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    "Scritture della visione" (Giulia Carluccio, 2006)

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    Recensione del volume di Giulia Carluccio "Scritture della visione

    Introduzione. Adaptation

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    Il volume, co-ideato e co-curato con Giulia Carluccio e Stefania Rimini, è organizzato in due parti: nella prima, dedicata alle prospettive teoriche, si sono affidate delle questioni chiave a cinque studiosi italiani che si sono occupati delle varie forme assunte dalla complessa relazione tra cinema, letteratura, intermedialità; nella seconda, che porta il titolo Adattamenti, germinazioni, mutazioni, la sfida è stata quella di coinvolgere altri quattordici studiosi e studiose nell'analisi di altrettanti film usciti dopo il 2000, ad eccezione di un caso di adattamento emblematico come L'amore molesto di Mario Martone (1995), presente nel corpus perché consente di riflettere anche sulla Ferrante fever più recente

    L'analisi del film in DVD. Testo, attestazione, post-testualità

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    L'analisi del testo filmico a fronte delle nuove tecnologie

    Ciao Maschio. Politiche di rappresentazione del corpo maschile nel Novecento

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    Il concetto di mascolinità, ampiamente indagato dai punti di vista politico, antropologico e sociologico, è stato esaminato anche in relazione ai linguaggi dei media e delle arti performative. I contributi raccolti in questo volume restituiscono con attenzione i mutamenti, individuano le peculiarità, e mettono in luce le resistenze e le ambiguità legate alla rappresentazione del maschile dai primi del Novecento fino ai giorni nostri. Attraverso ricognizioni storiche, analisi teoriche e studi di caso, il volume indaga le differenti forme di mascolinità di carattere nazionale e internazionale che emergono all’interno di cinema, televisione, rotocalchi, riviste specializzate, teatro, fotografia, fumetto e musica. I diversi approcci e le differenti metodologie che contraddistinguono i singoli contributi permettono di osservare la costruzione del maschile all’interno degli ambiti e dei contesti storico-culturali più disparati: dalla rappresentazione della mascolinità e del suo rapporto con la femminilità nella ricezione africana del melodramma, fino alla divulgazione e rimediazione dell’immagine divistica nell’era dei social network. Andando oltre una semplicistica e monolitica concezione di mascolinità, i saggi qui raccolti mettono in luce le problematiche e i contrasti interni alla costruzione “plurale” della figura maschile, riflettendo sulla dimensione strettamente politica dei corpi o, ancora, soffermandosi sulla natura intermediale di questi ultimi

    Introduzione

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    Il concetto di mascolinità, ampiamente indagato dai punti di vista politico, antropologico e sociologico, è stato esaminato anche in relazione ai linguaggi dei media e delle arti performative. I contributi raccolti in questo volume restituiscono con attenzione i mutamenti, individuano le peculiarità, e mettono in luce le resistenze e le ambiguità legate alla rappresentazione del maschile dai primi del Novecento fino ai giorni nostri. Attraverso ricognizioni storiche, analisi teoriche e studi di caso, il volume indaga le differenti forme di mascolinità di carattere nazionale e internazionale che emergono all’interno di cinema, televisione, rotocalchi, riviste specializzate, teatro, fotografia, fumetto e musica. I diversi approcci e le differenti metodologie che contraddistinguono i singoli contributi permettono di osservare la costruzione del maschile all’interno degli ambiti e dei contesti storico-culturali più disparati: dalla rappresentazione della mascolinità e del suo rapporto con la femminilità nella ricezione africana del melodramma, fino alla divulgazione e rimediazione dell’immagine divistica nell’era dei social network. Andando oltre una semplicistica e monolitica concezione di mascolinità, i saggi qui raccolti mettono in luce le problematiche e i contrasti interni alla costruzione “plurale” della figura maschile, riflettendo sulla dimensione strettamente politica dei corpi o, ancora, soffermandosi sulla natura intermediale di questi ultimi

    “Lo sai cosa significa l’ergastolo? Passare la vita senza donne”. Profili della mascolinità di commissari e giustizieri nel poliziesco italiano degli anni Settanta

