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    Gli studi della paleonutrizione

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    Le indagini paleonutrizionali Da alcuni anni gli studi osteoarcheologici hanno cominciato ad avvalersi di metodi chimico-fisici che permettono l'acquisizione di nuovi dati quantitativi, utili per la ricostruzione della bioarcheologia delle popolazioni antiche. Una di queste applicazioni riguarda la paleonutrizione che ricostruisce, attraverso l'analisi chimica della componente organica dell'osso (il collagene), il tipo di alimentazione seguita dal gruppo umano in studio. Attraverso le indagini paleonutrizionali sarà anche possibile risalire al tipo di economia (agricoltura, allevamento), fornendo un contributo fondamentale alla ricostruzione dello stile di vita delle popolazioni del passato. Gli isotopi Una variazione nel numero di neutroni del nucleo di un atomo produce atomi dello stesso elemento che differiscono per la massa, conosciuti come isotopi. Gli isotopi possono essere stabili, come il 13C e l’15N, o radioattivi, come il 14C utile per le datazioni. Per gli studi paleonutrizionali vengono utilizzati gli isotopi stabili, poiché le quantità relative di questi isotopi non cambiano nel tempo e, pertanto, le frazioni di isotopi stabili presenti nell’osso archeologico rifletteranno le frazioni presenti al momento del decesso. Gli isotopi stabili, il collagene osseo e la dieta Esperimenti nutrizionali negli animali hanno dimostrato che i valori del δ13C and δ15N nella frazione organica, o proteica, dell’osso (collagene) sono in rapporto diretto con il loro assorbimento alimentare e possono essere usati per stabilire il contributo di specifici componenti della dieta. Infatti, sia i valori del δ13C che quelli del δ15N crescono gradualmente nel corso della catena alimentare a partire dalle piante con bassi valori di δ13C e δ15N, passando attraverso gli erbivori, i carnivori e i supercarnivori. L’analisi contemporanea dei valori del δ13C e del δ15N permette anche di determinare il ruolo dei cibi di origine marina, cioè del pesce, in quanto gli organismi degli ecosistemi marini possiedono valori più elevati in δ13C e δ15N rispetto agli organismi degli ecosistemi terrestri. I nobili Abbiamo studiato 25 individui della Basilica di S. Domenico Maggiore a Napoli (XV-XVII secolo) e 20 individui delle Cappelle Medicee, nella Basilica di S. Lorenzo a Firenze (XVI-XVII secolo), comprendenti rispettivamente i sovrani e la corte aragonese del XV-XVI secolo e i granduchi di Toscana. Gli alti valori di δ15N e di δ13C riscontrati, a livello dei carnivori, dimostrano una dieta molto ricca in proteine di origine animale. Le somiglianze isotopiche, ben evidenti nelle coppie di coniugi o di fratelli, sono l’ovvia conseguenza di persone che vivevano nello stesso “ambiente” alimentare. La coppia più “carnivora” è costituita da Francesco I e da Giovanna d’Austria, mentre la coppia Luigi e Caterina di Moncada – insieme a Ferrante d’Avalos – mostra la dieta più ricca in pesce di mare. Ma Luigi Moncada e Ferrante d’Avalos erano entrambi viceré spagnoli di Sicilia e vivevano a Palermo. Pertanto, l’alimentazione siciliana, ricca di pesce pregiato, costituisce la spiegazione più plausibile. Il consumo di pesce delle classi nobili I