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PUBLIO VIRGILIO MARONE, Eneide, traduzione e cura di Alessandro Fo, Note di Filomena Giannotti
Rilanciando una prestigiosa collana da tempo interrotta, la «Nuova Universale Einaudi», l’editore Einaudi mi ha proposto di elaborare una nuova traduzione poetica dell’“Eneide”. Sebbene si tratti di un capolavoro già molto tradotto in passato, mi è risultato presto chiaro che c’era ampio campo per impostare la lunga e impegnativa operazione in modo radicalmente innovativo.
La precedente tradizione delle traduzioni italiane dell’“Eneide” aveva totalmente trascurato di prestare adeguata attenzione ad alcuni fra i più rilevanti aspetti tecnici e stilistici del poema: di conseguenza il lettore italiano privo di conoscenze della lingua originale era impossibilitato a cogliere specifici tratti salienti di uno fra i più importanti capolavori della tradizione letteraria occidentale. Il lavoro è stato dunque interamente reimpostato secondo basi metodologiche nuove, brevemente illustrate nel paragrafo “Limitare le perdite”. Nota alla traduzione, con rinvio a più sistematico dettaglio in altra sede (articolo “La giornata di un traduttore”).
Innanzitutto ho proceduto a una sistematica revisione critica del testo; i dettagli della sua costituzione sono presentati nella “Nota al testo”. Quindi ho impostato la traduzione con nuovo rigore, soprattutto prestando attenzione 1. a riprodurre fedelmente, con traducenti costanti, i vocaboli maggiormente ricorrenti in Virgilio; 2. a replicare con un sistema preciso e coerente il suo complesso sistema formulare; 3. a riproporre per tali le sue inclinazioni stilistiche senza ‘normalizzare’ arbitrariamente il testo in direzione di un’espressione corrente. Il tutto 4. in una gabbia metrica equipollente a quella dell’esametro latino, e 5. con un rispetto esteso alla considerazione delle trame foniche e, in certi casi, perfino dell’ordine delle parole.
Il lavoro di riproposizione poetica dell’“Eneide”, così impostato, è stato riconosciuto, nella sua globalità, di notevole importanza, e insignito del Premio von Rezzori 2013 per la Traduzione.
In più, il volume è stato dotato di un saggio complessivo di introduzione generale all’opera di Virgilio (“Un profilo di Virgilio”). Accanto alla ricezione dei principali risultati della critica su uno degli autori più studiati della latinità, tale saggio propone anche specifici punti di vista nuovi. È il caso della proposta interpretativa circa le occorrenze simmetriche delle quattro apostrofi a Mecenate nelle “Georgiche” (I 2, II 41, III 41, IV 2), che consentirebbe di fissare al 70 a. C. (lo stesso anno di Virgilio) il preciso anno di nascita di Mecenate, finora ignoto, e individuare nel 13 aprile del 29 la precisa data di presentazione formale dell’opera al suo mentore e promotore, nel giorno del suo quarantunesimo compleanno.
Un ricco apparato di note, a cura di un separato collaboratore (Filomena Giannotti), dota l’edizione di un esteso e approfondito aggiornamento sul più recente lavoro critico riguardante l’“Eneide”, che viene a fungere da essenziale ma assai ricco commento (pp. 591-846)
Antiqua amicitia: studi di lingua e letteratura latina in onore di Silvia Mattiacci
Raccolta di studi sulla letteratura latina antica e medievale.
Scritti di Alessandro Barchiesi, Elisabetta Bartoli, Franco
Bellandi, Lucia Beltrami, Maurizio Bettini, Laura Bocciolini
Palagi, Franca Ela Consolino, Rita Degl’Innocenti Pierini,
Barbara Del Giovane, Paolo Esposito, Alessandro Fo, Luca
Graverini, Gianni Guastella, Mario Lentano, Francesca
Mencacci, Alfredo Mario Morelli, Gabriella Moretti,
Francesca Romana Nocchi, Andrea Perruccio, Maria-
Pace Pieri, Francesco Stella, Céline Urlacher-Becht, Giulio
Vannini, Martina Venuti, Étienne Wolff, Giovanni Zago.
