1,721,019 research outputs found
Le origini e la storia dell’Ingegneria Mineraria nelle università italiane
Ingeniator, Ingeniarius: chi fa uso di Ingenia. Questo termine, risalente all’ alto medioevo, si diffonde rapidamente in tutto l’occidente, rimanendo pressoché immutato nelle sue varianti fonetiche. Se non è facile definire con precisione cosa sia un “ingegnere”, ancor meno è seguire la storia, tortuosa e variegata, che ha caratterizzato la trasmissione di questi saperi e la loro interconnessione con le altre scienze.
Questo studio cerca di rintracciare la nascita e di ripercorrere lo sviluppo dell’Ingegneria Mineraria in Europa e nelle Università italiane: obiettivo tanto affascinante quanto complesso, perché lo si può affrontare secondo diversi approcci, come quello della riflessione storiografica, del dialogo con le altre scienze, del significato epistemologico dei prodotti della ricerca, dell’evoluzione della tecnica rispetto allo sviluppo della complessità sociale, della ricerca storica sui metodi e le contaminazioni disciplinari, o della tradizione degli insegnamenti.
La società attuale, che ha come paradigma fondante la complessità, l’interconnessione e la vertigine della rapidità delle comunicazioni, non può – e non deve – dimenticare le sue radici: una cultura senza memoria non è aperta al futuro, perché la storia è prima di tutto consapevolezz
Indagini sperimentali sulle caratteristiche reologiche di alcuni fanghi emergenti dalle Salse di Nirano
Le indagini di questo lavoro hanno riguardato l’esecuzione di misure di laboratorio volte a una caratterizzazione
reologica dei fanghi emergenti dalle Salse di Nirano, che si presentano come una sospensione
instabile di minerali argillosi in acqua salata. Tale caratterizzazione nasce dall’interesse a poter identificare
le basi fisiche che potrebbero spiegare l’intermittenza e l’intensità dei fenomeni emissivi (e perciò potenzialmente
anche il rischio, in termini di sicurezza per la fruizione del sito a scopo ricreativo e didattico),
le modalità fisiche dell’efflusso di fango e gas dai vari apparati eruttivi, nonché la variazione del livello
piezometrico e di portata dei singoli apparati. In via preliminare, si è visto che il comportamento reologico
dei campioni analizzati non si discosta sensibilmente da quello dell’acqua. Alcuni fanghi mostrano
un comportamento interpretabile come pseudoplastico con soglia di scorrimento, sebbene quest’ultima
caratteristica necessiti di ulteriori approfondimenti sperimentali, così come lo studio di modalità di campionamento
che possano assicurare la rappresentatività del fango presente nelle vie di flusso profonde.Laboratory studies aimed at the rheological characterisation of emission products
emerging at the Nirano mud volcanoes (Italy) were carried out. These are unstable suspensions of
clayey minerals dispersed in salty water. These investigations arose from the interest in identifying
the physical bases that could explain the intermittence and intensity of the emissive phenomena, and
potentially the hazard in terms of safety for recreational and educational use. The physics of mud and
gas flow from various vents of emission clusters, as well as the variation of the piezometric and flow
rate of the individual vents, are other issues under investigation. The preliminary results show that the
rheological behaviour of the mud samples does not differ significantly from that of water, with limited
pseudoplastic behaviour and with a measurable yield point registered only in a few samples. However,
this behaviour needs further laboratory investigations, also considering sampling methods that could
ensure the representativeness of the mud actually existing in the subsurface conduits that feed the vents
La sicurezza delle operazioni a mare nella ricerca e produzione di idrocarburi: il ruolo del Comitato offshore
Il 2010 si aprì con un avvenimento che resterà impresso nella storia dell’upstream mondiale: il grave incidente al pozzo Macondo della piattaforma di perforazione “Deepwater Horizon” nel Golfo del Messico che costrinse l’opinione pubblica mondiale e l’industria petrolifera a riflettere sui limiti dello sviluppo e sulla piena attuazione del principio di precauzione. L’Italia che da oltre 50 anni operava offshore in condizioni eccellenti, producendo gas principalmente da strutture di piccole dimensioni e in acque poco profonde da giacimenti a bassa pressione, bassa temperatura e limitata profondità, condizioni molto diverse da quelle del Golfo del Messico o dello stesso Mare del Nord Europa, divenne un Paese molto attento e preoccupato per i rischi connessi all’esercizio dei propri impianti.