dati isotopici, simili a quelli riscontrati in altre serie dell’Europa settentrionale, mettono chiaramente in evidenza un aumento significativo del consumo di pesce di mare nel basso Medioevo ed in Età Moderna. È lecito pensare che il fenomeno sia dovuto, oltre che a motivi economici, anche ad una più stretta osservazione del precetto della vigilia, imposto dalla Chiesa. Infatti, in Età rinascimentale e moderna la carne era di solito proibita il venerdì e il sabato, la vigilia di importanti festività e durante l’Avvento e la Quaresima: tutti insieme, questi periodi di astinenza dalla carne potevano variare da un terzo alla metà dei giorni dell’anno. La paleonutrizione toscana I campioni rurali della Toscana si raggruppano ad un livello nettamente inferiore rispetto ai nobili rinascimentali (Medici, Aragonesi e Guinigi), che si pongono nella parte alta del grafico. Per la Pieve dei Monti di Villa, un campione di popolazione rurale medievale e post-medievale della Val di Lima lucchese, il valore del δ 15N si avvicina addirittura al livello degli erbivori terrestri. Considerato l'ambiente della Val di Lima, una fonte di energia disponibile doveva derivare certamente dal consumo di castagne. Infatti, la fascia collinare è caratterizzata, ancora oggi, da ampi castagneti su terrazzamenti, che raggiungono gli 800 metri su entrambi i versanti. La castagna rappresentò certamente per queste popolazioni l'unica vera risorsa disponibile per il fabbisogno alimentare, tanto da essere definita "pane dei poveri". Da segnalare nel campione ottocentesco della Pieve dei Monti di Villa e di Benabbio, una differenza significativa nell’apporto proteico fra i maschi e le femmine, che sembrava dimostrare un minore accesso di queste ultime alle proteine e ai cibi di origine animale. Si era ipotizzata una società contadina patriarcale, dove le donne, che occupavano posizioni "deboli" all'interno della scala sociale, potevano avere a disposizione una minore quantità di cibo pregiato, rispetto alla “forza-lavoro” maschile. Però, l’esame dei registri della Prefettura di Lucca, che riportano anche la professione dei deceduti, ha rivelato la presenza, fra i maschi, di ben 10 ̋possidenti ̋, mentre fra le donne non era presente alcun ̋possidente ̋ ma comparivano ben 8 braccianti. Pertanto, il motivo dell’alimentazione femminile più povera di proteine è più di tipo sociale che antropologico. In conclusione, i primi dati ottenuti sono sufficienti a dimostrare l’interesse dei moderni studi paleonutrizionali. Questi studi sono finalizzati alla ricostruzione non solo della dieta, ma anche, in una visione più ampia, delle “esigenze” alimentari di gruppi particolari, e si affiancano all’antropologia fisica e alla paleopatologia per la ricostruzione dello stile di vita delle popolazioni del passato. Bibliografia Fornaciari G, 2008. Food and disease at the Renaissance courts of Naples and Florence: A paleonutritional study. Appetite 51: 10-14. Fornaciari G 2016. “Tu sei quello che mangi”: Le economie alimentari nelle analisi isotopiche di campioni medievali e post-medievali della Toscana. In “L’alimentazione nell’Altomedioevo: Pratiche, simboli, ideologie”. Atti delle Settimane di Studio della Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo vol. 63, Spoleto, 9-14 aprile 2015, pp. 657-670

