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    La città, il viaggio, il turismo. Percezione, produzione e trasformazione

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    La città come meta del viaggio nella sua lunga evoluzione nel corso della storia: un bisogno primario dell'uomo, un evento finalizzato alla conoscenza, all'istruzione, agli affari e agli scambi commerciali, alle conquiste militari o religiose, ma anche legato agli episodi per il conseguimento della mera salvezza fisica o spirituale. Nella cornice di una delle città storiche più celebrate al mondo, culla dell'antichità greca, del mito e della bellezza, meta intramontabile di viaggi di cultura e di piacere, e oggi, più che mai, fortemente protesa alla conservazione e alla valorizzazione della propria identità, un'ulteriore occasione di riflessione e di confronto tra i più svariati ambiti disciplinari attinenti alla storia urbana

    Palazzo Calabritto

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    La scheda descrive le vicende storico architettoniche di Palazzo Calabritto e il ruolo attribuito a Luigi Vanvitelli

    Capua Vetus / Santa Maria Capua Vetere. Il palinsesto dell’Antico per la città ‘moderna’ Capua Vetus / Santa Maria Capua Vetere. The Ancient palimpsest for the ‘modern’ city

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    Capua fu Illa altera Roma (Cicerone). La città, abbandonata e rifondata in altro luogo (IX sec.), portò con sé il nome di Capua e trasformò le vestigia romane, intorno alle quali si erano formati i borghi come quello di Santa Maria, nella Capua Vetus. Nonostante la nuova Capua la memoria dell’Anfiteatro campano, del Capitolium, del criptoportico, dell’Arco campano, della Conocchia, delle cosiddette Carceri Vecchie, etc. non si perse mai. È famoso l’affresco della veduta di Capua romana in una ricostruzione letteraria (XVI sec.) nel palazzo episcopale di Capua di cui, nonostante l’originale sia andato perduto alla metà del Settecento, ne rimangono varie copie. Anche le architetture antiche furono rappresentate in varie vedute (Voyage di Saint-Non), offrendo un’immagine romantica dell’antica città attraverso le sue rovine. Proprio le rovine romane acquisirono il ruolo di capisaldi per lo sfruttamento della città settecentesca a partire dalla sua riconversione in cittadella militare grazie alla posizione strategica tra Capua e Caserta. Capua was the Illa altera Roma (Cicerone). The city, which was abandoned and re-founded in another place (IX century), was still named Capua and transformed the Roman ruins, where villages such as Santa Maria had formed, in Capua Vetus. Despite the new Capua, the memory of the Campanian Amphitheater, the Capitolium, the cryptoporticus, the Campania Arch, the Conocchia, the Old Prisons, so-called, etc. never got lost. A literary reconstruction of the Capua Vetus view in the episcopal palace of Capua is famous (16th century); in fact, even though the original fresco was destroyed, several copies remained. Also the ancient architectures were represented in many views (Voyage by Saint-Non), giving the ancient city a romantic image through its ruins. The Roman ruins themselves served as cornerstones for the eighteenth-century city, since the city’s conversion into a military citadel thanks to its location between Capua and Caserta

    Passeggiando con Luigi Vanvitelli a Napoli e dintorni

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    Il volume raccoglie brevi saggi che raccontano il contributo di Luigi Vanvitelli all’architettura napoletana della seconda metà del Settecento; gli autori sono tutti studiosi – ricercatori, dottori e dottorandi – che si sono formati a vario titolo presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II. L’architetto visse a Napoli la sua più proficua stagione professionale, nato in città si era formato a Roma, ma nella capitale del Regno contribuì a due opere poi riconvertite in strutture dell’Ateneo napoletano. La conclusione dell’anniversario dei duecentocinquanta anni dalla morte di Luigi Vanvitelli è praticamente coincisa con l’evento di grande rilevanza per questo ateneo degli ottocento anni dalla fondazione dello Studio napoletano. Tale coincidenza ha suggerito questo volume per promuovere la figura dell’artista a un vasto pubblico e il ruolo dell’ateneo napoletano nella fruizione e valorizzazione di monumenti capisaldi della città e della città metropolitana

