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    Eventi tettonici e migrazione del sistema fronte deformativo-avanfossa nell'Appennino Settentrionale dal Miocene inferiore al Pliocene inferiore.

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    L'evoluzione stratigrafica e strutturale del versante padano dell'Appennino Settentrionale tra il Miocene inferiore ed il Pliocene inferiore è caratterizzata dalla migrazione verso l'esterno della catena dei bacini torbiditici (Flysch), del fronte deformativo compressivo e del conseguente ricoprimento da parte dei complessi liguri ed epiliguri. Nella "zona della Val Marecchia", procedendo da SW a NE si attraversano fasce subparallele a direzione appenninica di età sempre più giovane, separate tra loro da contatti di sovrapposizione tettonica e costituite da unità arenacee risedimentate chiuse da sedimenti marnoso-siltosi. La fascia più sud-occidentale è rappresentata dalle Arenarie del Cervarola-Falterona (Aquitaniano-Langhiano) e dalle Marne di Vicchio (Burdigaliano-Serravalliano), seguita da una seconda di Marnoso-arenacea (Langhiano-Serravalliano) e di "Marne di Verghereto" (Serravalliano-Tortoniano) e infine da quella più esterna di Marnoso-arenacea (Serravalliano-Tortoniano) e di marne dei "ghioli di letto" (Tortoniano-Messiniano inf.). Come si può dedurre dalla loro età le marne legate ai Flysch arenacei sono sia ad essi parzialmente eteropiche (depositi di scarpata a margine del bacino) sia di chiusura della sedimentazione torbiditica.L'evoluzione strutturale della catena è riconducibile, come d'altra parte già riconosciuto da molti autori, ad una tettonica a thrust vergenti a NE, che tendono a raccordarsi nei due livelli principali di scollamento rappresentati dalla Scaglia Toscana-Scaglia Cinerea e dalle più profonde evaporiti triassiche. L'età dei thrust è progressivamente più recente verso NE e la loro formazione è collegabile ad altrettanti eventi compressivi separati da più lunghi periodi di stasi.I rapporti fra tettonica e sedimentazione, anche se un notevole limite alla definizione cronologica degli eventi sopra descritti deriva dalla non precisa datazione dei litosomi risedimentati, possono essere così schematizzati:- il carico tettonico delle falde delimitate dai thrust determina una subsidenza (avanfossa) nella zona esterna a cui si associa ancora più all'esterno un sollevamento periferico (peripheral bulge );- nella zona subsidente s'incanalano le torbide arenacee mentre nelle zone marginali e più elevate si sedimentano marne che rappresentano in buona parte la componente pelitica delle torbide;- la sedimentazione torbiditica viene chiusa da quella marnosa quando l'avanfossa viene ad essere coinvolta nell'attivazione della compressione (fronte deformativo), che porterà alla diretta sovrapposizione delle Liguridi sui depositi marnosi. In alcuni casi l'instabilità del bacino è testimoniata dalla messa in posto di frane sottomarine sia formazionali che extraformazionali che precedono l'arrivo della coltre ligure;- all'esterno del sollevamento periferico, che inizialmente può essere di tipo flessurale, ma che si evolve come thrust nell'evento tettonico successivo, si sviluppa un'area subsidente che diventerà un ulteriore bacino torbiditico, quindi sfasato nello spazio e nel tempo rispetto al precedente, - nei bacini epiliguri gli eventi tettonici corrispondenti alla massima attivazione dei thrust sono registrati da discontinuità nelle sequenze sedimentarie, che possono essere rappresentate da brusche variazioni batimetriche e/o discordanze angolari con o senza emersione (lacune stratigrafiche).Sulla base dei dati raccolti, integrati da quelli bibliografici, sono riconoscibili diversi eventi tettonici compressivi, che vengono datati sulla base dell'età delle marne di chiusura dei bacini torbiditici:1) Evento burdigaliano - caratterizzato dalla sovrapposizione del Macigno del Chianti sulle Arenarie del Cervarola-Falterona (fronte della Falda Toscana AA.) e dalla discontinuità nell'epiligure tra le Formazioni di Antognola (Oligocene sup.-Burdigaliano inf.) e quelle soprastanti di Bismantova-S. Marino (Burdigaliano sup.-Langhiano inf.);2) Evento serravalliano - l'unità Cervarola-Falterona, chiusa dalle Marne di Vicchio, si sovrappone alla Marnoso-arenacea "interna" (Unità del M. Nero e del Castellaccio); le Liguridi si mettono in posto interrompendo la sedimentazione delle Marne di Vicchio. Nell'Appennino bolognese-modenese si ha la messa in posto dell'unità Sestola-Vidiciatico e l'accavallamento delle Arenarie del Cervarola su di essa. Nella successione epiligure tale evento è registrato dalla discordanza con lacuna tra le marne sommitali della Formazione del M. Fumaiolo (Langhiano sup.