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Il senso di un percorso.
L’Italia, grazie alla recente legge contro lo spreco alimentare, approvata nel 2016, appare tra le realtà che sta facendo i passi avanti più importanti. Solo in Italia lo spreco di cibo domestico, dalla dispensa di casa al frigorifero, dai fornelli al bidone della spazzatura, vale complessivamente 8,4 miliardi di euro all’anno, ovvero 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi circa di cibo sprecato, come illustra il rapporto Waste Watcher. Secondo i dati del Food Sustainability Index (FSI) – indice molto specifico nel suo genere che rivoluziona la visione del cibo come lo conosciamo e che, per la prima volta, analizza le scelte alimentari del pianeta non solo sulla base del “gusto”, ma anche del valore complessivo che il cibo rappresenta – l’Italia occupa il 9° posto in termini di “Cibo perso e sprecato”, nella speciale classifica stilata su 25 paesi. Il nostro paese, in particolare, ottiene il massimo punteggio su alcuni indicatori, come quello relativo alle “politiche messe in campo per rispondere allo spreco di cibo” (100 su 100), grazie appunto alla legge approvata nel 2016 e finalizzata a incentivare le aziende e i produttori che donano cibo ai più bisognosi. Sui punti da migliorare5 è invece da osservare che molto deve essere ancora fatto per quanto riguarda lo “spreco domestico”, ossia quello del consumatore finale (29 punti su 100), che arriva a gettare una media di 110,5 kg di cibo all’anno. Anche il ruolo delle aziende produttrici, però, non può essere trascurato, visto che lo “spreco legato alla produzione e distribuzione di cibo” ottiene un positivo 63 su 100 che lascia comunque margini di miglioramento. Ma come evitare lo spreco? Cercheremo di dare delle risposte nel corso di questi lavori facendo il punto della situazione (cfr. contributo dello scrivente), portando l’attenzione sui dati locali, nazionali, globali relativi allo spreco (cfr. contributo di Elvira Tarsitano), i processi formativi (cfr. contributo di Luisa Santelli Beccegato) e comunicazionali (cfr. contributo di Gheti Valente) per tendere verso la realizzazione di nuovi e più proficui stili di vita (cfr. contributo di Giampaolo Petrucci)
Premessa
L’Italia, grazie alla recente legge contro lo spreco alimentare,
approvata nel 2016, appare tra le realtà che sta facendo i passi
avanti più importanti. Solo in Italia lo spreco di cibo domestico,
dalla dispensa di casa al frigorifero, dai fornelli al bidone della
spazzatura, vale complessivamente 8,4 miliardi di euro all’anno,
ovvero 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi circa di
cibo sprecato, come illustra il rapporto Waste Watcher.
Secondo i dati del Food Sustainability Index (FSI) – indice molto
specifico nel suo genere che rivoluziona la visione del cibo come
lo conosciamo e che, per la prima volta, analizza le scelte alimentari
del pianeta non solo sulla base del “gusto”, ma anche del valore
complessivo che il cibo rappresenta – l’Italia occupa il 9° posto in
termini di “Cibo perso e sprecato”, nella speciale classifica stilata
su 25 paesi.
Il nostro paese, in particolare, ottiene il massimo punteggio su
alcuni indicatori, come quello relativo alle “politiche messe in campo
per rispondere allo spreco di cibo” (100 su 100), grazie appunto
alla legge approvata nel 2016 e finalizzata a incentivare le aziende e
i produttori che donano cibo ai più bisognosi.
Sui punti da migliorare5 è invece da osservare che molto deve
essere ancora fatto per quanto riguarda lo “spreco domestico”,
ossia quello del consumatore finale (29 punti su 100), che arriva
a gettare una media di 110,5 kg di cibo all’anno. Anche il ruolo
delle aziende produttrici, però, non può essere trascurato, visto
che lo “spreco legato alla produzione e distribuzione di cibo”
ottiene un positivo 63 su 100 che lascia comunque margini di
miglioramento.
Ma come evitare lo spreco? Cercheremo di dare delle risposte
nel corso di questi lavori facendo il punto della situazione (cfr. contributo
dello scrivente), portando l’attenzione sui dati locali, nazionali,
globali relativi allo spreco (cfr. contributo di Elvira Tarsitano),
i processi formativi (cfr. contributo di Luisa Santelli Beccegato)
e comunicazionali (cfr. contributo di Gheti Valente) per tendere
verso la realizzazione di nuovi e più proficui stili di vita (cfr. contributo
di Giampaolo Petrucci)
A che punto siamo? Il mondo della tecnologia a servizio della frugalità.
