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Nuove schede su Boccaccio e i classici
Nel tentativo di ricostruire il modus operandi del Boccaccio copista e lettore degli auctores classici, il contributo prende in esame una serie di postille e segni di attenzione figurati che il Certaldese ha lasciato nei margini di alcuni volumi della sua biblioteca. L’analisi verte in particolare sui seguenti codici: il ms. Plut. 51.10 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (contenente Varrone, Cicerone e la pseudo-ciceroniana 'Rhetorica ad Herennium'), proponendo altresì per la prima volta l’attribuzione a Boccaccio di una manicula all’altezza di un passo della 'Pro Cluentio'; la cosiddetta Miscellanea Laurenziana (ms. Laur. Plut. 33.31), con specifico riguardo agli 'Amores' ovidiani e alle 'Satirae' di Persio; il Laur. Plut. 38.6, con la 'Tebaide' di Stazio, infine lo Zibaldone Magliabechiano (ms. Banco Rari 50 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze), segnatamente su uno dei brevi estratti dal VII libro delle 'Historiae adversus paganos' di Orosio
Recensione a: S. Cartei, La tradizione a stampa delle opere di Leon Battista Alberti, Firenze, Edizioni Polistampa, 2017, 2 tomi (Edizione Nazionale delle opere di Leon Battista Alberti, Strumenti, 8)
Boccaccio editore e lettore di Ovidio nella Miscellanea Laurenziana Plut. 33.31
All’interno della sua Miscellanea Laurenziana (ms. Firenze, BML, Plut. 33.31), Boccaccio
ha copiato alcuni testi classici di notevole interesse, tra i quali l’Ibis e gli Amores (tranne il
cosiddetto De somno: Am., III 5) di Ovidio. Nel presente contributo si fornisce l’edizione
critica e commentata di tutte le postille apposte dal Certaldese in margine a queste due
opere ovidiane: maniculae e altri segni di attenzione figurati e annotazioni di carattere filologico (correzioni, indicazione di possibili varianti testuali).Within his Miscellanea Laurenziana (MS. Firenze, BML, Plut. 33.31), Boccaccio copied some classical texts of great interest, including Ovid’s Ibis and Amores (except for the so-called De somno: Am., III 5). This article provides a critical edition with comment of all the annotations of Boccaccio in the margins of these two Ovidian works: maniculae and other signs and philological notes (e.g. corrections and possible textual variants)
I canti XXVI e XXVII dell’'Inferno' dantesco nella versione di Matteo Ronto
This paper offers the critical edition of Dante’s 'Inferno' XXVI and XXVII in the Latin hexametrical translation written by the Olivetan monk Matteo Ronto (1370/1380-1442). In this work, composed between 1427 and 1431, about ten years after the Latin translation in prose with commentary by Giovanni da Serravalle, Ronto elaborated a very complex poetical version, trying to preserve the correspondance between Dante’s hendecasyllables and the hexameters. The analysis of these verses presents elements of great interest concerning their own constitutio textus, but also in relation to the textual tradition and the fifteenth-century reception of Dante’s poem
«Ad modum speculorum»: “visus” e astri nella metafora dantesca dello specchio
Il saggio esamina due settori della metafora dello specchio nella "Commedia" dantesca: la raffigurazione degli astri, limitata al Sole e a Saturno, e richiamata anche in altri 'loci' mediante il sistema della riflessione luminosa; la descrizione degli occhi del Dante 'agens', metaforizzati come specchi in prossimità della 'visio' conclusiva. La compresenza di 'visus', astri e specchi viene ricondotta a motivi quali il parallelismo macrocosmo-microcosmo, le scienze ottiche e le dinamiche interne della 'contemplatio'. Inoltre si cerca di dimostrare, attraverso confronti con autori come Ambrogio, Dionigi Areopagita e Alano di Lilla, la preponderante influenza esercitata dall'emanazionismo di matrice neoplatonica su questa tipologia di traslati
Fixio siderea: un tecnicismo neoplatonico in Bonaventura da Bagnoregio e la sua evoluzione in Dante
Nel contributo si esamina un tecnicismo del lessico della contemplazione, ossia l’espressione ‘fixio siderea’, che Bonaventura da Bagnoregio nelle sue “Collazioni sull’Esamerone” attribuisce a Dionigi Areopagita. La definizione, che indica la fissità con cui gli occhi del contemplante devono predisporsi a ricevere l’illuminazione divina, non è però presente nel ‘corpus’ dionisiano, almeno nella forma riportata da Bonaventura, e sembra essere piuttosto un’efficace sintesi tra il concetto neoplatonico di ‘fixio’, così come appare nel “Liber de causis”, e alcune teorie dello stesso Dionigi, in particolare quella della ‘contemplatio impassibilis’. La nozione di ‘fixio siderea’ appare inoltre nella “Commedia” di Dante, utilizzata con piena consapevolezza del percorso evolutivo che ha alle spalle, e delle teorie neoplatoniche che sono alla sua base
La metafora nella tradizione testuale ed esegetica della ‘Commedia’ di Dante. Problemi ecdotici e ricerca delle fonti
Gregorio d'Arezzo, Rime, Introduzione, edizione critica e commento a cura di Silvia Finazzi
Gregorio d’Arezzo, frate, medico e fisico (XIV sec. in.–1365 ca.), epigono del suo illustre concittadino Guittone, è poeta che vanta una produzione meritevole di attenzione nel panorama, pure ad oggi ancora in buona parte da esplorare, dei rimatori minori del Trecento. Questo volume presenta la prima edizione critica dell’intero corpus di rime attribuitegli, tra le quali si segnalano canzoni indirizzate a figure di rilievo come Francesco Petrarca e Sennuccio del Bene, un poemetto allegorico in cinque canti rimasto fino ad oggi completamente inedito e due sonetti ritornellati. La sua produzione poetica si distingue per un rigoroso contenuto morale e non trascurabili spunti di specifico interesse storico-politico, sempre celati sotto un vivace, articolato e spesso arduo linguaggio figurato, all’insegna del trobar clus più oscuro
Le “unciales litterae” e Boccaccio
L’aggettivo "uncialis", estremamente raro in età antica, risulta essere stato accostato per la prima volta alla scrittura in un passo della Praefatio in Iob di s. Girolamo, da cui Jean Mabillon, nel suo De re diplomatica, trasse il termine per definire una specifica tipologia paleografica. Questo contributo, dopo aver ripercorso le attestazioni post-geronimiane fino al primo quarto del sec. XIV, ne presenta una nuova testimonianza trecentesca, individuata tra le postille lasciate da Giovanni Boccaccio nei margini del proprio esemplare di lettura delle Antiquitates Iudaicae di Giuseppe Flavio (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 66 1)
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