-Serravalliano inf.) e le sovrastanti Argille di Montebello (Serravalliano sup.-Tortoniano inf.). Per quanto riguarda l'unità di Castel Guerrino, di età serravalliana, riteniamo che possa essere correlabile con i coevi depositi risedimentati delle Arenarie di Suviana-Porretta (Unità Sestola-Vidiciatico) e di M. Coroncina presso Castiglione dei Pepoli e che rappresenti un episodio torbiditico all'interno delle Marne di Vicchio;3) Evento tortoniano - il fronte della compressione porta a sovrapporre la Marnoso-arenacea "interna" con a tetto le Marne di Verghereto sulla Marnoso-arenacea "esterna"; l'arrivo delle Liguridi interrompe la sedimentazione delle Marne di Verghereto, mentre nella successione epiligure l'evento è registrato dalla discontinuità fra le Formazioni di Bismantova e Termina nell'Appennino bolognese-modenese e dalla discordanza con lacuna tra le Argille di Montebello e la sovrastante Formazione di Acquaviva (Tortoniano sup.-Messiniano inf.);4) Evento messiniano inf. - contrariamente a quelli precedenti e ai due successivi, questo sembra avere importanza solo locale, non essendo stato possibile riconoscere all'esterno della Val Marecchia alcun indizio di attività tettonica. Qui si ha la chiusura del bacino torbiditico della Marnoso-arenacea con le marne dei "ghioli di letto", all'interno delle quali sono frequenti frane extraformazionali precedenti l'arrivo della coltre ligure; la Marnoso-arenacea si accavalla in parte sulle proprie marne di chiusura. L'arrivo delle Liguridi interrompe parzialmente la sedimentazione marnosa, che nelle zone adiacenti, sia verso NW che SE passa verso l'alto all'evaporiti. L'evento del Messiniano inf. non ha riscontro nella successione epiligure; a seguito di questo evento, il bacino epiligure perde la propria identità e forma un tutt'uno con quello dei "ghioli": sulle Liguridi e al loro esterno si ha infatti lo stesso tipo di sedimentazione, rappresentata dapprima dalla parte terminale dei "ghioli" e successivamente dalle evaporiti;5) Evento inframessiniano - caratterizzato da discordanze tra depositi evaporitici e postevaporitici (formazioni a Colombacci e S. Donato), che livellano le depressioni e gli alti strutturali formatisi durante l'evento tettonico e dalla chiusura definitiva della sedimentazione torbiditica a provenienza alpina. Il carattere deformativo principale di questo evento sembra essere più plicativo che disgiuntivo e traslativo, come era avvenuto negli altri casi; inoltre, in concomitanza di questo evento, non sembra che la coltre ligure abbia subito un apprezzabile spostamento verso NE;6) Evento pliocenico inf. (Zona a G. puncticulata ) - assume grande rilevanza non solo nella strutturazione dell'area padana, ma anche all'interno della catena. Si accentuano le deformazioni plicative precedentemente abbozzate con il coinvolgimento degli stessi depositi pliocenici, ma il carattere prevalente è di nuovo disgiuntivo e traslativo, con formazione di thrust, e la definitiva messa in posto della coltre della Val Marecchia, che avviene in ambiente subacqueo, dat che su di essa si depositano prismi di accrezione in bacini di tipo piggyback. In base ai dati raccolti viene proposta una ricostruzione paleogeografica, limitata all'intervallo Miocene inf.-Pliocene inf., che tiene conto: a) della formazione nell'avanfossa di bacini torbiditici che, separati l'uno dall'altro, sono legati ed antistanti ai thrust; b) della loro chiusura ad opera prima di depositi marnosi e poi della messa in posto di depositi liguri; c) del loro migrare nel tempo e nello spazio, mano a mano che il fronte della deformazione compressiva si sposta verso l'esterno. Due stadi di evoluzione possono essere riconosciuti nei depositi dell'avanfossa: uno precedente al Messiniano, caratterizzato da apporti di tipo alpino (fase di Flysch) e l'altro, sviluppatosi successivamente, con apporti a direzione appenninica (fase molassica).La tettonica trasversale assume la sua massima rilevanza nel condizionare l'estensione longitudinale dei depositi di chiusura ed in qualche caso dei Flysch dell'avanfossa (Marnoso-arenacea) e nel limitare, lungo un allineamento che corre da Arezzo fino alla valle del Conca, il margine sudorientale delle Liguridi. La tettonica trasversale sembra quindi essere legata (come probabilmente nel caso del Sillaro) al migrare del fronte dei thrust, interessando depositi di età progressivamente più recente e influenzando soprattutto la sedimentazione di quei depositi (marne di chiusura) più direttamente collegati al migrare dell'attività compressiva