    The cutaneous cancer of Ferdinando Orsini, 5th Duke of Gravina (death in 1549)

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    The natural mummy of Ferdinando Orsini, Duke of Gravina in Apulia (southern Italy), dead in 1549 at about 50-55 years of age, showed the face completely covered by a veil and two small patches of cloth at the root of the nose and in the right orbit. After removal of the veil and the patches, surely a medical dressing, an extensive and destructive lesion of the right orbit and the root of the nose appeared. The lesion revealed, at macroscopic examination, complete destruction of the right and root of the left nasal bone, destruction of the medial wall of the right orbit with extensive erosion of the glabellar region and the upper third of the vomer. X-ray examination of the facial skull showed a large, irregular loss of bone, extending from the inner corner of the right orbit, near the root of the nose, towards the frontal bone, with total involvement of the right and partial of left sinuses and the ethmoid, without any sclerotic reaction. Total body X-ray did not reveal any other osteolithic lesion. Histology of eroded fragments of the vomer and left nasal bone showed largelacunae with clear borders, surrounded by other smaller round lacunae, destructing the normal lamellar bone, sometimes containing clusters of partially necrotic cells with solid epithelial-like aspects(Fig. 7a, b), well visible in particular inside one of the largest lacunae.The border between the bone and the underlying tissue in lacunae is clear and sharp and the brownish like-epithelial mass reveals a darker margin (looking like a palisade) and it is separated from the bone by clefting artifacts.The epithelial origin of the cells of the osteolytic lesion was confirmed by the strong positivity for pancytokeratin. The lesion of the facial skull of Ferdinando Orsini is macroscopically and microscopically suggestive of a diagnosis of destructive basal cell carcinoma in advanced stage of evolution (Fornaciari et al., 1989; Gaeta et al., 2015). This tumor, histologically characterizedby a front of neoplastic invasion with cells arranged in a palisade and cleft-like retraction spaces of artefactual nature, has a strong local aggressiveness and cause skin ulceration and bone destruction (hence the Latin name of ‘ulcus rodens’), without remote metastases, is also at present one of the most common malignant skin neoplasms, caused by exposure to sunlight. Literature cited Fornaciari G, Bruno J, Corcione N, Tornaboni D, Castagna M: Un cas de tumeur maligne primitive de la region naso-orbitairedansunemomie de la basilique de S. Domenico Maggiore à Naples (XVIe siècle); in Capasso L (ed): Advances in Paleopathology: Proceedings of the VII European Meeting of the Paleopathology Association: Lyon, September 1988. J PaleopatholMonogrPubl. Chieti, Solfanelli, 1989, pp 65–69. Gaeta R, Ventura L, Fornaciari G: Il tumore di Ferdinando Orsini, duca di Gravina di Puglia (+1549); in Atti del 50° Congresso Nazionale della Società Italiana di Storia della Medicina, Palermo 2-4 ottobre 2014. Palermo 2015, pp. 189-194

    Enrico VII, figlio ribelle di Federico II o segnato dalla sorte?

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    Il signore tedesco Re Enrico VII (1211-42) figlio maggiore dell'Imperatore Federico II, morì nel 1242 e venne sepolto nella Cattedrale di Cosenza (Calabria Italia meridionale) Una esplorazione del suo prezioso sarcofago romano nel novembre del 1998, ha rivelato uno scheletro in parziale connessione anatomica, di un uomo vigoroso, dell'età tra i 30-35 anni e alto 1,72 m. Gli studi paleopatologici hanno mostrato una grave deformità nella rotula sinistra, causata da una frattura giovanile del ginocchio, certamente causa di claudicazione. I cronisti ri8feriscono che il soprannome di Enrico VII fosse “lo sciancato”. Le ossa facciali rivelano:totale riassorbimento della spina nasale anteriore con esposizione delle ossa spugnose e del parziale rivestimento corticale; rimodellamento uniforme dei margini inferiori della apertura nasale;acuta corrosione bilaterale, estensiva, con rimodellamento sub periostale del nuovo osso, della superficie nasale del palatino; e cavità ed erosioni confluenti della superficie orale nella zona mediana delle protuberanze palatina. Questi ritrovamenti facciali sono patognomonici della “facies leprosa” o sindrome rinomascellare della lebbra. I piedi mostrano un assottigliamento bilaterale delle diafisi distali dei quarti metatarsali e delle falangi prossimali, con riassorbimento tipico delle giunture matatarso falangeali e grave periostite femorale e tibiale, ritrovamenti anche questi tipici della lebbra. Va concluso che si trattava di un caso di lebbra; la prima diagnosticata da metodi osteoarcheologici in Italia. È ben noto che Enrico VII si ribellò al padre ma fu sconfitto nel 1235. Dopo la sua sottomissione fu confinato nei castelli dell'Italia meridionale e si suicidò, cadendo in un burrone, nel 1242, dopo 7 anni di prigionia. Con questa scoperta noi ora sappiamo che Enrico VII fosse stato affetto da una grave forma di lebbra. Questa malattia certamente iniziò alcuni anni prima della sua morte e le condizioni di sfigura mento devono averlo costretto ad un isolamento forzato fino al suo drammatico suicidio. Sulla base di questo scenario Federico II appare non solo un padre meno crudele, ma anche essere assolto dal grave sospetto dell’assassinio di suo figlio

    Giovanni Plateario, Practica Brevis. Un manuale di medicina pratica del XII secolo, a cura di Giuseppe Lauriello

