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    Il naso rotto di Paolo veronese. Anarchismo e conflittualita' sociale a Verona (1867-1928)

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    Nel Primo dopoguerra la provincia di Verona, comunemente situata ai margini della cartografia della sovversione, conosce lo sviluppo di rilevanti conflitti sociali contraddistinti dalla presenza di una Camera del lavoro aderente all’usi che ne risulta, in quegli anni, la prima sezione veneta per numero di iscritti e una delle piu'consistenti in ambito nazionale. L’esigenza di comprendere come fosse stato possibile tale sviluppo a fronte di relazioni sociali fino ad allora contraddistinte da una nota prevalente di staticita' e pacificazione, ha portato l’indagine verso la ricostruzione di due aspetti fondamentali: lo sviluppo delle lotte operaie e contadine e dei processi di organizzazione sindacale, e il ruolo ricoperto in tale contesto dai sindacalisti rivoluzionari e, in particolare, dagli anarchici. Ne esce un quadro complesso che, rivisitando e confermando linee interpretative gia' percorse dalla storiografia, non manca di spunti originali che aiutano a comprendere, tramite l’analisi di un caso locale, la realta' di un anarchismo “di provincia” – distante dalle zone del Paese dove questo trova piu' ampia diffusione – negli anni compresi tra l’Unita' e il fascismo

    Un anarchico del Novecento

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    Operaio, anarchico, antifascista, dopo aver partecipato alle lotte politiche e sindacali nella sua citta' il veronese Giovanni Domaschi (1891-1945) ha trascorso quasi per intero il ventennio fascista rinchiuso in carcere o relegato al confino. Membro del secondo Comitato di liberazione nazionale di Verona, prima di essere deportato in Germania e di trovare la morte in un lager ha avuto modo di scrivere le sue memorie. Un testo affascinante che contribuisce a fare luce sulla mentalita', sulle convinzioni politiche e sulle scelte di vita di un operaio anarchico nella prima meta' del Novecento. Un intreccio tra la storia comune di un militante di base e una vicenda biografica eccezionale (al pari di molte altre storie di vita di quegli anni), segnata dalla costante volontà di resistere al regime fascista e di lottare per la liberta'

    «Si inscriva, assicurando». Polizia e sorveglianza del dissenso politico (Verona, 1894-1963)

