1,270 research outputs found

    Le rose del deserto. La quarta sponda fra arditismo e "colonialismo straccione"

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    Al film di Monicelli, liberamente ispirato al romanzo di Mario Tobino del 1951, Il deserto della Libia, dedica un’analisi particolareggiata Domenico Guzzo, giungendo a leggere il velleitario colonialismo italiano come prosecuzione e riflesso del colonialismo interno, e in generale di una dinamica di costruzione nazionale mai davvero realizzata e quindi sempre debole sia internamente che esternamente

    Cittadino Ruffilli

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    A 31 anni dalla criminale scomparsa di Roberto Ruffilli, assassinato nella sua casa forlivese di Corso Diaz 116, il 16 aprile 1988, la Fondazione ha voluto che venisse realizzato un film lungometraggio che con documenti, fotografie, teche RAI e materiali di repertorio in gran parte inediti, restituisse finalmente l’uomo oltre la vittima, ribadendone la memoria e l’eredità anche e soprattutto per le nuove generazioni del Paese. Sviluppando oltre venti interviste ad amici, colleghi e studiosi, il film documentario - affidato agli autori Domenico Guzzo e Alessandro Quadretti, e prodotto da Officinemedia - ricostruisce e racconta la figura umana, l’attività scientifica del Professore universitario e i risultati politici del Senatore della Repubblica, arrivando fino a ricostruire i motivi del suo omicidio per mano brigatista e gli effetti sul corso di un Paese in piena crisi

    Tullo Morgagni. Il giornalista «volante» che inventò il Giro d'Italia

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    Questo volume ripercorre, per la prima volta in maniera sistematica ed approfondita, l’eccezionale parabola esistenziale di Tullo Morgagni (Forlì, 1881 - Verona, 1919). All’alba del Novecento, appena diciottenne, giunge a Milano, dove si costruirà rapidamente una fulgida carriera giornalistica, dapprima nel quotidiano politico “L’Italia del Popolo”, poi nel mondo dell’emergente stampa sportiva. Diventa redattore-capo de “La Gazzetta dello Sport” (1905-1912), poi dal 1913 fondatore e direttore de “Lo Sport Illustrato”, infine guida illuminata della prima rivista nazionale integralmente dedicata all’industria del volo umano, “Nel Cielo” (1917). Frutto di un lungo scavo archivistico (in particolare nel Fondo Tullo Morgagni, conservato presso la Biblioteca comunale di Forlì), la ricostruzione realizzata dallo storico Domenico Guzzo recupera immagini inedite e documenti dimenticati per raccontare l’epica avventura di Tullo Morgagni, che a soli ventotto anni portava già i galloni di “padre” della stagione ciclistica italiana – avendone ideato l’evento di apertura, il Giro di Lombardia (1905), quello di chiusura, la Milano - Sanremo (1907), e la sua manifestazione centrale, il Giro d’Italia (1909). Un percorso oltremodo brillante che s’interromperà tragicamente e prematuramente a soli 37 anni, nella prima grande catastrofe aviatoria della storia italiana (il cosiddetto “disastro di Verona” del 2 agosto 1919, nel quale perirono 17 viaggiatori), ma che ci viene adesso restituito in tutta la sua valenza globale. I frutti dell’inesauribile inventiva e dell’ossessiva ricerca del limite umano espressi da Tullo Morgagni, rappresentano ancora oggi un misconosciuto pilastro dell’informazione giornalistica, della pratica sportiva, della mobilità collettiva in Italia e in Europa