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    Nel 2011 fu tenuta presso la Pinacoteca provinciale di Salerno una mostra di manoscritti e libri rari provenienti dall’antica Scuola Medica dal titolo “Il corpo e il cosmo, consigli e rimedi naturali della Scuola Medica Salernitana, nelle opere a stampa e nei manoscritti dei secoli XIII-XIX”, compreso un prezioso codice inedito della Practica brevis di Giovanni Plateario, illustre magister della Scuola, assegnato al XIII secolo, ma la cui originale stesura risaliva al secolo precedente. Arriva ora l’accurata trascrizione, corredata dalla relativa traduzione, della Practica brevis a cura di Giuseppe Lauriello, che utilizza il testo dell’edizione veneta del 1497 presente nella raccolta del De Renzi, affiancata da un commento storico e scientifico. Nell’introduzione il Lauriello traccia un ampio panorama della Medicina altomedievale, iniziando dai secoli immediatamente successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, quando la trasmissione del sapere si ridusse a pochi centri religiosi. Egli ricorda che la prima scuola monastica fu quella di Montecassino, fondata da San Benedetto da Norcia (480-547) nel 529. Come è noto, dal monastero di Montecassino Benedetto dettò la regola di un nuovo ordine monastico, quello benedettino, che ebbe larga diffusione nel Medioevo e svolse un importante ruolo in ambito non solo religioso e culturale ma anche medico. In particolare, si deve all’Ordine benedettino la rinascita dell’interesse per la letteratura medica antica e la coltivazione di piante medicinali a scopo terapeutico. L’A., inquadrando la Practica brevis di Giovanni Plateario in questo contesto culturale e medico, rileva la persistenza di luci ed ombre, sia nella trattazione delle singole malattie che nel complesso di questo vero e proprio manuale di clinica medica. Però spesso il linguaggio oscuro dell’antico magister, conforme al lessico tecnico dottrinario di ascendenza galenica in uso ai suoi tempi, rende ostica l’interpretazione, esponendola a una immeritata sottovalutazione. Ma la paziente e faticosa ricostruzione del frasario botanico medievale, accuratamente interpretata dal Lauriello nelle numerose note al testo, unita a un approfondimento delle dottrine biologiche dell’epoca alla luce della clinica medica moderna, giunge a darci delle vere e proprie sorprese. Nonostante che venga attribuito un valore eccessivo alle diete esclusive di latte e all’esteso uso del salasso, coesiste però una intensa attività professionale e pratica, con idee precorritrici di impostazioni mediche moderne. L’A. ad esempio rileva, soffermandosi sulla trattazione delle malattie dell’apparato respiratorio, come Plateario, sia pure in ossequio all’antica concezione umoralistica, utilizza una terapia favorita dall’uso di farmaci fluidificanti, rivolta principalmente a liberare le vie aeree dagli ingorghi mucopurulenti. È un indirizzo che si avvicina molto alle moderne terapie, miranti al mantenimento della canalizzazione bronchiale attraverso la rimozione delle secrezioni eccessive. Il magister salernitano non consiglia mai la semplice sedazione di una tosse secca e stizzosa, ma ne favorisce l’effetto produttivo con farmaci stimolanti e acceleranti il processo denominato “di cozione” dalla Scuola ippocratica, rimanendo anche in questo caso in linea con gli orientamenti moderni, che ritengono il meccanismo tussigeno finalizzato alla detersione bronchiale. Anche il vomito, indotto da farmaci emetici di buon mattino a scopo purificativo, non è altro che una pratica di drenaggio bronchiale, atta a favorire l’espettorazione e ad allontanare le secrezioni raccoltesi nelle vie aeree nelle ore notturne. Molto razionali e moderne risultano anche le prescrizioni per la cura dell’emottisi: cercare di bloccare lo stillicidio ematico, ridurre la pressione del sangue, favorire la chiusura del vaso leso. Il libro che ora vede la luce, pur affiancando il testo latino ad una precisa traduzione, non ha pretese filologiche, letterarie o critiche e non costituisce un testo per soli specialisti. È un lavoro rivolto ai medici, in particolare ai medici che amano la cultura classica e la storia della medicina e a tutti coloro che sono interessati a conoscere le nozioni e le teorie degli antichi magistri in tema di diagnosi e cura delle malattie e i presupposti in base ai quali regolavano i loro comportamenti professionali e le loro diagnosi