Tra i primi i interventi normativi - messi in atto quando l’incidente al pozzo Macondo non era ancora stato risolto – vi è da ricordare il Decreto Legislativo n.128 del 28 giugno 2010, il cosiddetto “Decreto Prestigiacomo”, dell’allora Ministro dell’Ambiente che introdusse nel “Codice dell’Ambiente” (art. 6, comma 17) regole più restrittive le regole in materia di protezione ambientale. Venne infatti un’area di divieto delle attività minerarie, rappresentata dalla fascia delle 12 miglia dalle linee di coste e dalle aree protette, che inizio a porre specifici limiti geograficamente individuabili, rallentando e poi precludendo le nuove attività vicine alle coste. Si aprirono polemiche relative alle aree estrattive che portarono al referendum popolare del dell’aprile del 2016 che, pur non raggiungendo il quorum, si assicurò l’obiettivo di bloccare gli sviluppi del delle attività di ricerca e coltivazione precedentemente varate con il cosiddetto Decreto “Sblocca Italia”.
In Europa, a livello normativo, l’incidente occorso al pozzo Macondo diede origine alla Direttiva 2013/30/UE sulla sicurezza delle attività offshore di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi fissandone gli standard minimi di sicurezza al fine di ridurre le probabilità di accadimento di incidenti gravi, limitandone le conseguenze e così aumentando la protezione dell’ambiente marino. La Direttiva comunitaria è stata successivamente recepita in Italia con il Decreto Legislativo 18 agosto 2015, n.145.
Organo di riferimento del Decreto Legislativo n.145 è il Comitato per la sicurezza delle operazioni a mare, che svolge funzioni di Autorità Competente [AC] con poteri di regolamentazione, vigilanza e controllo al fine di prevenire gli incidenti gravi nelle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi e limitarne le conseguenze in caso di accadimento. Il Comitato opera con indipendenza dalle funzioni di rilascio dei titoli minerari che invece sono affidate ad una specifica e disgiunta autorità preposta al licensing.
Nel Rapporto, si sono voluti mettere in evidenza alcuni aspetti che si prefiggono da un lato di sintetizzare quanto sinora svolto dal Comitato e dall’altro quali possono essere le sue sfide future.
Per quanto riguarda il primo aspetto si evidenzia in particolare il lavoro svolto relativamente: (1) all’elaborazione linee guida ed esame delle RGR; (2) alle linee guida per la attività ispettive; (3) all’avvio e all’aggiornamento dei Documenti di consultazione Tripartita; (4) alla fattiva collaborazione con la Commissione Europea e le autorità competenti degli Stati membri, con particolare attenzione alle misure per la gestione del rischio, la prevenzione degli incidenti gravi, le verifiche di conformità e la risposta alle emergenze.
Per quanto riguarda invece l’aspetto relativo alle sfide future del Comitato si evidenziano: (1) le eventuali ricadute che potranno derivare sia dalle modifiche, aggiornamenti ed implementazioni della Direttiva europea, sia dalla implementazione del PiTESAI; (2) la necessità di disporre e consolidare adeguate risorse umane e finanziarie; (3) la autorizzazione di potere accedere alle disponibilità finanziarie in capo al Comitato da destinarsi sia alle attività ispettive delle infrastrutture offshore, sia alle attività di formazione e di aggiornamento del personale destinato a dette ispezioni
La produzione di idrocarburi nella Regione Emilia-Romagna
La Regione Emilia-Romagna è tra le aree nazionali in cui si concentra la maggior produzione di gas
naturale, proveniente da concessioni ubicate sia a terra che nel mare prospiciente le coste della
Regione. Le concessioni a mare considerate sono quelle ricomprese nella cosiddetta “Zona marina A”,
che comprende anche porzioni di Piattaforma continentale di competenza nazionale relativamente alle
risorse del sottofondo marino (la Zona marina B inizia a sud del 44 parallelo e quindi le produzioni della
Zona B non riguardano coste prospicienti l'Emilia-Romagna). Quest’ultima è ubicata oltre le 12 miglia
marine, fino all’area di competenza della Croazia, come stabilito dal D.P.R. 22 maggio 1969 n. 830 e
Legge 14 marzo 1977 n. 73. Negli ultimi 30 anni, la produzione si è concentrata principalmente nelle
concessioni ubicate a mare
Lo sviluppo nel dopoguerra dell’Ingegneria all’Università di Bologna: maestri e futuro
Presentazione della Giornata "Lo sviluppo nel dopoguerra dell'Ingegneria all'Università di Bologna: maestri e futuro.