    L’ultima spiaggia. Pola fra la strage di Vergarolla e l’esodo

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    Il documentario "L'ultima spiaggia. Pola fra la strage di Vergarolla e l'esodo" di Alessandro Quadretti e Domenico Guzzo, che ripercorre quello che accadde il 18 agosto del 1946 attraverso i ricordi dei pochi sopravvissuti. Quel giorno, sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola - unica parte dell’Istria al di fuori del controllo Jugoslavo di Tito, sotto amministrazione anglo americana - c’erano centinaia di persone, compresi molti bambini, pronte ad assistere ad una rinomata gara di nuoto. Una manifestazione che aveva anche l’intento di mantenere un legame con il resto dell’Italia. Alle 14.15 l’esplosione di numerose mine, apparentemente disinnescate – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo - provocò decine di vittime, 65 quelle accertate. I soccorsi furono complessi e caotici, molti corpi furono letteralmente polverizzati. Il fallimento delle indagini e la mancata individuazione dei responsabili, finirà per cristallizzare nella cittadinanza la convinzione che Pola fosse una sorta di pedina di scambio nel gioco delle potenze vincitrici della guerra. Sostanzialmente la popolazione italiana di Pola ritenne di trovarsi di fronte ad un'alternativa secca: o rimanere nella propria città in balia di un potere che non offriva alcuna garanzia sul piano della sicurezza personale e della difesa dell’italianità, o prendere la via dell'esilio. Nell'estate del 1946 l'esodo era già un’opzione molto concreta. Tuttavia, nella memoria collettiva della popolazione la strage di Vergarolla venne ritenuta come un punto di svolta, in cui anche gli incerti si convinsero che la permanenza in città, alla partenza degli Alleati, sarebbe stata impossibile. Tra la tesi della tragica fatalità e quella dell’attentato premeditato volto a radicalizzare la tensione anti-italiana in città, nell’immediatezza della strage, col passar del tempo è l’ipotesi dolosa la più accreditata dalle ultime ricostruzioni storiche. E nonostante mai alcun processo sia mai stato celebrato, la strage di Vergarolla è considerata tra i più gravi attentati della storia dell'Italia repubblicana: la morte di oltre ottanta italiani in un'occasione di festa stenta tutt'ora a trovar spazio nei libri di storia e nella memoria nazionale

    L'assordante silenzio nero e le ostentate rivendicazioni rosse: gli antitetici modelli comunicativi dei due terrorismi italiani

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    The author introduces a comparative examination among the antithetical communicative expressions of the two terrorist experiences, appeared in the second Italian postwar period: the "black carnages" and the "red paramilitary attacks". Starting from their inverse correlation among the "meaning" and the "meant" of the terrorist "sign", the author reconstruct the opposite languages communicated by these different typologies of attempts

    Liberazione del, o dal, lavoro. Il movimento ’77 e le radici della crisi nell’Italia postfordista

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    Postfazione del volume che ricostruisce la dialettica fra il rapido consumarsi del movimento '77 e l'affermarsi della precarietà lavorativa nell'Italia del post-miracolo economico, secondo un inedito e fertile approccio interdisciplinare, che spazia dalla storia contemporanea alla sociologia, passando per la filosofia politica, la critica artistica, gli studi giuridici, l'analisi dei processi produttivi e finanziari. Incrociando diversi sguardi metodologici su fisionomia, finalità e saperi di questo fenomeno sociale unico al mondo - autorappresentazione della "generazione dei non garantiti", ovvero la prima leva di giovani che sentiva di non avere un futuro certo e degno perché, orfana del "boom", sarebbe vissuta in un mondo di recessione permanente-si è potuta con-centrare l'attenzione sul tornante della storia italiana che ha aperto la "crisi del Sistema-Paese". Muovendo lungo la problematica geografico-territoriale dell'asimmetrico sviluppo nazionale, con una particolare considerazione allo snaturarsi dei tradizionali modelli di eccellenza come il cosiddetto "modello emiliano-romagnolo", e senza tralasciare continuità e fratture con il retaggio sessantottino, si è così arrivati ad affrontare il conflittuale processo di decentralizzazione del lavoro in Italia, nel più ampio formarsi di una nuova dimensione post-fordista e post-salariale dell'organizzazione capitalista occidentale

    Lo strano movimento dei “non garantiti” e la morte del miracolo economico italiano

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    Ricostruisce la dialettica fra il rapido consumarsi del movimento '77 (evidenziando le sue peculiarità storico-sociologiche) e l'affermarsi - tra violenza politica, sperimentazioni artistiche e riconfigurazioni identitarie - della precarietà lavorativa nell'Italia del post-miracolo economic

