962 research outputs found

    The mathematics of Ponzi schemes

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    A first order linear differential equation is used to describe the dynamics of an investment fund that promises more than it can deliver, also known as a Ponzi scheme. The model is based on a promised, unrealistic interest rate; on the actual, realized nominal interest rate; on the rate at which new deposits are accumulated and on the withdrawal rate. Conditions on these parameters are given for the fund to be solvent or to collapse. The model is fitted to data available on Charles Ponzi's 1920 eponymous scheme and illustrated with a philanthropic version of the scheme.Ponzi scheme; differential equation; market; bond

    Heiner Müller: Auf der Suche nach dem Unmöglichen. Ein Gespräch mit Mauro Ponzi

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    Si tratta di un colloquio con Heiner Müller, avvenuto nel 1996 ad Amburgo, in margine alla riunione del PEN-Club, registrato e trascritto da Mauro Ponzi e pubblicato nella edizione delle opere complete dell'autore tedesco. Heiner Müller, col suo tono paradossale e a tratti provocatorio, parla del suo teatro, della tecnica compositiva e delle messe in scena

    La lingua emigrata. Ebrei tedescofoni in Israele: studi linguistici e narratologici

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    La “lingua emigrata” di cui si tratta in questo libro è la lingua di una parte significativa ma poco nota della comunità linguistica tedesca, gli Jeckes. Con questo termine, dall’etimo incerto, si intendono gli ebrei provenienti dalla Germania nazionalsocialista che, spesso dopo lunghi viaggi e soggiorni temporanei in altri paesi (tra cui anche l’Italia), arrivarono in Palestina durante gli anni Trenta. Si tratta di circa sessantamila persone che hanno portato con sé la lingua e la cultura tedesca dell’epoca di Weimar, con le quali, attraverso gli anni e le generazioni, hanno mantenuto un legame strettissimo. Per lasciare una diretta testimonianza delle proprie esperienze di vita, un ampio gruppo di Jeckes, nonostante comprensibili difficoltà, ha raccontato la sua storia in forma di narrazioni autobiografiche, successivamente raccolte e rese pubblicamente accessibili nel cosiddetto Israelkorpus. In questo libro Anne Betten, Veronica D’Alesio, Sabine E. Koesters Gensini, Simona Leonardi, Barbara Nocerito, Rita Luppi, Maria Francesca Ponzi e Eva Maria Thüne, otto studiose di linguistica (tedesca) appartenenti a diverse generazioni, analizzano queste interviste con l’intenzione di far conoscere anche al lettore italiano la vita e la lingua di questa comunità, restituendo così una parte importante della storia non solo linguistica della cultura tedescofon

    Ponzi game in OLG model with endogenous growth and productive government spending

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    Barro's model is an AK model, and there cannot be dynamic inefficiency since the social yield of the capital is higher than the growth rate. But it may be that the private yield and thus the interest rate are lower than the growth rate. One can thus have a Ponzi game and the government can allow a permanent roll-over of debt and cut taxes. However we show that in this model since the capital is under-accumulated, playing a Ponzi game produces a crowding-out of capital and reduces the growth rate and welfare. The practical message of this article is that even when the interest rate is lower than the growth rate, the public debt is not a Pareto improvement when it generates a crowding-out of capital and reduces endogenous growth.Public debt, public spending, endogenous growth, Ponzi game