    Un quartiere direzionale per la città borghese: il progetto di Giuseppe Michelacci per un palazzo reale a Firenze nel primo Ottocento

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    Questo volume propone un ricco corpus di contributi sulla ‘Città Altra’, un tema sinora poco battuto ma degno di tutta la nostra attenzione, che s’impone sulla scena della storiografia internazionale, moderna e contemporanea, per la sua innegabile attualità. Nel corso della storia, la città ha dovuto sempre fare i conti con le ‘alterità’ sociali, ossia con i privilegi di classe e, conseguentemente, con la discriminazione e l’emarginazione delle minoranze, dei meno abbienti, degli stranieri, insomma con le diversità di status, di cultura, di religione. Sicché il tessuto urbano ha finito per strutturarsi anche in funzione di quelle diseguaglianze, oltre che dei luoghi strategici per l’esercizio del potere, del controllo politico, militare o sociale, degli spazi per la reclusione, per l’isolamento sanitario o per il rimedio ‘temporaneo’ alle catastrofi. Dai primi ritratti di città elaborati e diffusi sul principio del Quattrocento per fini di esaltazione politica o per la propaganda religiosa e per scopi devozionali, che spesso, attraverso tecniche grafiche sempre più raffinate, falsano o addirittura negano la vera immagine urbana, si giunge, all’alba della storia contemporanea, al nuovo significato dato dalla topografia scientifica e dai nuovi metodi di rappresentazione, atti a svelare la struttura e il paesaggio urbano nella loro oggettività, spesso cruda e inaspettata per quanti, prima di allora, avessero conosciuto la città attraverso il filtro dell’iconografia ‘di regime’. La rappresentazione dell’immagine urbana mostra ancora oggi le contraddizioni di una comunità che a volte include, e persino esalta, le diversità, altre volte le respinge, tradendo il malessere di una difficile integrazione. / This volume proposes a rich corpus of papers about the ‘Other City’, a subject only few times dealt with, but worthy of all our attention: it imposes itself on the scene of international modern and contemporary historiography for its undeniable topicality. Throughout history, the city has always had to deal with social ‘otherness’, i.e. with class privileges and, consequently, with discrimination and marginalization of minorities, of the less well-off, of foreigners, in short, with the differences in status, culture, religion. So that the urban fabric has ended up structuring itself also in function of those inequalities, as well as of the strategic places for the exercise of power, of the political, military or social control, of the spaces for imprisonment, for the sanitary isolation or for the ‘temporary’ remedy to the catastrophes. From the first portraits of cities, made and diffused at the beginning of the fifteenth century for political exaltation purposes or for religious propaganda and for devotional purposes, which often, through increasingly refined graphic techniques, distort or even deny the true urban image, we reach, at the dawn of contemporary history, the new meaning given by scientific topography and new methods of representation; these latter aimed at revealing the structure and the urban landscape in their objectivity, often unexpected for who had known the city through the filter of ‘regime’ iconography. The representation of the urban image still shows the contradictions of a community that sometimes includes and even exalts the diversities, other times rejects them, showing the unease of a difficult integration

    Eikonocity

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    I contributi presenti in questo numero offrono spunti di riflessione sul tema dell’immagine urbana europea e mediterranea e della sua evoluzione tra Cinque e Ottocento, ma anche sulle metodologie proposte, all’alba del XX secolo, da alcuni avveduti pionieri di un’urbanistica ‘moderna’, atte a guidare gli interventi sulla città del passato e, quindi, la sua riqualificazione e valorizzazione. Come spesso accade nei ‘digest’ ospitati in eikonocity, all’apparente voluta mancanza di un tema monografico fa spesso da contrappunto l’esistenza de facto di un ‘filo rosso’, rinvenibile in modo palese o nelle pieghe dei testi dei nostri autori
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