Bologna, 8 aprile 2022.
Ripercorrere lo sviluppo dal secondo dopoguerra dell’Ingegneria nell’Università di Bologna è un compito tanto affascinante quanto complesso, perché lo si può affrontare secondo diversi approcci, come quello della riflessione storiografica, del dialogo con le altre scienze, del significato epistemologico dei prodotti della ricerca, dell’evoluzione
della tecnica rispetto allo sviluppo della complessità sociale, della ricerca storica sui metodi e le contaminazioni disciplinari, o della tradizione degli insegnamenti, solo per citarne alcuni.
In tutto ciò, non è possibile prescindere dagli insegnamenti dei docenti che hannooperato all’Alma Mater. Su questa linea, è opportuno delineare i contributi, spesso con ricadute internazionali, delle opere di alcuni dei più eminenti Maestri. L’ipotesi di lavoro che abbiamo adottato coltiva l’ambizione di raccontare una storia che punta sia sui progressi delle varie discipline, sia sulle loro interconnessioni, sui loro intrecci, sulle loro analogie disciplinari e le innumerevoli contaminazioni culturali. Ripercorrere quindi questo sviluppo nell’arco temporale che ci si è prefissi, significa non solo rivivere le idee, gli ideali che hanno posto l’Ingegneria in posizione di rilievo, ma anche ammirare la lungimiranza, la perseveranza e la determinazione di quegli uomini che l’hanno fatta
crescere, ed in questo ritrovare l’orgoglio della nostra tradizione, e dell’impegno profuso per affrontare le sfide epocali favorendo le competenze professionali e tecniche richieste delle generazioni future.
L’Ingegneria dell’Università di Bologna si è sviluppata nel tempo in diverse sedi (a Bologna che è la sede principale, e recentemente a Ravenna, Forl., Cesena, Rimini) e la struttura che la rappresenta ha assunto nel tempo nomi diversi: Scuola di Applicazione
per Ingegneri (dal 1877 al 1935), Facoltà di Ingegneria (dal 1935 al 2012), Scuola di Architettura e Ingegneria (dal 2012 al 2018); a partire dall’Anno Accademico 2018/19 essa è rappresentata semplicemente da un insieme di Dipartimenti, che attualmente hanno avuto la prevalenza rispetto alla Facoltà. In ogni caso la Scuola ha mantenuto nel tempo una sua precisa identità culturale alla quale si possono ricondurre i molteplici insegnamenti che attualmente la costituiscono: essa è caratterizzata da un approccio razionale allo studio del mondo fisico, dalla ricerca delle leggi matematiche che caratterizzano i modelli che lo rappresentano, dall’uso di queste leggi per la realizzazione, e alla
loro descrizione mediante opportuni modelli, degli oggetti richiesti dalla società civile nel suo sviluppo storico, oppure che vengono presentati ad essa favorendone lo sviluppo nel tempo. La Facoltà ha cos. sviluppato un insieme di competenze ad elevato livello culturale in molti ambiti dell’organizzazione della società civile e in molte delle esigenze che la caratterizzano sul piano tecnico; esse possono essere di grande aiuto alla società civile perché consentono di avere un approccio culturale a cui consegue una migliore consapevolezza delle molteplici possibili soluzioni, ciascuna con i suoi aspetti positivi e
negativi, ai complessi problemi che la caratterizzano.
In questa Giornata – o meglio in questo primo Colloquio, dato che ne è già in previsione un secondo che illustri un più esteso arco disciplinare – si cercherà di ripercorrere lo sviluppo dal secondo dopoguerra dell’Ingegneria nell’Università di Bologna. La Giornata è divisa in due parti.