    La natura della malattia. Genesi dei motivi del Werther

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    Il libro cerca di definire la genesi dei motivi poetici del giovane Goethe soprattutto in relazione al suo romanzo epistolare I dolori del giovane Werther. Come lo stesso autore ha dichiarato: "Non c'è riga di questo romanzo che non sia vissuta, ma nessuna riga è scritta come è stata vissuta". Questo significa che la poetica di Goethe consiste nella "trasfigurazione" del vissuto , in una "commistione" di passione e rielaborazione dei suoi studi e delle sue letture. La scrittura è, insomma, in parte una sublimazione, in parte la realizzazione di un progetto culturale, mediato dall'invenzione di un linguaggio poetico. Il Werther è un trattato su un soggetto psicotico in forma di romanzo, scritto per superare la depressione, la "malattia dell'anima", che allora veniva definita "melanconia", e per suggerire alle giovani generazioni la via d'uscita dall'autocontemplazione. Il libro ripercorre le vicende giovanili di Goethe, le sue "esperienze" e le sue nevrosi, per focalizzare come queste siano state trasfigurate in linguaggio letterario e in narrazioni basate sui suoi studi di medicina e di teosofia che dimostrano come il Goethe "scienziato" avesse intuito lo stretto rapporto che sussiste tra consistenza fisica, corporea dell'uomo e le sue passioni (comprese le nevrosi), che determinano una "fisica delle emozioni". Il volume ha un carattere interdisciplinare: letteratura, storia della scienza, storia della cultura, filosofia, storia dell'arte. recensito su http://www.stateofmind.it/?s=ponzi 29.12.2015The book tries to define the birth of poetic motifs of the young Goethe especially in relation to his epistolary novel The Sorrows of Young Werther. As the author said: "There is no line of this novel that is not lived, but no line is written as it was lived." This means that Goethe’s poetry consists in the "transfiguration" of “lived experience”, in a “mixture” of passion and reworking of his studies and of his lectures. Writing is, in short, in part a sublimation, in part, the realization of a cultural project, mediated by the invention of a poetic language. Werther is a treaty on a psychotic subject in form of novel, , written to overcome depression, the "disease of the soul", which then was called "melancholia", and to suggest to the young generations the way out of self-contemplation . The book focus the analyzes the life of the young Goethe, his "experience" and his neuroses, to focus as they have been transfigured in literary language and narratives based on his studies of medicine and theosophy which show that Goethe "scientist" had guessed the close relationship that exists between a physical, human body and its passions (including neurosis), resulting in a "physics of emotions”.http://www.stateofmind.it/?s=ponzi 27.12.201

    Neapel als Topographie der Zwischenräume. Die Schwelle zwischen Altem und Neuem bei Walter Benjamin

