24 research outputs found

    Archeologia in Puglia in età borbonica

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    Il Convegno di cui il volume raccoglie gli Atti rappresenta la prima messa a sistema delle ricerche sull’archeologia di età borbonica in Puglia, con la partecipazione degli studiosi europei che maggiormente hanno curato questa linea di ricerca, nell’ambito di un progetto internazionale organizzato dal Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e dalla Soprintendenza ABAP per l’Area Metropolitana di Napoli. Ne è risultato un aggiornamento sulle vicende dell’archeologia in Puglia in questo periodo, che ha segnato l’avvio delle ricerche in numerosi siti dove si continua a scavare e ha visto la formazione di collezioni importanti, dalle quali si sono formati anche Musei di tradizione oggi attivi in diversi distretti. Con questo approccio sono state strutturate tre sessioni tematiche. La prima è dedicata ai “siti”, con l’obiettivo della ricomposizione di contesti, non pochi ricostruiti per la prima volta. Diversi aspetti delle indagini di età borbonica sono reinterpretati alla luce delle acquisizioni da scavi recenti e, allo stesso modo, alcune evidenze recenti, anche rilevanti, si chiariscono sulla base di attestazioni note dalle prime indagini, rinsaldando il nesso imprescindibile tra tutte le stagioni della ricerca, a riprova della imprescindibilità della storia della ricerca. I contesti si ricompongono anche grazie all’analisi di particolari personalità e famiglie, al loro modo di guardare al mondo antico e all’apporto che hanno dato allo studio storico, come emerge dalla seconda sessione dedicata alle “personalità”. Tra queste, risalto specifico è dato per la prima volta alla figura di Carlo Bonucci e alla sua attività in Puglia e in particolare a Canosa, sulla base di un ampio carteggio finora inedito e conservato nel Fondo Carlo Bonucci del Centro Caprense Ignazio Cerio di Capri. L’ultimo atto è caratterizzato dalle “collezioni e musei” poiché il mondo dell’archeologia e della tutela ministeriale sono intrinsecamente legati alle dinamiche collezionistiche da cui ha origine la formazione delle più antiche raccolte museali, la cui impronta culturale, delineata da nuove acquisizioni, può essere seguita fino ad oggi e può orientare con nuovi argomenti i programmi di valorizzazione di questi musei

    Dasimos egrapse

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    Nell’ambito delle prime scoperte di vasi a figure rosse di produzione magnogreca in Italia meridionale si colloca un celebre reperto sul quale pesa il sospetto di falsità: il cratere a volute attribuito al Pittore di Taranto 7013 (330 – 320 a.C.), oggi conservato al Museo del Louvre di Parigi (n. inv. K 66), anche conosciuto come “Vaso di Lasimos”, il quale si accompagna a una firma sgraffiata che da alcuni è considerata non autentica1. Prima di approfondirne l’analisi, può essere utile ripercorre la storia del vaso di Lasimos e delle sue moderne vicende legate al collezionismo per avere un’idea complessiva della sua ricezione, degli studi che lo hanno riguardato, delle opinioni sulla sua autenticità e, infine, dei restauri ai quali è stato sottoposto nel corso del XVIII e XIX secolo

    Archeologia e lavori pubblici in età borbonica: nuovi dati su Brindisi in età romana

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    Nonostante tra il 1776 e il 1778, per volere di Ferdinando IV, siano stati diretti da Andrea Pigonati complessi lavori per il «riaprimento del porto di Brindisi» ormai ridotto a zona paludosa, la città agli inizi dell’Ottocento continua a presentarsi agli occhi dei viaggiatori come «una borgata insignificante» dall’aria malsana, la cui popolazione era in continuo regresso a causa delle frequenti epidemie di malaria. La persistenza, infatti, di estese aree paludose in corrispondenza del canale che divide il porto interno da quello esterno rese necessari ulteriori interventi di bonifica e risanamento che si protrassero per tutto il secolo. Nel corso delle attività di escavazione svolte in quest’ambito, come già era accaduto durante i precedenti lavori, non mancarono rinvenimenti di evidenze archeologiche. L’esigenza di documentare e di conservare quanto emerso, tuttavia, si scontrava in quegli anni con la necessità stringente di risolvere l’emergenza sanitaria in corso, la cui urgenza dettava tempistiche sempre più strette ed era causa, peraltro, del dispendio di ingenti risorse economiche. Bisognerà attendere l’Unità d’Italia per assistere all’istituzione dei primi organi di tutela operativi in quest’area e all’affermarsi di dibattiti e di sensibilità, che favorirono in tutta la Terra d’Otranto l’attuazione di iniziative assai proficue per lo studio e la tutela dei beni archeologici. In quegli anni fondamentale per Brindisi è l’apporto di studiosi come Giovanni Tarantini, prima, e di Pasquale Camassa, poi, promotori di diverse iniziative mirate alla conoscenza e alla salvaguardia del patrimonio storico-archeologico cittadino. Il loro costante impegno nel proseguire l’opera avviata da personaggi illustri come Ortensio e Annibale De Leo, nella registrazione di rinvenimenti anche della fase pre-unitaria, in parte finora inediti, ha permesso di non perdere cognizione di strutture significative che contribuiscono alla ricostruzione del paesaggio urbano e suburbano della città di età romana