    La tettonica trasversale dell’Appennino Settentrionale: il caso della Val Marecchia.

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    Structural, geological, sedimentological and geophysical data support the existence of transversal tectonics in the Val Marecchia area. Such tectonics is related to the migration of the deformational front and is expressed by dynamic and mobile activity. Until the Tortonian phase, the migration of the foredeep-thrust belt front regularly occurred involving turbiditic closure pelites and transversely delimiting them by the tectonic lineament Arezzo-Badia Tedalda. Afterwards, the counter-clockwise rotation of the Italian peninsula leads, since Lower Messinian, to the formation of tectonic arcs. Among these arcs, the Romagnan and Adriatic ones come to separate in correspondence with the Val Marecchia tectonic lineament via the formation of a depressed area bending inside of the Apenninic chain. Transversal tectonics is then related to different rates of migration of the deformational front, which in turn is probably linked to discontinuities and /or heterogeneities of the underlying basement

    Miocene-Pliocene tectonic phases and migration of foredeep-thrust belt system in Northern Apennines.

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    In this paper a space-time evolution of the Northern Apennines during the Miocene-Lower Pliocene is proposed, following the migration of the foredeep-thrust belt system towards the foreland. Every tectonic phase is marked by the thrusting of an inner unit over an outer one and by the overriding of Ligurides on Tertiary units at the level of closure facies. The peak of tectonic activity is preceded by a period of instability marked by the deposition of submarine slides and of minor turbiditic bodies showing Alpine and Apennine sources supplied by both Ligurian and flysch nappes. During each tectonic phase, except the Tortonian and Early Messinian phases, an outward foredeep migration took place. The emplacement of Ligurian units, driven by horizontal compression, occurred by imbricate slices involving closure pelites via the formation of piggyback basins. A complex duplex formed, laterally bordered by transverse lines, which, in their turn, affected closure facies during thrust advancement

    Aspirin Use in Patients Undergoing Preoperative Evaluation for Minor Surgery

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    We found that 505 patients were treated with aspirin (16.8%), 312 men (61.8%) and 193 women (38.2%) (P < .05). In the group of patients treated with aspirin we found that 379 subjects—254 men (67%) and 125 women (33%)—were treated with aspirin according to guidelines for prevention of cardiovascular disease. In addition, 32 patients (all men) were treated with aspirin outside of guideline indications. Seven hundred ninety-eight patients (26.6%) that needed aspirin or antiplatelet therapy due to their cardiovascular risk were not treated, despite having no contraindication or allergy, and 126 patients discontinued aspirin despite appropriate indication

    Response to: A fifth of surgeons in England are female

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    During the last decade, the percentage of women graduates in medicine has increased considerably, in Italy and Europe, and therefore inevitably also those who specialize in general surgery and specialized branches. The data provided by the Statistical Office of the Ministry of Education of the University and Research (MIUR) for the academic year 2014/2015 show that 45.3% of those enrolled in schools of specialization in general surgery are women