    Paleogenomic and ancient DNA

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    Introduction The DNA is a nucleic acid that contains the genetic information necessary for RNA and protein biosynthesis. DNA extracted from past samples (teeth, bones, faeces, etc.) is defined ancient DNA (aDNA) and needs, to preserve, low level of oxygen, fast decrease in water content and, above all, according to the Arrhenius equation, low temperature. From 1985 (first aDNA extracted from a mummy) with the introduction of the Polymerase Chain Reaction (PCR) several studies of paleogenomic were born, but it is essential to identify some possible errors such as fragmentations, contaminations and post-mortal mutations [1]. The applications of the paleogenomic are: evolutionary biology, population studies, studies of the pathogens and microorganism. Materials and methods We report 3 cases studied by the Division of Paleopathology of Pisa: a) Ferrante I, king of Naples (1431-1494). The natural mummy showed round white formations of the pelvis infiltrating the abdominal wall ( 1a-b). b) Maria of Aragon (1503-1568). The well-preserved artificial mummy had a small peduncolate arborescence neoformation in the right inguinal region. c) Andean female mummy (so-called ‘Fi9’) dated 10th–11th century A.D by radiocarbonium analyses. The natural young mummy presented a marked megavisceral syndrome characterized by megacolon, megaoesophagus and cardiomegaly. It was possible to perform complete autopsies and collect tissue samples utilized for histological analyses and DNA extraction. Results a) Histology performed on the round formations confirmed the diagnosis of colorectal adenocarcinoma. Amplification of aDNA highlighted a point mutation of the codon 12 in K-Ras oncogene responsible for the cancer [2] (fig. 1c). b) Macroscopic and histological aspects seemed peculiar of condyloma acuminatum, a papillomavirus-induced squamous lesion also called “venereal wart”. Molecular study revealed the presence of HPV 18, a virus with high oncogenic potential. Automated sequencing of several clones revealed 100% similarity sequences of both HPV 18 and JC9813 DNA, a putative novel HPV with low oncogenic potential [3] (fig. 2c) c) Analysis of the gut microbiome (paleofeces, descending, transverse and ascending colon) underlined the massive presence of Clostridiceae. Sequences homologous to HPVs in the mummified gut (descending colon) was particularly surprising. It was detected also the Tripanosoma cruzi; by comparing a partial sequence homologous to the large ribosomal subunit alpha of the presumptive ancient T. cruzi with modern strains, we suggest that this pathogen may have a more remote origin than previously expected. We also found sequences associated with putative beta-lactamases, penicillin-binding proteins, resistance to fosfomycin, chloramphenicol, aminoglycosides, macrolides, sulfa, quinolones, tetracycline and vancomycin, and multi-drug transporters [4] (fig. 3c). Conclusion a) The alimentary “environment” of the Neapolitan court of the XV century, with its abundance of natural alimentary alkylating agents (red smoked meat), well explains the acquired mutation of K-Ras. b) This represented the first molecular diagnosis of HPV in mummies. HPV is a very old virus that evolved together with man. c) Streptococcus, Staphylococcus, Bacillus and Pseudomonas sequences were identified in the mummified gut, opening the opportunity to investigate possible mechanisms by which these bacteria are preserved. The detection of sequences homologous to those of pathogens such as T. cruzi and HPV indicate their presence in the Americas prior to European colonization. The presence of antibiotic-resistance genes in an 11th century pre-Columbian Andean mummy is intriguing as antibiotics were introduced recently. The presence of beta-lactam antibiotic resistance is certainly not unexpected in any culture, as would be in the case of resistance to any natural rather than a semi- or completely synthetic antibiotic as a result of exposure to natural antibiotic-producing microbiota originating from the environment (e.g. soil); however, vancomycin, particularly, was discovered more than 50 years ago, and vancomycin-resistance genes have been mainly implicated with the increased use of this antibiotic. The presence of antibiotic-resistance genes in the ancient human gut microbiome clearly indicates that these genes pre-date therapeutical use of these compounds and that they are not necessarily associated to a selective pressure of antibiotics use. Identification of pathogens and antibiotic-resistance genes in ancient human specimens will aid in the understanding of the evolution of pathogens as a way to treat and prevent diseases caused by bacteria, microbial eukaryotes and viruses. References Willerslev E, Cooper A. Review paper. Ancient Dna. Proceedings of the Royal Society of London B: Biological Sciences. 2005; 272(1558):3– 16. Marchetti A, Pellegrini S, Bevilacqua G, Fornaciari G. K-RAS mutation in the tumour of Ferrante I of Aragon, King of Naples. The Lancet; 1996, May 4;347(9010):1272. Fornaciari G, Zavaglia K, Ciranni R. Human papillomavirus in a 16th century mummy. The Lancet; 2003, Oct 3, vol 362. Santiago-Rodriguez TM, Fornaciari G, Luciani S, Dowd SE, Toranzos GA, Marota I, Cano RJ. Gut Microbiome of an 11th Century A.D. PreColumbian Andean Mummy. PLoS One, 2015 Sep 30;10(9)