L’Italia, grazie alla recente legge contro lo spreco alimentare, approvata nel 2016, appare tra le realtà che sta facendo i passi avanti più importanti. Solo in Italia lo spreco di cibo domestico, dalla dispensa di casa al frigorifero, dai fornelli al bidone della spazzatura, vale complessivamente 8,4 miliardi di euro all’anno, ovvero 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi circa di cibo sprecato, come illustra il rapporto Waste Watcher. Secondo i dati del Food Sustainability Index (FSI) – indice molto specifico nel suo genere che rivoluziona la visione del cibo come lo conosciamo e che, per la prima volta, analizza le scelte alimentari del pianeta non solo sulla base del “gusto”, ma anche del valore complessivo che il cibo rappresenta – l’Italia occupa il 9° posto in termini di “Cibo perso e sprecato”, nella speciale classifica stilata su 25 paesi. Il nostro paese, in particolare, ottiene il massimo punteggio su alcuni indicatori, come quello relativo alle “politiche messe in campo per rispondere allo spreco di cibo” (100 su 100), grazie appunto alla legge approvata nel 2016 e finalizzata a incentivare le aziende e i produttori che donano cibo ai più bisognosi. Sui punti da migliorare5 è invece da osservare che molto deve essere ancora fatto per quanto riguarda lo “spreco domestico”, ossia quello del consumatore finale (29 punti su 100), che arriva a gettare una media di 110,5 kg di cibo all’anno. Anche il ruolo delle aziende produttrici, però, non può essere trascurato, visto che lo “spreco legato alla produzione e distribuzione di cibo” ottiene un positivo 63 su 100 che lascia comunque margini di miglioramento. Ma come evitare lo spreco? Cercheremo di dare delle risposte nel corso di questi lavori facendo il punto della situazione (cfr. contributo dello scrivente), portando l’attenzione sui dati locali, nazionali, globali relativi allo spreco (cfr. contributo di Elvira Tarsitano), i processi formativi (cfr. contributo di Luisa Santelli Beccegato) e comunicazionali (cfr. contributo di Gheti Valente) per tendere verso la realizzazione di nuovi e più proficui stili di vita (cfr. contributo di Giampaolo Petrucci)
Intercultural competences: a central role for democracy. The Pestalozzi Programme Experimentation.
he Council of Europe has been actively involved in intercultural matters form back in the
70ies, mutual understanding being a preconditions for living together in a Europe without dividing lines
and for the promotion of democracy and the respect for human rights and dignity. The current work of
the Council of Europe on “developing intercultural competence through education” intends to support
this change. The focus of Pestalozzi Programme experimentation is training activities for education
professionals from 50 countries and it promotes and builds capacity around the transversal competences
for democracy and an appropriate pedagog
Incontri intergenerazionali. Riflessioni sul tema e dati empirici
Le sfide in questi primi anni del millennio appaiono numerose, una su tutte: quali politiche promuovere in una società dove a fronte di una corposa presenza di anziani si registra un
numero sempre minore di giovani, spesso “tecnologici” e profondamente diversi dai loro progenitori? Le stesse istituzioni, anche se con un certo ritardo, hanno riconosciuto la necessità di creare nuovi spazi di dialogo, nuove proposte educative, formative e sociali e soprattutto hanno compreso quanto sia importante estenderle lungo il corso di tutta la vita, attente ad
una prospettiva di reciprocità e interdipendenza positiva tra generazioni. Nel presente volume vengono elaborate alcune risposte e riflessioni analizzando e problematizzando gli attuali
orientamenti formativi nei confronti dei rapporti intergenerazionali.
I primi capitoli del volume tracciano un quadro aggiornato della situazione socio-demografica degli anziani e dei giovani oggi nel nostro Paese; viene poi presentata una
riflessione pedagogica sui concetti di genitorialità ed anzianità, sull’impegno europeo per le politiche di lifelong learning e sugli orientamenti formativi all’educazione intergenerazionale.
Nella seconda parte del volume vengono presentati i risultati di una ricerca empirica, condotta nella città di Taranto, sulla reciproca percezione tra generazioni e sulla predisposizione al
dialogo intergenerazionale. I risultati ottenuti in questa ricerca confortano e, nello stesso tempo, stimolano ad un impegno sistematico per rafforzare il patto intergenerazionale nella società
Social Privacy. Informare, comunicare, educare ai tempi del web 3.0
Youth and internet: a theme of consideration and debate difficult to
avoid in a globalize and worldwide society. In its latest report, the
Censis has defined the era in which we live as the “bio-media era”,
or the “exhibition of the own digital self” era. An era in which the
sharing has completely outclassed the confidentiality. The influence
of technology affects behaviors, habits and moods of all generations.