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    Lo spazio urbano è il luogo privilegiato per esperire il moderno con i suoi furori costruttivisti, ma anche con il suo carattere distruttivo. Come scrive Walter Benjamin nel Passagen-Werk, l’esperienza della metropoli è l’esperienza del nuovo, e precisamente l’esperienza di ciò che è stato costruito al posto di quanto è stato distrutto per “fare spazio” all’ «ancora più nuovo». È noto che il modello a cui Benjamin fa riferimento è la Parigi del Secondo impero che egli definisce «la capitale del XIX secolo». Meno noto è invece il fatto che alla base dei suoi studi sulla metropoli come “spazio” del moderno ci sia stato un altro modello di grande città, in cui la soglia tra il vecchio e il nuovo si fa carico di implicazioni più complesse. Benjamin sembra essersi accorto di una disposizione topografica degli spazi del moderno: metropoli quali Parigi e Berlino presentano delle differenze rispetto a grandi città quali Napoli, Marsiglia, o Mosca. E – a dispetto della geografia – questo secondo modello di città ha qualcosa di “meridionale”, di “arcaico”, di “mediterraneo”: un sotterraneo e ancestrale legame con il mito. Il moderno che si può esperire nella metropoli trova in Napoli e nel modello “mediterraneo” una realtà più variegata, una sorta di “spazio intermedio” che costituisce la soglia tra passato e futuro. Ma questo spazio intermedio si costituisce come zona limitrofa in cui coesistono realtà contrastanti e contraddittorie, in cui si esplica quella “porosità” come capacità di assorbire tradizioni e fenomeni diversi. Lo spazio intermedio è anche il luogo in cui riemergono figure antropologiche sepolte nel tempo sotto forma di archetipi dal forte valore allegorico. E questi archetipi si manifestano nelle messe in scena, nei riti, nelle feste popolari e fanno affiorare, in maniera inquietante e contraddittoria, le radici antiche delle forme del moderno. Lo spazio intermedio è il luogo di rappresentazione allegorica (a volte addirittura dionisiaca) della mancanza di progresso, del ritorno del sempre uguale. L’ambiguità, più volte evocata, della posizione di Benjamin, sta tutta nel suo interesse per questo tipo di metodologie, che cerca in parte di utilizzare, e la ferma volontà di combattere concettualmente contro un’interpretazione “mitologica” del moderno. Paradossalmente, proprio quando “scende” nei “sotterranei”, nei luoghi del mitico, del magico, del “sacro” egli compie un’azione “politica”: le scorrerie in questi territori assumono per lui il valore di una battaglia politico-culturale contro coloro che volevano interpretare come “ineluttabili” e in un certo qual modo “inspiegabili” i fenomeni della modernità. Benjamin ha tentato di definire molto nettamente la soglia tra il pensiero “critico” e quello “miticoThe urban space is the privileged place to get to know the modern age with its euphoric constuctivism also with its destructive character. It is known that the city model used by Walter Benjamin is Paris; less known is the fact that at the base of his studies of the metropolis as “space” of the modernity has been another model of great city, in which the threshold between the Old and the New draw more complex implications. Benjamin perceives the topographical disposition of the modernity’s spaces: metropolis as Paris and Berlin have different characteristics compared to great cities as Naples, Marseille or Moscow. Naples is a “threshold”, a “space in between”, it is “archaic” and post-modern at the same time; the threshold between old and new takes the form of an access to the underworld (Pozzuoli) and mythical-magical world, an intermediate space where modernity, technology and the archetypal world might be confused. We can find in the modern metropolis not only the traces of the ancient city, its ruins, not only in the psyche of modern man are layered traces of archetypes, dreams and traumas of ancient and even primitive man, but Benjamin also refers to what happens in the "underground" of Paris, in sewers, subways, basements, in the underground topography of the metropolis. This Mediterranean, ancient, primitive threshold leads directly to the origin of Western civilization in Crete, to the primordial rites, to the myth of the labyrinth. Paradoxically, just as Benjamin descends “down”, in the “underground”, in the places of the Mythical, the Magical, the “Sacred”, he takes a “political” action: his raids in these areas take for him the value of a political-cultural battle against those who wanted to interpret as “inevitable” and in a certain way “unexplained” the phenomena of modernity.Es ist bekannt, dass das von Benjamin als Vorbild verwendetes Stadtmodell Paris ist, das er als „Hauptstadt des 19. Jahrhunderts“ bezeichnet. Nicht so bekannt hingegen ist die Tatsache, dass die Grundrisse seiner Reflexionen über die Großstadt als „Raum“ der Moderne auf einem anderen Modell der Metropole basieren, in dem die Schwelle zwischen Altem und Neuem komplexere Implikationen übernimmt. Die von Benjamin während seines Aufenthalts in Neapel und Umgebungen formulierten Gedanken wirken als Schlüssel, um städtische, gesellschaftliche und Kulturphänomene zu interpretieren, die sogar die Postmoderne und die aktuelle Epoche charakterisieren. Auch die „Hauptstadt des 19. Jahrhunderts“ gründet auf den Trümmern, auf den Ruinen des von Baudelaire so geliebten „alten Paris“: Sämtliche Viertel wurden abgerissen um den Boulevards Raum zu schaffen. Gegen jeden geographischen Maßstab hat dieses „zweite“ Modell der Großstadt bei Benjamin eine „archaische“, „mediterrane“, „südliche“ Nebenbedeutung, und zwar eine unterschwellige und rätselhafte Verbindung zum Mythos. Dieser Zwischenraum wird zu einer „Zwischenzone“, in der widersprüchliche und entgegengesetzte Wirklichkeiten koexistieren, in der sich jene „Porosität“, jene Fähigkeit entfaltet, verschiedenartige Traditionen und Phänomene zu verschmelzen. Neapel ist im Grunde das, was vor Paris als Prototyp der Großstadt existierte, aber auch und vor allem was nach Paris kommen wird. Neapel ist eine Schwelle, ein Zwischenraum, sie ist archaisch und zugleich postmodern. Der Zwischenraum ist auch der Ort, in dem seit Jahrhundert begrabene Figuren als Archetype mit einem starken allegorischen Wert wieder auftauchen. Und sie manifestieren sich in den Inszenierungen, in den Riten, in den Volksfesten und lassen die alten Wurzeln der Formen der Moderne unheimlich und widersprüchlich auftauchen. Benjamin setzt sich mit der „Mythologie der Moderne“ auseinander, und zwar mit einer am Anfang des 20. Jahrhunderts sehr verbreiteten und vor allem von „exzentrischen“ Intellektuellen vertretenen Auffassung, die auf dem psycho-anthropologischen Denken basierte und manchmal sehr konservativ war. Die mehrmals erwähnte Ambiguität der Position von Walter Benjamin liegt ganz und gar in seinem Interesse für diese Methodologie begründet, die er teilweise zu verwenden versucht und zugleich bekämpfen will. Paradoxerweise, gerade wenn er in die „Untergänge“, und zwar in die Räume des Mythischen, des „Heiligen“, des Magischen „hinuntergeht“, führt er eine „politische“ Aktion aus: seine Streifzüge in diese Bereiche gelten für ihn als ein kulturpolitischer Kampf gegen diejenigen, die die Phänomene der Moderne als „unabwendbar“ und „unerklärbar“ interpretieren wollten. Benjamin hat versucht, die Schwelle zwischen einem „kritischen“ und einem „mythischen“ Denken ganz genau festzusetzen