    Paleoleogenomics and ancient DNA

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    The DNA is a nucleic acid that contains the genetic information necessary for RNA and protein biosynthesis. DNA extracted from past samples (teeth, bones, faeces, etc.) is defined ancient DNA (aDNA) and needs, to preserve, low level of oxygen, fast decrease in water content and, above all, according to the Arrhenius equation, low temperature. From 1985 (first aDNA extracted from a mummy) with the introduction of the Polymerase Chain Reaction (PCR) several studies of paleogenomic were born, but it is essential to identify some possible errors such as fragmentations, contaminations and post-mortal mutations. The applications of the paleogenomic are: evolutionary biology, population studies, studies of the pathogens and microorganism. We report 3 cases studied by the Division of Paleopathology of Pisa: a) Ferrante I, king of Naples (1431-1494). The natural mummy showed round white formations of the pelvis infiltrating the abdominal wall. b) Maria of Aragon (1503-1568). The well-preserved artificial mummy had a small peduncolate arborescence neoformation in the right inguinal region. An Andean female mummy (so-called ‘Fi9’) dated 10th–11th century A.D by radiocarbonium analyses. The natural young mummy presented a marked megavisceral syndrome characterized by megacolon, megaoesophagus and cardiomegaly. It was possible to perform complete autopsies and collect tissue samples utilized for histological analyses and DNA extraction. a) Histology performed on the round formations confirmed the diagnosis of colorectal adenocarcinoma. Amplification of aDNA highlighted a point mutation of the codon 12 in K-Ras oncogene responsible for the cancer. b) Macroscopic and histological aspects seemed peculiar of condyloma acuminatum, a papillomavirus-induced squamous lesion also called “venereal wart”. Molecular study revealed the presence of HPV 18, a virus with high oncogenic potential. Automated sequencing of several clones revealed 100% similarity sequences of both HPV 18 and JC9813 DNA, a putative novel HPV with low oncogenic potential c) Analysis of the gut microbiome (paleofeces, descending, transverse and ascending colon) underlined the massive presence of Clostridiceae. Sequences homologous to HPVs in the mummified gut (descending colon) was particularly surprising. It was detected also the Tripanosoma cruzi; by comparing a partial sequence homologous to the large ribosomal subunit alpha of the presumptive ancient T. cruzi with modern strains, we suggest that this pathogen may have a more remote origin than previously expected. We also found sequences associated with putative beta-lactamases, penicillin-binding proteins, resistance to fosfomycin, chloramphenicol, aminoglycosides, macrolides, sulfa, quinolones, tetracycline and vancomycin, and multi-drug transporters. Conclusion a) The alimentary “environment” of the Neapolitan court of the XV century, with its abundance of natural alimentary alkylating agents (red smoked meat), well explains the acquired mutation of K-Ras. b) This represented the first molecular diagnosis of HPV in mummies. HPV is a very old virus that evolved together with man. c) Streptococcus, Staphylococcus, Bacillus and Pseudomonas sequences were identified in the mummified gut, opening the opportunity to investigate possible mechanisms by which these bacteria are preserved. The detection of sequences homologous to those of pathogens such as T. cruzi and HPV indicate their presence in the Americas prior to European colonization. The presence of antibiotic-resistance genes in an 11th century pre-Columbian Andean mummy is intriguing as antibiotics were introduced recently. The presence of beta-lactam antibiotic resistance is certainly not unexpected in any culture, as would be in the case of resistance to any natural rather than a semi- or completely synthetic antibiotic as a result of exposure to natural antibiotic-producing microbiota originating from the environment (e.g. soil); however, vancomycin, particularly, was discovered more than 50 years ago, and vancomycin-resistance genes have been mainly implicated with the increased use of this antibiotic. The presence of antibiotic-resistance genes in the ancient human gut microbiome clearly indicates that these genes pre-date therapeutical use of these compounds and that they are not necessarily associated to a selective pressure of antibiotics use. Identification of pathogens and antibiotic-resistance genes in ancient human specimens will aid in the understanding of the evolution of pathogens as a way to treat and prevent diseases caused by bacteria, microbial eukaryotes and viruses. References Willerslev E, Cooper A. Review paper. Ancient dna. Proceedings of the Royal Society of London B: Biological Sciences. 2005; 272(1558):3– 16. Marchetti A, Pellegrini S, Bevilacqua G, Fornaciari G. K-RAS mutation in the tumour of Ferrante I of Aragon, King of Naples. The Lancet; 1996, May 4;347(9010):1272. Fornaciari G, Zavaglia K, Ciranni R. Human papillomavirus in a 16th century mummy. The Lancet; 2003, Oct 3, vol 362. Santiago-Rodriguez TM, Fornaciari G, Luciani S, Dowd SE, Toranzos GA, Marota I, Cano RJ. Gut Microbiome of an 11th Century A.D. PreColumbian Andean Mummy. PLoS One, 2015 Sep 30;10(9)