La prima, svolta nella mattinata, è stata dedicata alla memoria di tre eminenti Maestri che hanno operato nella Facoltà di Ingegneria nel periodo storico prefisso nell’ambito di tre discipline. Si tratta dei professori Ercole De Castro, Giuseppe Evangelisti e Piero Pozzati, Maestri delle discipline dell’Elettronica, dei Controlli automatici
e della Tecnica delle costruzioni. La loro attività scientifica è più in generale accademica è stata rispettivamente illustrata, con il coordinamento dell’accademico Gabriele Falciasecca, dagli interventi degli accademici Giorgio Baccarani, Claudio Melchiorri e Pier Paolo Diotallevi.
La parte conclusiva della mattinata è stata dedicata alle testimonianze degli allievi che hanno svolto la propria carriera anche al di fuori dell’ambiente accademico riguardo ai Maestri oggi ricordati.
La seconda, svolta nel pomeriggio, è stata dedicata al Panel “Il passato, il presente e il futuro: un confronto sulla formazione degli ingegneri” e si è avvalsa delle testimonianze di alcuni illustri invitati ex-allievi della Scuola di Ingegneria.
La maggior parte degli invitati ha svolto la propria carriera nel mondo delle imprese e del lavoro, ma qualcuno di essi ha proseguito in ambito accademico tutta o parte della propria carriera, in alcuni casi anche all’estero. Il Panel è diviso in due parti: la Parte I dedicata all’importanza della formazione ricevuta e la sua applicabilità nel mondo del lavoro, la Parte II dedicata all’importanza del connotato multidisciplinare dell’insegnamento ingegneristico, coordinate rispettivamente dagli accademici Giulio Cesare Sarti e Maurelio Boari.
Il rendiconto di questo primo Colloquio prevede quindi anche una sezione in cui sono riportati gli interventi degli invitati in risposta alle domande poste dai coordinatori dei due Panel, che abbiamo preferito riportare nella forma colloquiale con la quale si sono svolti.
A conclusione di questa Introduzione riteniamo utile fornire alcuni elementi conoscitivi di carattere generale sulla Facoltà di Ingegneria. Come ha ricordato l’accademico Pierpaolo Diotallevi in occasione dell’ultimo Consiglio di Facoltà del 12 ottobre 2012, alla Facoltà di Ingegneria subentrò successivamente la Scuola di Ingegneria ed
Architettura, oggi Scuola di Ingegneria. Gli studi di Ingegneria hanno per. origini ancora più antiche.
Nell’ambito dell’offerta formativa delle università italiane tra Ottocento e Novecento si ritrovavano le tradizionali cinque facoltà di Teologia, di Giurisprudenza, di Medicina, di Scienze Fisiche Matematiche e Naturali e di Filosofia e Lettere, individuate dalla Legge Casati del 1859.
L’impostazione generale della Legge Casati era rivolta a privilegiare
nell’educazione universitaria l’aspetto puramente scientifico e a promuovere prevalentemente la ricerca svincolata da risvolti applicativi. Di conseguenza la formazione di livello professionale superiore si concretizzò nell’ambito delle scuole speciali, a loro volta comprese, anche se in forme di volta in volta diverse, nell’istituzione universitaria. Nelle scuole si formavano i futuri ingegneri, agronomi, farmacisti e veterinari ed erano regolate, sul piano della didattica, dalla stessa normativa vigente per le tradizionali facoltà, ma non avevano rispetto a queste pari dignità. Nonostante il carattere pratico dei loro studi e la possibilità di iscriversi anche con una cultura generale mediocre il ruolo di queste istituzioni educative era tutt’altro che insignificante e, talvolta, furono la risposta ad una concreta proposta formativa del territorio. Recepita successivamente e integralmente nel 1861 dal neo-Stato italiano, la legge Casati rimase in vigore fino alla riforma Gentile del
1923. Con i suoi 360 articoli, la legge conferiva un assetto organico all’intero sistema scolastico definendone cicli, curricula, materie di insegnamento, programmi, personale, apparato amministrativo.
