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O espaço e as formas
Nell’esperienza condotta da Dias il progetto, a qualunque scala esso si sviluppi, non abbandona l’aderenza a una visione d’insieme, radicandosi in maniera rigorosa al dato fisico del luogo senza tuttavia perdere mai di vista le istanze del progetto. Nelle opere realizzate prevale una calibrata tensione fra lo spazio aperto, oggetto di una lettura sempre minuziosa e attenta ad ogni piccola presenza, gli esterni, generalmente caratterizzati da volumetrie pure e dai caratteri razionali, e gli interni, in cui prevale l’apertura nei confronti del paesaggio inquadrato e l’attenzione nei confronti della scala umana.
La questione dello spazio assume in questo contesto un ruolo di primo piano. Si tratta di uno spazio interpretato, sulla scorta della nota riflessione sviluppata da Fernando Távora, come vera e propria forma
Nuovo parco urbano Area Ex Boschetti Padova
Il progetto risponde alle richieste del bando assumendo come principale elemento di confronto la struttura territoriale e urbana di Padova e fissando l’attenzione in particolare sui caratteri degli spazi aperti.
L’area di progetto viene definita come elemento appartenente al sistema più vasto delle componenti che appartengono al corso d'acqua sul quale si affaccia. Il fiume, con la vegetazione che ne definisce le sponde, diventa così elemento generatore, arteria naturale che si espande verso il tessuto della città. I suoi bordi accolgono, all’interno di aree ripopolate da alberi e arbusti, spazi dedicati alla sosta e alle attività del tempo libero. All’interno di questo sistema l’area ex-Boschetti si configura come vero e proprio parco urbano, grande spazio verde aperto alla collettività, elemento di mediazione fra il carattere urbano e quello naturale del sito. Un sistema di luoghi di sosta e padiglioni accompagna il corso del fiume e trova il suo momento di maggiore densità all’interno dell’area ex-Boschetti. I padiglioni, in legno lamellare, si configurano come elementi modulari aperti ad una serie di variabili. Leggermente sollevati da terra, essi rispondono di volta in volta alle esigenze dettate dal luogo e dall’uso attraverso la variazione delle parti – aperture e chiusure, coperture e spazi a cielo aperto – cercando una precisa relazione con il paesaggio e lo spazio. Le scelte progettuali privilegiano l’uso di materiali rinnovabili, con una grande prevalenza del legno, e l’individuazione di soluzioni altamente flessibili a differenti usi.Progetto presentato al Concorso di idee "Nuovo Parco Urbano Area Ex Boschetti Padova". Ente banditore: Comune di Padova.
Gruppo di progettazione: Francesco Gulinello (capogruppo), Elena Mucelli, Lorena Pulelli. Consulente: Marialuisa Cipriani. Collaboratori: Marco Giovinazzo, Tiziano Torchia, Alessandro Quadro. Progetto 7° classificato
Case nel bosco per godere sole e stelle = Houses in the Wood to enjoy the Sun and the Stars
Nel 1938 Gio Ponti e Bernard Rudofsky elaborano il progetto per un albergo ‘nel bosco’ in cui architettura e paesaggio si fondono in una continua oscillazione che vede gli ambienti interni riversarsi verso gli spazi aperti e il paesaggio irrompere all’interno dello spazio domestico. A partire dai disegni originali di Ponti l’autrice ricostruisce lo spazio di una ‘stanza’ dell’albergo attraverso la costruzione di un modello fisico. Le immagini fotografiche che lo riprendono, realizzate rispettando i punti di vista indicati dall’autore e l’orientamento desunto dalla planimetria generale, rappresentano la verifica delle relazioni fra uomo, architettura e luogo suggerite dai disegni e dalle descrizioni del progetto.In 1938, Gio Ponti and Bernard Rudofsky worked out a project for a hotel ‘in the woods’ in which architecture and landscape should blend into one in an endless toeing and froing whereby the indoor spills into the outdoor and the landscape breaks into the house. Based on Ponti’s original drawings, the author goes through the space of one of the hotel ‘rooms’ by building a physical model of it. The photographs of the hotel, taken from the perspectives mentioned by the author and the angle argued from the general layout, are a way to understand the relationships between man, architecture and landscape, as suggested by the drawings and descriptions of the project
Natura. Perfezione con libertà
Il giardino romantico di Villa Bolasco, insieme alla villa, custodisce un patrimonio di eccezionale interesse, sia dal punto di vista architettonico che naturalistico.