    “Il Boom”: il film che fece il processo al miracolo economico

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    Poche volte nella storia nazionale si è dato un allineamento così preciso tra significante e significato – ovvero il simbolo e l’etimo di un segno concettuale – come tra l’uscita del film Il Boom (regia di Vittorio De Sica su sceneggiatura di Cesare Zavattini) e il chiudersi del “miracolo economico” italiano nel 1963, appena avanti che la prima congiuntura recessiva del dopoguerra (un balzo improvviso di inflazione e disoccupazione, associato ad una cospicua perdita di redditività industriale) venisse a spezzare le magnifiche sorti e progressive dettate dall’impressionante impennata di PIL e fattori produttivi registratesi dal 1957. Difatti, se già La Dolce Vita di Federico Fellini (1960) e Il Sorpasso di Dino Risi (1962) avevano osato strumentalizzare tutta l’abbacinante luce della nascente società dei consumi, per evidenziare i crescenti coni d’ombra di una folata modernizzatrice largamente diseguale, troppo fideistica e al fondo incontrollata, tra le pellicole coeve al “miracolo” è solo Il Boom ad incaricarsi di un processo ad alzo zero, privo di qualsiasi attenuante emozionale o di tragica fatalità: non c’è alcuna ottundente contorsione sentimentale (interpretata dall’irrisolto paparazzo Marcello/ Mastroianni) o popolana euforia godereccia (trasfigurata dallo scomposto menefreghismo edonista di Bruno Cortona/Vittorio Gassman) a giustificare in qualche modo il fascino discreto di un miracolo materialistico, che pareva germinare proprio per redimere le miserie, i dolori, gli strascichi della guerra. Nel Giovanni Alberti di Alberto Sordi, invece, ogni possibile “variabile” vitalistica ha ormai ceduto il passo alla mera “costante” della tigna, della feroce voluttà di uno status sociale che non ha più legami organici con l’economia reale o la nobiltà d’animo, perché completamente sussunto dall’eterea consistenza dell’apparenza oltremodo benestante, peraltro stereotipata dalle iconografie mass-mediali del self made man, arrivato e dunque “giustamente” invidiato. Terminato il processo, Il Boom emette la sua sentenza: il vero miracolo è stato affare elitario, non della massa che – parafrasando quanto verseggerà un decennio più tardi Lucio Dalla – è stata solo «per un attimo innalzata ad un ruolo difficile da mantenere» per poi essere «lasciata cadere, a piangere e a urlare», scoprendosi infine meno povera, ma sicuramente più superficiale e rancorosa

    Pane e cioccolata. Cronaca ordinaria di una straordinaria emigrazione. La ristorazione italiana nella Svizzera anni ’70

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    Negli anni Settanta ed Ottanta, la ristorazione italiana ha rappresentato la punta di diamante dell’industria alimentare in Svizzera, e questo in ragione dell’ottimo rapporto qualità/prezzo proposto, della popolarità della sua gastronomia e dell’assimilazione della maggioranza degli svizzeri alla minoranza italiana ; ma gli albori di un tale successo, ficcano le radici in contesti di surrettizia o palese xenofobia, di precariato professionale e sociale, di disadattamento, di depressione nostalgica, di emarginazione, e di alienazione che si cristallizzavano lungo faglie di sfruttamento economico e di reciproca impreparazione morale alla diversità.La storia di Giovanni (Nino) Garofoli (Pane e Cioccolata,di Franco Brusati, con Nino Manfredi, 1973), apprendista cameriere stagionale in un ristorante della Svizzera tedesca a metà degli anni Settanta, incarna l’incipit ricorrente di buona parte di quei futuri ristoratori che sapranno schiudere atti di dignità e soddisfazione da iniziali crisalidi di disagio e sconforto

    Il decollo dell’aviazione italiana. Propaganda, dibattiti e saperi tra le due Guerre

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    Seppur con minori possibilità economiche ed industriali rispetto alle “potenze occidentali”, anche l’Italia era entrata nell’era del volo controllato (del «più pesante dell’aria») attraverso la terribile esperienza del Primo conflitto mondiale, ed aveva per questo anch’essa inizialmente ereditato il sogno collettivo di un’aeronautica garante della pace perpetua tra i popoli. Le avanzate capacità distruttive dimostrate dai velivoli militari al fronte avrebbero dovuto recedere a presidi di dissuasione permanente verso ogni tentativo di ripresa delle ostilità, permettendo così il libero sviluppo delle potenzialità di interconnessione umana e di benessere sociale promessi dalle linee di commercio e di pubblico servizio. In tale contesto - intersecando fonti inedite, repertori d’epoca e una vasta letteratura multidisciplinare - il libro ricostruisce criticamente la formazione di un pensiero e di una tensione progettuale del volo nel primo dopoguerra italiano: una autentica “rivoluzione antropologica verticale”, postasi a frontiera ultima della mobilità accelerata e universale offerta dalla civiltà delle macchine, avviata nella Penisola anche da personalità oggi dimenticate; su tutte quella del giornalista Tullo Morgagni, perito - con altre quindici persone - nel primo vero disastro aereo della storia nazionale (Verona, 2 agosto 1919). Tra slanci, resistenze, strumentalizzazioni e mitizzazioni, vengono riannodate le fila disperse della dialettica tra aeronautica militare e aviazione civile, così come evolutasi dalla crisi definitiva del sistema liberale sino agli ultimi momenti vitali del Regime fascista, con una particolare attenzione al capzioso investimento retorico e infrastrutturale che Mussolini farà riversare sulla sua Romagna natìa, per trasformarla artificialmente nella terra dell’Ala d’Italia, e quindi nella rappresentazione urbana del suo essere “primo pilota” ai comandi del Paese
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