1,721,192 research outputs found
On writing, reading, interpreting (and Pan Africanism): an interview with Caryl Phillips
Abstract
Caryl Phillips is one of the most thought-provoking creative voices of contemporary Anglophone literature. His publications, which include novels, essays, anthologies, plays as well as a number of screenplays, have achieved public and critical acclaim not only for the reflections they invite on issues of displacement, identity, belonging, and otherness, but also for the use of narrative techniques that often present the reader with discontinuous narrations, fragmented accounts of events, and multiple perspectives. The interview that follows, originally conceived as a conversation on the novel The Nature of Blood (1997), has unexpectedly broadened to take on wider issues such as the author’s stance on Pan Africanism, intertextuality, character formation, and his perception of critical work
James Joyce – Epifanie
Abstract
Il volume Epifanie, un lavoro a sei mani sul pensiero e stile narrativo di James Joyce, è una vera chicca. La copertina ammaliante, la grammatura e il colore della carta, l’impaginazione, l’alternarsi di testo e immagine sono dettagli che saranno apprezzati dai bibliografi e non solo. I testi di Carlo Avolio, Enrico Terrinoni e Vittorio Giacopini fanno da cornice letteraria a due lavori di Joyce – Epifanie e Rubrica di Trieste – offrendo al contempo una panoramica a tutto tondo sull’autore. Epifanie, scritte tra il 1900 e 1904, è una raccolta di brevi prose che può essere paragonata a una pietra miliare in quei, così definiti da Avolio, “primissimi anni di apprendistato letterario.” In Epifanie lo scrittore modernista ritrae “la grettezza, la falsità dei rapporti umani, l’isolamento dell’uomo d’arte anche in contesti a lui familiari, la sua fantasia al confine tra il sogno di soddisfazione e l’incubo.” La descrizione della vita quotidiana dei dublinesi dell’epoca è proposta in lingua originale con testo a fronte (la traduzione è la stessa pubblicata nel volume: James Joyce, Epiphanies/Epifanie, a cura di Carlo Avolio, pp. 106, Clinamen, Firenze, 2014). Terrinoni, esperto joyciano, esplica il concetto di epifania adottato da Joyce. L’autore irlandese era ossessionato dall’“inventare parole” ma era anche “un accorto ristrutturatore di parole, sempre abile nel dare nuovi significati a lemmi vecchi.” E il vocabolo epifania non fa eccezione. “Nelle mani di Joyce, la parola ‘epifania’ diviene altro da sé. Diviene arte. Perché questo sapeva fare l’irlandese: trasformare, transcreare. (...) Precisamente, sapeva rendere le parole ‘epifaniche.’” Terrinoni fa notare che epifania, oltre ad essere una delle parole “tra le più importanti nella sua opera”, viene manipolata e utilizzata da Joyce con intento eretico. Rubrica di Trieste, composta tra il 1907 e il 1912 agli inizi dell’esilio autoimposto, contiene brevissime riflessioni teoriche, ricordi o peculiarità legati a persone, luoghi o momenti della sua vita. Questi abbozzi di reminiscenze e embrioni del pensiero intellettuale di Joyce non hanno un filo conduttore ma, come in una sorta di dizionario, sono appuntati in ordine alfabetico. Avolio asserisce che la “Rubrica è infatti da intendersi come un ponte tra la stesura dello Stephen Hero e il Dedalus, in alcuni casi resterà una fonte anche per certe memorabili scene di Ulisse.” Parallelamente alle puntuali e raffinate critiche letterarie di Avolio e Terrinoni, il volume è impreziosito dalle intriganti raffigurazioni di Giacopini, che definisce Joyce il “maestro dello sguardo.” L’inserimento delle illustrazioni permette una doppia lettura del volume: testo e immagine. I disegni di Giacopini evocano lo stile narrativo di Joyce: sono caratterizzati dalla ricchezza di particolari e dettagli, rappresentano con tagliente precisione le parole, le tensioni e le angosce dell’autore, “acrobata del linguaggio” dall’animo irrequieto, ribelle e anticonformista. Il “tratto caustico” delle illustrazioni, quando inserite nella narrazione joyciana, sembrano fare da didascalia al testo e, azzardando oltre, potrebbero funzionare come singola narrazione. Contenuto e aspetto esteriore rendono questo volume accattivante, oltre a togliere efficacia al detto don’t judge a book by its cover
