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La formazione e sensibilizzazione al contatto del professionista infermiere
Il presente progetto di ricerca dottorale ha preso spunto dalle esperienze di formazione aziendale che hanno avuto luogo in diverse realtà sanitarie nazionali ed aventi come obiettivo la sensibilizzazione del personale infermieristico alla tematica del contatto, nel contesto di cura.L’oggetto di questa tesi è una ricerca sull’efficacia di un intervento formativo di sensibilizzazione rivolto a infermieri impiegati in varie strutture ospedaliere italiane e sulle loro interpretazioni del contatto interpersonale nel contesto di cura.
Il disegno di ricerca prevede un mixed method per andare ad integrare, allo studio e misurazione degli atteggiamenti verso il contatto, attraverso scale di valutazione, anche uno sguardo qualitativo alle interpretazioni degli infermieri nei riguardi del contatto.
Gli obiettivi specifici di questo studio sono stati: osservare i possibili cambiamenti o tendenza nei confronti del contatto nell’agire assistenziale, del gruppo degli infermieri formati; esplorare le interpretazioni, descrizioni e concetti degli infermieri (formati e non) sulla tematica del contatto nell’ambito professionale. Nella prima pèarte della tesi viene introdotto il tema del contatto nelle relazioni di cura. In questo capitolo si è voluto partire dal corpo e dal senso del tatto; essendo la professione infermieristica, sia per formazione che per mandato, più vicina al corpo del paziente, è stato fondamentale offrire una prima riflessione sul senso del tatto e, da qui, l’entrare in contatto con l’altro. Da un excursus filosofico e scientifico sulle principali teorie, che rimandano alla multidimensionalità di questo senso, si esplora con una rassegna bibliografica il contatto nel contesto di cura e nello specifico sulle ricerche presenti in letteratura fino ad oggi. Alla ricerca sul contatto interpersonale si aggiunge uno sguardo alla storia e concettualizzazione della professione infermieristica oggi in Italia; partendo dai cambiamenti importanti degli ultimi tre decenni, i nuovi bisogni formativi e nuove figure assistenziali. Uno spazio viene dedicato alle organizzazioni sanitarie, descrivendo il contesto in cui l’infermiere vive e le possibilità di apprendimento che questi contesti offrono. Nel capitolo verrà introdotto il costrutto di ‘comunità di pratica’ come possibile risorsa nelle aziende per implementare progetti formativi e sostenere l’infermiere nella sua vita lavorativa. In Italia esistono realtà dove la comunità di pratica infermieristica è stata implementata, ne è un esempio il gruppo “Affettività delle Cure Infermieristiche” che coltiva la pratica del contatto e del massaggio (offerto ai pazienti) nel Policlinico Tor Vergata di Roma. Il gruppo (ed altri esempi in letteratura, di comunità di pratica) e la pratica del massaggio hanno una funzione protettiva per il professionista nei confronti dello stress lavoro correlato (work-related stress) mentre sta aumentando l’interesse, da parte delle aziende sanitarie, per offrire sostegno e prevenzione al dipendente che si ammala per prendersi cura degli altri. La professione infermieristica è in maniera ricorrente prona alla compassion fatigue (fatica dell’esser compassionevoli) e al burn out e, tra le strategie possibili per migliorarne il coping, esistono in letteratura degli approcci che mirano a far emergere le riflessioni sull’aspetto più umano della cura e un ritorno alle radici del nursing, in modo da restituire il senso della cura all’infermiere. Una possibilità di sostegno all’infermiere viene anche dalle pratiche dove il contatto viene esercitato non esclusivamente come task (come per eseguire un compito) ma come momento d’incontro e di relazione; la pratica del massaggio, e ancor più la preparazione per il massaggio, offrono un buon esempio di pratica infermieristica che cura sia il paziente che il professionista stesso attraverso un entrare in relazione differente, creando occasioni d’incontro con l’altro. Le pratiche