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    La ricerca concerne le forme della sorveglianza di polizia sul dissenso politico nel territorio veronese in età contemporanea, indagate mediante l’analisi dei fascicoli personali relativi ai sorvegliati politici nati e residenti nella provincia che formano la serie "A8 Radiati" del fondo "Questura di Verona", conservato presso l’Archivio di Stato di Verona. La serie si compone di 1940 fascicoli, prodotti e utilizzati in un ampio arco di tempo che va dal 1894 al 1963. Ciascun fascicolo, oltre ai periodici rapporti informativi sul soggetto cui è intestato, può inoltre contenere una scheda biografica e documenti di varia tipologia: anagrafici, giudiziari, di identità, ritratti segnaletici, reperti di perquisizioni (corrispondenza, stampa periodica, tessere di partiti, sindacati, associazioni), memoriali e istanze. Utilizzati di norma per la ricostruzione delle biografie dei militanti politici e degli antifascisti, i fascicoli personali dei sorvegliati, così come le fonti di polizia in generale, sono però innanzitutto fonti "sulla" polizia. Prima ancora che strumenti attraverso i quali è possibile ricostruire le storie dei soggetti individuali e collettivi che sono stati oggetto di attenzione da parte della pubblica sicurezza, essi danno indicazioni su pratiche, funzioni e quadri mentali che sono propri di quest’ultima e attraverso i quali è necessario interpretarli per utilizzare anche le fonti di polizia, come qualsiasi altra fonte, in modo critico e consapevole. Non si tratta semplicemente di chiarire se le fonti di polizia dicono il vero o il falso, quanto piuttosto di comprendere i filtri attraverso i quali la realtà viene fissata nei documenti. Gli atti dell’“inscrivere”, cioè dell’aprire e poi aggiornare periodicamente dossier individuali su un gran numero di persone, e dell’“assicurare”, cioè trasmettere le informazioni dal centro alla periferia e viceversa da parte degli attori preposti alla sorveglianza, non sono solo pratiche diffuse e di lungo periodo, ma anche punti di osservazione privilegiati per comprendere quali sono e come funzionano tali filtri. Per analizzare, cioè, in base a quali meccanismi concreti e quadri mentali la polizia produce i suoi documenti. La prima parte della ricerca ripercorre, con riferimenti al contesto locale e nazionale, la formazione della polizia moderna nell’Ottocento, segnata dalla diffusione del positivismo, dal dibattito intorno all’antropologia criminale di Cesare Lombroso e dalla costruzione del concetto e dell’immagine di “sovversivo” intorno alla figura dell’anarchico. Prosegue poi analizzando le linee di sviluppo delle politiche sull’ordine pubblico e della pratica della schedatura nel Novecento attraverso le trasformazioni politiche e sociali del Paese: dall’età giolittiana al primo dopoguerra, dal regime fascista ai primi anni della Repubblica democratica. La seconda parte della ricerca è dedicata a un’analisi di tipo quantitativo sul complesso dei fascicoli personali prodotti dalla Questura di Verona, affiancata dalla ricostruzione di una serie di casi attraverso brevi profili biografici di sorvegliati. L’analisi si è basata sulla realizzazione di un database dei dati estratti da tutti i fascicoli: anagrafici, relativi allo status sociale e all’attività politica, ma anche alle motivazioni e alle circostanze della schedatura, nonché alla durata e alle modalità secondo le quali la sorveglianza è stata esercitata nel corso del tempo. Nel corso del lavoro si è cercato di rispondere a una serie di domande: su chi viene esercitata la sorveglianza? Qual è il profilo politico, sociale, generazionale e di genere dei sorvegliati? In quali periodi la sorveglianza è più intensa e in quali, al contrario, lo è di meno, e per quali ragioni? Qual è la durata della sorveglianza e come varia nel tempo e a seconda del profilo degli stessi sorvegliati? Quali sono i motivi e le circostanze che portano all’apertura di un fascicolo e gli attori coinvolti in tale processo? Quali sono i motivi che, invece, portano alla sua chiusura e alla fine della sorveglianza? Le risposte a tali interrogativi hanno innescato a loro volta una serie di ragionamenti più articolati, affidati all’ultima parte della ricerca. I temi oggetto di approfondimento sono stati: la costruzione della definizione di “sovversivo”; gli indici di pericolosità (opinioni politiche, comportamento verso le forze dell’ordine, status sociale, ambiente di lavoro, livello di attivismo, età e genere); l’ampliarsi o il restringersi di categorie sociali e correnti politiche sottoposte a sorveglianza a seconda dei vari periodi; l’utilizzo delle fonti di polizia nell’analisi del rapporto tra consenso e dissenso rispetto al regime fascista; la pubblicità e la segretezza della sorveglianza e il loro significato; l’attività della polizia come spazio di mediazione; i conflitti di competenze fra i vari attori della sorveglianza; la pratica della violenza da parte delle forze di pubblica sicurezza; il rapporto tra criminalità politica e criminalità comune; il controllo (e il contrasto) della mobilità; gli spazi nei quali e attraverso i quali si esercita la sorveglianza, come la “moralità” dei comportamenti privati; il “ravvedimento” e la “radiazione”, cioè gli elementi e le dinamiche che portano alla fine della sorveglianza; le tattiche e le strategie di risposta che mette in atto chi viene sorvegliato. I temi affrontati possono contribuire a delineare con maggior precisione le caratteristiche di fondo della sorveglianza di polizia sul dissenso politico in età contemporanea, offrendo, a partire da un caso specifico come quello veronese, spunti interpretativi utili a meglio definire l’attività della polizia e delle autorità, nonché il profilo dei dissidenti e degli oppositori politici, nell’Italia dall’Unità alla Repubblica. La sorveglianza del dissenso politico ne emerge come un dispositivo di lungo periodo, in quanto accompagna tutta la storia del Paese, dall’Unità in poi; elastico, perché il suo utilizzo varia sensibilmente a seconda dei periodi, delle condizioni e dell’input governativo; vischioso: una volta entrato nel cono di osservazione della polizia, è molto difficile che un soggetto ne esca, perché la valutazione sulla pericolosità individuale non si basa solo sui suoi atti ma soprattutto sul profilo che di lui viene elaborato. Nonostante la sorveglianza politica attraversi contesti storici e regimi politici molto diversi tra loro, ne rimangono sostanzialmente inalterati la funzione, la forma, gli obiettivi e gli oggetti fondamentali, cioè le correnti politiche poste sotto sorveglianza nell’intero arco di tempo considerato: anarchici, socialisti e comunisti. La continuità, anche nei momenti di trasformazione e frattura, è inoltre la cifra dominante che caratterizza il profilo del personale di pubblica sicurezza. La sorveglianza politica non è però un dispositivo indifferenziato, esente da trasformazioni e privo di elementi di discontinuità. Variano l’intensità e le modalità del suo utilizzo: a seconda dei periodi, si ampliano o si restringono le correnti politiche, i ceti sociali, le classi di età e il tipo di comportamenti che sono oggetto di sorveglianza. La storia della sorveglianza politica, della sua continuità e delle sue discontinuità, si configura quindi attorno ai campi di significato che di volta in volta assume la categoria di “sovversivo”, nella sua accezione giuridica, politica, ma anche simbolica. I soggetti, le idee e i comportamenti che sono ritenuti sovversivi, cioè potenzialmente in grado di rovesciare, sub-vertere, l’ordine pubblico e il sistema di potere