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    The Descrittione dell’India occidentale,a Sixteenth-Century Source on the Italian Reception of Mesoamerican Material Culture

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    This article discusses the Descrittione dell’India occidentale, a neglected Italian sixteenth-century anonymous and undated text that describes a set of Mesoamerican artifacts brought from Mexico to Italy by an anonymous priest. The text contains data on Mesoamerican material culture, on its Italian reception, and on its contribution to the formation of an early modern corpus of ethnographic knowledge. Herein I provide an analysis of the text, revealing its connections to other sixteenth-century texts and proposing hypotheses on its date and place of publication as well as on the identity of the author and of the priest whose arrival in Italy is the subject of the text. In the concluding section, I discuss some research lines that can be tackled on the basis of the Descrittione dell’India occidentale

    Las andanzas de la pierna de un rey indiano. La biografía cultural de un instrumento musical mixteco

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    Investigaciones recientes han permitido reconstruir de manera detallada la larga historia, o biografía cultural, de un instrumento musical mesoamericano hoy preservado en el Museo Nazionale Preistorico Etnografico Pigorini de Roma, Italia. Los nuevos datos indican que el idiófono de fricción, del tipo que los nahuas llamaban omichicahuaztli, fue localizado en el reino mixteco de Tututepec hacia la mitad del siglo XVI y de allí llevado a Italia. En Italia el artefacto pasó por varias colecciones, estuvo en manos de personajes destacados como el cardenal Flavio Chigi o el Papa Benedicto XIV, viajando entre Bolonia y Roma, donde hoy se conserva todavía. En sus largas andanzas el objeto ha sido blanco de preguntas e interpretaciones que han quedado registradas en noticias históricas, inventarios y publicaciones, en los que se reflejan las cambiantes perspectivas sobre la otredad cultural que caracterizaron los diferentes periodos históricos desde el siglo xvi hasta nuestros días

    Nuovi dati per una storia dei codici messicani della Biblioteca Apostolica Vaticana

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    Il contributo ricostruisce, sulla base dei risultati di recenti ricerche dell'autore, la storia dell'arrivo in Italia e nelle collezioni della Biblioteca Apostolica Vaticana di tre manoscritti pittografici mesoamericani: Borg. mess. 1 (Codice Borgia), Vat. lat. 3773 (Codice Vaticano B), Vat. lat. 3738 (Codice Vaticano A). Nuovi dati desunti da cronache del XVI e del XVII secolo permettono infatti di ricondurre, con diversi gradi di certezza, l'arrivo dei tre codici a due diverse occasioni nel corso del XVI secolo; in entrambi i casi i codici sarebbero stati portati in Italia da missionari domenicani provenienti dal Messico. Un primo arrivo, tra 1532 e 1533, si dovette al frate domenicano Domingo de Betanzos, che portò con sé alcuni codici pittografici tra i quali il Codice Borgia e probabilmente il Codice Vaticano B (oltre che il Codice Cospi oggi a Bologna); un secondo arrivo, datato al terzo quarto del secolo, si dovette invece a un domenicano ignoto, che nel testo si propone di identificare con Juan de Córdova, il quale avrebbe portato con sé il Codice Vaticano A. Nel caso del Codice Borgia, nuova documentazione d'archivio permette inoltre di ricostruirne parte della "biografia" romana quando, agli inizi del XVII secolo, ben prima di entrare nella collezione del Cardinale Stefano Borgia, il manoscritto appartenne a Benedetto Giustiniani

    Disentangling knots. Real and fictional khipu systems in the Naples documents, Garcilaso de la Vega’s Comentarios, Guaman Poma’s Nueva corónica, and Raimondo de Sangro’s Lettera apologetica

