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At the roots of architecture. The project in the Mediterranean rural landscape
Almost ninety years after Pagano and Daniel's research on ‘Rural Architecture in the Mediterranean Basin’, the theme of traditional construction is charged with new significance in the light of the most recent environmental crisis and the risk of abandonment of these areas, which are fundamental pieces of the overall morphological, economic and social structure of inland Mediterranean landscapes. Is it possible to trace, in recently built architectures, characters of resistance aimed at responding synthetically to the most current criteria of sustainability, recovery of agricultural landscapes and renewal of a building tradition rooted in the collective memory of rural and Mediterranean living?
The contribution intends to present some contemporary architectural projects that work on the reinterpretation of features related to traditional constructions in the Mediterranean rural context. From a methodological point of view, the contribution addresses the theoretical-applicative origins of rural architecture and highlights the transfer of theoretical concepts into the evidence of realised projects. The results that the contribution intends to present concern the selection, deepening and interweaving of the themes developed in three case studies, in relation to the principles of sustainability of rural architecture and the construction of the space and landscape best suited to human activities that take place in the rural context.
Some recently realised interventions in the Iberian Peninsula summarise these issues in relation to traditional living, collective ritual, and wine production.
The project for the village of São Lourenço do Barrocal (E. Souto De Moura, Portugal 2017) renews the consolidated constructive memory linked to living and the ancient agricultural traditions, history and ecology of the Alentejo. Consisting of a vast complex of buildings arranged along a common road and active farmland, the village includes olive groves, vineyards, cork and oak forests. The classrooms, rooms, oil mills and agricultural outbuildings have been transformed and refurbished into sober accommodations that recover a sense of community and simplicity, through a contemporary aesthetic that works by reinterpreting the local building tradition and the measured relationships between interior spaces, mediation spaces and outdoor space.
The Capela do Monte (Á. Siza, Portugal 2018), defines a space for the collective rituals of the community living in the agricultural village of Monte da Charneca, a ruined settlement that has been restored to be water and energy self-sufficient. The building relies on natural ventilation, selected local materials (insulated bricks, limestone and Portuguese tiles) and a careful spatial and construction design to keep cool in summer and warm in winter.
The underground Parelada winery (RCR, Spain 2022), is attached to the so-called ‘Castle Farm’, an early 20th century rural settlement in northern Catalonia. Based on the very concept of a farm, the new intervention exploits the existing unevenness to realise a profound relationship between land, architecture and landscape. In addition to favouring a full integration into the environment, the project worked with an innovative and sustainable approach, receiving important eco-friendly certifications. The project principles include the use of geothermal energy, efficient consumption of water and electricity, the choice of sustainable materials and processes, thermal insulation and the predominance of natural lighting.
Through these projects that reinterpret the principles of traditional construction, it is possible to recognise, in contemporary architecture, a ‘return to the roots of architecture’ (Siza, 2018) that solicits further design declinations for the widespread inland rural landscapes that characterise the Mediterranean
Da scarto a innesco. Innesti architettonici per la riattivazione di cave dismesse
Attualmente la società sta vivendo una fase di crisi ambientale e contemporaneamente una ritrovata consapevolezza della necessità di ridisegnare una “logica di coesistenza futura”. Le emergenze legate alle crisi ambientali sono eventi derivanti dall'attività umana, che possono colpire gli elementi naturali e gli esseri viventi, e che possono richiedere misure di progettazione per gestire le possibili conseguenze, minimizzare i danni e facilitare il ripristino delle normali condizioni ambientali.
Nel caso delle cave, delle attività estrattive e delle relative cessazioni, una condizione di rischio è determinata dalla dismissione, dall'abbandono o dal riutilizzo a fini illeciti di parti del paesaggio che sono già state alterate formalmente e in termini di utilizzo per obiettivi di scavo, e che da depositi diventano rifiuti.
Come può il progetto architettonico e paesaggistico intervenire in questo progressivo processo di distruzione, e sovvertirlo attribuendo alle cave il ruolo di innesco di benefici sociali, culturali e ambientali?
L'introduzione di innesti architettonici che ne reinterpretano la morfologia e svelano nuovi significati, usi e spazialità attraverso nuove topografie, suoli e connessioni, persegue quell'orizzonte di cura dei paesaggi manomessi che attendono nuovi valori di cui farsi portatori.
Tra le diverse tipologie di innesti possibili, si distinguono approcci, scale e modalità di intervento che riguardano, tra l'altro, la lettura della massa sottratta e, per una dinamica opposta, l'aggiunta di grandi dispositivi puntuali, macchine topografiche di scala antropogeografica. Il progetto si può configurare anche come un'interpretazione degli esiti materiali ed espressivi dell'attività estrattiva e, in una logica di continuità, come una prosecuzione del lavoro sulle falde con la progettazione di nuovi suoli. Infine, la riattivazione e la reintegrazione delle cave può essere concepita come disvelamento della densità dello spazio vuoto e, in un processo di riscrittura, come innesto di una rete di connessioni che permette di rinnovare la memoria di una consistenza perduta attraverso la possibilità di attraversare e godere della spazialità tridimensionale del vuoto scavato. In ogni caso, questi innesti funzionano come concatenazioni, attraverso le quali riassociare, riannodare l'uomo, la vita e la natura nell'idea di Terra-Patria, come relazioni di più profonda interdipendenza
Aegean emotional landscapes: walking the hills around Knossos – an experience of nature and of ritual
Lo spazio dell’acqua. Il progetto tra collisione e inclusione
La questione di cosa e come ereditare il patrimonio continua a essere uno dei temi fondamentali della progettazione contemporanea. Negli ultimi anni, a fronte di criticità ambientali sempre più pressanti, anche nel campo della progettazione dei paesaggi archeologici si è diffusa una maggiore consapevolezza circa l'impossibilità di delineare interpretazioni e visioni di futuro per il patrimonio culturale senza tenere conto delle condizioni dell'ambiente naturale in cui esso si trova.
