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    HETEROGLOSSIA. QUADERNI DELLA SEZIONE LINGUISTICA DEL DIPARTIMENTO DI MUTAMENTO SOCIALE, ISTITUZIONI GIURIDICHE E COMUNICAZIONE

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    Quaderni della Sezione Linguistica del Dipartimento di Studi su Mutamento Sociale, Istituzioni Giuridiche e Comunicazione Bakhtin argues that the power of the novel originates in the coexistence of, and conflict between, different types of speech: the speech of characters, the speech of narrators, and even the speech of the author. He defines heteroglossia as "another's speech in another's language, serving to express authorial intentions but in a refracted way." Bakhtin identifies the direct narrative of the author, rather than dialogue between characters, as the primary location of this conflict

    Sette conversazioni con Adolfo Bioy Casares

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    Questo volume presenta per la prima volta in Italia un’intervista estesa che l’autore argentino Fernando Sorrentino ebbe con uno dei più grandi esponenti della letteratura argentina contemporanea, Adolfo Bioy Casares. Le sette conversazioni fra i due autori ebbero luogo durante “sette sabato mattina” nell’anno 1988 e furono pubblicate in Argentina alcuni anni dopo, nel 1992. Sorrentino ebbe occasione di intervistare anche Jorge Luis Borges nel 1974 e le Sette conversazioni con Borges furono tradotte in italiano nel 1999. Le conversazioni con Bioy Casares non solo fanno scorgere la straordinaria personalità dell’autore argentino ma permettono anche di rivivere un’Argentina ed una Buenos Aires ormai scomparse, come quando Bioy parla del Martín Fierro e dei gauchos, dei testi dei ‘tanghi primitivi’ e di quelli ‘canaglieschi’ che non piacevano a Borges, delle latterie e delle scuderie sul viale Quintana. Ricordi e osservazioni che nelle sue parole assumono un tono non tanto nostalgico, quanto sociale, aneddotico, umoristico. Il libro di Sorrentino offre al lettore una visione privilegiata e quasi intima del pensiero di questo grande scrittore argentino del XX secolo.Abstract: This book presents for the first time in Italy an extended interview that the Argentine author Fernando Sorrentino had with one of the greatest exponents of contemporary Argentine literature, Adolfo Bioy Casares. The seven conversations between the two authors took place during "seven Saturday morning" in 1988 and were published in Argentina a few years later, in 1992. Sorrentino had the opportunity to interview Jorge Luis Borges in 1974 and 'Seven Conversations with Borges' were translated in Italian in 1999. The Seven Conversations with Bioy Casares not only do notice about the extraordinary personality of the Argentine author but also allow you to relive an Argentina and some neighborhoods of Buenos Aires long vanished, as when Bioy speaks of Martín Fierro and gauchos, of the the texts of the 'primitive tangos' and those 'canaglieschi' that Borges did not like , of dairies and horse stables on Quintana avenue. In his words these memories and observations take on a tone not so much nostalgic, as social, anecdotal, humorous. Sorrentino's book offers the reader a privileged and almost intimate thought of this great Argentine writer of the twentieth century

    Nuevas aproximaciones a "Red" de Arturo Uslar Pietri

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    Sommario. Borges disse opportunamente che presentare Arturo Uslar Pietri è come presentare, in realtà, molti uomini. In effetti, Uslar Pietri è stata una delle coscienze più lucide del Continente latinoamericano. Nel 1936 appare"Red", il suo secondo libro di racconti. la semplicità del nome annunciava una sintesi del racconto dalle nuove caratteristiche. L’autore entrò in contatto a Parigi con Asturias e Carpentier e si rese conto che esistevano materiali molto più in accordo ed adeguati alle concezioni teoriche del surrealismo: l’ossessione per il magico ed il meraviglioso nel mondo latinoamericano. Abstract. To introduce Arturo Uslar Pietri Borges properly said that presenting him is like introducing, in practice, several men. In fact, Uslar Pietri was one of the most vivid consciousness of the Latin America Continent. “Red”, his second book of short stories, was published in 1936. The simple name of the book announced a synthesis of a narrative with new characteristics. In Paris the author met Asturias and Carpentier and realised that in the Latin American world there were materials like the obsession for the magic and the marvellous which were much more in line and appropriate for the theories of surrealism than others. Resumen. Presentar a Arturo Uslar Pietri es presentar, en realidad, a muchos hombres dijo Borges oportunamente. En efecto Uslar Pietri ha sido una de las conciencias más lúcida y crítica del Continente latinoamericano. En 1936 aparece "Red", su segundo libro de cuentos. La sencillez del nombre anunciaba una síntesi del relato de nuevas características. El autor a contacto en París con Asturias y Carpentier, aprendió que existían materiales mucho más acordes y legítimos con la concepciones teóricas del surrealismo: la obsesión por lo mágico o meravilloso en el mundo latinoamericano