vigente, vengono fatti oggetto di un dispositivo di controllo e di disciplinamento volto a eliminare dall’orizzonte politico e sociale il pericolo di una radicale e traumatica trasformazione.This research discusses the forms of police surveillance of political dissidents in Veronese territory in modern times, studied through an analysis of the personal files of politicians kept an eye on, people born and resident in the province of Verona whose files formed the series "A8 Radiati" using as its source the "Questura di Verona", conserved in the State Archives of Verona. The series consists of 1940 files, produced and used over a period that covers the years 1894 – 1963. Each file, besides providing periodic informative reports about the person in question, sometimes contains a biography and documents of various types: birth and death certificates, legal, descriptions of identification, exhibits from searches carried out (correspondence, political press, membership cards of parties, trade unions and various associations), memorials and petitions. Normally used for the reconstruction of biographies of political militants and antifascists, the personal files of the people kept an eye on, like police sources in general, become however, sources "about" the Police. Before being used as instruments for the reconstruction of the stories of individuals or groups who have been the object of Police attention, these files provide details about the procedures, functions and ideas of the latter and they need to be interpreted – despite being police sources, just like any other source – critically. It is not simply a question of clarifying whether these police sources tell the truth or not; rather, one needs to understand the filters through which reality is established in the documents. The acts of “inscription”, of opening and periodically up-dating individual files on a good number of people and of “insuring”, that is, of the Police officers transferring the information from the centre to the periphery and vice-versa are not only widespread activities carried out over a long period of time, but also useful in helping us to understand who and how these filters are organised, so as to be able to analyse the concrete mechanisms and reasoning the Police adopt to produce their documents. The first part of the research summarises, with reference to both the local and national context, the formation of the modern police force during the 19th Century, an era marked by the spread of positivism, of debate about Cesare Lombroso’s criminal anthropology and of the construction of the concept and image of the “subversive” around the anarchist’s figure. It proceeds then, by analysing the lines of development of policies on public order and the procedure of opening files in the 19th Century through the political and social transformations of the country: from the Giolitti era to the aftermath of World War I, from the Fascist regime to the early years of the democratic republic. The second part of the research is dedicated to an analysis of a quantitative type on the files as a whole, the personal files produced by the Questura of Verona supported by a reconstruction of a number of cases through brief biographical profiles of those kept under surveillance. By constructing a database of information extracted from all the files, it was possible to carry out an analysis of private data regarding not only social status and political activity but also the motivation and circumstances leading to the construction of the profile, not to mention the length and the form adopted in keeping the person under surveillance over the years. While working on this project, I have tried to answer a number of questions. Who is put under surveillance, for example? What is his political, social or generational profile? When were more people kept an eye on, when fewer, and why? What is the average length of being placed under surveillance? Does the length vary over a period of time, or according to the person’s profile? What are the reasons and circumstances that lead to the opening of a file and who are the people involved in this process? What, on the other hand, are the reasons that lead to the closure of a case and to the end of surveillance? The answer to these questions triggered off a series of more articulated reasonings which are explained in the final part of the research. The themes treated in-depth have been: defining the word “subversive”, defining what constitutes danger (political opinions, behaviour towards the officers whose job it is to enforce the law, social status, work environment, how active the person is, his age and so on); the broadening or limiting of social groups and political currents put under surveillance according to various periods; the use of political sources in analysing the relationship between consent and dissent during the fascist regime; making the surveillance (and its meaning) public or keeping it secret; the use of violence by the police; police activity as room for mediation; conflict between the roles played by the various agents of surveillance; the relationship between political and ordinary criminality; control (and not) of mobility; the spaces in and through which surveillance is carried out; such as the “morality” of private behaviour, “repentance” or “cancellation”, that is, the elements and the dynamics that lead to the end of surveillance; the tactics and strategies of reply adopted by those who are put under surveillance. The issues raised can contribute to a more precise delineation of the basic characteristics of police surveillance of political dissidents in modern times, using the Veronese case as a starting point for useful interpretation, so as to be able to more accurately define the activity of the Police and public Authorities, as well as provide a profile of the dissident and political opponent in Italy at the time of its unification. Keeping an eye on political dissidents emerges as a long-term strategy insofar as it has accompanied the entire history of this century, ever since the unification of Italy. It is an elastic process: its use varies considerably according to the times, the conditions and governmental input; slimy because every time a person is put under the police lens, it has been demonstrated that it is difficult to get out because the evaluation of an individual’s level of danger is not based on his actions, but rather, on his profile which is subsequently prone to elaboration. Notwithstanding that political surveillance has passed through very different historical contexts and political regimes, the kind of person put under surveillance has, however remained substantially the same: anarchists, socialists and communists. Continuity, even in times of transformation and fracture, has remained the dominant factor that characterizes profile of the Police. Political surveillance is not, however, an innocuous measure, without transformation or elements of discontinuity. The intensity and form it adopts may however, vary. The history of political surveillance, of its continuity and discontinuity depends on the circumstances of the time: the person defined “subversive” varies according to the climate of the moment and accepted meanings, juridically-, politically- and even symbolically- speaking. The people, ideas and behaviours considered “subversive”, that is potentially able to turn public order and the power system of the moment upside-down, are put under surveillance and disciplined, with the aim of eliminating the danger of a radical and traumatic transformation of the political and social horizon