Introduzione di Filomena Giannotti
Giorgio Caproni, Il mio Enea
Scheda Editoriale Garzanti in quarta di copertina: "Nel 1948 Caproni scorge a Genova fra le rovine dei bombardamenti una statua di Enea in fuga da Troia, col vecchio padre in spalla e il figlioletto accanto. L’apparizione assume per lui un significato travolgente: Anchise è la tradizione ormai distrutta, Ascanio il futuro ancora incerto, Enea lo specchio di Caproni stesso e della sua generazione, usciti a stento dalla guerra e alle prese con una difficile ricostruzione. Il poeta tornerà su quell’«incontro» in vari interventi (da corrispondenze giornalistiche al poemetto Il passaggio d’Enea, a recensioni e interviste), qui raccolti per l’attenta cura di Filomena Giannotti, autrice anche di una puntuale Introduzione e di un prezioso apparato di Note che di quell’incontro ricostruiscono la storia e il valore simbolico. Questo libro finisce così per presentarsi come una «nuova Eneide della contemporaneità» (Alessandro Fo, dalla Prefazione) che, attraverso le parole di Caproni, sottrae l’eroe antico a ogni retorica celebrativa. La Postfazione di Maurizio Bettini segnala come, nel secondo dopoguerra, anche fuori d’Italia si riscoprisse l’attualità di Enea come figura capace di rispecchiare un mondo in frantumi"
Il messaggio d'Enea (un momento alto della vita)
La prefazione presenta il volume in cui Filomena Giannotti, docente dell'Univ. di Siena, ha raccolto e commentato tutte le testimonianze del grande poeta italiano Giorgio Caproni relative al suo 'incontro' con la settecentesca statua di Enea in fuga da Troia con in spalla il padre Anchise, e per mano il figlioletto Ascanio (opera di Francesco Baratta). Tale incontro avvenne poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Piazza Bandiera, a Genova, una delle piazze più bombardate d'Italia. Caproni fu sorpreso e commosso di trovarsi davanti proprio Enea, in quella raffigurazione, e in quel momento della Storia d'Italia. Enea divenne per lui il simbolo dell'uomo della sua generazione, solo, con sulle spalle una tradizione vecchia e consunta, e davanti un futuro tutto da costruire. L'incontro divenne così fondamentale, che Caproni continuò a ritornarvi sopra fino ai suoi ultimi giorni, con articoli, testimonianze, e - soprattutto - con il poemetto "Il passaggio d'Enea"
Magno Felice Ennodio, La confessione (438V = opusc. 5), a cura di Filomena Giannotti, testo latino a fronte
Sopravvissuto a una grave malattia grazie al miracoloso intervento di san Vittore, Magno Felice Ennodio scrive un breve racconto in forma di preghiera a Dio, in cui ripercorre parte della propria vita, con i rovesci di fortuna, i personali errori e le sofferenze che l’hanno segnata, ma anche con i benefici con cui Dio è giunto più volte in suo soccorso.
Noto come Eucharisticum, questo racconto andrebbe più propriamente intitolato
Confessio: non solo perché esemplato sulle Confessiones di sant’Agostino, ma perché è
così che Ennodio stesso lo presenta a Dio: confessio ista.
Questa edizione si apre con un’introduzione che ricostruisce la complessa articolazione
dell’opera e analizza criticamente le informazioni biografiche che vi sono contenute, sia
alla luce del dibattito scientifico degli ultimi anni sia in rapporto al capolavoro agostiniano. La traduzione – la prima integrale in italiano – è per la prima volta accompagnata da uno specifico commento che, oltre a illustrare i diversi passaggi oscuri del testo, cerca di valorizzare il virtuosismo stilistico, tipicamente tardoantico, che caratterizza la scrittura di Ennodio.