    Introduzione a Sette conversazioni con ADOLFO BIOY CASARES

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    Questa prefazione/introduzione alla traduzione delle "Siete conversaciones con Adolfo Bioy Casares" di Fernando Sorrentino, presenta la figura e l'opera di uno dei più grandi esponenti della letteratura argentina contemporanea, Adolfo Bioy Casares e quella di Fernando Sorrentino, autore dell'intervista con lo scrittore, Sette Conversazioni appunto, che ebbero luogo durante “sette sabato mattina” nell’anno 1988 e furono pubblicate in Argentina alcuni anni dopo, nel 1992. L’affermazione di Octavio Paz: «el tema de Bioy Casares no es cósmico sino metafísico» ci ricorda che Bioy, sin dalla pubblicazione del suo primo romanzo 'importante', "L’invenzione di Morel", è stato considerato come un rinnovatore del genere fantastico. Le conversazioni con Bioy Casares, infatti, non solo fanno scorgere la straordinaria personalità dell’autore argentino ma permettono anche di rivivere un’Argentina ed una Buenos Aires ormai scomparse, come quando Bioy parla del Martín Fierro e dei gauchos, dei testi dei ‘tanghi primitivi’ e di quelli ‘canaglieschi’ che non piacevano a Borges, delle latterie e delle scuderie sul viale Quintana. Ricordi e osservazioni che nelle sue parole assumono un tono non tanto nostalgico, quanto sociale, aneddotico, umoristico. Naturalmente, Bioy è, soprattutto, uno scrittore di paesaggi e personaggi “essenzialmente”argentini (e Buenos Aires ne è lo scenario principale) che fa parlare con un lingua appropriata, naturale; un’evocazione vera ma non pittoresca che ricrea, senza mai cadere nell’esagerazione, il linguaggio colloquiale dei quartieri poveri di Buenos Aires e nella quale troviamo formule popolari, cliché, espressioni del tango e del lunfardo. Nella prefazione, inoltre, viene presentato al pubblico italiano l’originale opera di Fernando Sorrentino, autore molto conosciuto in Argentina e da anni in contatto con l’Italia. In effetti, molti suoi racconti sono stati pubblicati in italiano su diverse riviste letterarie ed è nota la sua collaborazione con il Progetto Babele. La sua opera narrativa è composta da oltre quindici volumi di racconti, un racconto lungo ("Crónica costumbrista", 1992, pubblicata di nuovo con il titolo "Costumbres de los muertos", 1996) ed un romanzo 'breve' ("Sanitarios centenarios", 1979), ci sono anche molti libri che ha scritto per l’infanzia e l’adolescenza dove ritroviamo le stesse caratteristiche del suo stile. Critici e lettori hanno cercato di interpretare i simbolismi, le metafore e le allegorie presenti in queste parabole 'assurde', ed a volte 'incongruenti', leggendoci dei riferimenti alla società argentina, alle piccolezze della condotta umana, con le sue manie di grandezza, di ascesa sociale e di sottomissione del prossimo. Ad ogni modo, una risposta definitiva è venuta dallo stesso Fernando che ha chiarito una volta per tutte di non aver mai voluto simbolizzare nulla, fare dell’allegoria o costruire delle metafore e per di più, ha aggiunto, di non sentirsi né un polemista né un moralizzatore, infatti, afferma 'seraficamente' che «Cuando escribo un cuento, sólo quiero escribir un cuento.»Abstract: This preface at the translation of Fernando Sorrentino’s book, "Siete conversaciones con Adolfo Bioy Casares”, presents " the figure and work of one of the greatest exponents of contemporary Argentine literature, Adolfo Bioy Casares and that of Fernando Sorrentino, author of the interview with the writer, “Seven conversations” precisely, that took place during "seven Saturday morning" in 1988 and were published in Argentina a few years later, in 1992. The statement of Octavio Paz: "el tema de Bioy Casares no es cósmico sino metafísico " reminds us that Bioy, since the publication of his first 'important' novel," La invención de Morel ", was regarded as a modernizer of the fantastic genre. The conversations with Bioy Casares, in fact, not only let us see the extraordinary personality of the Argentine author but also allow you to relive an Argentina and a Buenos Aires that have vanished a long time ago, as when Bioy speaks about Martín Fierro and gauchos, the texts of the 'primitives tangos' and those ‘canallescos’ that did not like to Borges. Memories and observations in his words take on a tone not so much nostalgic but social, anecdotal, humorous. Of course, Bioy is, above all, a writer of landscapes and characters ‘essentially’ Argentinian (Buenos Aires is the main scenario) and this people speaks an appropriate language, natural; a true evocation not picturesque that recreates, without ever falling on exaggeration, the colloquial language of the slums of Buenos Aires and in which we find popular formulas, cliches and expressions of tango and lunfardo. Moreover, in the preface, it is presented to the Italian public the original work of Fernando Sorrentino, author well known in Argentina and for years in contact with Italy. In fact, many of his stories have been published in Italian on several literary magazines and it is known his collaboration with the Project Babel. His narrative work consists of over fifteen volumes of short stories, a novel ("Crónica costumbrista", 1992, published again with the title "Costumbres de los muertos", 1996) and a 'short' novel ("Sanitarios centenarios" , 1979), there are also many books he has written for the childhood and adolescence where we find the same characteristics of his style. Critics and readers have tried to interpret the symbolism, metaphors and allegories in these 'absurd' parables, and sometimes 'inconsistent', telling us references to Argentine society, the pettiness of human conduct, with his delusions of greatness, social ascent and subjugation of the next. However, a definitive answer is coming from the same Fernando that made it clear once and for all that he never wanted to symbolize nothing, do allegory or build metaphors and what's more, he added, did not feel nor a polemicist or a moralist and he says us seraphically that “Cuando escribo un cuento, sólo quiero escribir un cuento.