Lo spaccato della condizione femminile in Africa - Il prezzo delle spose
Abstract
Nelle società africane contemporanee la figura della donna, oltre a essere relegata al rispetto di ben radicate tradizioni ancestrali, occupa a tutt’oggi un ruolo marginale. La letteratura può divenire lo strumento adatto per documentare i movimenti di resistenza, per garantire visibilità e dare voce alle figure emarginate. Le narrazioni di Paulina Chiziane, Peace Adzo Medie e Abi Daré vertono sul complesso mondo femminile e offrono al lettore un ventaglio variegato di donne africane accomunate dallo stesso destino di sottomissione, oltre alla condizione di marginalizzazione ed esclusione, dirette conseguenze di una cultura patriarcale. Nelle loro narrazioni, le tre autrici mettono a confronto figure maschili che difendono il loro diritto sociale a vivere con più donne e figure femminili che giocano, ma a loro vantaggio, con regole che nessuno è ancora autorizzato a mettere in discussione. Chiziane è stata la prima donna in Mozambico a pubblicare un romanzo; la sua scrittura è stata spesso definita politica e femminista. Per Chiziane, scrivere è una missione, l’unico modo per rendere pubbliche le difficoltà che le donne contemporanee incontrano di fronte all’eterogeneità delle tradizioni culturali mozambicane e un esempio evidente lo si trova nelle pagine di Niketche. Una storia di poligamia. Peace Adzo Medie, nata in Liberia ma cresciuta in Ghana, è un’accademica che ha pubblicato racconti e uno studio accurato sulle campagne in atto per porre fine alla violenza contro le donne in Africa. Nel suo romanzo d’esordio L’unica moglie, con una sottile vena romantica mista a una forte componente femminista, ritrae una giovane donna definita dalla critica un’eroina dei giorni nostri. Abi Daré, nata a Lagos ma residente da anni nel Regno Unito, esordisce nel mondo letterario con La ladra di parole. Oltre a sviscerare il tema della poligamia, Daré denuncia la persistente pratica della schiavitù femminile e ritrae una ragazzina determinata a trovare una voce forte e udibile. Rami, la protagonista principale e voce narrante di Niketche, è una quarantenne in crisi che non accetta più le prolungate assenze del marito, Tony di anni cinquanta e comandante del distretto di polizia locale. Rami dichiara di essere “la donna più infelice al mondo” ma è decisa a trovare risposte ai suoi interrogativi e a “cercare di scoprire cosa c’è di sbagliato” in lei. Trova un alleato nello specchio che le restituisce la sua immagine riflessa ma parlante, una Rami gemella che ascolta, commenta e incoraggia la donna, stanca del suo ventennale matrimonio poligamo e “stanca di essere tradita, umiliata, disprezzata (...) di dormire da sola”, a riprendere in mano la propria vita. Pagina dopo pagina, il lettore scopre che Tony ha altre quattro mogli e almeno una decina di figli e nonostante tutto è alla ricerca di una moglie sempre più giovane da “comprare come il bestiame (...) da addomesticare e modellare secondo i suoi desideri”, poiché “la grandezza di un uomo si misura dal numero dei suoi figli e la poligamia è la natura dell’uomo”. Quella di Chiziane è una scrittura impregnata di simboli e metafore del mondo della flora e della fauna che mantengono vivo il legame con la narrazione orale e con le principali caratteristiche delle culture e scritture africane, come la combinazione di umorismo, elementi soprannaturali, satira, riferimenti a miti e tradizioni. Il lemma Niketche, che dà il titolo al romanzo, è per esempio il nome di una danza erotica tipica delle regioni della Zambesia e di Nampula (il significato lo si trova nel glossario inserito al temine della narrazione, poiché Chiziane si affida a parole e concetti propri delle culture del Mozambico e lasciati integri nella traduzione italiana di Giorgio de Marchis). Durante uno dei tanti confronti che Rami ha con la sua immagine riflessa nello specchio, in risposta allo sconforto e al dolore espresso dalla donna, lo specchio replica danzando e lo fa “in onore dell’amore e della vita (...) sulla vita e sulla morte (...) sulla tristezza e la solitudine per schiacciare in fondo alla terra tutti i mali che mi torturano”. Chiziane propone al lettore un romanzo di riscatto sociale della figura femminile. Nel corso della narrazione Rami e le altre mogli seguono un processo di