    «Heil Hellas!»: tenere la destra in curva. Sociabilità e immaginario della destra radicale sugli spalti scaligeri

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    Nel panorama complesso dell’estrema destra italiana il ruolo svolto dal Veneto, e da Verona in particolare, come rampa di lancio di iniziative xenofobe e razziste si coniuga ormai da quindici anni in qua con vistose ricadute politiche a livello locale e poi con la gestione da parte della Lega e dei suoi esponenti più in vista, dal trevigiano Gentilini al veronese Tosi, della cosa pubblica. Si è trattato di un cammino in costante ascesa nel quale un “fronte veneto” fatto di ultras del calcio e di teste rasate più e meno in doppiopetto, assieme a vari gruppi di clericali integralisti, è riuscito ad insinuarsi giorno dopo giorno, con le proprie idee e i propri programmi, nei più diversi strati sociali sino ad insediarsi vittoriosamente ai vertici del governo di alcuni dei maggiori centri urbani della regione, come appunto Verona. Al posto del vecchio localismo piccolo borghese degli artisti, dei versificatori e dei cantori della veronesità fioriti fra Otto e Novecento (da Berto Barbarani ad Angelo Dall’Oca Bianca), si è fatto largo un condensato di nozioni identitarie rudimentali che si compendia nella difesa strenua di un territorio sentito come proprio e intangibile, da preservare con ogni mezzo dall’intrusione di stranieri ed estranei. Linguaggi e stili di vita, fenomeni di costume e atteggiamenti mentali si incrociano con i riusi della tradizione nel segno del tradizionalismo, con la demagogia dei messaggi populisti, ma anche con l’eredità del moderatismo sia liberale che cattolico. Ricercatori e studiosi, quasi tutti veronesi, si sono interrogati sulle radici e quindi sulla storia di un fenomeno che, pur con le sue peculiarità locali o regionali, aiuta a inquadrare e a meglio comprendere le grandi trasformazioni dalle quali è stato investito l’intero paese, esposto ad un mutamento di tipo quasi genetico delle proprie strutture mentali e culturali

    Un anarchico del Novecento

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    Operaio, anarchico, antifascista, dopo aver partecipato alle lotte politiche e sindacali nella sua citta' il veronese Giovanni Domaschi (1891-1945) ha trascorso quasi per intero il ventennio fascista rinchiuso in carcere o relegato al confino. Membro del secondo Comitato di liberazione nazionale di Verona, prima di essere deportato in Germania e di trovare la morte in un lager ha avuto modo di scrivere le sue memorie. Un testo affascinante che contribuisce a fare luce sulla mentalita', sulle convinzioni politiche e sulle scelte di vita di un operaio anarchico nella prima meta' del Novecento. Un intreccio tra la storia comune di un militante di base e una vicenda biografica eccezionale (al pari di molte altre storie di vita di quegli anni), segnata dalla costante volontà di resistere al regime fascista e di lottare per la liberta'
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