137 research outputs found
UNA LETTERA INEDITA DI PAOLO GIOVIO A GIAN MATTEO GIBERTI
Franco Bacchelli, An Unedited Letter by Paolo Giovio to Gian Matteo Giberti
The paper includes the edition, with a brief introduction, of an unpublished letter that Paolo Giovio wrote to Gian Matteo Giberti during the conclave which elected Pope Adrian VI. A short humorous Latin text by the same Giovio and an unknown Latin poem written by Girolamo Vida against Luther are also edited. The three texts are con- tained in a codex owned by a collaborator of Gian Matteo Giberti (ms Bologna, Biblioteca Universitaria, cod. 400)
Ancora su Basilio Sabazio e Scipione Capece
Il nostro indimenticabile amico Maurizio Torrini, col quale ho trascorso alcuni anni a Napoli, si era vivamente interessato verso il 1989 ad una mia ricerca su una figura assolutamente dimenticata degli anni Trenta del Cinquecento, Basilio Sabazio, promotore di un dibattito a Napoli verso il 1532 sulla corruttibilità della materia sopralunare e sulla natura e sull’altitudine delle comete. Io avevo in essa suggerito che le idee del Sabazio fossero la fonte della filosofia naturale esposta da Scipione Capece nel poema De principiis rerum pubblicato nel 1546. A questa ricerca unii allora alcuni documenti, che comprovavano la vicinanza del Sabazio al circolo napoletano dei fratelli Anisio, cui era vicino anche il Capece. Poi è venuto un contributo di Gionata Liboni e la bella voce di Franco Pignatti sul Dizionario Biografico degli Italiani, che hanno aggiunto altri elementi alla biografia del Sabazio. Qui io presento documenti che chiariscono la sua vita – che va ristrutturata completamente – e pubblico alcuni suoi piccoli scritti astronomici
Un frammento inedito di Leon Battista Alberti sul fuoco
The author publishes the initial fragment of an unknown treatise by Leon Battista Alberti on the casting of statues written around 1455 and preserved in cod. Ottob. lat. 1870. The fragment contains a discussion on the nature of light and the element of fire
Un appello al sultano Bayezid II di un latino convertito all’Islam ed uno “Psefisma” di Isidoro di Kiev per la concordia universale
Nella carta pergamenacea di risguardo alla fine del Cod. Barb. gr. 127 un umanista, per me ora non identificabile, ha tracciato la brutta copia di un carme latino di grande interesse: un appello al Sultano Bayezid II (che regnò dal 1481 al 1512) a venire in Italia per occupare Roma e per regnare, come monarca universale, «in orbis capite». E sin qui il testo sarebbe sulla linea di altri appelli al Sultano italiani quattrocenteschi, come quello poetico di Pacifico Massimo o come le lettere che proprio a Bayezid avrebbe scritto verso il 1486 il si- gnore di Osimo Boccolino Guzzoni: un invito ad occupare l’Italia, unificarla, aiutare i Cristiani, la cui religione avrebbe dovuto essere rispettata, a liberarsi dal giogo papale; essere insomma in Italia l’autorità politica che costringe papa e preti a riformare i loro costumi, richiamandoli finalmente agli esempi evangelici. E forse in queste richieste c’era anche la speranza di costringere poi la gerarchia ecclesiastica ad assumere una struttura quale essa aveva in Oriente sotto gli imperatori bizantini: controllo su di essa dello Stato, autocefalia ed autonomia dei vescovi e delle chiese locali. Idee che avevano fatto capolino in tutti i testi che Giorgio da Trebisonda aveva scritto al Sultano Maometto II negli anni 1453-1469. Ma il nostro testo va più oltre: è una professione di fede musulmana, una esaltazione non del sovrano o del patrono della Chiesa, ma proprio del profeta Maometto, sotto la cui religione il mondo sarebbe stato unificato e politicamente e religiosamente: sarebbe fiorita allora «una giocondissima unità», un’unica monarchia ed una sola religione avrebbe fatto felice il mondo
L.B. Alberti, Uxoria, Maritus
introduzione, note e traduzione di due Intercenali di Leon Battista Albert
L’utilità della guerra secondo Palingenio