    Polyphenols, Mediterranean diet, and colon cancer

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    e have read with great interest the manuscript “Risk factors affecting hospital stay among patients undergoing colon cancer surgery: a prospective cohort study.” by Orive M and coworkers [1] and we found it very important with a view to clinical prevention. The article aimed to identify and validate risk factors that contribute to prolonged length of hospital stay (LOS) in a prospective cohort study that included 1955 patients undergoing resection for colorectal cancer. They found that some of the strongest independent predictors of prolonged LOS, such as surgical infections or open surgery, could be modified to reduce LOS and, in turn, other adverse outcomes

    I Calcari a Lucine dell'Appennino Settentrionale quali indicatori paleogeografici e geodinamici.

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    La presenza di "calcari a Lucine" nei terreni miocenici dell'Appennino Settentrionale era stata segnalata già nella seconda metà del secolo scorso anche se ad essa veniva dato erroneamente un valore stratigrafico. I "calcari a Lucine" affiorano infatti in tutti i piani miocenici ad esclusione dell'Aquitaniano e sono segnalati dalla Liguria (M. Colma di Rossiglione) fino a Deruta (SE di Perugia); altre segnalazioni provengono dalla Sicilia sia dalla catena magrebide che dall'avampaese ibleo. L’esame delle più note località a Lucine ha permesso di effettuare alcune considerazioni: 1) le Lucine non sono solo comprese all’interno di sedimenti calcarei, ma sono anche incluse in depositi pelitico-marnosi o addirittura arenacei risedimentati; 2) le Lucine possono essere isolate nel sedimento o più spesso riunite a nidi ed in associazione con abbondanti macrofaune (coralli, echinodermi, ostreidi, alghe calcaree, gasteropodi, briozoi, altri bivalvi), indi¬cative di un ambiente di piattaforma da interna ad esterna; 3) esistono affiora¬menti con Lucine in giacitura primaria ed altri con Lucine in giacitura secondaria. Affioramenti contenenti depositi a Lucine in giacitura primaria sono stati rinvenuti soltanto nella Successione Epili¬gure a differenti altezze stratigrafiche: nelle Formazioni di Bismantova e S. Marino (Burdigaliano sup.-Serravalliano inf.) e in quella del Termina (Serravalliano sup.-Messiniano inf.). Affioramenti contenenti depositi a Lucine in giacitura secondaria sono ubicati in differenti contesti geolo¬gici: a) entro formazioni fliscioidi dell’avan¬fossa (Arenarie di Monte Cervarola-Falterona, Marnoso-arenacea Interna ed Esterna); b) in formazioni sedimentatesi entro bacini minori ubicati alla sommità dei thrusts liguri (Arenarie di Por¬retta-Suviana); c) entro le peliti marnose che hanno chiuso la sedi¬mentazione fliscioide dell’avanfossa (Marne di Vicchio, Marne di Ver¬ghereto, Ghioli di Letto e depositi a queste correlabili). I depositi contenenti Lucine in giacitura se¬condaria sono a loro volta suddivisibili in base al mec¬canismo di messa in posto in: 1) brecce calcareo-marnose con Lucine a valve general¬mente aperte e frammentate (risedimentazione ad opera di debris flows ); 2) are¬narie risedi¬mentate contenenti im¬pronte di Lucine isolate, in¬cluse come clasti alla base degli strati gradati (risedimentazione ad opera di correnti di tor¬bida e fluidi¬zed flows ); 3) “blocchi” di calcari marnosi (olistoliti) con modelli interni e gusci di Lucine spesso di grandi dimensioni e spes¬sore, ora sparsi ora concentrati in nidi (da no¬tare che in questo caso le valve sono quasi sempre riunite). Inoltre i depositi a Lucine in giacitura secondaria sono generalmente as¬sociati a frane sottomarine sia intraformazionali (slump) che extra¬forma¬zionali (olisto¬stromi, olistoliti, de¬positi da debris flow ) di pertinenza ligure, subligure ed epiligure, o a strati torbiditici a provenienza appenninica e legati al disfacimento di depositi epiliguri di piattaforma (Formazione di S. Marino). Tali af¬fiora¬menti sono organizzati in veri e pro¬pri orizzonti che de¬notano episodi d'instabilità tettonica, databili al Serravalliano inf., al Tortoniano inf. e al passaggio Tortoniano-Messiniano e sono sia antici¬patori dei th¬rusts delle Liguridi sulle varie unità dell'avanfossa (depositi a Lucine nelle peliti di chiusura torbiditica), sia contemporanei (depositi a Lucine nell'avanfossa antistante all'avanzamento dei thrusts liguri e destinata a chiudersi a seguito dell'evento tettonico). Anche quando i depositi a Lucine in giacitura secondaria non sono associati ad elementi di sicura provenienza appenninica ten¬dono sempre ad essere situati al fronte dei sovrascorrimenti che hanno portato all'accavalla¬mento delle varie unità dell'avanfossa (Cervarola-Falterona, Marnoso-arenacea In¬terna, Mar¬noso-arenacea Esterna) e delle Unità Liguri sulle precedenti. Sembra quindi ragionevole ipotizzare anche per questi depositi a Lucine una prove¬nienza appenninica: le Lucine vivevano negli alto¬fondi fangosi dei bacini