However, it has much more important effects on so-called digital
natives, young people born and immersed in new technologies who
live in symbiosis with their mobile devices, digital ecosystems, video
games, internet and new media. In fact, the massive use of new
media determines an important effect that must be taken into
account in social relations: the emotional illiteracy. New
autobiography and narcissism are then expression of that need for
recognition, which found in the Web 3.0 a means to express
themselves and that the power (political and commercial) promotes
and uses to its own purposes: namely, to direct and control
behaviors. The acquirable data are very varied: health, education,
incomes, spending power and different preferences as regard of
what to buy, sex, religion, culture, politics, etc. In Italy, a response to
the above-mentioned dangers was given through the creation of an
administrative entity called “Authority For theProtection of Personal
Data” (Garante per la protezione dei dati personali). This is an
independent administrative authority established by Law No. 75 of
December 31, 1996 (so-called Law on Privacy), to ensure the
protection of fundamental rights and freedoms and the respect for
the dignity in the treatment of personal data. However, beyond and
before the normative dimension of such a complex phenomenon, a
Media Education activity appears necessary. This means an
educational and didactic activity aimed at developing in young
people an information and critical understanding of the nature and of
categories of new media, and of those techniques they use to build
messages and to produce meaning
Education in the web 4.0 age. How media education can contribute to active citizenship.
In the contemporary age, it may seem that ambiguities and manipulations preceding the formation of a collective opinion in democratic societies are a recent phenomenon, mostly due to technological innovations. However, it is not so. Although it has become more complicated in the Internet globalized world, the formation of a public opinion has past origins. At the beginning of the XX century the new concept of the “democracy of the spectator” was born: «the art of democracy showed how to build consensus by using modern propaganda techniques» (Lippmann, 1922, p. 62). «Considering the role of media in contemporary so-cieties and politics, we should wonder in what kind of democratic society we would like to live» (Chomsky, 1994, p. 58). Indeed, in a democratic society public opinion is able to actively participate in managing its own interests, and mass media are open and free. Is this our reality? With the introduction of television first (Eco, 2001) and of the new media then (web, social network), what is the possible scenario for the education of citizens? Where is the border between conditioning and freedom of thought and choic-es? What is the role of education in its threefold declination: edu-cation with media, to media and for media (Rivoltella, 2015)? Is it possible to go beyond a vision characterised by the “apocalyptic” versus “integrated” bipolarity (Eco, 2001)? Starting from this the-oretical framework, this article tries to demonstrate how media education, with its most recent orientations (e.g. social network analysis – SNA, sentiment analysis), can foster critical thinking in order to help people manage information overload, check infor-mation sources and be active citizens (Censis, 2016)
Immersive technologies and innovation in educational contexts: an exploratory investigation at the University of Bari
Learning through the simulation of reality
represents the new frontier in teaching: from
augmented reality to virtual reality, learning in a
simulation environment is considered as an
immersive, authentic and situated learning through
experience. This contribution analyzes the results
of an exploratory survey involving the participants
of the VII edition of the Specialization course for
special needs teachers organized at the University
of Bari (academic year 2021/2022). Through the
administration of an anonymous questionnaire, the
research aimed to detect the knowledge and
training needs of the participants on the use of
digital technologies in teaching and, in particular,
on the use of immersive reality in the learning
process of students with disability
Teacher Education Through Ict. Moocs: New Learning Environments
This paper is a report on the case study on the use of MOOCs for training teachers.
Open learning is a key issue around which there has been a strong and focused attention from the international
scientific community in recent years. With the spread of Open Access practices and Open Educational Resources
in science and education, the goal of reconfiguring higher education towards informal, open and
intergenerational learning, without technical, legal and economic barriers was born. Notably the creation of a
new example of open learning; the MOOC (Massive Open Online Course) and of OER (Open Educational
Resources) which represent the new frontier of e-learning. The CCK08 (Connectivism and Connective Knowledge course) was the first to integrate open learning content syndication, thus making it the first true MOOC. It, the CCK08, has been labelled as a connective learning MOOC (Siemens, 2004). Which emphasizes the learning itself as a social process or a cMOOC personal knowledge is established by a network, which feeds into organizations and institutions that in turn feed the network again, and then continues to provide learning for
individuals. What do the teachers think of this increasingly pressing technology? And of the possibility of having to live with it, then to dramatically overturn the method of teaching, training and work they have always adopted
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