formazione e di autodeterminazione. Dopo le affermazioni sentite dalla zia (“la vita è un’eterna condivisione (...) condividere un uomo non è reato (...) e la poligamia è una processione di spose”) Rami, con sapienza e fermezza, diventa amica e mentore delle sue “rivali” più giovani, dà vita a un parlamento coniugale che in una delle sedute sancisce anche un calendario coniugale che esclude Tony da ogni decisione, rendendolo invisibile e “un topo in trappola”. I concetti di condivisione e poligamia sono i temi dominanti che caratterizzano anche la scrittura di Medie. Afi Tekple, giovane donna e voce narrante di L’unica moglie, esordisce con un’affermazione che fa presagire la trama dell’intero romanzo: “Elikem mi ha sposato in absentia”. Afi è consapevole sin dalla proposta di matrimonio di essere considerata merce di scambio, ma ne ha piena coscienza solo il giorno delle nozze, poco prima che venga celebrata l’unione con l’assente Elikem, quando “lo tsiami come se annunciasse i premi di un gioco televisivo (...) invita i miei parenti a passare in rassegna il prezzo della sposa che il futuro marito tramite i fratelli aveva inviato”. Elikem è una figura maschile debole e sfuggente. È il figlio di una ricca famiglia di Ho, vive per lunghi periodi di tempo all’estero, ha successo negli affari, si è laureato quando Afi era ancora “una ragazzina che portava i capelli corti” e non si è presentato il giorno delle nozze “per colpa di un viaggio di lavoro”. Per contrasto Medie ritrae figure femminili forti e determinate nel raggiungere i propri obiettivi. Per imposizione della suocera, Afi si trasferisce ad Accra perché spetta a lei “pretendere il posto che le spetta”. Il marito per compensare la sua assenza dà ad Afi un appartamento di lusso, ma la giovane sposa come un disco rotto non riesce a tacere, vuole sapere quando potrà conoscere il marito, quanta importanza ha per Elikem l’altra donna, come poter essere “una buona moglie senza un marito accanto”. La città di Accra e l’essersi inserita nel giro giusto di conoscenze permette ad Afi l’emancipazione e l’indipendenza economica. Con la sua determinazione e perseveranza Afi riesce a sconfiggere la tirannia della suocera, ad accettare suo malgrado la presenza dell’altra donna, a chiedere il divorzio a Eli perché l’unico obiettivo che non è riuscita a raggiungere era quello di essere l’unica moglie. Quella di Medie è una scrittura neutra, senza alcun riferimento all’oralità o ad altre caratteristiche tipiche delle scritture africane. Le poche parole espresse in lingua originale, elencate nel glossario posto al termine della narrazione, appartengono al campo semantico del cibo e a qualche gergo contemporaneo ghanese. Adunni è la protagonista e voce narrante di La ladra di parole. È una ragazzina di quattordici anni che vive a Ikati, un villaggio nel cuore della Nigeria dominato da una cultura patriarcale. È curiosa, determinata, forte, semianalfabeta ma decisa a cambiare la sua posizione, quella delle sue coetanee e delle generazioni future all’interno della società nigeriana attraverso l’educazione scolastica: “Solo attraverso l’istruzione può esserci il cambiamento”. Adunni viene venduta dal padre a un anziano tassista in cerca di una terza moglie. Dopo qualche mese, Adunni abbandona la casa del marito e, per evitare che la sua famiglia subisca le conseguenze del suo gesto, chiede aiuto a un conoscente che ancora una volta la mette in vendita. All’interno dell’enorme villa di Lagos dove Adunni presta servizio come domestica c’è una stanza colma di libri. È il rifugio segreto della ragazza dove può consultare con avidità il dizionario Collins e immergersi nella lettura di Il libro dei fatti: Nigeria tra passato e presente. Studiando la storia del suo paese realizza che lei è a tutti gli effetti una schiava, l’unica differenza è che non ha una catena al collo e non è stata mandata a lavorare oltreoceano. Nella versione originale Daré, per rendere più reale il personaggio di Adunni, ricorre all’uso del Broken English, ovvero una lingua con variazioni di sintassi e pronuncia rispetto all’inglese standard (e questa peculiarità è mantenuta anche nella traduzione italiana grazie all’abile lavoro di Elisa Banfi). Come Rami e Afi, anche Adunni riesce a imporsi nella società moderna africana, con la consapevolezza che “un giorno la mia voce si sentirà forte nella Nigeria e nel suo mondo, e allora grazie a me altre ragazze si faranno sentire da tutti, con la loro voce, perché so già che quando finirò di studiare troverò un modo per aiutare anche loro ad andare a scuola”