di piggyback epi¬liguri associati agli alti struttu¬rali (thrusts) delle Liguridi che si acca¬vallavano sulle varie unità dell'avanfossa. Tale considerazione è poi in accordo col fatto che le più antiche segnalazioni di "calcari a Lucine" nel¬l'Appennino Settentrionale non sono ante¬ce¬denti al Burdigaliano sup. pe¬riodo in cui comincia ad instaurarsi nella Suc¬ces¬sione Epiligure un ambiente di piatta¬forma poco profondo. Tale ipotesi ci sembra molto più consona al quadro paleogeografico dell'Appennino Settentrionale rispetto a quella, recentemente formulata su dati essenzialmente geochimici, che considera i depositi a Lucine in giacitura primaria, di ambiente di sedimentazione di mare pro¬fondo legato alla risalita di acque fredde ricche in metano (cold seep ) lungo fa¬glie, similmente a quanto avviene nei prismi di ac¬crezione in aree di attuale subduzione. A nostro avviso i depositi a Lu¬cine dell'a¬vanfossa sarebbero quindi i testimoni delle fasi di avanzamento liguri e pertanto delle principali fasi tettoniche mio¬ceni¬che, localizzabili nella parte sommitale del Serravalliano inf., del Tortoniano inf. e nella parte basale del Messi¬niano inf. Infatti i depositi a Lucine rinvenuti nelle Arenarie del Cervarola-Falterona, nelle Arenarie di Porretta-Suviana, nelle Marne di Vicchio e nella Marnoso-arenacea Interna databili al Serravalliano inf. deriverebbero dall'erosione e risedimentazione dei depositi a Lucine originariamente in giacitura primaria affioranti a varie altezze delle Formazioni di Bismantova e S. Marino; quelli rinvenuti nelle Marne di Verghereto e nella Marnoso-arenacea Esterna (databili al Tortoniano inf.) deriverebbero invece dall'erosione e risedimentazione dei depositi a Lucine originariamente in giacitura primaria affioranti nella parte inferiore delle Marne del Pigneto-Termina, ed infine i depositi a Lucine presenti nelle peliti di chiusura (Ghioli di letto, Marne di Tossignano) della Marnoso-arenacea Esterna (databili al Tortoniano sup.-Messiniano inf.) deriverebbero dall'erosione e risedimentazione dei depositi a Lucine originariamente in giacitura primaria affioranti nella parte superiore delle Marne del Termina. Il fatto poi che gli episodi d'instabilità del Serravalliano inf. siano volumetricamente polto più imponenti di quelli successivi sta probabilmente ad indicare che l'evento tettonico del Serravalliano sia stato più incisivo di quello Tortoniano contrariamente a quanto ritenuto in letteratura e pone importanti interrogativi sulle correlazioni con l'espansione del M. Tirreno. I depositi a Lucine permettono quindi di formulare importanti considerazioni sulla paleogeografia del sistema fronte deformativo-avanfossa dell'Appennino Settentrionale durante il Miocene. Il fatto che i depositi a Lucine dell'avanfossa siano degli importanti marker d'instabilità tettonica pone però degli interrogativi sulla ricostruzione paleogeografica dell'avanfossa appenninica durante il Langhiano-Serravalliano inf. Infatti la presenza di "calcari a Lucine" tra loro correlabili, legati a coevi episodi d'instabilità tettonica (Serravalliano inf.), in depositi fliscioidi della stessa età (Marnoso-Arenacea e Arenarie di Monte Cerva¬rola) rende problematica l'attribuzione all'una o all'altra formazione degli affioramenti ubicati in prossimità dell'accavallamento delle Arenarie del Cervarola sull'Unità Sestola-Vidiciatico (area del bolognese-modenese), attual¬mente considerati come Arenarie del Cervarola. A sostegno di tale ipotesi si può ricordare che mentre nella zona tosco-romagnola si aveva la sedimentazione delle Marne di Vicchio e, più esternamente della Marnoso-arenacea Interna, nel bolognese-modenese sarebbero dovuti invece permanere entrambi i bacini del Cervarola e della Marnoso-arenacea.Lo studio dei depositi a Lucine permette inoltre di portare degli utili contributi per la risoluzione di un altro importante elemento che ha portato all'attuale configurazione dell'Appennino Settentrionale: la tettonica trasversale. L'analisi degli affioramenti presenti nell'avanfossa durante il Serravalliano permette infatti di ipotizzare un fronte dei thrusts liguri abbastanza continuo dall'alto piacentino (finestra di Bobbio) fino alla Val Tiberina. Vi sono invece evidenti prove (delimitazione trasversale delle Marne di Vicchio e Verghereto) che a seguito dell'evento Serravalliano cominci l'attività delle linee trasversali (Sillaro e Marecchia) che verranno a condizionare profondamente la sedimentazione dei depositi pelitici di chiusura torbiditica e l'avanzamento delle coltri liguri delimitandole trasversalmente. La stessa distribuzione dei depositi a Lucine del Miocene sup. e l'analisi dei differenti meccanismi di loro messa in posto fra propendere per un'avanzamento separato delle coltri liguri del Sillaro e Marecchia durante le fasi tettoniche del Miocene sup. e quindi anche per quella successiva del Pliocene inf. (Zona a Globorotalia puncticulata) che porta la catena appennica ad un assetto non dissimile dall'attuale