    L'esperienza dell' "altro" e la via interiore

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    I romanzi di Hermann Hesse – al di là del tono conciliante e consolatorio, al di là dell’ingenuo stupore di fronte alla vitalità della natura – contengono un nucleo forte e travolgente basato sulla radicalità delle scelte di fronte alle quali si trovano i protagonisti e (in via mediata) i lettori. Hesse smonta una per una le argomentazioni dei professori che avevano firmato una serie di appelli per demonizzare le culture “altre” e per affermare la superiorità della cultura nazionale tedesca. Hesse aveva seguito un’altra via, originale e del tutto “eccentrica” rispetto al «novantanove per cento della popolazione». Lo “scandalo” Hermann Hesse, la sua diversità e la sua “eccentricità” non si comprendono se non in opposizione alla cultura e alla sensibilità dominante nei primi decenni del secolo. Lo scoppio della prima guerra mondiale e la mobilitazione delle coscienze, gli appelli degli intellettuali all’odio tra i popoli, alla demonizzazione dello “straniero” hanno costituito per lo scrittore uno choc che ha provocato un “risveglio”: l’esaltazione del “tipico”, dello “specifico” del “particolare” ha mostrato la faccia aggressiva e razzista della sua essenza. Si può dire che l’opera di Hermann Hesse successiva al “risveglio”, in tutte le sue forme e in tutte le sue componenti, sia una contrapposizione allo “spirito del ‘14”, alla mobilitazione intellettuale per la sopraffazione dell’alterità. E quanto più la cultura tedesca puntava sul tipicamente nazionale, sulla difesa della deutsche Kultur come espressione “più alta” della civiltà occidentale, tanto più Hesse cercava nei suoi romanzi un “altrove” che fosse in grado di esprimere un’alternativa al sedicente umanesimo della destra