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    The present paper offers a new critical approach to the so-called Naples documents, a group of controversial manuscripts that contain unprecedented claims regarding Peruvian colonial history, among them the attribution to the mestizo Jesuit Father Blas Valera of the authorship of El primer nueva corónica i buen gobierno of Felipe Guaman Poma de Ayala, one of the treasures of the Royal Library of Denmark. The Naples documents ignited a scholarly controversy, placing scholars who considered them to be bold modern forgeries in opposition to scholars who believed in their authenticity and veracity. The strategy chosen here for attempting to make some progress in assessing the authenticity of single parts of the Naples documents consists of a deliberate focus on one single, major aspect, to the disregard of others. In the present case, the focus is on the various examples of “syllabic khipu” represented in the documents, considered from the vantage point of Raimondo de Sangro’s Lettera apologetica (1750). In this famous book, the Neapolitan intellectual presented an example of a “syllabic khipu” writing system, apparently derived from one of the two main Naples documents. A detailed analysis of the diverse relationships between the Lettera Apologetica and the Naples documents makes it possible to demonstrate that only a small part of the documents can be considered to be earlier than 1750, and hence potentially can be identified with what De Sangro himself mentions as being his main source. However, most parts of the Naples manuscripts are manifestly dependent on the Lettera Apologetica, and are therefore clearly not what they purport to be. On the basis of our analysis, we propose that the authentic pre-1750 part of one of the documents is an interesting source on the colonial perception and transformation of native Andean khipu, but that it is devoid of any “revolutionary” content. The demonstration that the Naples documents with one single exception are clear post-1750 forgeries thus implies that their claims must be rejected, including those regarding El primer nueva corónica i buen gobierno, the distinctive and unique achievement of the Andean Indian Felipe Guaman Poma de Ayala

    Brevissima riflessione sulla distruzione delle Indie

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    La conquista e la colonizzazione delle Americhe causarono devastazioni così profonde tra i popoli indigeni americani da assurgere al ruolo di esempi paradigmatici dei molti casi distruzione biologica e culturale che si siano dati nella storia dell’umanità. Se molti studi hanno cercato di comprenderne meccanismi, modalità ed entità, l'oggetto di questo articolo – senza alcuna pretesa di esaustività – sono i modi in cui quella distruzione è stata pensata, legittimata o condannata nella produzione storiografica dal '500 in poi. Il carattere epocale della distruzione innescata dalla Conquista, che non a caso nelle tradizionali partizioni cronologiche occidentali coincide con l’avvio stesso della modernità, fu infatti chiaro agli occhi degli osservatori sin dal XVI secolo. Da allora, molteplici “paradigmi della distruzione” si sono susseguiti, confrontati e affrontati, sia nelle diverse tradizioni storiografiche che nella percezione di quei popoli nativi che ancora oggi denunciano gli effetti di cinque secoli di distruzione continua. Ognuno di questi paradigmi è stato ed è caratterizzato da specifiche e spesso contrastanti sensibilità politiche che influenzano inevitabilmente lo sguardo sul passato così come quello sul presente. Ragionare sul “senso della distruzione” è quindi un esercizio tanto utile quanto quello di indagarne le dinamiche

    Máscaras, escudos y tablas con mosaicos de turquesa en Puebla y Oaxaca

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    En algunas cuevas de la región mixteca entre Oaxaca y Puebla se encontraron excepcionales objetos incrustados de mosaicos de turquesa, como son máscaras, escudos y tablas de madera con escenas complejas. Su iconografía sugiere que se trate de representaciones de ñuhus, seres subterráneos que de acuerdo a la mitología mixteca fueron vencidos en una guerra primordial, quedando como dueños de la tierra a quienes se les pedían lluvias y cosechas abundantes. Las mascaras y los escudos parecen haber sido partes de bultos sagrados, guardados en cuevas donde se les rendía culto como materializaciones de los ñuhus

    Handling sacrifice. Reception and perception of Mesoamerican knives in Italy

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    The article explores the cultural biographies of a series of Mesoamerican knives brought to Italy during the 16th century by Dominican missionaries. Even if many of these knives were subsequently lost, at least three of them (actually, two mosaic-encrusted bladeless handles and a whole specimen) are still preserved in museum collections in Italy and UK. Besides contributing to the study of the Italian reception of Mesoamerican material culture, the article explores the five centuries-long biographical trajectory of the knives which, by going through diverse cultural contexts and regimes of value, were able to elicit an array of discourses on topics such as the humanity of Indigenous American peoples, religious difference and – even if much less than expected – human sacrifice