In questo contesto furono istituite presso l’Università di Bologna la Scuola d’applicazione per gli ingegneri, fondata da un consorzio formato dall’Università e dagli enti locali, e la Scuola di agraria istituita con il fondamentale contributo della Cassa di Risparmio. Entrambe, godettero di una peculiare indipendenza gestionale e contabile
e si dotarono di vere e proprie biblioteche provvedendo in forma del tutto autonoma al loro incremento. Il decreto del 30/9/1859 del Governatore delle Romagne, Benedetto Cipriani, promulgato su proposta del ministro Cesare Albicini, prevedeva per gli allievi
ingegneri un corso pratico quinquennale di studi, con il conseguimento finale di una laurea dottorale e di libera pratica nella Facoltà Matematica. Tra i corsi che gli allievi dovevano superare comparivano: Introduzione al calcolo (al primo anno), Calcolo sublime (al secondo), Geometria superiore, Fisica sperimentale e Meccanica applicata. Al termine dei vari anni del corso, gli allievi ingegneri erano sottoposti ad
un esame generale. Quello tra il I anno e il II era chiamato esame di “passaggio”; “bacellierato” era detto l’esame tra il II anno e il III; “licenza” quello tra il III anno e il IV; esame di “laurea dottorale” era quello tra il IV anno e il V; alla conclusione dell’ultimo anno del corso, il V, vi era quindi l’esame di “libera pratica”, che sanciva lo status di
neo-ingegnere.
La Scuola d’Applicazione per gli Ingegneri, presso la quale si conseguiva il diploma di Ingegnere civile e il diploma di Architetto, attivò i propri corsi nella sua veste completa, cioè dotata dell’intero triennio, nel novembre del 1877, ma già nel 1875 era stato attivato il primo anno di corso. Le scuole speciali furono ricondotte, dopo anni di discussioni e polemiche, pienamente nell’ambito accademico nel 1935 quando furono trasformate in Facoltà. Infatti, negli anni 1922 e 1923 vennero emessi vari Regi Decreti (cosiddetta Riforma Gentile) che complessivamente prevedevano un riordino importante per l’intero sistema scolastico italiano. In particolare, il R.D. 30 settembre 1923, n. 2102 (concernente l’Università) stabiliva, tra l’altro che:
- le Scuole di Applicazioni per Ingegneri diventavano Scuole di Ingegneria, - l’accesso alle Facoltà era riservato ai soli diplomati dei Licei (classico e scientifico),
- il biennio propedeutico veniva lasciato alle sole Facoltà di Scienze (con eccezione delle sedi dii Milano e di Torino).
Il successivo Regio decreto-legge 7 ottobre 1926, n. 1977 (cosiddetto Testo unico - TU dell’Istruzione superiore) all’art. 1 stabiliva che gli studi di ingegneria si compiono in cinque anni e che sono divisi in due corsi: uno biennale di studi propedeutici ed uno triennale di studi di applicazione.
Nel corso degli studi gli allievi erano obbligati a sostenere gli esami di profitto di: Analisi algebrica ed infinitesimale; Geometria analitica e descrittiva con elementi di proiettiva; Fisica sperimentale (corso biennale); Chimica generale inorganica con elementi di chimica organica; Meccanica razionale; Disegno di ornato e di architettura (corso biennale).
La successiva Riforma de Vecchi del 1935, stabiliva la trasformazione delle Scuole in Facoltà. Inoltre, per tener conto delle sempre più pressanti richieste/esigenze del mondo industriale venivano istituiti, come all’estero, più corsi di laurea. Infatti, oltre al Corso di Laurea in Ingegneria Civile con tre Sezioni, venivano istituiti i Corsi di Laurea in
Ingegneria Meccanica, Ingegneria Chimica e Ingegneria Elettrotecnica.
In quegli anni, sotto la forte spinta del mondo industriale stava aumentano, seppur lentamente il numero di matricole dell’Ingegneria bolognese. Quindi la vecchia sede di piazza de’ Celestini in centro città si rivelava sempre più insufficiente. Tralasciamo le discussioni comunali e universitarie relative all’utilizzazione di fondi speciali per accrescere
la Facoltà; ancora una volta ci si pose la sempiterna domanda: utilizziamo i nuovi fondi per reclutare nuovi docenti o per realizzare una nuova grande e moderna sede della Facoltà. Prevalse il secondo orientamento che port. alla costruzione della lungimirante e maestosa sede (per quei tempi) di Porta Saragozza. Un ruolo importante per la realizzazione della nuova Facoltà lo giocarono anche l’Amministrazione comunale, i collegamenti con il Governo nazionale, nonché due personaggi, presidi di Facoltà: Attilio Muggia (Preside della Facoltà nel 1923-27) e Umberto Puppini (Preside della Facoltà per ben due volte, nel 1927-32 e nel 1941-45), che fu anche che sindaco e assai influente uomo politico.