di contatto per offrire comfort fisico e supporto anche emotivo sono presenti in letteratura ma sono ancora scarse le ricerche; le evidenze presenti al momento riguardano l’impatto del massaggio nel ridurre il burn-out e la compassion fatigue (Wilson, 2016) mentre ci sono evidenze su quanto l’essere a proprio agio nel contatto con il paziente (e con l’altro) sia un fattore preventivo del burn out (Pedrazza et al, 2015). Da qui emergono riflessioni sulle potenzialità di una formazione che abbia come obiettivo portare sensibilità nel contatto per la professione infermieristica. Lo studio ha portato ad entrare in contatto il ricercatore con diverse realtà ospedaliere italiane. La prima fase (quasi-sperimentale) ha mostrato tra i risultati una tendenza degli infermieri, che hanno partecipato alla formazione, ad avere una maggior attenzione ai propri comportamenti di contatto interpersonale, nel contesto assistenziale, successivamente alla formazione. La seconda fase (Focus group) dello studio ha permesso di approfondire i risultati della prima fase dando anche senso a delle ambiguità emerse tra gli item, nello specifico sulla gestualità di cura più o meno consapevole. La ricchezza delle interpretazioni del contatto emerse nei sei focus group ha offerto possibili risposte ai quesiti iniziali della ricerca e identificato aspetti specifici valorizzati dagli infermieri riguardo al contatto, in particolare alla gestualità di conforto e supporto emotivo agita dall’infermiere.
In conclusione, l’intero studio restituisce una rappresentazione del contatto agito dall’infermiere, come ‘gestualità di cura’ che si caratterizza per essere di riconoscimento, di sostegno del mondo emotivo dell’altro e spunto per riflessioni sulla pratica. Una gestualità intesa non più come secondaria rispetto al tocco task-orientated, ma che occupa un suo posto nel repertorio delle competenze professionali infermieristiche e come strumento fondamentale, a disposizione del professionista, nelle relazioni di cura dove, l’entrare in contatto con il paziente, appartiene al set delle pratiche quotidiane.
Questo lavoro di tesi porta a ragionare sull’importanza di questo tema e sulle potenzialità di una maggior formazione al contatto interpersonale. In più, apre alla possibilità di andare a riconoscere e costruire competenza e saperi taciti finora poco esplorati ma che possono aiutare nell’impasse vocazione-professione, nel quale spesso si viene a trovare l’infermiere contemporaneo
An OpenMP Parallel Genetic Algorithm for Design Space Exploration of Heterogeneous Multi-processor Embedded Systems
Immanuel Kant, Neue Reflexionen. Die fruhen Notate zu Baumgartens 'Metaphysica '. Mit einer Edition der dritten Auflage dieses Werkes, Herausgegeben von G. Gawlick, L. Kreimendahl und W. Stark, in Zusammenarbeit mit M. Oberhausen und M. Trauth
Il testo presenta il volume contenente l'edizione critica delle annotazioni kantiane sul testo della terza edizione della Metaphysica di Baumgarten, rinvenute nel 2000 e pubblicate per la prima volta nel 201
INCORPORATION AND METABOLISM OF EXOGENOUS GM1 GANGLIOSIDE IN RAT-LIVER
The pathways of metabolic processing of exogenously administered G(M1) ganglioside in rat liver was investigated at the subcellular level. The G(M1) used was 3H-labelled at the level of long-chain base ([Sph(sphingosine)-3H]G(M1)) or of terminal galactose ([Gal-3H)G(M1)). The following radioactive compounds, derived from exogenous G(M1), were isolated and chemically characterized: gangliosides G(M2), G(M3), G(D1a) and G(D1b) {nomenclature of Svennerholm [(1964) J. Lipid Res. 5, 145-155] and IUPAC-IUB Recommendations [(1977) Lipids 12, 455-468]}; lactosylceramide, glucosylceramide and ceramide; sphingomyelin. G(M2), G(M3), lactosylceramide, glucosylceramide and ceramide, relatively more abundant shortly after G(M1) administration, were mainly present in the lysosomal fraction and reflected the occurrence of a degradation process. 