1,721,268 research outputs found
Magnetite dissolution in siliceous sediments
Magnetite dissolution, and consequent loss of magnetization, is widely observed in reducing sedimentary environments, where the decrease in Eh-pH values with depth is driven by bacterially mediated degradation of organic carbon. We have observed low magnetizations in sediments with elevated pore water silica concentrations that arise from diagenesis of biogenic silica and/or silicic volcanic ash. These depletions in magnetization are greater than can be accounted for by dilution with magnetite-poor sediments and suggest that postdepositional destruction of magnetite has occurred. Biosiliceous sediments usually also contain elevated concentrations of organic carbon, which makes it difficult to separate organic-carbon-related magnetite dissolution from other possible mechanisms for magnetite dissolution. However, the extent of magnetite dissolution in the sedimentary sequences that we have studied is not obviously related to the redox-state of the environment. This suggests that other mechanisms might have given rise to magnetite dissolution in these siliceous sediments. Thermodynamic calculations indicate that magnetite is unstable under conditions of elevated dissolved silica concentrations (and appropriate Eh-pH conditions) and predict that magnetite will break down to produce iron-bearing smectite. A survey of magnetic susceptibility and pore water geochemical data from widely distributed Ocean Drilling Program sites supports this observed link between high dissolved silica concentrations and low magnetic susceptibilities. This observed link also holds for environments with low biogenic silica productivity (and low organic carbon content) but with high interstitial silica concentrations due to dissolution of silicic volcanic ashes. Dissolution of magnetite is therefore predicted to be a common feature of siliceous sedimentary environments
Inverse to normal magnetic fabric transition in a Upper Miocene marly sequence from Tuscany, Italy
The magnetic susceptibility fabric of an upper Miocene marry sequence exposed along the Morra creek (Tuscany, Italy) changes from inverse (maximum susceptibility axis sub-perpendicular to bedding) to normal from the bottom to the top of the section. The change is gradual, with the presence of anomalous magnetic susceptibility fabrics at some levels. The anhysteretic remanence anisotropy is always normal throughout the sequence. The changes in the magnetic fabric seem to be controlled by sedimentological variations, with the inverse susceptibility fabric related to the abundance of iron-bearing carbonates in the lower part of the section. In the upper part of the section subtle changes in the detrital inputs in the basin, and particularly a larger contribution of clayey and ferrimagnetic particles, turned the susceptibility fabric to a normal type
Risultati di un'indagine interdisciplinare (analisi di facies, biostratigrafia, magnetostratigrafia) svolta su due sezioni della Val di Fine (Toscana, Pisa) di età compresa tra il Miocene superiore ed il Pliocene inferiore
Magnetite dissolution in siliceous sediments (abstract of paper presented at AGU Fall Meeting, San Francisco, 8-12 Dec 2003)
Magnetic dissolution in siliceous sediments (abstract of poster presented at AGU Fall Meeting, San Francisco, CA, 10-14 Dec 2001)
Una forte diminuzione della calotta di ghiaccio nel Pliocene aiuta a costruire modelli per i cambiamenti climatici di questo secolo
Negli ultimi anni il problema del riscaldamento globale
del nostro pianeta (global warming) e del contributo della
civiltà moderna all’incremento dei livelli di gas serra ha
assunto sempre più rilevanza nell’ambito della comunità scientifica
e politica. Nel corso del XX secolo il riscaldamento medio globale
è stato di 0.7°C e una delle ultime proiezioni attuate dal Comitato
Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Ipcc-2007) indica
che entro il 2100 la temperatura sarà simile o superiore a quella
presente sulla Terra 40 milioni di anni fa, quando la calotta glaciale
che ricopre l’Antartide non era ancora formata. Questo continente,
ancora oggi quasi inesplorato, ha una estensione di 13.8 milioni
di km2 (una volta e mezza l’Europa) ed è ricoperto per circa il
98% da una calotta di ghiaccio che ha uno spessore medio di 2500
metri; una massa la cui completa fusione causerebbe una risalita
del livello medio degli oceani di circa 66 metri.
In questi decenni di profondi mutamenti climatici, l’Antartide
ha funzionato come un dissipatore per la febbre del nostro pianeta.
Ciononostante, gli effetti del riscaldamento globale non hanno tardato
a farsi sentire anche in questo continente remoto interessando
soprattutto la regione della Penisola Antartica (Antartide occidentale).
Nell’ultima decade due enormi piattaforme di ghiaccio si sono
disintegrate in pochissimi giorni: nel 2002 il Larsen B con 570 km
quadrati di estensione e 220 m di spessore e nel 2008 la piattaforma
di Wilkins con 3250 km quadrati di estensione ed uno spessore di
circa 200 m. Per comprendere meglio i rapporti esistenti tra le variazioni
globali del clima e la dinamica della calotta Antartica diventa
strategico studiare l’evoluzione climatica di questo continente nel
passato geologico a partire dalle prime fasi di sviluppo della glaciazione
continentale. Molte delle informazioni che abbiamo oggi
sull’evoluzione paleoclimatica dell’Antartide derivano da osservazioni
indirette ottenute alle medie e basse latitudini utilizzando
opportuni indicatori denominati proxy paleoclimatici (ad esempio,
il rapporto tra le concentrazioni degli isotopi stabili dell’ossigeno
presenti nei gusci calcarei di microrganismi marini).