    La traducción de los componentes fonosimbólicos del lenguaje

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    Sommario. Parlando della motivazione del segno linguistico lo stesso Saussure rifletteva che: «[...]: le signe peut être relativement motivé.». In effetti, sarebbe opportuno valutare anche le possibilità dell’aspetto ‘significante’ della lingua. Il nostro studio, si occuperà, dunque, di decifrare e preservare la sostanza ‘fonica’ del linguaggio e soprattutto quelli che Sergio Cigada ha chiamato “i caratteri non sistematici del codice linguistico”. Parole chiave: traduzione, fonosimbolismo, motivazione, hapax fonetici. Abstract: Talking about the motivation of the linguistic sign, Saussure argued that «[...]: le signe peut être relativement motivé.». Actually, one of the aspects which has not been much examined by linguistics is the possibility of evaluating the signifier “potential” of a language as well. Thus, our study intends to decipher and preserve the phonic substance of the language and, most of all, what Sergio Cigada called “the non-systemic characters of the linguistic code”. Key words: translation, phonosymbolism, motivation, phonetic apax. Resumen: Hablando de la motivación del signo lingüístico el propio Saussure opinaba que: «[...]: le signe peut être relativement motivé.» En efecto, sería oportuno evaluar también las posibilidades de la cara significante de la lengua. Nuestro estudio se ocupará, pues, de descifrar y preservar la sustancia fónica del lenguaje y sobre todo los que Sergio Cigada ha llamado ‘los caracteres no sistemáticos del código lingüístico’. Palabras clave: traducción, fonosimbolismo, motivación, apax fonéticos

    "Tradurre o non tradurre”