    INFORMAZIONI NASCOSTE NELLE MUMMIE, NELLE SEPOLTURE E NEGLI ANTICHI AMBIENTI ABITATIVI: L’ARCHEOENTOMOLOGIA MEDICA DEGLI INSETTI VETTORI

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    Hidden information within mummies burials and ancient houses: Medical archaeoentomology of insect-vectors for investigating past epidemics In recent years there was a new, strong interest for the cemeteries of ancient epidemics and new archaeological and molecular methods of looking at this question were adopted, and many mass and multiple burials were explored. We can mention in England the accurate excavations of the Black Death cemetery (1349), at East Smithfield in London, in France the Observance convent (1720-1722), at Marseille, the trenches of the Capucins of Ferrières in Martigues, at Bouches-du-Rhône, of same period, and the cemetery of hospital of Fédons (1590), at Lambesc. In Italy we had the discovery of the large plague cemetery of Saint Michael at Alghero (1582-1583) in Sardinia. At present, the molecular studies clarified that the plague epidemics were caused by different strains of Yersinia pestis. Regarding the insect-vectors, only the genus Pediculuswas intensively studied so far, but a great research work remains still to do about the insects involved not only in the plague pandemics but also in epidemic typhus and in some diffuse endemic infections, as for example malaria and Chagas’ disease. In conclusion, the medical archeo-entomology will offer a potent tool for understanding the epidemiology of epidemics, eventual effects of other diseases on the emergence of plague and human-pathogen and insect-vector coevolution, addressing questions of great interest for different researchers, as historians, paleopathologists and geneticists

    Mummies

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    Mummies are human remains with preservation of soft tissues. Natural mummification by natural environment produces natural mummies, whereas mummification induced by human intervention results in artificial mummies. Mummies may give many information into mortuary practices and burial rites, but the presence of soft tissues may expand the paleopathological studies. Recent mummy studies have developed non-destructive methods for the examination of mummies, including digital X-ray, computed tomography (CT) with three-dimensional visualization, and endoscopic techniques. Nevertheless, classical autopsy, when possible, is the preferable procedure for securing tissue samples from specific organs, such as heart, lungs, and liver, essential for good paleopathological diagnoses
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