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Tesori musicali emiliani
La collana «Tesori musicali emiliani» propone l’edizione di musiche di grande interesse storico, stilistico ed esecutivo – a esse dedicano lodi musicisti illustri e musicografi di fama internazionale – dovute a compositori emiliani per nascita o per adozione, attivi nei secoli XVII e XVIII. Nell’ampio ventaglio di generi musicali proposti, particolare interesse è riservato agli oratorii e alle musiche per la liturgia: àmbito della più ispirata espressione di compositori quali G. P. Colonna, G. B. Bassani, D. Gabrielli, G. A. Perti e G. B. Martini, tali generi riservano testimonianze concrete sulla fortuna della musica in seno a confraternite e corti principesche, e sulla ricchezza e teatralità di risorse tecniche e artistiche nella pratica delle cappelle musicali
"La psychanalyse, son image et son public": il volume che fonda la teoria delle rappresentazioni sociali
Viene presentato il testo di Moscovici su cui si è basato lo sviluppo della teoria delle rappresentazioni sociali, mettendone in risalto la forza anticipatrice e la ricchezza dei contenuti
La normalizzazione della vita quotidiana: una prospettiva psicosociale sulla malattia cronica.
Il libro si interroga sulla malattie e sulla salute, sulla normalità e sui molti modi di essere normali lungo i percorsi di vita. Per la prima volta in chiave interdisciplinare una malattia cronica rara di notevole impatto sull'immaginario popolare, l'emofilia, viene studiata mettendo in discussione la medicalizzazione che riduce la soggettività del paziente a sofferena da eliminare e il corpo a puro oggetto di interesse medico
Infanzia, pratiche quotidiane e rappresentazioni sociali
Questo volume, a cui hanno collaborato importanti studiosi italiani ed europei di psicologia sociale, intende mettere in risalto l’ampliamento di prospettiva che la teoria delle rappresentazioni sociali può offrire nell’indagine su diversi temi centrali della disciplina. Viene così mostrato il potere euristico della teoria e la sua efficacia in relazione ad argomenti classici quali: identità sociale, socializzazione nell’infanzia, condivisione delle emozioni negli eventi collettivi, memoria sociale e collettiva, influenza sociale, pregiudizio etnico e razzismo, malattia mentale
La scuola di Ginevra
Vengono illustrati gli sviluppi della ricerca sulle rappresentazioni sociali della scuola di Ginevra, che ha messo a fuoco il tema dei diritti umani
Introduzione
Questo volume, a cui hanno collaborato importanti studiosi italiani ed europei di psicologia sociale, intende mettere in risalto l’ampliamento di prospettiva che la teoria delle rappresentazioni sociali può offrire nell’indagine su diversi temi centrali della disciplina. Viene così mostrato il potere euristico della teoria e la sua efficacia in relazione ad argomenti classici quali: identità sociale, socializzazione nell’infanzia, condivisione delle emozioni negli eventi collettivi, memoria sociale e collettiva, influenza sociale, pregiudizio etnico e razzismo, malattia mentale
Una forma specifica di genitorialità simbolica: il caso delle comunità per minori
In antitesi ai grandi istituti assistenziali, le comunità residenziali si sono caratterizzate, fin dalla loro nascita, per il tentativo di fornire ai minori un clima quanto più familiare possibile, in cui la centralità della relazione con adulti significativi e le caratteristiche di intimità e accoglienza dell’ambiente di vita costituiscono i punti cardine attraverso cui avviare processi protettivi e riparatori (Emiliani e Bastianoni, 1993).
In tali contesti, l’azione educativa e di cura a cui, quotidianamente, l’adulto è chiamato, stimola la presente riflessione sui modi in cui il tema della genitorialità viene vissuto, compreso e re- interpretato in chiave operativa.
Nel complesso, l’analisi della realtà attuale ci porta a osservare quanto il modello familiare - inteso in una prospettiva normativa e non ancora pluralista (Fruggeri, 2005) - sia ancor oggi un importante organizzatore dell’intervento di comunità, esercitando la sua influenza sia dall’esterno, attraverso le politiche che regolano gli invii e definiscono la “gerarchia” di interventi da attuare in previsione della definitiva chiusura di tutti gli istituti (nota 1), sia dall’interno, qualificando i termini della proposta relazionale di cui gli adulti si fanno promotori.
Da tempo, infatti, sappiamo che i modelli culturali impliciti - fra i quali quello di madre/padre famiglia - sono particolarmente importanti nella costruzione dell’identità professionale degli educatori e nella determinazione dei loro atti educativi (Le Poultier, 1987; Bastianoni e Palareti, 2005; Fyhr, 2001; Moses, 2000) . Ma quali sono, nello specifico, i modelli genitoriali a cui si rivolgono gli educatori? A tale proposito verranno presentati i risultati di un’indagine qualitativa volta a rilevare le immagini simboliche inerenti il ruolo in un campione di donne impegnate nella conduzione di comunità familiari.
Per superare la fuorviante e vetusta antinomia fra familiare e professionale e al fine di rimettere al centro dell’intervento educativo i processi funzionali (a scapito di quelli normativi e strutturali) che nei contesti comunitari permettono di svolgere efficacemente il proprio compito educativo, viene sottolineata la necessità di una pratica professionale che si confronta con teorie scientifiche e supportata da adeguati spazi di riflessione.
Bastianoni, P.; Palareti, L. (2005), “La comunità per minori: tracce di riflessione e intervento”. In G. Speltini, (a cura di), Minori, disagio e aiuto psicosociale. Bologna: Il Mulino
Emiliani, F., Bastianoni, P. (1993), Una normale solitudine. Roma: NIS.
