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Nel corpo di un decennio. Esperienze della scultura a Salerno negli anni Settanta
Il contributo affronta l’esperienza della scultura a Salerno nel corso del decennio Settanta. È un’analisi che prende avvio dalla considerazione del cambiamento che ha interessato lo stesso concetto di scultura e il suo statuto sin dalle avanguardie e, con maggiore evidenza, nella seconda metà del Novecento. In tale ottica esso si sofferma a registrare le personalità che hanno animato il tessuto artistico salernitano in quell’arco di tempo. Figure il cui esercizio è esaminato in relazione al contesto nel quale hanno operato e, altresì, in una lettura che pone più ampi margini di confronto. Sulla base di principi insiti alle potenzialità del fare scultura quali la forma, lo spazio, il tempo, la struttura, la materia, la verifica è sulla coesistenza di linguaggi diversificati. Alcuni cioè ancora eredi di una tradizione della scultura che, intesa come statuaria, vede al centro prevalentemente la presenza della figura umana, altri che da tale tradizione prendono le distanze indirizzando la propria ricerca verso nuove soluzioni narrative
Luce Delhove: note a margine di una donazione
In occasione della donazione da parte di Luce Delhove di un cospicuo corpus di opere grafiche al Museo FRAC – Fondo Regionale per l’Arte Contemporanea di Baronissi (SA), il testo prende in esame l’esercizio grafico dell’artista belga, dalle incisioni e dai disegni degli anni Settanta fino alle prove più recenti. Un’esperienza nella quale l’artista si è sovente confrontata con il tema della natura, restituita nella forma visibile di immagine emotiva dettata dal suo dialogare con la materia, lastra o carta, spazio tangibile dal quale lascia emergere il proprio immaginifico racconto restituito per segni e per l’energia costruttiva delle luci
La dignità della memoria
Redatto in occasione della mostra Il rumore della memoria. Arte e impegno civile per i 50 anni del Museo al Deportato di Carpi, della quale l’autrice è stata anche curatrice (con L. Roversi), il contributo ne accompagna, narrativamente, il progetto espositivo che si avvale di due sezioni, distinte ma idealmente collegate a dar conto di un unico filo conduttore. Partendo da alcune tavole dello studio di architetti BBPR di Milano (Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto N. Rogers), cui si deve la struttura del Museo al Deportato, concepito negli anni Sessanta ed inaugurato il 14 ottobre 1973, la mostra prosegue infatti con i bozzetti originali di Renato Guttuso e Corrado Cagli che con Alberto Longoni, Picasso e Léger, rappresentano alcune delle pareti graffite all’interno delle tredici sale del museo. Il percorso si arricchisce poi di opere, pittoriche e scultoree, di Giacomo Manzù presente con il bassorilievo Cristo con generale del 1947, di Sandro Cherchi con la terracotta Figura del 1948, di Franco Garelli con il dipinto L’impiccato del 1944, di Mirko (Basaldella) con il mosaico Furore del 1944, di Corrado Cagli con l’imponente scultura Figura d’uomo databile al finire degli anni Quaranta, di Ernesto Treccani con il dipinto La collina del 1943, di Tono Zancanaro con una china della serie “Peragibba” del 1943, di Ennio Morlotti con l’olio Estate 1946. Si tratta di significative figure selezionate per dar vita a questa prima sezione della mostra sulla quale si sofferma l’analisi di questo scritto facendo leva sulle immagini, anche lì dove le forme, le espressioni degli artisti hanno genesi diverse. È un nodo centrale cui si collega la seconda sezione della mostra dedicata ai disegni di Aldo Carpi, di proprietà del museo carpigiano, realizzati in gran parte durante la sua prigionia a Mauthausen e Gusen. Un nucleo di opere che arriva fino agli anni del dopoguerra, quando in un clima rasserenato si collocano anche alcune opere di Carrà, di Braque, di Picasso accomunate dal tema della colomba, simbolo di grande forza per la conquista di un mondo libero e pacificato
Gli anni del consenso e la memoria del classico. Ferrara, il mito di Fetonte e altri 'brani' nelle arti figurative
Da uno specifico cono d’attenzione delle vicende artistiche della ‘modernità’, alcuni spunti di riflessione delineano la traccia di questo contributo ospitato nell’ampio raggio di queste pagine dedicate all’eredità del mondo classico di Spina.