Magno Felice Ennodio nacque probabilmente in Gallia nel 473/474 e fu vescovo di
Pavia, importante città del regno ostrogoto, dal 513 circa fino alla sua morte, avvenuta
il 17 luglio 521 (giorno in cui lo si festeggia come santo). Aveva una solida e raffinata
formazione retorica, che ne fece un diplomatico e un maestro, oltre che un religioso. Per conto del papa Ormisda, si recò due volte in missione a Costantinopoli nel tentativo di
ricomporre l’unità delle Chiese d’Oriente e d’Occidente. Scrisse poesie, lettere, discorsi
e operette di vario genere, che forniscono molte notizie storiche e nel loro insieme costituiscono un significativo documento del carattere composito della cultura dell’epoca
“Quell’Enea lì mi colpì”: Giorgio Caproni e un’intervista inedita (a 110 anni dalla sua nascita)
Nel 1948, tornando per una visita da Roma a Genova, il poeta Giorgio Caproni si trovò a passare in Piazza Bandiera e a notare che, fra le persistenti macerie di un pesante bombardamento avvenuto nel 1942, sorgeva pressoché intatta una statua di Enea con il padre Anchise in spalla e il figlio Ascanio per mano. Fu per lui un incontro profondamente emozionante («ciò che di più commovente io abbia visto sulla terra»), perché in quell’eroe che, fuggito da Troia in fiamme, si era ritrovato in una delle piazze più bombardate d’Italia, Caproni scorse il simbolo dell’uomo della sua generazione, solo, dapprima in piena guerra, e poi di fronte al duplice compito di salvare una tradizione vecchia e logora (Anchise) e di promuovere un futuro ancora troppo fragile (il figlioletto Ascanio). Da questo incontro nacquero da un lato uno dei suoi più celebri poemetti, Il passaggio d’Enea, che dà il titolo anche alla sua raccolta uscita nel 1956, dall’altro una ricca serie di prose giornalistiche che insistentemente tornano a sottolineare il rilievo di quella figura per l’uomo moderno («Enea sono io, siamo tutti»).
Continuando a seguire le tracce dell’Enea di Caproni (raccolte nel volume Giorgio Caproni, Il mio Enea, di Filomena Giannotti, pubblicato da Garzanti nel trentennale della morte del poeta, il 22 gennaio 2020), questo articolo nasce dalla scoperta, fra le carte del Fondo Caproni della Biblioteca Nazionale di Firenze, di un’intervista di Geno Pampaloni al grande poeta, risalente al 1962 e preparata in vista di una trasmissione televisiva oggi perduta. Se ai funzionari di Raiteche non ne risulta conservata nessuna registrazione, da una ricerca condotta su vecchi numeri del «Radiocorriere tv», la trasmissione sembra essere andata in onda mercoledì 2 maggio 1962, con la dicitura: «Incontri con i poeti. Giorgio Caproni. 22:30».
Nelle risposte preparate per Pampaloni, Giorgio Caproni torna una volta di più sulla genesi del Passaggio d’Enea, ribadendo l’importanza cruciale del suo incontro con «un Enea fuggito da una guerra per approdare ad un’altra guerra, e ancora in cerca del luogo dove fondare la nuova città. [...] simbolo dell’uomo moderno, solo nella guerra, con sulle spalle un passato da salvare che crolla da tutte le parti, e per la mano un avvenire che anch’esso vuol essere sostenuto anziché sostenerlo». Ma, oltre a questo, il poeta ripercorre i momenti fondamentali della sua vita e della sua poesia: gli anni giovanili e la formazione nell’amata città di Genova (la sua famiglia vi si trasferì quando lui era ancora bambino); l’importanza della vocazione musicale – in una città che lui sentiva come particolarmente musicale –, concretizzatasi negli studi di violino e, una svolta svanito il suo «sogno paganiniano», nei versi non più «per musica», ma «come musica». Un discorso a parte merita la figura della madre, con la genesi e progressiva formazione dei Versi livornesi a lei dedicati, su cui verte la maggior parte dell’intervista. Tornando ai luoghi di Livorno dove era nato e cresciuto, il poeta aveva immaginato sua madre da giovane: ne era nata così una rosa di toccanti poesie, confluite poi in Il seme del piangere (Garzanti, 1959). Nell’intervista ritrovata si apprendono nuove preziose notizie su alcune delle più alte poesie di Caproni, in particolare Ad portam inferi – con la struggente raffigurazione della madre Annina già morta e di Giorgio ancora bambino che vaga smarrito lungo i neri Fossi di Livorno – e sulla commossa trasfigurazione che la sua silloge forse più alta offre della brillante e seducente figura che fu Anna Picchi, sua madre e ‘sua fidanzata’