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    Sommario. Tra il Settecento e l’Ottocento la traduzione acquista in Germania un significato collettivo, nazionale. Tale atteggiamento risente della corrente di pensiero sull’anima popolare in voga tra gli idealisti romantici e rinvia a sua volta al verdeutschen (“germanizzare”) di Lutero a cui è storicamente legata. Le teorie e gli studi linguistici di Wilhem von Humboldt diedero, in questo senso, una forte scossa all’ambiente culturale del suo tempo, confutando le tesi del razionalismo illuminista. Humboldt ipotizza una lingua con cui l’uomo crea il suo modo di guardare, di immaginare le cose. La parola non è un semplice segno che rimanda ad un concetto preesistente, poiché il linguaggio stesso “(...) ist das bildende Organ des Gedankens”. La traduzione riflette questo cambiamento di idee. Essa non è più un'operazione che vuole dimostrare l'identità ultima degli uomini, ma è una prova della loro irriducibile differenza. Una buona traduzione deve “acquisire per la lingua e lo spirito della nazione ciò ch’essa non possiede o possiede altrimenti”, poiché una lingua raggiunge la piena maturità se riesce a restituire senso e forza alle sue parole (un ritorno alla Natursprache), incorporando al tempo stesso nella sintassi il “modo di intendere” dell’altra. Abstract. Between the 18th and 19th Centuries the translation in Germany gained a collective national meaning. This attitude is influenced by the current of thought on popular soul trendy among romantic idealists and refers to, at its turn, the Luther’s “verdeutschen” to which it is historically linked. The linguistic theories and studies of Wilhem von Humboldt gave, in this context, a strong shake to the cultural environment of his period, confuting the thesis of the illuminist rationalism. Humboldt hypothesis is of a language where man creates his way of looking and imagining things. The word is not a simple sign which recalls a pre-existing concept, because language itself “(...) ist das bildende Organ des Gedankens”. The translation reflects this changes of thought, it is not anymore an action to demonstrate the identity of men but a proof of their irreducible difference

    'The Moonstone' de Wilkie Collins y 'Rosaura a las diez' de Marco Denevi

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    Sommario. Il romanzo di Denevi ‘'Rosaura a las diez" è stato definito da Fernando Alegría “la mejor novela policial que se ha escrito en lengua española (...)”. Anche "The Moonstone" di Wilkie Collins è stato considerato da T. S. Eliot nella sua famosa introduzione al romanzo: “the first and greatest of English detective novels”, ed aggiunse che fu anche “the longest” nel suo genere. In effetti, ambedue vengono considerati dei romanzi gialli, ma la loro classificazione all’interno di questo genere non sembra del tutto appropriata. In nessuna delle due c’è una vera attività investigatrice ed inoltre nel romanzo di Marco Denevi il poliziesco non esiste affatto. Ci sono soltanto le versioni degli ospiti della pensione in cui è avvenuto un delitto, un delitto il cui movente non sarà rivelato al lettore. Tuttavia, ‘The Moonstone’ di Collins costituisce il modello per ‘Rosaura’: simili sono la trama ed il processo di enunciazione. In questo lavoro, dunque, cercheremo di evidenziare le somiglianze e le differenze tra le due opere. Resumen. La novela "Rosaura a las diez" del escritor argentino Marco Denevi ha sido definida por Fernando Alegría: “la mejor novela policial que se ha escrito en lengua española (...)”. También la novela de Wilkie Collins "The Moonstone", ha sido considerada por T.S. Eliot en su famosa introducción a la novela: “the first and greatest of English detective novels”, y añadió que fue también “the longest” en su género. En efecto, ambas se consideran novelas policiales pero su clasificación dentro de este género no parece muy apropiada. En ninguna de las dos hay una verdadera actividad investigadora y además en la novela de Denevi lo policial no existe en absoluto. Hay sólo las versiones del los huéspedes de la pensión en que ocurrió un delito; un delito cuyo móvil no se revelará al lector. Sin embargo, "The Moonstone" de Collins constituye el modelo para "Rosaura": la trama y el proceso de enunciación. Abstract. Denevi’s novel “Rosaura a las diez” was defined by Fernando Alegría as “la mejor novela policial que se ha escrito en lengua española (...)”. “The Moonstone” of Wilkie Collins, was considered by T. S. Eliot in the well-known introduction to the novel: “the first and greatest of English detective novels”, and he added that it was also “the longest one” of that kind. Both of them are considered detective novels, even though their inclusion in this literary genre does not seem appropriate. In none of them there is a true detective activity and besides in Marco Denevi’s novel there are no police characters, there are only the version of facts of the guests of the pension where the murder happened, a murder whose ‘motive’ will not be revealed to the reader. Collins’ “The Moonstone” was a model for reference for “Rosaura”: the story and the enunciation process are similar, thus this paper analyses the similarities and differences between the two novels

    La gradual disolución del lenguaje franquista (y de sus palabras desemantizadas)