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    Il poliziesco italiano è un genere cinematografico che, dopo un periodo di sistematica de-autenticazione culturale, sta emergendo anche in ambito accademico come esempio paradigmatico di cinema politico e popolare (Fisher 2014; O’Leary 2016), capace di cogliere e rielaborare fermenti, umori, contraddizioni della società degli anni settanta (Curti 2007; Buccheri 2008; Gervasini 2008). Il presente intervento si propone di indagare la mascolinità del protagonista della maggior parte delle pellicole appartenenti al genere: il commissario di polizia. Gli strumenti interpretativi sono prelevati con preferenza dalle seguenti aree: a) studi sulla mascolinità nel cinema narrativo (S. Cohan, I. R. Hark 1993; Jeffords 1994; Lehman 2001); b) studi sulle dinamiche di gender nel cinema italiano (Rigoletto 2014 ; Fullwood 2015); c) studi sul rapporto tra gender e spazio (Massey 1994; Gorman-Murray, Hopkins 2014). Attraverso richiami ad alcuni film (Milano trema, la polizia vuole giustizia; Il poliziotto è marcio; La polizia accusa, il servizio segreto uccide; Roma violenta; Mark il poliziotto, Uomini si nasce, poliziotti si muore) l’analisi intende focalizzarsi sui punti seguenti: 1) il rapporto tra l’azione del commissario, la sua virilità e la messa in scena degli spazi urbani in cui si svolgono la maggior parte dei polizieschi. 2) La definizione narrativa della figura del poliziotto in relazione ai ruoli secondari: donne/amanti occasionali (esempi che consentono di definire i rapporti di gender all’interno del genere, soprattutto rispetto a nuovi profili di femminilità emergenti nella società italiana), commissari capi, magistrati, colleghi (esempi di virilità comprimarie, standard o egemoniche). 3) La definizione di una mascolinità seduttiva e “resistente”. In particolare, l’ultima parte dell’intervento ruota intorno a questo punto, illustrando la tesi seguente: il commissario di polizia è un soggetto che si muove su una scena metropolitana popolata da varie attrattive sessuali e la sua caratteristica precipua è quella di essere sessualmente attivo rispetto a esse ma anche capace di resistere alle lusinghe del sesso. Si delinea così una risposta peculiare al clima di sexploitation e di emancipazione femminile degli anni settanta (Ortoleva 2012). Se nella commedia sexy coeva (nelle sue varie declinazioni) abbiamo un soggetto maschile “out of joint”, fragile, quasi sempre incapace tanto di concludere l’atto quanto di controllare i propri impulsi sessuali (Manzoli 2012), nel poliziesco prende forma una mascolinità oppositiva rispetto a questo modello e altrettanto popolare: quella di un soggetto maschile in grado di esercitare e al contempo tenere sotto controllo il desiderio e con ciò di rafforzare/rilanciare la propria mascolinità

    Le ombre dell’Inferno. Silhouette animate e musica concreta in Thirteen Cantos of Hell di Peter King

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    Nel 1955, lo scultore britannico Peter King (1908-1957) mise le sue ricerche su forma e materia al servizio di un cortometraggio animato sperimentale, grazie a una borsa assegnatagli dal British Film Institute. L’argomento venne trovato in un’antologia di episodi dall’Inferno di Dante, mentre la tecnica e lo stile guardarono ai film di silhouette di Lotte Reiniger. La regista, dal 1949, lavorava infatti a Londra assieme al suo collaboratore e marito Carl Koch; King fece amicizia con la coppia nel 1951, ricevendo fondamentali nozioni sull’animazione di sagome ritagliate e sull’attrezzatura utile a tale scopo. Thirteen Cantos of Hell fu la prima e ultima volta in cui King testò quelle competenze, a causa della prematura scomparsa, avvenuta in un periodo di instabilità psicologica. L’asprezza del cortometraggio è probabile esito dello stato mentale di King; pare anche, tuttavia, risultato di un’acuta trasposizione audiovisiva dell’espressione dantesca. Nelle figure umane, frantumate e angolose, si incontrano l’organico e l’inorganico, forse come parallelo dei violenti contrasti tra registri dell’Inferno. Le traforazioni delle sagome, che in Reiniger erano eleganti elementi decorativi, veicolo di sfumature luministiche e articolazioni ritmiche delle linee, in King diventano grandi lacerazioni geometriche, che esasperano l’inconciliabilità tra pieni e i vuoti e sottolineano la natura primordiale della materia. La colonna sonora accompagna la pantomima animata con un campionario di suoni registrati in contesto cittadino, trasfigurati però, secondo manipolazioni tipiche della musique concréte, in un paesaggio sonoro irriconoscibile, ossessivo e aggressivo. Il capitolo esamina i tredici “canti” di King alla luce dei corrispondenti passi danteschi, rinvenendo nel testo le fonti delle soluzioni visive e acustiche presenti nel film e studiando materiali di pre-produzione conservati presso la Peter King Collection, a cura della England & Co. Gallery, e presso il British Museum. Si valuta inoltre come lo stile di King permetta una rilettura critica di alcuni aspetti dell’animazione di Reiniger, di cui Thirteen Cantos of Hell sembra sviluppare ulteriori potenzialità latenti
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