    Scavi di antichità e forme di tutela nell’Ottocento: note preliminari su Ceglie del Campo ed Egnazia

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    La recente edizione (curata con A. Mangiatordi e accolta in MEFRA 2021, 133.2, 487-518) del lavoro di trascrizione e analisi di numerosi documenti, quasi tutti inediti, datati 1751-1798 e conservati presso gli archivi istituzionali di Trani e Napoli, ha permesso di delineare aspetti salienti della legislazione dei beni culturali e delle indagini archeologiche condotte nel XVIII secolo nell’Italia sud-orientale, segnatamente in Terra di Bari, sotto la dinastia dei Borbone. Seguendo la linea tematica e l’approccio euristico di quella ricerca, ma riportando lo sguardo al periodo seriore e calibrando l’attenzione sui siti – per certi versi emblematici – di Egnazia e Ceglie del Campo, qui si intende offrire un contributo che, mediante l’escussione, la trascrizione e la valorizzazione di cospicui documenti d’archivio, possa sostenere informazioni pertinenti alla disamina sia delle strutture sia delle dinamiche istituzionali preposte alle iniziative di salvaguardia del patrimonio archeologico (dal ruolo di incarico progressivamente estensivo affidato alla ‘Commissione de’ Regi Scavi di Ruvo’ all’impegno espresso dalle singole Municipalità); tratteggiare il profilo dei funzionari deputati al controllo di tali attività, riconoscendo i rapporti tra sedi centrali e autorità locali impegnate a gestire la prassi dei modi di indagine ‘sul campo’ e di tutela, allora ormai ben avviati e poi consolidati dal 1822 (da G. Zurlo, M. Arditi, A. Coppola, Th.-A. Davy Dumas, per Ceglie del Campo, a N. Santangelo, F. M. Avellino, E. Winspeare, per Ceglie del Campo ed Egnazia); lumeggiare nuovi dati sulla individuazione e sulla consistenza di contesti e di materiali (dal riconoscimento di reperti celini ed egnatini, assegnati ex abrupto dal ‘catalogo San Giorgio’ ad ambito ruvestino, alle notizie sulla ‘tomba Carmosini’ di Ceglie del Campo).The recent edition (edited with A. Mangiatordi and published in MEFRA 2021, 133.2, 487-518) of the transcription and analysis of numerous documents, almost all unpublished, dated 1751-1798 and preserved in the institutional archives of Trani and Naples, has made it possible to outline salient aspects of cultural heritage legislation and archaeological investigations conducted in the 18th century in south-eastern Italy, notably in the Terra di Bari, under the Bourbon dynasty. Following the thematic line and heuristic approach of that research, but shifting the focus to the later period and concentrating attention on the sites – in some ways emblematic – of Egnazia and Ceglie del Campo, this study aims to offer a contribution which, through the examination, transcription and evaluation of significant archival documents, can provide information relevant to the examination of both the structures and institutional dynamics responsible for initiatives to safeguard the archaeological heritage (from the progressively expanding role entrusted to the ‘Commissione de’ Regi Scavi di Ruvo’ to the commitment expressed by individual Municipalities); to outline the profile of the officials responsible for supervising these activities, recognising the relationships between central offices and local authorities involved in managing the practice of ‘field investigation’ and protection methods, which were well established at the time and then consolidated from 1822 onwards (by G. Zurlo, M. Arditi, A. Coppola, Th.-A. Davy Dumas, for Ceglie del Campo, to N. Santangelo, F. M. Avellino, E. Winspeare, for Ceglie del Campo and Egnazia); highlight new data on the identification and consistency of contexts and materials (from the recognition of finds from Ceglie and Egnazia, assigned ex abrupto by the ‘San Giorgio catalogue’ to the Ruvo di Puglia area, to the news about the ‘Carmosini tomb’ in Ceglie del Campo)