    A narrative review about difficult laparoscopic cholecystectomy: technical tips

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    Background: Laparoscopic cholecystectomy (LC) is the most practiced procedure in general surgery worldwide. It is nowadays the optimum surgical procedure for symptomatic gallbladder lithiasis. Nevertheless, it should not be underestimated since vascular and biliary duct injuries are not uncommon, with devastating consequences. This study aimed to advise the best surgical technical approach for LC according to the intraoperative situation to avoid accidental anatomical structures injuries. Methods: A traditional narrative literature search for articles published up to December 2021 was performed using the most common search engines (PubMed, Web of Science, Google Scholar). The search strategy utilized in all databases included the combination of the keywords: "laparoscopic cholecystectomy", "difficult cholecystectomy", "acute cholecystitis", "prevention bile duct injuries", "safe cholecystectomy". No restrictions were applied to the language of the publication if an English version of the article was available. Key Content and Findings: Difficult laparoscopic cholecystectomy (DLC) is a distressing condition. Its definition is not well established and may vary according to the surgeon's experience. Several techniques have been proposed to minimize the bile duct or hepatic injury risk during the challenging cholecystectomy. Conclusions: Although LC is nowadays the optimum surgical procedure for symptomatic gallbladder lithiasis, it should not be underestimated since vascular and biliary duct injuries are very morbid, significantly increase care costs, and often lead to litigations

    Osservazioni preliminari sui calcari a Lucine dell'Appennino Settentrionale.

