisione emotiva e pertanto un effetto terapeutico. Si possono anche prospettare eventuali ipotesi di cambiamento rispetto ai comportamenti inadeguati e si può ricercare insieme agli attori del processo relazionale nuove modalità di comunicazione più adeguate , partendo dall'osservazione e dall'analisi di quelle non congrue e poco funzionali , individuate attraverso il filmato

    Difficoltà perinatali: la nascita pretermine

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    Le ricerche internazionali convergono nel considerare la nascita prematura come un evento che comporta particolari complessità con necessità di immediate e tempestive cure mediche specialistiche, altamente intensive e sofisticate, a cui biologia, medicina e ingegneria attuali stanno provvedendo. I progressi nelle cure perinatali e neonatali hanno significativamente aumentato la sopravvivenza dei nati pretermine (Ananth et al. 2005; Wheller, Baker, Griffiths 2006). Il progresso tecnologico e scientifico nell’ambito delle cure intensive neonatali ha consentito una sensibile riduzione del tasso di mortalità neonatale, che ha favorito la sopravvivenza di neonati sempre più piccoli: tuttavia con patologie sempre più complesse. In letteratura viene studiata soprattutto la qualità della vita nei pretermine sopravvissuti, nei periodi che vanno dalla nascita all’adolescenza: i bambini pretermine non hanno solo una maggiore probabilità di morte dei bambini nati a termine, ma c’è una maggiore varietà di problemi di salute e di sviluppo rispetto ai nati a termine. E una più oscura varietà di più futuri problemi psichici. Negli ultimi vent’anni le indagini scientifiche si sono pertanto orientate a individuare i fattori multipli e sovrapposti che devono essere analizzati per cercare di chiarificare i fattori di rischio e di protezione, in modo che si possa migliorare la qualità della vita in questi bambini più vulnerabili (Muller-Nix, Ansermet 2009). I ricercatori concordano che è fondamentale applicare un approccio multifattoriale alle ricerche: le cause della prematurità includono comportamenti individuali del feto , condizioni mediche della madre e del feto, fattori psicosociali, esposizioni ambientali, traumi, tumori, fattori ormonali, trattamenti dell’infertilità nella madre, altri fattori biologici e genetici: al di sopra di tutti occorre considerare i fattori psichici che dal cervello emotivo dei singoli genitori e nella relazionalità di coppia modulano tutto l’equilibrio psicosomatico della donna . Molti di questi fattori sembrano potenziarsi nei casi in cui i genitori si trovino in situazioni socio-economiche svantaggiate, o siano membri di gruppi etnici minoritari (Behrman, Stith Butler 2006). È pertanto necessario un approccio multidisciplinare che consenta di poter focalizzare da un punto di vista olistico e sempre con maggiore specificità fattori di rischio e fattori di protezione, onde poter predisporre interventi abilitanti e di sostegno allo sviluppo del bambino, adeguati dal punto di vista non solo medico ma anche psicologico. La nascita pretermine è evento altamente stressante per i genitori e la famiglia (Caplan, Mason, Kaplan 2000), con conseguenze emotive a lungo termine: lo stato emotivo dei genitori dipende naturalmente dal loro assetto emozionale personale e di coppia nonché dalla condizione clinica in cui si viene a trovare il loro bimbo. L’impatto con la realtà inaspettata di un reparto di patologia intensiva neonatale, l’incontro con un bimbo diverso da come se lo erano immaginato, fragile, monitorato, intubato, può essere sconvolgente: ai genitori può sembrare di vivere come in un incubo, con sensazioni di irrealtà, rabbia e sgomento D’altra parte il livello di stress del bambino sottoposto a cure intensive e spesso invasive alimenta l’esperienza psichica traumatica soggettiva del genitore, costituendo una serie di variabili critiche influenti sulle competenze dei genitori stessi e di qui sullo sviluppo del bambino stesso. L’esperienza di precoce stress nel nato pretermine può inoltre portare già di per sé a una sua persistente vulnerabilità emotiva, che si può manifestare anche tardivamente nello sviluppo. Pertanto