Caleb Azumah Nelson - Mare aperto
Abstract
Caleb Azumah Nelson, Mare aperto, ed. orig. 2021, trad. dall’inglese di Anna Mioni, pp. 198, € 16, Blu Atlantide, Roma 2021 Il britannico-ghanese Caleb Azumah Nelson è un giovane fotografo residente nel sud-est di Londra che si affaccia sulla scena letteraria con un romanzo dove riproduce i pilastri delle letterature postcoloniali: razzismo, identità, appartenenza, diaspora, trauma, rapporto con la Storia. Il racconto è affidato a strategie narrative che rispecchiano la condizione di trauma del protagonista principale senza nome. La narrazione, frammentata e senza un costante ordine cronologico, è affidata alla voce del protagonista autobiografico, un giovane fotografo londinese di origine ghanese, residente nel sud-est di Londra e che utilizza per lavoro una fotocamera analogica 35 mm: “Voglio documentare le persone, le persone Nere. Secondo me è importante costruire degli archivi.” Il tempo della narrazione è la fine degli anni dieci del ventunesimo secolo. Il protagonista, in un dialogo con sé stesso che utilizza la seconda persona singolare, allude al passato coloniale (“A volte ti dimentichi che essere te stesso è essere un corpo Nero, e non molto altro”) oltre a menzionare fatti di cronaca che riportano gli atti di violenza perpetrati dalla polizia sui Neri. Le vittime, decedute in seguito al fermo o all’arresto, sono ricordate dal protagonista con il loro nome di battesimo: Stephen, Alton, Michael, Daniel, Walter, Edson e Rashan. Al contrario, i personaggi che interagiscono nella sua sfera privata sono citati con pronomi personali ad evidenziare la loro anonimia all’interno della società bianca occidentale in cui vivono: “Trova un posto che puoi chiamare casa. Questo non va bene. È difficile anche solo esistere, in questo posto [...] Spesso non ti danno un nome [...] Ma anche se non ti dai un nome o non lo dai alla tua esperienza, rimane lì. Sale in superficie, come il petrolio che galleggia sull’acqua.” Le ripetizioni sono una peculiarità di Mare Aperto. Il titolo viene ripreso e ripetuto più volte all’interno della narrazione: “Ti sei interrogato sul rapporto che hai con il mare aperto. Ti sei interrogato sul trauma e sul fatto che riesce sempre ad affiorare in superficie, e a galleggiare sull’oceano.” Sintagmi o frasi sono ripetuti all’interno di un racconto frammentato oppure utilizzati in sequenza all’interno di una riflessione, quasi a voler conferire una sorta di ritmo musicale: “ti ricordi che avevate parlato della fede e di Dio e della bellezza (...) Ti ricordi che avevate parlato di religione e di potere e di Nerezza (...) Ti ricordi che il silenzio era gravido di tutto quello che non era stato detto, tutto quello che viene taciuto.” Sin dal prologo il lettore è inondato da un susseguirsi di ricordi e considerazioni che riportano aneddoti personali, citazioni filosofiche e letterarie (SørenKierkegaard, James Baldwin, Zadie Smith, Teju Cole, Saidiya Hartman, Chancellor Williams), titoli di film e canzoni (prodotti e scritte da autori di colore),allusioni a eventi storici, notizie di cronaca contemporanea. Ma il risultato finale lascia il lettore, soprattutto il neofita, disorientato e perplesso. È come se Nelson avesse usato il grandangolo per avere un campo di ampiezza maggiore ma avesse invertito la messa a fuoco al momento dello scatto, facendo uscire dalla camera oscura una fotografia sfocata e stipata di immagini/tematiche
Black and White Photographs in Caryl Phillips's, Andrea Levy's and Teju Cole's Literary Texts
Abstract