L’attuale configurazione dell’area rivela solo in parte le sue origini e le diverse trasformazioni che, da cinquecentesco “loco vocato Paradiso” l’hanno trasformata in un ricco complesso di spazi aperti e costruzioni che avrebbe ospitato,Il grande giardino storico ospita più di un migliaio di alberi, alcuni imponenti, molti
secolari, di specie differenti. I sentieri disegnano percorsi fra gli alberi, attraversano le masse vegetali e si dispongono alla narrazione attraverso le fotografie di Massimo Sordi, che inseguono il continuo trasformarsi della natura, evidenziando come ogni forma sia mobile e inconclusa, come ogni elemento sia in movimento
FACIES. Architetture urbane
FACIES si inserisce nell’ambito delle attività promosse dal Dipartimento di Architettura dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna per la divulgazione delle discipline del progetto presso le istituzioni e la società. La mostra ha ottenuto il patrocinio Dell'Urban Center di Bologna e dell'Ordine degli Architetti di Bologna. Dedicata al tema della facciata in architettura, FACIES utilizza lo strumento della rappresentazione, e in particolare il modello, per indagare una serie di casi studio estrapolati dalla contemporaneità rivelando i mondi di forme che li popolano e ritrovando frammenti di quello stesso mondo all’interno di una serie di facciate che appartengono ad un contesto temporale e spaziale diverso, la Milano degli anni Cinquanta e Sessanta.
I modelli esposti sono accompagnati da materiali video che documentano differenti aspetti legati alla ricerca sulle relazioni fra architettura e forma. Le videointerviste a Maria Vittoria Capitanucci e Orsina Simona Pierini propongono una serie di riflessioni sulle vicende della ricostruzione a Milano fra gli anni Cinquanta e Sessanta e sul valore che la facciata assume in quel contesto in relazione al progetto dell’edificio e alla città. Il video “Urban Transitions”, rivisitando 10 fra le architetture milanesi ricostruite, propone un’interpretazione della facciata come elemento di mediazione fra edificio e città. MODELLI
LaMo - Laboratorio Modelli di Architettura - DA
Francesco Gulinello - Responsabile scientifico
Davide Giaffreda - Responsabile tecnico
Marika Mangano - Tecnico di laboratorio FACIES è stata ospitata presso l'Urban Center di Bologna, in Piazza Nettuno 3, dal 6 aprile al 13 maggio 2017.
studenti del Corso di laurea in Architettura di Cesena coordinati da Davide Giaffreda
Margherita Memè, Giovanni Morelli, Wladim Morigi, Camilla Pietroni, Ruggiero Scommegna, Giovanna Turchi, Ilaria Franchini, Silvia Toderi, Alba Paulì
studenti del Liceo Artistico Dosso Dossi di Ferrara coordinati da Laura Sangiorgi
Rosalba Balla, Caterina Gottardi, Wei Liu, Irene Merighi, Federica Nordi, Alessia Rossi, Antonio Salerno , Nichole Steghi, Giulia Taddia, Arianna Travagli, Federica Vallicelli, Sofia Zoni
VIDEO
LaFo - Laboratorio di Fotografia – DA
Stefania Rössl - responsabile scientifico
Raffaella Sacchetti - responsabile tecnico
URBAN TRANSITIONS
ideazione e riprese
Stefania Rössl, Massimo Sordi
montaggio
Raffaella Sacchetti
RIFLESSIONI
conversazione con Maria Vittoria Capitanucci - Milano, 12.09.2016 e 20.02.2017
conversazione con Simona Orsini Pierini – Milano, 23.09.2016
Interviste a cura di Matteo Sintin
I plastici ricostruttivi del sacello e del pozzo
Il plastico si pone non
tanto, o non solo, come la rappresentazione di un
oggetto determinato ma piuttosto come il mezzo
attraverso il quale scomporre ed analizzare gli
elementi che costituiscono l'oggetto stesso per
poi ricomporli e rimetterli in relazione con il contesto
al quale appartengono.
In questo senso esso dovrebbe spingere ad
una serie di operazioni di carattere epistemologico
che conducano ad un arricchimento dell' oggetto
con una serie di motivi percepibili ed
apprezzabili proprio grazie al dispositivo utilizzato
per la sua rappresentazione.
Il plastico diventerebbe in questo modo ciò
che veramente dovrebbe essere per rispondere
alle nostre esigenze, e cioè allo stesso tempo
riproposizione di un oggetto e strumento di
riflessione sulle qualità dell'oggetto riprodotto
Rimini. Immaginari urbani
Se l’immaginario urbano emerge dal dialogo fra il volto concreto della città e il suo ritratto, fra i monumenti, le strade, le case, i paesaggi, i vuoti e le pietre che la abitano e l’immagine che di essi ci restituiscono pittori, narratori, fotografi, disegnatori, difficilmente potremmo trovarci di fronte a una babele di lingue e significati paragonabile a quella che ci propone Rimini.
