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Antonio Bruni e La Selva di Parnaso. Da poeta «cacciatore» a «fera»
Il saggio mira a prendere in esame la prima raccolta di liriche di Antonio Bruni, La Selva di Parnaso: in tale raccolta risulta sotteso non solo l’inesausto intento da parte dell’autore manduriano di ricercare e raccogliere enciclopedicamente le molteplici forme dei saperi del mondo, ma soprattutto il sentimento inquieto – proprio della cultura barocca – di una inesorabile ‘perdita’, di uno smarrirsi appunto come in una vastissima ‘selva’. È il caso di pensare emblematicamente al componimento La Caccia, volto a ‘mettere in scena’ – nel solco dell’auctoritas tassiana – il labirinto umano delle passioni e dei conflitti, o anche alla sezione Le Fantasie, in cui la realtà – mai ferma e sicura – si amplia a dismisura, si «invelva» e produce senza fine effetti di fuga prospettica, o ancora ai versi Bellezza caduca e Vita caduca che aprono squarci poetici sulla labilità e fugacità delle cose terrene. Al poeta non resta dunque che il ‘nulla’, scoprendo così, nel corso della sua incessante ‘caccia’ nella ‘selva’, di non essere altro che la ‘preda’
Melchiorre Delfico e il Tavoliere di Puglia: tra malinconiche desolazioni e impegno riformatore
Il saggio intende offrire un chiaro ed esaustivo quadro di presentazione generale
del pensiero e dellʼopera di Melchiorre Delfico, lʼillustre economista e politico abruzzese formatosi alla scuola napoletana di Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri, ispirato vagheggiatore di uno sviluppo del territorio del Regno di Napoli ʻrivoluzionarioʼ ed ʻumanoʼ fondato su giustizia sociale e libertà, focalizzandone lʼinteresse e le proposte per il progresso del Tavoliere di Puglia «povero ed infelice», come lo aveva osservato e lo definiva
Francesco Griselini e la lezione genovesiana
Il saggio intende rilevare – mediante una rilettura di alcuni testi, come gli articoli del «Giornale d’Italia», il Dizionario delle arti e de’ mestieri o Del debito che hanno i parrochi – il sentimento di stima e di amicizia che Griselini riservava ad Antonio Genovesi:
un sentimento che muoveva da condivisi presupposti teorici, quali l’uso del socratico metodo dialogico per una più ampia circolazione del sapere, il concetto di ‘gentiluomo coltivatore’, la visione fortemente etica dell’economia, il principio di comunicabilità e di philia. Tale comunanza di intenti programmatici favorì la costituzione di una fitta rete culturale tra il Regno di Napoli e la Repubblica di Venezia
«Il mondo, oggi, cammina alla rovescia». Gerolamo Rovetta e “Le lacrime del prossimo”
Il saggio in questione intende prendere in esame il romanzo rovettiano Le lacrime del prossimo, volto a rivelare, nei termini del paradosso, il senso, o meglio, il non-senso, del sistema ideologico e sociale dei tempi moderni, in cui ogni valore può ‘ribaltarsi’ nel
suo opposto, ovvero in disvalore. Sia strutturalmente che contenutisticamente, Le lacrime del prossimo è un Bildungsroman a ‘rovescio’: il processo di formazione del protagonista, Pompeo Barbarò, viene realisticamente a coincidere con la resa impassibile e incondizionata alle leggi darwiniane, facendo così emergere il carattere circolare e avviluppante della storia narrata, e dunque della Storia ontologicamente intesa: anche il mondo moderno, con le sue ‘lotte per la vita’, è prospettato come mera illusione, quasi come ultimo residuo ‘logico’ – la ratio borghese – di poter in qualche modo agire nell’insensata fattualità della vita
Il “Discorso sullo stabilimento della Milizia Provinciale”. Melchiorre Delfico e il «genio legislativo»
Il Discorso sullo stabilimento della Milizia Provinciale, scritto da Melchiorre Delfico nel 1782, contiene in sé una valenza ideologica molto più profonda rispetto alle ragioni meramente occasionali della sua stesura. Mediante un serrato confronto con le posizioni teoriche di Machiavelli e Montesquieu e in sintonia con la ‘scuola’ genovesiana, il Delfico pare voler alimentare quella vis riformatrice già espressa nei suoi precedenti trattati e affrontare la questione della milizia entro il più ampio dibattito sulla legislazione: ad emergere è la sfera della ‘sensibilità’ e della morale, della «dolcezza» del linguaggio, quale fattore essenziale per una riforma ‘felicitante’ della civiltà moderna
«Noi, figli [...] dell’Alighieri». Dante per una definizione di letteratura romantica
Nel tentativo di meglio definire i princìpi fondamentali della letteratura moderna, i
massimi esponenti della dottrina romantica – di Breme, Borsieri, Berchet, Pellico o
Ermes Visconti – elessero l’autorità di Dante come guida e imprescindibile punto di
riferimento. Ecco allora che alcune delle terzine della Divina Commedia venivano funzionalmente
reimpiegate nel vivo della querelle classico-romantica e funzionalmente
reinterpretate come una vera e propria dichiarazione di poetica: la rappresentazione del