3H2O was also produced in relevant amounts, indicating complete degradation of G(M1), although no free long-chain bases could be detected. G(D1a) and G(D1b), relatively more abundant later on later administration, were preponderant in the Golgi-apparatus fraction and originated from a biosynthetic process. More G(D1a) was produced starting from [Sph-3H]G(M1) than from [Gal-3]G(M1), and radioactive G(D1b) was present only after [Sph-3H]G(M1) injection. This indicates the use of two biosynthesis routes, one starting from a by-product of G(M1) degradation, the other implicating direct sialylation of G(M1). Both routes were used to produce G(D1a), but only the first one for producing G(D1b). Sphingomyelin was the major product of G(M1) processing, especially at the longer times after injection, and arose from a by-product of G(M1) degradation, most likely ceramide
Kinetics of vibrio cholerae sialidase action on gangliosidic substrates at different supramolecular-organizational levels
G(d1a), G(d1b) and G(t1b) gangliosides were dispersed in the following membrane-mimicking systems: (a) homogeneous micelles; (b) mixed micelles with G(m1) ganglioside (which is resistant to the enzyme action), Triton X-100 or bovine serum albumin; (c) small unilamellar vesicles of egg phosphatidylcholine. The effect of dispersion on sialic acid release by Vibrio cholerae sialidase was studied. As reference substrates freely interacting with the enzyme the lipid-free carbohydrates of G(d1a) and 3'-sialosyl-lactose were employed. The apparent V(max.) of the enzyme was, with all the gangliosides, dependent on the type of ganglioside dispersion. It was lowest for homogeneous micelles and mixed micelles with ganglioside G(m1), and increased about 6-fold for ganglioside/bovine serum albumin lipoprotein micelles, 15-fold for mixed-ganglioside/Triton X-100 micelles (optimal molar ratio 1:7.5) and 30-fold for phosphatidylcholine vesicles containing 2.5 mol% ganglioside (this proportion was optimal for enzyme activity on the vesicles). For ganglioside G(d1a), the activity on Triton X-100 mixed micelles and on mixed vesicles was even greater (3- and 6-fold respectively) than that displayed on G(d1a) lipid-free carbohydrate. With each of the used gangliosides the apparent K(m) values were very similar values for homogeneous micelles and vesicular dispersions, but showed marked increases for Triton X-100 mixed micelles, approaching the values exhibited by reference oligosaccharides. Triton X-100 micelles and phosphatidylcholine vesicles did not appreciably alter the kinetics of sialidase action on 3'-sialosyl-lactose and on G(d1a) lipid-free carbohydrate, indicating that the above effects are dependent on the intrinsic characteristics of the membrane-like systems containing gangliosides
Aplacebo-controlled trial of thymic hormone treatment of recurrent herpes simplex labialis infection in immunodeficient host: results after a 1-year follow-up
Casein-derived bioactive phosphopeptides: role of phosphorylation and primary structure in promoting calcium uptake by HT-29 tumor cells
AbstractCasein phosphopeptides β-CN(1–25)4P and αs1-CN(59–79)5P, from β- and αs1-casein, respectively, both carrying the characteristic ‘acidic motif’ Ser(P)-Ser(P)-Ser(P)-Glu-Glu, were chemically synthesized and administered to HT-29 cells differentiated in culture, which are a used model of intestinal epithelium for absorption studies. Both casein phosphopeptides caused an increase of [Ca2+]i due to influx of extracellular Ca2+. The response was quantitatively higher with β-CN(1–25)4P than αs1-CN(59–79)5P. The synthetic peptide corresponding to the ‘acidic motif’ was ineffective and the dephosphorylated form of β-CN(1–25)4P almost inactive. The lack of the N-terminally located five amino acids, or sequence modifications within the N-terminal segment of β-CN(1–25)4P, caused a total loss of activity, whereas the lack of the C-terminal segment preserved activity. In conclusion, the influx of calcium into HT-29 cells caused by β-CN(1–25)4P appears to depend on the phosphorylated ‘acidic motif’ and the preceding N-terminal region
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