La città storica, scenario dei miti più consunti prodotti ad uso e consumo dell’industria turistica, si è resa disponibile ad assumere di volta in volta sembianze diverse, assecondando la costruzione di un’identità che la voleva capace di supportare i luoghi comuni nati dal boom economico che a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta ha determinato la sua immagine più riconosciuta. Rimini diventa così una sorta di città giocattolo, un parco divertimenti dove ogni linguaggio, anche il più improbabile, ha diritto di esistere, un luogo popolato da icone dal forte potere suggestivo, scenario di eccessi in cui è difficile individuare il confine fra realtà e finzione.
Accanto alla Rimini di celebrati stereotipi esiste però una città i cui volti sembrano a tratti invisibili, le cui fattezze vengono suggerite, utilizzando strumenti diversi, dagli esiti di percorsi di ricerca che affondano le proprie radici nel contesto delle arti visive e della narrativa. Il paesaggio, lo spazio urbano, l’architettura del territorio riminese diventano per alcuni scrittori, ma anche per artisti contemporanei che operano nel campo della pittura e della grafica, come Marco Neri, o della fotografia, come Guido Guidi, oggetto di un’indagine rivolta alla lettura scrupolosa del reale, dell’ordinario, del quotidiano. Inseguendo il valore di un procedimento “scientifico”, rinunciando al giudizio, interrogando gli oggetti da prospettive inattese le loro opere restituiscono il volto di una Rimini invisibile, offrendo nuovi materiali per l’interpretazione di una città
La linea dell’orizzonte
La costruzione di nuove strategie di sviluppo per la città e il territorio non può prescindere da un’azione di condivisione dei principi su cui esse si fondano da parte della collettività e dei soggetti coinvolti nella loro attuazione. Tuttavia, una condivisione è possibile e praticabile solo nel momento in cui si sia costruito un processo di scambio in grado di garantire il trasferimento degli elementi conoscitivi e identitari di un luogo e di rendere concreta la capacità di una comunicazione efficace fra tecnici, esperti, amministratori e società civile.
L'esperienza della Fabbrica diffusa può essere rappresentata come un viaggio, un’occasione per esplorare, smontare e ricomporre pezzi di storia rimettendone in gioco i significati. L’obiettivo principale del progetto è mettere a fuoco le relazioni che sussistono fra l’evolversi del sistema produttivo che ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di Cesena e le trasformazioni fisiche della città, nella convinzione
che i risultati della ricerca possano offrire da un lato maggiore consapevolezza sull’evoluzione di un territorio, dall’altro possibili suggestioni per pensare
al suo futuro. Altrettanto definita è la volontà di intraprendere un percorso che attraversi territori eterogenei, interrogando non solo i testi, attraverso la ricerca
bibliografica, ma anche i documenti d’archivio, le fotografie d’epoca, i libri, i manifesti pubblicitari, gli avvisi alla cittadinanza, i materiali video, i progetti architettonici e urbanistici, gli schizzi, le mappe, i piani regolatori, le proposte e le realizzazioni, gli eventi collettivi e, non ultima, la testimonianza diretta di coloro
che hanno preso parte alle scelte
La fabbrica diffusa. Produzione e architettura a Cesena
La fabbrica diffusa presenta i contenuti di una ricerca dedicata alle trasformazioni del territorio cesenate dall’Unità d’Italia alla contemporaneità, interpretando l’evolversi del sistema produttivo come elemento in grado di influenzare con forza e incisività i cambiamenti della città e del territorio. La scelta di una sequenza dichiaratamente cronologica non rinuncia all’intreccio delle relazioni fra elementi che attengono a contesti differenti ma inevitabilmente connessi. Eventi storici, a scala locale ma anche nazionale e internazionale, fatti istituzionali, in particolare legati all’organizzazione della produzione, e mutamenti fisici, relativi a progetti e realizzazioni a scala urbana e territoriale, costruiscono una continua tensione dialettica, incrociando costantemente la linea del tempo che accompagna le quattro sezioni temporali in cui si organizza il racconto.
Cinque volumi fotografici si affiancano al percorso di ricerca, proponendo una narrazione visiva plurale del territorio:
Cervese Sud di Guido Guidi
Viale Europa di Michele Buda
Segnavia di Francesca Gardini
Zona K 17 di Francesco Raffaelli
Dismano di Massimo Sordi
Ognuna di queste cinque campagne fotografiche si focalizza su alcune aree strategiche del territorio cesenate come punto di partenza per una riflessione più ampia sulla relazione tra fotografia e paesaggio contemporaneo
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