gigante Anteo diveniva espressione di uno ‘stile’ affrancato dal normativismo estetico;
il conte Ugolino era posto in relazione al concetto dibremiano di ‘patetico’; o ancora la
figura di Matelda consentiva di mettere in luce il bisogno di una scrittura aderente al
‘sensibile’, al mondo effettuale delle ‘cose’
Alessandro Manzoni e Francesco Lomonaco: sul lemma ‘prudenza’ nel Conte di Carmagnola
Sulla scorta dei più accreditati studi critici su Francesco Lomonaco quale « amico e maestro » di Alessandro Manzoni, si intende riflettere sul lemma ‘prudenza’ presente nel Conte di Carmagnola : lemma che, più volte ricorrente nel testo manzoniano in quanto nucleo concettuale dell’opera stessa, rappresenta anche il principio primo da cui il Lomonaco aveva mosso la sua intera riflessione filosofico-letteraria. Il concetto di ‘prudenza’ – declinato in evidente contrapposizione ai criteri di Ragion di Stato che tra la fine del Cinquecento e il Seicento lo avevano sottoposto ad una torsione semantica – mostra non pochi punti di tangenza con la linea di pensiero dell’illuminista lucano : il principio vichiano del verum ipsum factum, la potenza del tempo, la fortuna, la misura delle passioni, la dissimulazione. Accanto alle suggestioni teoriche che le pagine del Lomonaco possono aver sollecitato nell’arte scrittoria del Manzoni non vanno comunque dimenticate le divergenze di pensiero : si pensi ai toni provvidenzialistici con cui si chiude la tragedia manzoniana
«Cogli a momenti la sfuggevol ora». Francesco Cassoli e lo 'specchio' oraziano
Il saggio intende riflettere intorno alla scrittura autobiografica, intima e solitaria, del più maturo Cassoli, il quale, patriota repubblicano, e per giunta deluso dalle contraddittorie e dolorose vicende del Triennio, farà realmente del credo oraziano il suo modello di vita e il suo ideale punto di riferimento. Si tratta, in altri termini, di un inestricabile intreccio tra arte e vita, in cui i temi letterari di ascendenza oraziana e la scelta di una esistenza ritirata, il gusto neoclassico e la memoria privata si fondono
«I contorni del vero». Cesare Lombroso e la letteratura di brigantaggio in Puglia
In un articolo del 1899 pubblicato sulla «Nuova Antologia», Il delinquente ed il pazzo nel dramma e nel romanzo moderno, Cesare Lombroso riconosceva alla letteratura del proprio tempo la capacità di veicolare con maggiore efficacia e incisività, rispetto alla trattatistica scientifica, le nuove teorie di marca tipicamente positivistica. Il saggio intende dunque mettere in luce i debiti di filiazione, ma anche le distanze critiche, che l’intera intellettualità pugliese di fine Ottocento istituì nei confronti di Lombroso e delle risultanze scientifiche da lui conseguite in merito al brigantaggio. In un saggio dal titolo I masnadieri di Schiller, così come in una sua novella, L’amante del bandito, Francesco Bernardini, ad esempio, prendeva le distanze dal tradizionale immaginario letterario del brigante, apportando, non a caso, come anti-modello il fuorilegge schilleriano Karl Moor e proponendo nella contemporaneità il «brigante volgare», perfettamente aderente alla realtà e alla sua inesorabile logica della lotta per la sopravvivenza. All’interno inoltre della rivista «Rassegna Pugliese» occorrerebbe ricordare due articoli: il primo, La evoluzione nel diritto penale, di Vincenzo Capruzzi, il quale, rifacendosi direttamente alle pagine lombrosiane circa l’atavismo e il principio di ereditarietà dei motivi criminaloidi, ascriveva la «mostruosità» delle azioni umane a fattori di tipo naturalistico-deterministico; il secondo, Quadri della criminalità pugliese, di Nicola Bavaro, che dava vita a un ‘bozzetto’ di evidente marca verista, volto a ricostruire il fait divers. Una deterministica corrispondenza fra stato fisiologico e stato patologico è rinvenibile in una novella di Francesco Curci, Al lazzaretto, o anche nel romanzo Solite lotte di Giuseppe Protomastro, in cui i riferimenti alle contingenze politiche ed economiche del Mezzogiorno risentono certamente del sistema filosofico – correttivo di certi estremismi della scuola lombrosiana – formulato dal filosofo Giovanni Bovio
«Il mondo che noi vogliamo creare»: l’impegno critico-letterario di Tommaso Fiore. Tra utopia e realtà
Il saggio è dedicato alla figura di Tommaso Fiore: dal suo carteggio - in gran parte ancora inedito - tenuto tra il 1943 e il 1967, con i maggiori esponenti dell'intellettualità del tempo (Bodini, Borgese, Dolci, o ancora Calvino e Cassieri), emerge un dialettico coesistere di utopia e storia, sogno e azione, che diviene la chiave interpretativa della sua idea di letteratura. Il tono lirico dei suoi scritti non è mai puro artificio fine a sé stesso, mera bellezza formale, bensì risorsa ermeneutica atta a documentare e al contempo a modificare la realtà nelle sue contraddizioni
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