Nell’immediato dopoguerra, alla riapertura fisica degli spazi dell’Ingegneria bolognese, dopo il terribile periodo di occupazione della sede, i docenti della Facoltà e i loro collaboratori ripresero i loro insegnamenti e le attività di laboratorio con grande passione e ardore. Seguirono circa quindici anni di invarianza normativa a livello
nazionale. Tuttavia, nel 1960 l’Università Italiana fu attraversata
dall’applicazione dal cosiddetto d.P.R. 60, ossia il d.P.R. 31 gennaio 1960 n. 53, integrato dal d.P.R. 28 agosto 1960 n. 1445. In estrema sintesi, per quanto concerne le Facoltà di Ingegneria questo significò:
- portare il biennio all’interno delle Facoltà di Ingegneria;
- conservare lo sbarramento tra biennio e triennio;
- stabilire il numero minimo di esami per conseguire la laurea;
- istituire altri corsi di laurea, che cos. divennero 8 in totale (Civile, Meccanica, Elettrotecnica, Chimica; Elettronica, Nucleare, Aeronautica, Mineraria); qualche anno dopo arriveranno anche l’Informatica, il Gestionale e l’Ambiente;
- stabilire 9 insegnamenti per il biennio propedeutico (Analisi 1, Analisi 2, Chimica, Disegno, Meccanica Razionale, Geometria 1, Geometria 2 (sostituibile), Fisica 1, Fisica 2);
- suddividere gli insegnamenti del triennio in corsi obbligatori e corsi a scelta.
Il dibattito che si creò attorno all’ideazione e alla redazione del d.P.R. 60 fu caratterizzato da non poche discussioni e polemiche. Ve ne furono di aspre tra Matematici e Ingegneri, con molti dei primi favorevoli al mantenimento di una stretta unitarietà nella formazione di base tra i diversi percorsi. Ve ne furono addirittura di asprissime tra ingegneri e ingegneri, perché mentre alcuni temevano un’eccessiva specializzazione/parcellizzazione degli studi, altri sostenevano fortemente questa direzione. Peraltro, il tessuto industriale si mostrò contrario alla riforma, soprattutto le grandi industrie, perché risultava difficile prevedere le future richieste del mercato del lavoro e si temeva fortemente di sbagliare programmazione. Alla fine del ricco dibattito prevalse una posizione di equilibrio rispetto alla tradizione. Inoltre, il d.P.R. 60 determinò importanti modifiche sia di carattere organizzativo (si sono modificate le modalità di partecipazione alla vita accademica delle singole persone di ruolo nella Facoltà), sia nell’attività didattica. Si è spesso cercato di trovare una soluzione alle profonde modificazioni che stava subendo l’Università, e la società in genere, in modo non
sempre pienamente coerente con le esigenze effettive dell’Università. In ogni caso, è opportuno sottolineare che in quei ultimi tempi si è
modificata sostanzialmente la vita dell’Università con cambiamenti che sono stati spesso sin troppo rapidi: la Facoltà di Ingegneria aveva una sua precisa caratteristica distintiva sul piano culturale alimentata anche dalle discussioni che avvenivano nell’ampio Consiglio di Facoltà con la presenza di tutti i docenti di ruolo per favorire un confronto tra le diverse aree disciplinari ed anche un loro coinvolgimento reciproco sul piano culturale. Ad esempio, molte nuove discipline sono nate per effetto di problemi che nascevano in aree molto diverse tra loro: ora questo non avviene con la stessa efficacia, dato il numero chiuso dei
partecipanti al Consiglio di Scuola. Fino al d.P.R. 60 la Facoltà aveva caratteristiche unitarie anche sul piano didattico perché lo studente, qualsiasi fosse l’indirizzo scelto, doveva studiare discipline di tutti gli indirizzi. In tale modo l’attività professionale di ciascun ingegnere poteva essere esercitata in ambiti anche molto diversi da quello dell’indirizzo scelto. Poteva cos. accadere che la carriera di coloro che intraprendevano la carriera universitaria si svolgesse successivamente nel tempo in ambiti disciplinari molto diversi tra loro. Era comunque un modo diverso. Questi furono gli anni in cui all’interno delle Facoltà,
alvolta prendendo spunto dai temi oggetto delle discussioni
sulla riforma, i docenti più esperti e dotati di maggior carisma/fascino contribuirono talvolta a consolidare e a “sistematicizzare” maggiormente le fondamenta di alcune discipline dei corsi di laurea classici, mentre altri, più giovani, ma non meno brillanti e carismatici,
svilupparono le fondamenta fisico-matematiche delle discipline fondamentali dei nuovi corsi di laurea. Questo processo contribuì a plasmare e a creare aggiornate figure di Maestri per le varie discipline dell’Ingegneria, tradizionali e nuove. Fu da questo processo in cui si plasmarono, in particolare, le tre eminenti figure di Maestri illustrate
in questa Giornata.