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    En esta monografía se ha intentado analizar el origen del lenguaje franquista (capítulo I); examinar el lenguaje del dictador Francisco Franco (capítulo II); detallar las palabras testigo del primer franquismo (capítulo III); y explorar la dilatada mudanza del lenguaje franquista, desde el franquismo de la década de 1940 hasta el cambio político-institucional acontecido en la transición española a la democracia (capítulo IV). Estudiar el lenguaje político del franquismo, como aquí se propone, es un viaje inacabado hacia los elementos constitutivos de un régimen político y de una sociedad determinada. En este caso, se estudia el lenguaje político de la España franquista y de la sociedad posfranquista de la transición a la democracia. Ese viaje es inacabado porque siempre pueden seleccionarse nuevos discursos sociales (escritos periodísticos, cartas personales, textos literarios, sermones religiosos, propaganda publicitaria en los medios de comunicación, etc.) y discursos oficiales (alocuciones políticas, arengas militares, declaraciones institucionales, textos político-administrativos, etc.) que muestren los cimientos del régimen y los valores sociales imperantes. Como su título expresa, el libro presentado se concentra en el estudio de la paulatina disolución, desemantización y mutación del lenguaje franquista. Es decir, para conocer y comprender cómo ha llegado a ser “lo que es” una sociedad y/o un régimen político, ha de estudiarse la evolución de sus palabras clave o palabras testigo. Muchas veces las palabras que hablamos nos piensan, piensan por nosotros, y nos llevan a mundos pasados, aunque no lo queramos. Las palabras pueden ser nuestra “pesadilla” y también nuestra “salvación”. Esto depende, en gran medida, de qué significados atribuyan a las palabras quienes detentan el poder. No todos los significados impuestos a las palabras tienen la misma relevancia social y política. El poder material de los agentes políticos (administración, dinero, fuerza militar, etc.) tiene su reflejo en nuevos significados y definiciones (símbolos, metáforas, himnos, etc.) de ciertas palabras referidas a la realidad social. Es necesario saber esto, y mucho más en estos tiempos de oscuridad que volvemos a revivir en pleno siglo XXI. En el siglo XX, pues, los lenguajes políticos de los fascismos incitaron a la violencia idealista y desenfrenada. Esta violencia resultó en la era de los grandes desastres, que incluso en la presente Europa no hemos superado. En este sentido, la palabra “violencia”, en los discursos fascistas o fascistizantes del pasado siglo XX, se acompañó de variados epítetos, tales como “sagrada”, “política”, “larvada”, “hegemónica”, “santa cruzada”, “sin más”, etc., que la justificaban por sí misma, sin necesidad de ser monopolizada por el Estado. En el caso de España, no puede pasarse por alto, que el golpe de Estado que resultó en la guerra (in)civil (1936-1939) fue justificado por una violencia idealista muy particular, y que es ineludible conocer y estudiar. Desde luego, dicha violencia no acabó en la fecha oficial de finalización de la guerra (1 de abril de 1939), sino que se sublimó y ensalzó en el lenguaje franquista en palabras tan centrales como “cruzada”, “caudillo de España”, “Santo predecesor del Caudillo”, “protomártir”, “lenguaje del martirio”, “lucha por Dios y por España”, “el Imperio hacia Dios”, “muerte sacrificial”, “martillo de herejes”, etc

    "La poesía pura de Mariano Brull"