It is possible to argue that literature, per se, embodies various frameworks of information. Moreover, every time authors blend them together in the narration, they eventually provide a text whose words also function as a stimulus to readers’ imagination. Images, whether in the form of the mental pictures produced in our minds during the act of reading or of photographs, work in tandem to convey meaning and make intersections between literature and photography achievable. In this paper I will provide some evidence of the intersections between Anglophone postcolonial literature and photography. The postcard pinned up on the wall above Caryl Phillips’s desk is the source of his play The Shelter (1984) that involves the subjects of that picture: a white woman and a black man. In Andrea Levy’s novel Small Island (2004) and in its adapted television drama (2009) photographs give a material form to the memory of individuals’ existence. In Teju Cole’s novella Every Day Is for the Thief (2007) the unnamed narrator depicts his journey to Lagos—his place of birth—through the intermixing of words with black and white pictures
Lo spirito della nazione
Questo volume raccoglie saggi miscellanei le cui prospettive disciplinari spaziano dalla letteratura inglese alla storia – senza tralasciare filosofia, economia e sociologia – mettendo in evidenza le correlazioni tra eventi politici e atmosfere culturali tra il 1485 e il 1625. Nell’introduzione Michele Stanco spiega di aver utilizzato per mera convenzione “le date di regno dei sovrani come dei grandi ‘contenitori discorsivi’”. Infatti, “nel particolare periodo storico preso in esame, da un lato i sovrani esercitarono un’influenza profonda sulla politica culturale del paese (si pensi all’impatto sulla letteratura causato dall’adesione di Enrico VIII alla Riforma protestante), dall’altro la maggior parte dei letterati gravitò intorno alla corte ponendosi sotto la protezione del re o della regina di turno (il caso più noto è senza dubbio quello di Edmund Spenser, cantore di Elisabetta I nella sua Faerie Queene, 1590-96)”. Il volume comprende Umanesimo e Rinascimento, e include un utile glossario dei termini letterari, ma ciò che lo caratterizza è il metodo di indagine: l’analisi del contesto storico (politica, economia, scoperte, invenzioni) precede quella delle forme di espressione letteraria (poesia, prosa, teatro). Inoltre, in parallelo all’analisi testuale vengono sviscerati “i mutamenti linguistici che segnano il passaggio tra il medio-inglese e l’inglese della prima modernità (Shakespeare)”. La vita e le opere di William Shakespeare ricevono la dovuta attenzione. Il “poeta/artigiano” è introdotto da Michele Stanco, il quale sostiene: “presentare Shakespeare all’interno di una trattazione manualistica è un’operazione insidiosa, in quanto richiede un’esposizione semplice di un argomento complesso”. L’intento del manuale è quello di proporre un’immagine veritiera sul poeta inglese per eccellenza senza “cadere nella trappola (...) dell’accademismo o di una sterile erudizione”. Non a caso, gli ultimi due saggi mettono in evidenza come il pensiero e le opere del Bardo siano influenti e presenti nelle riflessioni e produzioni artistiche contemporanee della cultura occidentale. La natura interdisciplinare del manuale offre al lettore/studente una visione nuova dell’Umanesimo e Rinascimento inglese e agevola la comprensione della letteratura, grazie all’arricchimento dovuto ad una più ampia prospettiva culturale
Gli infiniti voglio voglio voglio che soffocano le libertà
Abstract
Heidi James, LO SPECCHIO SONORO, ed. orig. 2020, trad. dall’inglese di Valentina Dragoni, pp. 256, € 18,50, Elliot, Roma 2022 “Tenendosi ancora per mano, camminano verso un’enorme scodella appoggiata su un fianco. Non brilla, ma la madre le dice che è uno specchio. Uno specchio che cattura il suono (...) dal mare arriva un mondo intero di rumori e viene catturato dallo specchio sonoro (...) come una rete per i pesci”. Lo specchio sonoro è il quarto romanzo della scrittrice britannica e docente universitaria Heidi James, ma il primo ad essere stato tradotto in italiano. Il titolo riverbera la struttura del romanzo, se la si paragona ad un’enorme scodella che cattura i suoni e i rumori delle vite di Tamara, Claire e Ada. La narratrice onnisciente “noi” – ovvero “una folla di antenate” – dipana le storie delle protagoniste principali e strategicamente stuzzica sin da subito la curiosità del lettore con una dichiarazione sconcertante: “Oggi ucciderà sua madre”. James consegna al lettore un romanzo femminile e femminista centrato sul rapporto inscindibile che si instaura tra chi dà la vita e chi la riceve. Non è solo un vincolo affettivo: talvolta si manifesta, acquista corporeità, diventa un proseguimento nella linea