Marcello Palingenio Stellato1, un capuano maestro di scuola a Forlì tra il 1535 ed il 1537, è autore di un lungo poema didattico esametrico, lo Zodiacus vitae pubblicato la prima a Venezia nel 1535, che conobbe tra il 1537 ed il 1871 circa una sessantina di ristampe solo ed unicamente in paesi d’oltralpe per il fatto di essere stato incluso tra i libri proibiti sin dal primo Index librorum prohibitorum romano del 1557. Le ragioni di questa condanna sono complesse, ma certamente esse vanno viste nel sostanziale neopaganesimo platonico del poema e poi principalmente nel fatto che la povera salma dell’autore, morto a Forlì in un anno non precisato dopo il 1537, fu disseppelita e bruciata essendo stata rilevata nell’opera e nell’insegnamento del Palingenio la negazione della divi- nità di Cristo. Lo Zodiacus vitae è universalmente noto, dalla onorata menzione che ne fece Bruno nel De immenso et innumerabilibus sino ai lavori del Koyrè, per il fatto di contenere nel suo libro, Pisces, la pri- ma chiara affermazione dell’infinità spaziale dell’universo
Il Quod caelum stet, Terra moveatur vel de perenni motu Terrae commentatio di Celio Calcagnini
A modern edition of Quod caelum stet, terra moveatur by the Ferrarese humanist Celio Calcagnini, a friend of Ariosto and Erasmo is presented in this paper. The difference between Calcagnini’s arguments for his hypothesis and those by the ancient Pithagorean tradition as well those by Nicole Oresme is stressed in the preface
DUE NOTE PICHIANE
The first part of this paper is dedicated to the publication of a Latin letter of Elia del Medigo to Giovanni Pico della Mirandola, about 1483, concerning the discovery of the function of the nerves in the work of Aristotle and in the comment of Averroes, highlighting a polemic of the “averroist” Elia precisely against his “teacher” Averroes.
The second part of this essay reports a summary of the Arabic philosophical novel, the Epistle of Hayy Ibn Yaqzan, of Abu Bakr Ibn Tufayl, published in Milan in 1507 and included in the work of natural philosophy and theology of Pietro Monti, a friend of Leonardo da Vinci
Appunti su alcuni libri appartenuti a Leonardo
Come è noto, Leonardo ci ha lasciato due elenchi di libri a lui appartenuti compilati probabilmente, come si suole, in occasione o di trasloco o di invio in altra città. Il primo elenco di quaranta titoli è conservato nel Codice Atlantico e risale al primo soggiorno milanese dell'artista, agli anni compresi, pare, tra il 1490 ed il 1495; il secondo, redatto tra il 1503-1504, di ben 116 titoli - tra i quali si trovano anche quasi tutti quelli del primo - è degli anni in cui Leonardo viaggiava tra Firenze e le Romagne e si trova nel codice di Madrid II. A questi elenchi bisogna poi aggiungere varie indicazioni di libri posseduti o da ricercare che l'artista a disseminato nei suoi molti libri di appunti e disegni. Sono quasi tutti testi a stampa, ma in alcuni casi si può star sicuri che si tratta certo di manoscritti - come è il caso ad esempio del Romuleion di Benvenuto da Imola e della vita Civile di Matteo Palmieri; e credo che talvolta si dia il caso, quando si tratta di edizioni popolari o di scuola, di stampe di cui non è conservato nessun esemplare. Si tratta, in tutti i casi, di indicazioni sommarie dei titoli, e degli autori che hanno creato difficoltà di identificazione, vinte, quasi tutte, dagli sforzi congiunti di vari studiosi, che vi si sono affaticati da un secolo e mezzo in qua. Chi ha studiato Leonardo ha dunque tentato, ognuno seguendo le sue competenze ed i suoi gusti, di leggere una buona parte di questi testi per ricostruire la cultura scientifica e letteraria di Leonardo
L’opuscolo De origine urbium Italie e la sua diffusione
Fu l’eccellente amico Massimo Donattini a farmi notare che nel cod. 874 della Biblioteca Universitaria di Bologna scritto nella seconda metà del XV secolo era conservato, in calce ad una copia delle Historiae Philippicae di Marco Giuniano Giustino, una Descriptio Italiae et de antiquitatibus eius e che l’opuscolo non era nient’altro che quella “antica Cronica” citata da Leandro Alberti proprio nelle prime pagine della Descrittione di tutta Italia. Questa “Cronica” è poi parecchie volte tirata in ballo nel corso dell’opera quando Alberti vuole dar notizia – senza la convinzione, però, con la quale cita il domenicano Annio da Viterbo – della fondazione di città italiane da parte di figli o di nipoti di Noè; anche se poi è proprio lui a metterci in guardia contro coloro che si sforzano «di volere provare essere state fabricate le loro città da i nipoti di Noè»
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