Lo straordinario sviluppo della tecnica negli ultimi decenni e il correlato incremento dell’attività di ricerca in un ambito dal connotato
internazionale sempre più orientato alla specializzazione, sia nei più importanti congressi, sia nelle più prestigiose riviste, ha determinato un notevole aumento degli insegnamenti e dei corsi di laurea rendendoli sempre più specialistici e distinti tra loro. Questo sviluppo fu
riconosciuto e regolamentato sia dal d.P.R. 20 maggio 1989 (recante modificazioni all’ordinamento didattico universitario dei corsi di laurea della facoltà di ingegneria), sia dal D.M. 509/1999 (sistema 3+2) che determinò la trasformazione dei corsi di laurea in percorsi formativi strutturati su due livelli: la laurea di primo livello (laurea “triennale”) e la
laurea di secondo livello (laurea “specialistica”, attualmente magistrale”) di durata biennale. Tali interventi normativi – mossi dalla esigenza di procedere al riordino dei corsi di laurea e di adeguare i loro contenuti alle mutate condizioni scientifico-tecnologiche e alle esigenze del mondo del lavoro – non sono stati certamente esenti
da animate discussioni fra i sostenitori da un lato di una maggiore specializzazione e dell’altro del mantenimento di una profonda conoscenza di base generalista, oppure fra coloro che privilegiavano un approccio didattico ipotetico-deduttivo piuttosto che induttivo. Essi hanno modificato profondamente le caratteristiche della Facoltà
anche da un punto di vista didattico, rendendo quasi naturale il
trasferimento ai Dipartimenti di competenze che invece erano precedentemente proprie della Facoltà. In tabella vengono ricordati i colleghi che hanno avuto l’oneroso compito di coordinare l’attività didattica della nostra istituzione, nel corso degli anni interessati dalla
evoluzione sopra descritta.
Direttori della Scuola d’Applicazione per Ingegneri (1877-1935)
1877-1893 Cesare Razzaboni
1893-1910 Jacopo Benetti
1910-1918 Silvio Canevazzi
1918-1923 Luigi Donati
1923-1927 Attilio Muggia
1927-1932 Umberto Puppini
1932-1935 Giuseppe Sartori
Presidi della Facoltà di Ingegneria (1935-2007)
1935-1937 Giuseppe Sartori
1937-1945 Umberto Puppini
1945-1947 Aristide Prosciutto
1947-1965 Paolo Dore
1965-1968 Giulio Supino
1968-1975 Giovanni Cocchi
1975-1977 Franco Foraboschi
1977-1980 Giorgio Folloni
1980-1983 Leonardo Calandrino
1983-1989 Leonardo Marchetti
1989-1995 Enrico Lorenzini
1995-2001 Arrigo Pareschi
2001-2007 Guido Masetti
2007-2012 Pier Paolo Diotallevi
Presidenti della Scuola di Ingegneria ed Architettura
2012-2015 Pier Paolo Diotallevi
2015-2018 Ezio Mesini
Presidenti della Scuola di Ingegneria
2018 - oggi Davide Moro
Qualche riferimento anche agli iscritti alla Facoltà di Ingegneria. Dalla istituzione della Scuola al 1927 si laurearono 2326 ingegneri. Se veniamo a tempi più recenti gli iscritti alla Facoltà (ovvero il complesso degli studenti iscritti) crebbero in modo esponenziale: 1958-1959: 1087, 1963-1964: 3271, 1965-1966: 4062.