di discendenza e la progenie risulta essere “un patchwork di sua madre, delle madri della madre, di tutte quelle donne e i loro bisogni, i disprezzi, le pretese, i desideri. Non è se stessa, lei è loro, è noi”. Dopo aver sciolto nodi emotivi e risolto attriti atavici, questa sorta di inconscio collettivo, che trova “buffo, parlare con un’unica voce, essere tutte d’accordo”, ordisce una trama che riprende l’immagine del patchwork. La narratrice onnisciente “noi” con metodicità accosta, quasi sempre nella stessa sequenza, i ritagli di vita di Tamara, Claire e Ada e confeziona un manufatto che ritrae la figura complessa e variegata della donna all’interno della società inglese degli ultimi due secoli. La narrazione frammentata e discontinua sballotta il lettore tra le vicissitudini, i pensieri e le emozioni delle protagoniste femminili. Al lettore viene implicitamente richiesta propensione alla ricostruzione dei fatti dopo aver individuato i particolari delle circostanze che sono casualmente disseminati nei diversi e copiosi frammenti narrativi. Nonostante la mancanza di un evidente ordine cronologico, il lettore riesce progressivamente a tracciare una linea del tempo che va dai primi decenni del XX secolo a quello in corso. Tamara, Claire e Ada sono inserite in una società che considera i figli “una benedizione” e“ essere madre è un dono, una gioia”. Questo concetto di maternità, elaborato da una cultura patriarcale, non è sempre condiviso dalle protagoniste femminili. All’età di dieci anni Tamara riceve dalla madre un avvertimento non propriamente materno: “quando hai un bambino, quando dai la vita, ti uccidi. Ricordatelo”. Ada, “una mezza-casta”, non permette al figlio adolescente di assumersi le proprie responsabilità dopo aver messo incinta una coetanea perché appartenente ad una classe sociale inferiore: “quella ragazza ha fatto una scelta. Avrebbe potuto prendere la pillola, o abortire (...) non voglio che questo bambino, questa cosa (...) sia portata qui”. Claire, dopo che “il nono le era scivolato fuori il mese scorso”, è emotivamente sopraffatta: “Paese libero un cavolo, pensa, che libertà hanno mai avuto le donne? Se non decidono tuo padre o tuo marito, lo fanno i figli e il loro infinito voglio voglio voglio. La libertà è per gli uomini e i ragazzi”. La trentenne Tamara “soffre di nervi, di una condizione nervosa”. La narratrice onnisciente sa che quel tipo di disturbo comporta l’interazione di una predisposizione genetica infatti lo ha ereditato dalla madre, dalle madri, della madre. La giovane donna decide di interrompere la trasmissione della malattia sottoponendosi alla sterilizzazione, nonostante l’invito del ginecologo a ripensarci. L’inconscio collettivo all’unisono denuncia e rende pubbliche anche questioni cruciali quali identità, razzismo, emarginazione, abusi fisici e psicologici subiti dalle protagoniste in quanto donne. La sua narrazione diventa una forma di presa di coscienza e di affermazione sociale: “Non è che le morte possono tornare, più che altro non ce ne siamo mai andate. Lei deve colmarci con tutto quello che non abbiamo mai avuto”
"The Nature of Blood" and Fragmented History
Abstract
The present volume proposes to re-read the work of Caryl Phillips through the prism of his engagement with history, both the history of the Middle Passage as well as the unread and unspoken history of lives which have not yet made it into official history. His work can be approached as an invitation to reflect on the role of literature and in particular on the specificity of the literary author with regards to the writing of history and the specificity inherent in handling historical material. More largely this question prompts another issue which is: where does history start, and where does it stop? In recent decades, the rise of subaltern history, women’s history and the histories of minorities has largely broadened the spectrum of what history is about. Absence and loss, mourning and the impossible return are key tropes which haunt the work of Caryl Phillips to the point that the aesthetics which he has crafted over the years seem to weave complex networks of narrative voices which circle voids that are constantly retold, and sounded out. This way of positing the void at the centre is all the more interesting as it constitutes