    Il pane nell’antica Mesoamerica

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    ll testo si interroga sulla possibilità di applicare la categoria "pane", intesa in termini interculturali, alle preparazioni alimentari a base di mais proprie della Mesomerica precolombiana. Oltre a presentare le principali preparazioni a base di mais, il testo mostra come tali preparazioni fossero oggetto di una complessa elaborazione ideologico-religiosa nel mondo indigeno, così come avvenne con il "pane", nelle sue forme più varie, nel Vecchio Mondo. Si analizzano le locali denominazioni indigene mostrando come anche alcune di esse avessero un valore semantico che spesso prescindeva dalle caratteristiche di una specifica preparazione, assumendo quindi una funzione tassonomica generale analoga a quella assolta dal termine pane. Infine, si mostra come l'istituire una analogia tra alcune preparazioni indigene e il pane non sia un indebito anacronismo, dal momento che tale analogia fu proposta sia dai conquistatori europei del Nuovo Mondo nel XVI secolo - che spesso scrissero del "pane degli indigeni" - che dagli indigeni, come testimoniano testi náhuatl cinquecenteschi che denominano il pane di frumento utilizzando le categorie indigene, affiancandovi semplicemente l'aggettivo "caxtillan" ("castigliano"). L'applicazione di tali analogie, fondate sull'ampiezza e sulla duttilità semantica delle categorie alimentari, costituì il quadro concettuale nell'ambito del quale si dettero i primi esperimenti di "traduzione alimentare" che fondarono lo scambio di pratiche e concezioni alimentari nel corso della prima età coloniale

    Dimenticare l’aquila calpestata. La Conquista e il passato precoloniale nel paesaggio urbano di Città del Messico.

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    The paper examines the various forms in which the memory of the Spanish conquest has been materialized and signified in the monuments of Mexico City, formerly the capital of both the Aztec empire and the Viceroyalty of New Spain. Looking at how the memory of the Conquest was settled in the “mnemonic landscape” of the city can reveal the identity strategies of a country that, born on the ashes of a destructive event, has always been forced to make sense of its painful past in order to plan its own future

    The wandering « Leg of an Indian King ». The cultural biography of a friction idiophone now in the Pigorini Museum in Rome, Italy

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    The article presents new data on the history of a Mesoamerican musical instrument, which is a notched human bone used as a friction idiophone, today, held at the Pigorini Museum in Rome, Italy, where it is recorded as MNPE n. 4209. The documentary data allow for the reconstruction of the instrument’s cultural biography along a time span of almost five centuries. Collected in the Mixtec Kingdom of Tututepec (Oaxaca, Mexico) during the 16th century, it passed through different Italian collections before reaching its present location in Rome toward the end of the 19th century. The text also analyzes how in its long historical journey through different contexts and regimes of value, the notched bone generated diverse sets of discourses on cultural otherness. It is argued that this discursive agency of the object is due to its enduring coevalness, a quality that allows ancient objects to be always contemporary and meaningful to different cultural audiences.Cet article présente des données nouvelles sur l’histoire d’un instrument de musique mésoaméricain, un fémur humain à encoches, utilisé comme idiophone à friction, aujourd’hui conservé au musée Pigorini de Rome, sous le numéro d’inventaire MNPE n. 4029. Les données recueillies permettent de reconstituer la biographie culturelle de cet instrument sur près de cinq siècles. Cet objet fut collecté au xvie siècle dans le royaume mixtèque de Tututepec (Oaxaca, Mexico), et il est passé ensuite dans plusieurs collections italiennes avant d’atteindre l’endroit où il se trouve, à Rome, vers la fin du xixe siècle. L’article analyse également comment, au cours de son long voyage à travers différentes situations historiques et avec des régimes de valeur changeants, cet instrument de musique n’a cessé de susciter le développement de discours divers sur l’altérité culturelle. On avance aussi ici que l’agentivité discursive de l’objet est liée à sa « contemporanéité durable » (enduring coevalness), une qualité qui permet à des objets anciens de demeurer significatifs et actuels pour différents publics.Este trabajo presenta nuevos datos sobre la historia de un instrumento musical mesoamericano, un idiófono de fricción, hecho en un fémur humano, hoy conservado en el museo Pigorini de Roma, donde se registra con el número de inventario MNPE n. 4209. Los datos recopilados permiten reconstituir la biografía cultural del instrumento a lo largo de un lapso de casi cinco siglos. Obtenido en el reino mixteco de Tututepec (Oaxaca, México) en el siglo xvi, el instrumento ha pasado a través de varias colecciones italianas antes de llegar a su presente lugar en Roma hacia el final del siglo xix. El texto investiga también cómo en el transcurso de su largo viaje a través de diferentes contextos históricos y regímenes de valores, el hueso trabajado continuó estimulando una serie de discursos sobre la alteridad cultural. Proponemos además que la agencia del objeto se debe a su « contemporaneidad perdurable » (enduring coevalness), una cualidad que permite a los objetos antiguos de ser vistos siempre como contemporáneos y significativos aun frente a contextos culturales cambiantes
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