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    Sommario. Mariano Brull (1891-1956) anche se cronologicamente appartiene alla generazione post-modernista (in questa epoca appare il suo primo libro “La casa del silencio”), viene considerato l’iniziatore della poesia pura cubana. Enrique Saínz cita come modello della tradizione spagnola di linguaggio insufficiente, ineffabile, il celebre verso del "Cántico espiritual" di San Juan de La Cruz: "Un no sé qué que quedan balbuciendo". Ed è questa l’intuizione centrale di Mariano Brull: la ricerca di una poesia senza storia, condizionamenti, ed il cui significato sia trascendentale. Lentamente la ricerca della tanto anelata purezza si consuma in se stessa. La parola perde il suo significato primario, il linguaggio si identifica con quello infantile in formazione, un balbettare precosciente. Si tratta della "jitanjáfora" pura: uno stadio di indeterminazione del linguaggio che, privo del suo contenuto concettuale ed affettivo, si riduce ad un semplice gioco sonoro. Abstract. Mariano Brull (1891-1956), chronologically belonging to the post-modernism, is considered the beginner of the pure Cuban poetry. Enrique Saínz cites, as an example of the Spanish tradition of deficient and ineffable language, the famous verse of the "Cántico espiritual" of San Juan de La Cruz: "Un no sé qué que quedan balbuciendo". This is the core intuition of Mariano Brull: the research of a poetry without history and influences and whose meaning is transcendental. Slowly the research of the so longed purity is self-consuming. The word loses its primary meaning, the language is that of childhood, a pre-conscious babbling. It is the pure "jitanjáfora": an undetermined stage of language that, without its conceptual and emonotional meaning, becomes a simple sonic play. Resumen. Mariano Brull (1891-1956) aunque cronológicamente pertenece a la generación post-modernista (en esta época aparece su primer libro "La casa del silencio"), se considera el iniciador de la poesía pura cubana. Enrique Saínz cita como modelo de la tradición española de lenguaje insuficiente, inefable, el célebre verso del "Cántico espiritual" de San Juan de La Cruz: "Un no sé qué que quedan balbuciendo". Y ésa es también la intuición poética central de Mariano Brull: la búsqueda de una poesía sin historia, sin condicionamientos, y cuyo significado sea trascendental. Paulatinamente la búsqueda de la tanto anelada pureza se consuma por sí misma. La palabra pierde su significado primario, el lenguaje se identifica con el infantil en formación, un balbucear preconsciente. Se trata de la "jitanjáfora" pura: un estadio de indeterminación del lenguaje que, sin su contenido conceptual y afectivo, se reduce a un simple juego sonoro

    El lenguaje del franquismo y del fascismo italiano

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    Sommario. Questo articolo vuole offrire un apporto originale allo studio del linguaggio politico oltre a gettare le basi per una monografia futura sul linguaggio del franchismo e del fascismo italiano. Dato che la bibliografia su tali argomenti è quasi immensa, il nostro lavoro non pretende di essere esaustivo, bensì cerca di fornire alcuni suggerimenti attraverso i quali si possano intuire somiglianze e differenze nell’uso del linguaggio da parte delle due dittature prese in esame. In effetti, se ci fu una supposta “affinità”, bisogna altresì considerare che elementi simili svolsero un ruolo diverso ed ebbero una diversa importanza nel contesto storico specifico dei rispettivi regimi. Ad un' introduzione sul linguaggio politico in generale, seguono due paragrafi sulle differenze storiche e culturali tra le due dittature e soprattutto vengono esaminate le due figure principali, Franco e Mussolini, ed i due partiti unici, La Falange ed il Partito Nazionale Fascista. Il terzo paragrafo prende in esame le conoscenze linguistiche di Mussolini, i suoi modelli letterari ed il lessico impiegato. In tal senso, la ricerca si concentra sull'influenza dello stile oratorio e della scrittura di Mussolini talmente imitato e riprodotto da gerarchi, giornalisti e intellettuali dell’epoca che sarebbe più adeguato parlare di una ' Lingua letteraria d’epoca fascista'. Nel quarto paragrafo l’analisi non si concentra soltanto sui discorsi di Franco, bensì vengono presi in considerazione anche gli articoli della stampa dove troviamo le parole chiave del franchismo, o meglio, le ‘palabras testigo’ impiegate nell’arco della lunga dittatura. Infine, l’ultimo paragrafo affronta in chiave contrastiva il discorso religioso franchista e fascista, proponendo delle chiavi di lettura da svilupparsi in seguito. Resumen. Este ensayo forma parte de un estudio contrastivo más general sobre el lenguaje del franquismo y del fascismo italiano. Como la bibliografía sobre tal argumento es casi inmensa, nuestro trabajo no pretende ser exhaustivo, sino que trata de proporcionar unas sugerencias por las que se puedan argüir semejanzas y diferencias en el uso del lenguaje por parte de las dos dictaduras. En efecto si hubo una supuesta afinidad hay que tener en cuenta también que elementos similares desempeñaron un papel distinto y tuvieron una diferente importancia en el contexto histórico específico de los respectivos regímenes. Abstract.- This Essay is part of a wider study on the parallelism between language of Franchism and Italian Fascism. Considering that bibliography on this subject is quite immense, this work does not intend to be exhaustive. On the contrary the Essay tries to give suggestions through which similarities and differences can be detected in the use of language by the two dictatorships. Indeed, even though there was a presumed similarity between the two regimes, it is important to consider as well that similar elements played a different role and had a different relevance in their specific historical context
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