Fruggeri, L. (2005), Diverse normalità: psicologia sociale delle relazioni familiari. Roma: Carocci.
Fyhr, G. (2001), Residential institutions requesting supervision: a theoretical analysis of an empirically studied problem. Child and family social work, 6, 59-66.
Le Poultier, F. (1987) Processus cognitifs et pratique du travail social. In J.L. Beauvois, R.V. Joule e J.M. Monteil (Eds.), Perspectives cognitives et conduits sociales. Théories implicites et conflits cognitifs (pp. 29-43). Cousset : Del Val.
Moses, T. (2000), Why people choose to be residential child care workers. Child and youth care forum, 29 (2), 113-126.
nota:
1-Cfr. la legge 149/2001 e il “Documento per la stesura di un piano di interventi per rendere possibile la chiusura degli istituti per minori entro il 2006”, a cura dell’Osservatorio Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza
La communauté residentielle comme facteur de protection lorsq'un enfant est éloigné des siens.
Dans ce chapitre sont stipulé les caracteristiques essentielles du placement familial dans une communauté residentielle, consideré comme reponse aux besoins evolutifs des enfants qui doivent etre éloignes de leurs familles, dans le cadre législatif italien. En particulier il est fait référence aux resultants obtenus an cours de lìobservation d’une communaute pour mineurs ayant un caractere experimental, etudieé dans un precedent travail (Bastianoni, Emiliani, 1988). Ont été analysés les caractéristiques de cette communauté qui la definissent comme un « facteur de protection » dans l’historie personnelle des mineurs hébergés. Le concepte de « facteurs de protection » s’est largement affirmé dans ce sens comme un aspect spécifique d’une plus grande capacité individuelle à faire face au stress. Ce deplacement des variabiles aux process a comporté l’adoption d’une perspective theorique de type interactionnel qui explique la « resilience » non pass comme un facteur « individuel » lié à là constitution biologique ou au tempéramnt de l’individu, mais qui la considére dans le contexte des interactions de la personne avec son mileu. Le déplacement s’affectue donc, comme le soutient Rutter (1988) de l’etude del variabiles aux processus de negociation des condition de risque et ce concept de negation met en cause le role actif de la personne dans l’elaboration et la representation de ses propres condition de vie et de ses propres capacités. C’est dans cette optique que la communauté résidentielle peut constituer un système de support qui, permettant aux enfants de se reconstruire une identité positive à travers l’augmentation de l’estime de soi et la « self efficacy » peut favoriser le développement de capacités adéquates pour affronter des condition de vie familiale défavorables rendant possible de cette manière une insertion normale dans la vie sociale
Contesti culturali e processi di crescita
Usiamo continuamente il termine quotidiano nella vita di tutti i giorni per definire, delimitare, una sfera della nostra esistenza. Il quotidiano è una dimensione della realtà in cui viviamo e che contrapponiamo ad altre sfere di esperienza che di solito comprendono accadimenti che si presentano nella forma dell’imprevisto. Avvertiamo, quasi inconsciamente, l’esigenza di dare un ordine e semplificare la realtà che ci circonda e di cui facciamo parte, perché in un mondo caotico e imprevedibile non potremmo sopravvivere: la realtà quotidiana è la sfera dell’adattamento, costruita sulle routine, i rituali e le regole che costituiscono l’impalcatura che sorregge e orienta i comportamenti sociali e le relazioni.
Il quotidiano è dunque una sfera di realtà che tende alla stabilità: totalmente prevedibile per far fronte all’imprevisto, totalmente familiare per far fronte al misterioso e inquietante, certamente privato ma anche condiviso con gli altri.
Rendere la realtà quotidiana significa sottoporre parte dell’esperienza soggettiva, individuale e collettiva, ad un processo che la porta ad essere tanto scontata da divenire oggettiva, un dato di fatto, che si realizza attraverso l’oggettivazione, la familiarità, e la condivisione. I processi di sviluppo dei bambini piccoli si basano sulla co-partecipazione a pratiche quotidiane che li riguardano: gli aspetti cruciali del quotidiano corrispondono ai temi cruciali dello sviluppo infantile, con specifico riferimento alla costruzione di routine, alla regolazione e alla condivisione. Super e Harkness (1986) a questo proposito hanno proposto l’idea di “nicchia di sviluppo” a sintetizzare la convergenza tra approcci teorici della tradizione psicologica e antropologica.Le relazioni al nido si configurano allora come di un ambito privilegiato di riflessione sulla relazione adulti-bambini, un ambito che beneficia della consapevolezza degli educatori, della loro capacità di mettersi continuamente in gioco, di accogliere i segnali espressi anche senza le parole, e della cui esperienza dovrebbero beneficiare anche altri adulti meno sollecitati al cambiamento rispetto a chi vive a contatto con i bambini: “mettersi in gioco per crescere nell’esperienza comune non è facile: significa considerare i propri valori e riferimenti culturali come non assoluti ma relativi; significa considerarsi in cammino lungo l’itinerario di una crescita di cui i bambini sono metafora esistenziale, e gli adulti gli accompagnatori tenaci, autorevoli, ma non prevaricatori. Affermare ciò è semplice e forse un po’scontato: realizzarlo, fare proprie nella quotidianità queste considerazioni è la sfida a cui è chiamato, giorno dopo giorno, ogni educatore “quasi perfetto”. (Marchesi,Benedetti, Emiliani, in Emiliani, 2002, p. 150)
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