è importante riconoscere quanto prima i segnali di stress, così come le possibilità di protezione. Le neuroscienze hanno confermato come ogni sensorialità sia veicolo della maturazione neurologica (Schore 1994, 2003). Gli studi di Psicologia Clinica Perinatale e in particolare le ricerche sperimentali sull’attaccamento hanno dimostrato come la maturazione cerebrale, che fino a poco tempo fa si riteneva dovuta al codice genetico, dipende invece dall’apprendimento dei messaggi veicolati dalle cure materne (Imbasciati, Cena 2010) che costruiscono le reti neurali del feto e del neonato. Il contatto diretto col bimbo è pertanto essenziale per garantirgli un’ottimalità di quei silenti apprendimenti elementari che fanno maturare la predisposizione funzionale del suo cervello. Tutto ciò nel pretermine può avvenire solo in piccola parte. Le attuali ricerche internazionali (Muller-Nix, Ansermet 2009) stanno evidenziando problematiche nuove nei pretermine, relative allo sviluppo psichico, sociale e relazionale. La prematurità ha perso progressivamente la sua connotazione di centralità nella genesi di disturbi somatici infantili ed è stata contestualizzata in una visione più globale e a lungo termine dello sviluppo: fattori relativi all’ambiente socio-affettivo e in particolare alle cure materne, hanno una notevole incidenza sulla vulnerabilità psichica e psicosomatica del bimbo incidendo sullo sviluppo fisico e sulla salute anche futura e soprattutto psichica del pretermine molto di più di quanto avvenga per i nati a termine. Gli attuali studi psicologici convergono infatti nel focalizzare l’attenzione su aspetti delle prime interazioni emotivo- affettive dei genitori con il bimbo pretermine (Ansermet et al. 2007; Baldoni et al. 2007; Muller-Nix, Ansermet 2009; Imbasciati et al. 2009): la relazione primaria, con tutti i suoi veicoli di comunicazione non verbale, influenza la strutturazione neurale e condiziona lo sviluppo psicofisico del bimbo. Le stesse cure mediche specialistiche, per le diverse patologie, potranno avere un esito più o meno positivo a seconda della qualità delle interazioni: queste possono essere favorenti e facilitanti o addirittura ostacolanti le cure stesse, a seconda della modalità con cui ci si «prende cura» del pretermine e della qualità degli aspetti affettivo emotivi della relazione primaria che vi intervengono. La qualità dello stato emotivo-affettivo dei genitori è qui d’altra parte variabile non secondaria, di specifica competenza dello psicologo clinico. Se la nascita pretermine è indicata come un fattore di rischio per uno sviluppo adeguato, per contro in questo quadro un’interazione quanto più efficace e positiva, nelle relazioni madre-bambinopadre e pretermine-caregiver, assume valenze altamente protettive per i rischi dello sviluppo (Coppola, Cassibba 2004). In ambito sanitario specialistico, per tutte le complicanze non solo di sopravvivenza, ma soprattutto di crescita e di sviluppo neuro comportamentale, devono dunque essere fornite non solo le competenze nelle cure mediche, del neonatologo, del neuropsichiatra infantile, ma anche competenze di altri specialisti, tra i quali lo psicologo clinico, nonché di tutto il personale infermieristico e sanitario. Adeguati interventi, individualizzati, di Psicologia Clinica Perinatale ai genitori – durante l’ospedalizzazione neonatale e la transizione a casa come prevenzione, sostegno o terapia (Dudek-Schriber 2004; Muller-Nix, Ansermet 2009) – aumentano i fattori di protezione alla vulnerabilità neonatale. Gli studi internazionali suggeriscono dunque di incrementare, insieme ad altri servizi del sociale, la cura del parenting primario. I fattori protettivi a supporto della relazione genitore-bambino comportano un sostegno cognitivo da dare ai genitori, attraverso informazioni utili alle esigenze di accudimento del piccolo, e soprattutto un supporto emotivo-affettivo-relazionale che solo un’adeguata sinergia del personale medico-infermieristico con gli psicologi e gli psicoterapeuti, nonché i parenti, gli amici e altri genitori, può dare ai genitori (Caplan, Mason, Kaplan 2000)
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