    L’ospite inquietante. Nihilismo, materialismo e messianesimo in Walter Benjamin

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    Nel breve frammento intitolato Capitalismo come religione, Walter Benjamin definisce il capitalismo, appunto, una “religione cultuale”. Egli sottolinea fin dalle prime righe il carattere “estremista” del capitalismo, che non ammette repliche né critiche e che non accetta che si metta in discussione la libertà di impresa né la autoregolamentazione del mercato. Il cardine del ragionamento benjaminiano è l’equivalenza tra “colpa” morale (Schuld) e “debito” economico (Schulden), che nella lingua tedesca è data dalla parola stessa. L’equivalenza tra colpa e debito deriva da una lettura di Nietzsche che, nella Genealogia della morale, dedica un’intera sezione all’argomento, sostenendo che la colpa-debito non è mai estinguibile. Benjamin cita Marx come un’altra fonte significativa del suo pensiero dal punto di vista filosofico, in rapporto all’equivalenza tra la colpa morale e il debito economico. Marx pone un parallelo tra il peccato originale e la dannazione a procurarsi il pane col sudore della fronte, con la leggenda economica secondo cui una parte attiva e parsimoniosa della popolazione avrebbe accumulato il capitale, mentre un’altra oziosa e “dissipatrice” avrebbe dilapidato quel poco che aveva. Proprio alla fine del capitolo sull’accumulazione originaria Marx sostiene che l’indebitamento e la produzione del senso di colpa sono una caratteristica strutturale del capitalismo, tracciando di nuovo un parallelo tra l’indebitamento del bilancio dello Stato e il “peccato originale” in senso religioso. Il ‘patrimonio culturale’ che Benjamin ci ha lasciato va commisurato all’eredità – pesante e fallimentare – di altri pensatori che hanno avuto un influsso notevole sul Novecento. Il “secolo breve” ci ha lasciato in eredità le macerie di diverse concezioni della storia che si sono rivelate problematiche e fallimentari: una è quella del comunismo, la cui attesa messianica è andata completamente delusa, e l’altra e quella del nihilismo nietzscheano, che ha generato una serie di nihilismi, disomogenei tra loro e dagli esiti differenziati, ma tutti ugualmente catastrofici. Benjamin costruisce un’ “intesa segreta” tra questi due sistemi di pensiero, estrapolando da essi alcuni elementi, ma poi lasciandoli cadere alle proprie spalle come un guscio vuoto. Il sistema di Marx senza la necessità immanente nella storia non funziona; e il pensiero di Nietzsche senza la centralità della “nuda vita” perde tutti gli impulsi creativi (“vitali”, appunto). Benjamin ha tentato di definire molto nettamente la soglia tra il pensiero “critico” e quello “mitico”. La matrice nietzscheana della sua filosofia non è data solo dal “carattere distruttivo”, dalla “teologia negativa”, ma soprattutto dal suo sistema “analogico” che non prevede la “sintesi”.In his brief text entitled Capitalism as Religion (1921), Walter Benjamin defines capitalism as a “religious cult”. He draws attention to capitalism’s “extremist” nature, which permits neither responses not critiques, and will not accept any discussion of either free enterprise or the self-regulation of markets. The cornerstone of Benjamin’s reasoning is the equivalence between moral guilt (Schuld) and economic debt (Schulden), terms that, in German, are condensed in the same word. The equivalence between guilt and debt, in fact, derives from a reading of Nietzsche who dedicates an entire section of Genealogy of Morality to this subject, claiming that debt can never be extinguished. Benjamin quotes Marx as another significant source for his philosophical thought regarding the relationship between moral guilt and economic debt. Marx draws a parallel between original sin and the torment of “eating bread in sweat of his face”, the economic legend of an original sin, according to which an active and parsimonious section of the population would have accumulated capital, whilst the rest – lazy “squanderers” – would have frittered away the little they had. Just at the end of his chapter on primitive accumulation, Marx maintains that the accrual of debts and production of guilt are structural characteristics of capitalism, and he finds a correlation between the increasing debt in which State finances find themselves and the religious notion of original sin. The ‘cultural heritage’ that Benjamin left us has to be compared with the legacy – both heavy and ruinous – of other thinkers who had considerable influence on the 20th century. The “brief century” has left us the ruins of different conceptions of history that have turned out to be problematic and disastrous: one is that of Communism, whose messianic waiting went completely unfulfilled, and the other is that of Nietzschean nihilism, which has generated a series of other nihilisms, completely different to one another in their outcomes, but equally catastrophic. Benjamin builds a “secret agreement” between these two systems of thought, by extrapolating some elements from them and then discarding them as empty husks. Marx’s system, without the necessity that is immanent in history, does not work; and the thought of Nietzsche without the centrality of the “bare life” loses all those creative (“vital”, to be more specific) impulses. Benjamin tried to define very clearly the threshold between "critical" and “mythical” thought. The Nietzschean matrix of his philosophy consists not only in the "destructive character" of modern and in the "negative theology", but above all on his "analogical" thinking that does not include any "synthesis"
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