Oggi gli iscritti sono oltre diecimila.
Ezio Mesini
Professore Ordinario di Idrocarburi e fluidi del sottosuolo
Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Carlo Alberto Nucci
Ordinario di Sistemi elettrici per l'energia
Alma Mater Studiorum - Università di Bologna Università di Bologn
Drilling engineering
The term “drilling” related to a well indicates the sequence of operations, tools and materials required to construct a circular borehole in the subsoil for geological exploration purposes or for the production of underground fluids such as hydrocarbons, groundwater, geothermal fluids, etc. A well is drilled by applying technologies not requiring direct access by man at the bottom of the borehole. Any drilling technology is based on the application of the following basic actions: a) overcoming the resistance of the rock at the bottom hole, crushing it into millimeter or sub-millimeter particles (cuttings); b) removing the cuttings from the bottom hole; c) ensuring the mechanical stability of the borehole walls; d) preventing the underground fluids contained in the drilled formations from entering the well.
The above actions can be achieved by various drilling technologies, developed throughout the last two centuries. However, this study illustrates the principles of rotary drilling, so far the most developed technology and the only one utilized in the field of oil and gas exploration and production. In particular, this chapter illustrates the operations, tools and materials employed in rotary drilling rigs utilized on shore. The drilling rigs used on shore are modular equipment which can be moved from a drill site to another in a reasonable short time, from a few days to weeks. Offshore drilling follows the same basic principles, tools and materials deployed on shore, but they are configured with a number of different drilling systems to suit operations in the marine environment. Normally these rigs are self contained aboard of a floating vessel
Misure di conducibilità idraulica di sedimenti argillosi per la progettazione di una cassa di espansione
Il presente studio ha come scopo di individuare la conducibilità idraulica di sedimenti recenti fini continentali su cui verrà impostata una cassa d’espansione. Sono state perciò eseguite prove di campagna (Boutwell, Lefranc e CPTU) e di laboratorio (permeabilità in cella edometrica su campioni indisturbati, granulometria per rifrazione laser e per vagliatura e determinazione dei limiti di consistenza). Dal confronto dei risultati ottenuti si è avuta conferma dell’importanza delle dimensioni del campione esaminato, a causa dell’influenza della macrostruttura, influenza che porta a variazioni di oltre un ordine di grandezza della conducibilità idraulica misurata in situ ed in laboratorio
Valutazione comparativa del modello Green-Ampt per la simulazione dell'infiltrazione di acqua nel sottosuolo
Problemi ingegneristici dello stoccaggio della CO2
Da oltre un secolo la maggior parte dell’energia è ottenuta dalla combustione dei combustibili fossili (carbone, olio e gas) e si prevede che questi rimarranno la fonte principale di energia ancora per parecchi decenni con conseguente aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera. Un possibile e realistico rimedio potrebbe venire dalla segregazione permanente (od almeno per tempi lunghissimi) di parte dell’anidride carbonica nel sottosuolo in giacimenti esauriti di olio e di gas, in accumuli non sfruttabili di carbone e in acquiferi salini profondi. Pur non trascurando gli altri serbatoi, gli acquiferi salini risultano i più adatti a risolvere il problema vista la loro capacità di stoccaggio, valutata sufficiente per diverse centinaia di anni. Questi stoccaggi sono già stati sperimentati in diversi acquiferi e in giacimenti di idrocarburi e di carbone, tuttavia per il suo uso estensivo debbono essere superate una serie di problematiche tecniche che verranno ricordate in questa ricerca. Ci si riferirà in particolare ai problemi connessi (1) alle difficoltà (praticamente l’impossibilità) di conoscere in modo completo le caratteristiche geologiche, geometriche e geomeccaniche dei siti di stoccaggio, (2) alle incertezze sulla tenuta delle rocce di copertura e dei pozzi per tempi dell’ordine di migliaia di anni specie in presenza di variazioni di tensione nel sottosuolo, che possono portare alla formazione di fratture; o alla possibilità di fughe improvvise di CO2 dovute ad eventi sismici
- …