    Francesco Carelli e la ceramica: un interesse non secondario

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    Il contributo si sofferma su un aspetto poco valorizzato dell'attività di Francesco Carelli, esimio studioso di antiquaria vissuto tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, originario di Conversano (Bari), noto soprattutto come numismatico e come segretario perpetuo dell'Accademia Ercolanese, ma anche collezionista di antichità. La ricerca ha consentito di individuare alcuni dei vasi a figure rosse presentati da Francesco Carelli in comunicazioni all'Accademia Ercolanese rimaste inedite e altri esemplari conservati nella sua perduta collezione privata e poi acquisiti da musei europei

    Il duca de Luynes tra Puglia e Basilicata

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    Forse il più grande mecenate che le arti conobbero nella Francia dell’Ottocento, Honoré-Théodoric-Paul-Joseph d'Albert, duc de Luynes (Parigi 1802 - Roma 1867) fu una figura centrale nell’Europa della Restaurazione quando l’archeologia, continuando a rivolgere grande interesse alle antichità greche, ampliava le ricerche verso territori ancora inesplorati. Abbandonata una promettente carriera istituzionale in patria, il giovane Luynes fu in primis un antiquario, nell’accezione rinascimentale del termine. Instancabile cultore di un sapere dai confini porosi per le arti come per le scienze, preferì dedicarsi in autonomia allo studio delle antichità greche, a sovvenzionare artisti di talento e a intraprendere scavi archeologici raccogliendo materiali in parte confluiti nella sua celebre collezione di monete, donata nel 1862 al Cabinet del Médailles della Bibliothèque nationale de France. Socio dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres dal 1830, raggiunse l’Italia una prima volta non ancora diciottenne e poi di nuovo nel 1825 e nel 1828, entrando in contatto a Roma con l’Istituto di Corrispondenza Archeologica di cui, fin dalla sua fondazione nel 1829, fu nominato segretario della sezione francese. Da Roma a Napoli e da lì alla scoperta della Magna Grecia, in Puglia, Lucania e Calabria, fino a spingersi nel vicino oriente e in Egitto, alla ricerca delle origini della civiltà greca da ricondurre, secondo lui, all’influsso orientale schierandosi a favore delle idee di Friedrich Creuzer e sfidando la tesi storiografica sostenuta dal grecista filologo Karl Otfried Müller sulla radice endogena della classicità greca. Luynes orientò i suoi studi verso la Magna Grecia dal 1825, al tempo del suo secondo viaggio in Italia, quando raggiunse una tenuta a Torre Quarto nella Terra di Cerignola in Capitanata, ereditata dalla sua famiglia nel 1816. Ad accompagnarlo erano i suoi amici, l’entomologo Hippolyte Louis Gory e l’architetto Joseph Frédéric Debacq che affiancò il duca nelle sue principali missioni archeologiche, come quelle di Metaponto del 1825 e del 1828. Lo spirito universalista dei suoi interessi trovò in Puglia un fertile campo di indagine che, dall’archeologia, si estendeva all’arte e all’architettura medievale di cui la regione conservava uno straordinario patrimonio. Da qui la passione per la numismatica tarantina, attestata da un suo saggio pubblicato negli «Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica» del 1830, e il fervore con cui seguì la vicenda della scoperta degli ipogei di Canosa, una sorprendente Pompei greca che lo mise in contatto con l’architetto archeologo Carlo Bonucci, direttore del Real Museo Borbonico e anch’egli socio dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica fin dalla sua nascita, con il quale il duca instaurò una lunga amicizia. E dall’archeologia al medioevo pugliese: l’interesse dell’antiquario francese per la presunta cronaca medievale di Matteo da Giovinazzo fu lo spunto per studiare l’architettura normanno-sveva della regione, al cui scopo, nel 1836, incaricava l’architetto Victor Baltard di eseguire disegni dei principali monumenti con dettagli architettonici e artistici finemente delineati. I fogli del Baltard confluirono poi nel libro di Jean-Louis-Alphonse Huillard-Bréholles, Recherches sur les monuments et l’histoire des Normands et de la maison de Souabe dans l’Italie méridionale, pubblicato a Parigi nel 1844 con il sostegno del Luynes e illustrato nelle trentacinque tavole a chiusura della trattazione
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