Il riferimento è in primo luogo alla cornice temporale, quella contenuta tra i decenni Venti e Quaranta del XX secolo, nei quali una riscoperta memoria del classico si produrrà nel campo della cultura e delle arti visive secondo svariate sfaccettature. Un tempo questo che lascia anche registrare, con nuovo interesse, il ricorso al mito come sguardo all’indietro, evasione o fuga dal presente. Ne è di esempio il peculiare mito di Fetonte rivisitato da esperienze artistiche attive nell’arco temporale in oggetto e, a Ferrara, da un interprete qual è stato Achille Funi
Percepire la città: la pittura come narrazione dell'occhio
Il contributo analizza l'esperienza pittorica di Mary Cinque concentrandosi in particolare sul tema della città, alla cui percezione l'autrice ha dato particolare rilievo a partire dalle opere realizzate nel 2008. La centralità di questo tema nella sua pratica pittorica è il fil rouge che attraversa tale lettura. Un'analisi che tiene conto tanto delle relazioni con l'architettura, tanto della formativa esperienza del viaggio che, fitto di mete e relazioni internazionali, ha offerto all'artista l'opportunità di affinare lo sguardo verso forti sollecitazioni immaginativ
Per una metodologia di operatività ambientale: segni e pratiche tra natura e concetto
Il contributo prende in esame l'esperienza artistica di Giuseppe Rescigno, in particolare la dimensione sociale e politica che ne ha segnato la vicenda creativa nel corso degli anni Settanta. In tal senso il saggio si sofferma ad analizzare il contesto storico relativo a tale decennio, aprendo ipotesi di confronto e prospettive di lettura relative agli scenari nazionali ed internazionali, entro i quali l'operato di Rescigno si colloca con una propria originale incisività linguistica ed una visione di approccio multidisciplinare. Di tale visione estetica fortemente caratterizzata da pratiche di operatività ambientale, vengono ripercorse le tappe del suo pluridecennale impegno creativo
Franco Farina e la critica, tra riflessioni e programmazione
Il saggio, redatto per il volume “cerchiare il quadrato” franco farina. Un progetto culturale a Palazzo dei Damanti, del quale l’autrice è anche curatrice (con C. Vorrasi e M. Marchetti), prende in esame il rapporto intessuto con la critica da Franco Farina, nei trent’anni della sua direzione alle Civiche Gallerie d’Arte Moderna di Ferrara, dal 1963 al 1993. Si tratta di una relazione stretta nel tempo con molteplici figure diverse per profili e interessi, molte delle quali rilevanti nella composizione del singolare mosaico che costituisce questa pagina di storia. Partendo da opportuni interrogativi, riguardo la genesi di tali relazioni, l’incidenza che esse hanno avuto nel ricco programma del Palazzo dei Diamanti, fino agli orientamenti di una critica, specchio di una disciplina espressa per riflessioni, metodologie e funzioni diverse nell’arco di quegli anni, l’autrice segue una traccia storico-narrativa connessa alla selezione dei caratteri più salienti e significativi di quella lunga stagione di mostre e di esperienze artistiche. Momenti riletti sulla base anche di documenti e fonti di prima mano per i quali ha attinto allo stesso Archivio Farina, fondo ricchissimo e di grande supporto per penetrare nelle maglie di questa vicenda. È un contributo in tal senso articolato che restituisce frammenti, talora anche inediti, di un dibattito che ha interessato la storia e la critica dell’arte
Mario Persico. La pittura sul margine dell'oggetto
Il saggio prende in esame l’esperienza artistica di Mario Persico, soffermandosi in particolare sull’arco di tempo che va dal 1959 al 1963. Sono gli anni che seguono il suo attivo coinvolgimento nelle implicazioni ideologiche e culturali che avevano costituito la pagina napoletana del Gruppo 58. A partire da questo stesso anno, l’artista estende gli interessi della sua ricerca, avviando un percorso di autonomia rispetto ai componenti del gruppo. È un momento nel quale l’ascendente metamorfico esercitato su di lui da Guido Biasi, incrocia nelle sue tele i tratti di atmosfere magiche, velate di mistero, portando in evidenza segnali di una narrazione drammatica e, al tempo stesso, ironica, in certo qual modo annunciati nei dipinti che precedono questa data.
Le riflessioni maturate all’interno del Gruppo, rappresentano per l’artista una sollecitazione a spingersi verso una pratica oggettuale, inducendolo a superare il caotico darsi di surreali visioni per una più decisa ‘intenzionalità plastica’ che troverà realizzazione nell’uso di oggetti trovati quanto nei collages di giornali e di scritte
Esporre una collezione: una scelta di metodo
La nota introduttiva alla mostra e al catalogo La collezione Franco Farina. Arte e Avanguardia a Ferrara 1963/1993 argomenta le scelte metodologiche messe in campo per esporre la collezione donata al Comune di Ferrara dagli eredi di Farina, storico direttore delle Gallerie d'arte Moderna di Ferrara per il trentennio considerato. È una lettura incentrata sul percorso espositivo, sulle scelte, sulle ragioni di confronto stabilite con le raccolte cittadine, dalla quale emerge la natura culturale di detta collezione, nella quale si riconoscono al tempo stesso l'identità con la città e la proiezione oltre i suoi confini
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