Tra autobiografismo e confessio: verso un osservatorio sull’autobiografia latina tardoantica
This paper introduces the Proceedings of the International Workshop entitled "In aula ingenti memoriae meae". Forme di autobiografia nella letteratura tardolatina, which was held in Siena on 13 and 24 June 2024 and represented the first step towards the construction of an international network, with a dedicated website, on the general trends of Latin autobiography between the IV and the VI sec. d.C. The thirteen contributions collected in this volume and written by some of the major specialists of Late antiquity analyze as many case studies related to that complex historical and cultural period
Introduzione [a Antiqua amicitia: studi di lingua e letteratura latina in onore di Silvia Mattiacci]
rassegna e presentazione dei singoli contributi raccolti nel volum
Saint Jerome’s posthumous life: aspects of his reception in the 20th Century
This paper commemorates the 1600th year anniversary of Jerome’s death starting with a short mention of Hieronymi Stridonensis Vita by Erasmus, which inaugurated the modern investigation into the figure of Jerome, and by examining three examples of his contemporary reception.
In the singular essay Sous l’invocation de Saint Jérôme by the French writer and translator Valery Larbaud (1946), Jerome’s life is imagined as the large city of ‘Hiéronymopolis’ where three itineraries are possible: one that is imaginary to Stridon, Rome and Bethlehem; one that is iconographical through the paintings of Raffaello, Correggio and Domenichino, and one that is literary through Jerome’s own works, which are divided into many ‘city districts’, where an impressive bridge, the Vulgata, connects Jerusalem to Rome.
In the eccentric novel Jérôme ou de la traduction by the French-Canadian writer Jean Marcel (1990), it is the famous lion of Hieronymus who narrates the main episodes of the Saint’s life, especially regarding his translations, which are an existential metaphor for the passage from the ancient eastern world to early Christian Rome.
The poetic movie by the Brasilian director Júlio Bressane, São Jerônimo (1999), is not a biographical reconstruction of Jerome’s life, but rather a ‘fresco’, which consists of some moments of his life and some iconic symbols (the skull, the lion, the desert).
To conclude an amazing prayer is included, which was composed by Valery Larbaud. Actually it is only a tiny sample of Jerome’s quotations, which should be said to the saint before beginning a translation in order to obtain Jerome’s patronage and support
Vivet in posterum nominis tui gloria: la lettera di Sidonio a Fortunale (VIII 5)
Sidonius Apollinaris’ epist. viii 5 – on which very little has been written – looks like
a short note of praise for his friend Fortunalis, a vir illustris from Spain, and promises him immortality in the future, thanks to his literary interests and many virtues, but also thanks to his capability of facing the adversity of fate. In view of this future fame, the letter can only find its meaning in a publication. Therefore, it is particularly relevant in the context of book 8 – which, according to the traditional theory, would result from the resumption of the
collection and publication, by Sidonius, of some letters excluded from a first selection or newly available in his archive after his exile. Moreover, the letter is inscribed in an encomiastic context, as shown by the wordplays on the concept of litterae and on Fortunalis’ fortuna, and by a large number of stylistic resources. Among these, a series of cola (for which I suggested to replace the current puntuaction based on Loyen’s edition with the previous one adopted by Luetjohann and then resumed by Mohr and Anderson). But in parallel with Fortunalis’ praise, Sidonius’ focus is on his own activity, meanwhile it remains uncertain if a subtle political intention (in the sense indicated by Overwien and discussed in this paper) overlaps with the praise of the recipient of the letter
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