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    La presenza di "calcari a Lucine" nei ter¬reni miocenici dell'Appennino Settentrionale era stata se¬gnalata già nella seconda metà del secolo scorso (PARETO, 1865; MANZONI, 1876; DE STEFANI, 1880, 1887a, 1900; MAZZETTI, 1874; PANTANELLI & MAZZETTI, 1877; COPPI, 1877; CAPELLINI, 1881a, 1881b; DEL PRATO, 1881; PANTANELLI & MALAGOLI, 1884; GIOLI, 1887; LOTTI, 1895) dando loro erroneamente un valore strati¬gra¬fico. I calcari a Lucine (d'ora in poi CaL) affiorano infatti in tutti i piani miocenici ad esclusione dell' Aquitaniano e sono se¬gnalati in tutto l'Appennino Settentrionale dalla Liguria (M. Colma di Rossiglione) (DE STEFANI, 1887b) fino a Deruta (SE di Perugia) (VERRI & DE ANGELI D'OSSAT, 1900); altre segnalazioni provengono dalla Sicilia sia nella catena magrebide che nell'avampaese ibleo (CAFICI, 1880; DI STEFANO, 1903). Inoltre, elemento che già i vecchi au¬tori avevano notato, il genere Lucina si presenta quasi sempre associato ad altri ma¬crofossili (coralli, echinodermi, ostriche, alghe calca¬ree, gasteropodi, briozoi, altri bivalvi) spesso indicativi di un ambiente di sedimentazione poco pro¬fondo (MONTANARO, 1939; PETRUCCI, 1960; MORONI, 1966; DAVOLI, 1982).Di recente TERZI (1992), facendo propria l'interpretazione del lavoro di CLARI et al. (1988) che analizzava CaL del Monferrato, ha riesaminato, soprattutto dal punto di vista geochimico, nume¬rosi affioramenti di CaL tra l'Appennino roma¬gnolo e quello bolognese, proponendo un ambiente di sedimentazione di mare profondo legato alla risalita di acque fredde ricche in metano (cold seep ) lungo faglie, similmente a quanto avviene nei prismi di accrezione in aree di attuale subduzione. Infatti in tali aree, e precisamente in corrispon¬denza dell'espulsione di fluidi "freddi" ricchi di metano, sono state segnalate delle comunità a bivalvi giganti e anellidi (SUESS et al., 1985; RITGER et al., 1987) confrontabili alle più note comunità a bivalvi giganti, crostacei, pogonofori e tiobatteri im¬po¬state lungo le dorsali oceaniche nei pressi di black smokers e hot springs . Ad ogni modo nelle comunità bentoniche legate alla fuoriuscita di fluidi sul fondo marino, non sono mai state segnalate specie del genere Lucina nè tantomeno gli altri macrofossili che sono presenti nella maggior parte degli affioramenti di CaL. Inoltre le specie del genere Lucina vivono attualmente a scarsa profondità, in¬fossate in sedimenti fangosi, pochi metri al di sotto della linea di bassa marea e prediligono spesso le acque calde intertropicali (ad es. Lucina pectinata, L. pensylvanica).Il problema riguardante l'originario ambiente di deposi¬zione delle Lucine è dunque ben lungi dall'essere risolto, in virtù anche del fatto che la maggior parte dei depositi citati in letteratura è in realtà risedimentata (Lucine isolate in strati torbiditici, olistoliti calcarei e brecce a Lucine associati a slump o a olistostromi li¬guri). I dati fi¬nora raccolti testimoniano la presenza di Lucine in posizione primaria nella sola Successione epi¬ligure e secondaria invece nei depositi dell'avanfossa (le Lucine sono spesso as¬sociate a slump, olistostromi di pertinenza ligure, brecce e torbiditi a prove¬nienza appenninica). Il fatto poi che l'età dei più antichi depositi di Lucine, la loro posi¬zione stratigrafica e associazione faunistica sia del tutto correlabile a quella delle Forma¬zioni di Bismantova-S. Marino (SIMONELLI, 1883, 1891; DEL BUE, 1900; TRABUCCO, 1900, 1906; SACCO, 1901; NELLI, 1907) e che a loro volta blocchi di questi depositi si trovino in¬clusi come olistoliti negli stessi terreni dell'a¬vanfossa in cui si trovano gli olistoliti a Lu¬cine (addirittura talvolta associati in affiora¬mento) (PIALLI, 1966; RICCI LUCCHI & PIALLI 1973; CONTI, 1993), ci sembra possa fornire interes¬santi elementi nella comprensione degli eventi geodinamici (fasi tettoniche, correla¬zione fra depo¬siti epiliguri e peliti di chiusura, ecc.) che hanno interessato l'Appennino Setten¬trionale nel Mio¬cene
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