Se vogliamo invece acquisire informazioni più dettagliate sul passato
climatico del continente antartico dobbiamo, necessariamente,
attingere a dati più diretti. Essi sono contenuti nei due archivi naturali
che da milioni di anni stanno registrando i cambiamenti climatici in Antartide: i sedimenti e il ghiaccio. L’unico
modo per accedere a questi archivi di inestimabile
valore scientifico è quello di ricorrere alla campionatura
mediante l’ausilio di perforazioni profonde.Published52-571.8. Osservazioni di geofisica ambientale2.2. Laboratorio di paleomagnetismo3.8. Geofisica per l'ambienteN/A or not JCRope
Una forte diminuzione della calotta di ghiaccio nel Pliocene aiuta a costruire modelli per i cambiamenti climatici di questo secolo
Negli ultimi anni il problema del riscaldamento globale
del nostro pianeta (global warming) e del contributo della
civiltà moderna all’incremento dei livelli di gas serra ha
assunto sempre più rilevanza nell’ambito della comunità scientifica
e politica. Nel corso del XX secolo il riscaldamento medio globale
è stato di 0.7°C e una delle ultime proiezioni attuate dal Comitato
Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Ipcc-2007) indica
che entro il 2100 la temperatura sarà simile o superiore a quella
presente sulla Terra 40 milioni di anni fa, quando la calotta glaciale
che ricopre l’Antartide non era ancora formata. Questo continente,
ancora oggi quasi inesplorato, ha una estensione di 13.8 milioni
di km2 (una volta e mezza l’Europa) ed è ricoperto per circa il
98% da una calotta di ghiaccio che ha uno spessore medio di 2500
metri; una massa la cui completa fusione causerebbe una risalita
del livello medio degli oceani di circa 66 metri.
In questi decenni di profondi mutamenti climatici, l’Antartide
ha funzionato come un dissipatore per la febbre del nostro pianeta.
Ciononostante, gli effetti del riscaldamento globale non hanno tardato
a farsi sentire anche in questo continente remoto interessando
soprattutto la regione della Penisola Antartica (Antartide occidentale).
Nell’ultima decade due enormi piattaforme di ghiaccio si sono
disintegrate in pochissimi giorni: nel 2002 il Larsen B con 570 km
quadrati di estensione e 220 m di spessore e nel 2008 la piattaforma
di Wilkins con 3250 km quadrati di estensione ed uno spessore di
circa 200 m. Per comprendere meglio i rapporti esistenti tra le variazioni
globali del clima e la dinamica della calotta Antartica diventa
strategico studiare l’evoluzione climatica di questo continente nel
passato geologico a partire dalle prime fasi di sviluppo della glaciazione
continentale. Molte delle informazioni che abbiamo oggi
sull’evoluzione paleoclimatica dell’Antartide derivano da osservazioni
indirette ottenute alle medie e basse latitudini utilizzando
opportuni indicatori denominati proxy paleoclimatici (ad esempio,
il rapporto tra le concentrazioni degli isotopi stabili dell’ossigeno
presenti nei gusci calcarei di microrganismi marini).
Se vogliamo invece acquisire informazioni più dettagliate sul passato
climatico del continente antartico dobbiamo, necessariamente,
attingere a dati più diretti. Essi sono contenuti nei due archivi naturali
che da milioni di anni stanno registrando i cambiamenti climatici in Antartide: i sedimenti e il ghiaccio. L’unico
modo per accedere a questi archivi di inestimabile
valore scientifico è quello di ricorrere alla campionatura
mediante l’ausilio di perforazioni profonde.Published52-571.8. Osservazioni di geofisica ambientale2.2. Laboratorio di paleomagnetismo3.8. Geofisica per l'ambienteN/A or not JCRope
40Ar/39Ar age constraints on MIS 5.5 and MIS 5.3 paleo‐sea levels. Implications for global sea levels and ice‐volume estimates
We integrate 10 new with five published 40Ar/39Ar age determinations, both on primary volcanic deposits and on detrital sanidine, which provide precise geochronologic control on the Marine Isotope Stage (MIS) 5.5 and MIS 5.3 sea-level indicators that occur at three coastal caves in a tectonically stable region of the central Tyrrhenian Sea of Italy. The age of a Strombus-bearing bioclastic conglomerate, associated with a tidal notch occurring at 9.5 m a.s.l. at Cape Circeo, is constrained to between 121.5 ± 5.8 and 116.2 ± 1.2 ka. Moreover, backbeach deposits intercalated in the sedimentary filling of Guattari and Capre coastal caves are directly correlated with a tidal notch at ∼2.5 m associated with another bioclastic conglomerate at Cape Circeo and dated to 110.4 ± 1.4–104.9 ± 0.9 ka. The latter deposit is also correlated with the adjacent marine terrace, occurring at 3–5 m on the coast between Capes Circeo and Anzio, for which a maximum age of 100.7 ± 6.6 ka was previously reported. These data provide evidence for a maximum sea level around 9.5 m above the present sea level and a duration of MIS 5.5 highstand until 116 ka, in agreement with estimates from other regions in the world. In contrast, they suggest a maximum sea level during MIS 5.3 highstand that is similar to the present level, and only ∼7 m lower than the MIS 5.5 highstand, challenging the reconstructions of the MIS 5 ice-sheet volumes and derived global sea levels that are based on benthic oxygen isotope records
- …