an aesthetic shift from a choice often made in contemporary literature to represent the body, and in particular the wounded body, as a palimpsest of pain which bears witness to the sufferings of the 20th century subject, the post-modern subject and the post-colonial subject. Rather than engage with a thorough and graphic depiction of a suffering body, Caryl Phillips generates a voice which circulates along tangential lines of transmission and prompts the reader to receive and reactivate the salvaged narratives retrieved from archival oblivion. The present volume constitutes a reappraisal of the work of Caryl Phillips up to his most recent novel A View of the Empire at Sunset (2018)
Un’attivista queer e un criminale depresso
Abstract
Noi, i sopravvissuti e il quarto romanzo dello scrittore malese, residente a Londra, Tash Aw. Il romanzo ha per oggetto la ricostruzione dei fatti che hanno preceduto un delitto, definito dalla polizia locale come omicidio a sfondo razziale. La narrazione e affidata ad un duo singolare, “un’attivista queer e un criminale depresso”, ed è ambientata ai giorni nostri in una località del sud-est asiatico dove chi “viene da fuori non noterebbe nulla d’insolito (...) non coglierebbe il senso di ansietà, la consapevolezza che l’intera città dipende dai commerci con paesi lontanissimi (...)”. Il criminale depresso Ah Hock, dopo aver scontato la pena per aver ucciso con “mezzo metro di legno umido (...) quel tipo di persona. Uno straniero. Un clandestino. Con la pelle scura”, viene contattato via e-mail dall’attivista queer Tan Su-Min, una dottoranda in sociologia presso un’università americana. La giovane ricercatrice, in procinto di tornare in Malaysia per un periodo di ricerca sul campo, vuole intervistare Ah Hock. L’atto del narrare non è affidato alla sola trascrizione delle registrazioni. Tra una trascrizione e l’altra intervengono i pensieri di entrambi, intervallati o sovrapposti a momenti di interazione diretta tra la giovane ricercatrice e il maturo ex detenuto, offrendo al lettore una visione articolata degli eventi raccontati. Le voci narranti descrivono una società malese corrotta e fondata sulle gerarchie: di classe e di razza. Gli stessi Ah Hock e Tan Su-Min sono i rappresentanti dei due estremi opposti della gerarchia di classe. “Per colpa della geografia”, Ah Hock “nasce in una famiglia di pescatori” in un piccolo villaggio circondato dal fiume e non collegato con i paesi limitrofi. Quel micromondo che conferisce una sorta di protezione dal mondo esterno globalizzato alimenta in Ah Hock desideri di “cose impossibili da ottenere”. Per converso, Tan Su-Min vive in citta, “frequenta scuole decenti” e può permettersi ambizioni alte, come quella di “finire in America.” Ah Hock vive sulla sua pelle la gerarchia di razza: “Bangladesh, Myanmar, Nepal. Per la polizia è tutto uguale. Anche l’Africa. E come se venissero tutti da un unico immenso continente senza nome”. Per i trafficanti di esseri umani, o “appaltatori di manodopera” come si definisce il suo migliore amico d’infanzia, ogni etnia ha un valore di mercato che differisce dalle zone e dalle mansioni lavorative a cui sono destinati: “bangladesi e indonesiani. Piu adatti al lavoro nelle piantagioni”. Questa realtà parallela per Tan Su-Min è, come sottolinea Ah Hock, “tutta roba che di sicuro hai studiato all’università”. Tan Su-Min ascolta impassibile i racconti dell’ex detenuto. Ah Hock, invece, nutre un sentimento contrastante nei confronti della ricercatrice che “di tanto in tanto diceva banalità tipo: “’dev’essere stata una situazione difficile per lei’ (...) Quella ragazza mi piaceva perché mi lasciava raccontare. La odiavo perché mi faceva raccontare”. Il rapporto tra i due in qualche modo emula il rapporto tra colonizzatore e colonizzato: Tan Su-Min detta le regole, insegna il modo corretto di pensare e comportarsi, e al termine delle sedute prende quello che Ah Hock ha liberamente condiviso con lei per trasformarlo in una merce (un libro) da cui può trarre profitto. In questa narrazione articolata sorprende, talvolta, il linguaggio di Ah-Hock quando l’esposizione dei suoi pensieri assume un andamento lirico-astratto che spicca rispetto al suo solito linguaggio, molto concreto e diretto
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