È diventato quindi necessario sviluppare sperimentazioni che mettano in atto quell'indispensabile dialogo che la progettazione dovrebbe oggi instaurare con la terra, con gli strati che la compongono, mettendo in relazione l'architettura, contestualmente, con l'archeologia e il suolo, entrambi depositati in quegli strati.
Progettare oggi in un "Paese antico" presuppone infatti la formulazione di un pensiero capace di intrecciare esperienza estetica e dimensione ecologica e, in particolare, le questioni riguardanti la geologia e i temi legati all'archeologia, con la consapevolezza che se il suolo della terra è il substrato concreto di ogni fatto costruito, è all'interno del suo spessore in cui si celano o si depositano le rovine archeologiche che vanno ricercate le radici di un possibile futuro.
In questo senso, il progetto può essere definito come uno degli strumenti che interpreta i contenuti di carattere “topografico” depositati nei paesaggi, integrando la lettura delle tracce geologiche e delle rovine archeologiche, e traducendo in forme architettoniche i valori rintracciabili tra gli strati e le pieghe della terra sottoposti all'azione del tempo. In questo senso, le morfologie deformate del suolo e le configurazioni metamorfiche dell'archeologia, frutto di millenni di accumulo ed erosione, ma anche di fratture improvvise e crolli flagranti, diventano materiali di un progetto che proietta verso il futuro la memoria delle tante storie scritte sulla superficie fisica della terra.
Questo approccio è ben applicato e sviluppato nel lavoro di due progettisti, Luigi Franciosini e Toni Gironès Saderra, accomunati da una spiccata attenzione al dato topografico del paesaggio archeologico inteso come sintesi di contenuti derivati da matrici naturali e strutture antropiche, e che diventa oggetto di sperimentazioni volte a riscriverne gli orizzonti di sviluppo in una prospettiva dialogica
Architettura, archeologia e suolo. Il progetto come dialogo con la terra
La questione di cosa e come ereditare il patrimonio continua a essere uno dei temi fondamentali della progettazione contemporanea. Negli ultimi anni, a fronte di criticità ambientali sempre più pressanti, anche nel campo della progettazione dei paesaggi archeologici si è diffusa una maggiore consapevolezza circa l'impossibilità di delineare interpretazioni e visioni di futuro per il patrimonio culturale senza tenere conto delle condizioni dell'ambiente naturale in cui esso si trova.
È diventato quindi necessario sviluppare sperimentazioni che mettano in atto quell'indispensabile dialogo che la progettazione dovrebbe oggi instaurare con la terra, con gli strati che la compongono, mettendo in relazione l'architettura, contestualmente, con l'archeologia e il suolo, entrambi depositati in quegli strati.
Progettare oggi in un "Paese antico" presuppone infatti la formulazione di un pensiero capace di intrecciare esperienza estetica e dimensione ecologica e, in particolare, le questioni riguardanti la geologia e i temi legati all'archeologia, con la consapevolezza che se il suolo della terra è il substrato concreto di ogni fatto costruito, è all'interno del suo spessore in cui si celano o si depositano le rovine archeologiche che vanno ricercate le radici di un possibile futuro.
In questo senso, il progetto può essere definito come uno degli strumenti che interpreta i contenuti di carattere “topografico” depositati nei paesaggi, integrando la lettura delle tracce geologiche e delle rovine archeologiche, e traducendo in forme architettoniche i valori rintracciabili tra gli strati e le pieghe della terra sottoposti all'azione del tempo. In questo senso, le morfologie deformate del suolo e le configurazioni metamorfiche dell'archeologia, frutto di millenni di accumulo ed erosione, ma anche di fratture improvvise e crolli flagranti, diventano materiali di un progetto che proietta verso il futuro la memoria delle tante storie scritte sulla superficie fisica della terra.
Questo approccio è ben applicato e sviluppato nel lavoro di due progettisti, Luigi Franciosini e Toni Gironès Saderra, accomunati da una spiccata attenzione al dato topografico del paesaggio archeologico inteso come sintesi di contenuti derivati da matrici naturali e strutture antropiche, e che diventa oggetto di sperimentazioni volte a riscriverne gli orizzonti di sviluppo in una prospettiva dialogica
La percezione del rischio. Il progetto come presidio del paesaggio vulcanico
I territori vulnerabili richiedono inevitabilmente una riflessione sul dialogo tra comunità e paesaggio, sulla capacità di convivenza a lungo termine con il rischio, per cui è prioritario, nella progettazione dei paesaggi a rischio, dare il giusto valore al fattore umano e alla componente sociale, predisponendo dispositivi di sensibilizzazione attraverso l'esperienza. Tra i fattori che vengono considerati nella valutazione di un rischio, alcuni rispondono infatti alla vulnerabilità del valore esposto, cioè a tutte quelle caratteristiche intrinseche di un individuo, come la percezione, la consapevolezza, la conoscenza e la preparazione che denotano il grado di suscettibilità di una popolazione a contrarre danni in caso di evento avverso.
In questo senso, nei paesaggi caratterizzati dal rischio vulcanico, l'architettura può agire come dispositivo percettivo e narrativo, favorendo l'osservazione, il monitoraggio, la misurazione e l'esperienza alla scala collettiva. L'architettura, come presidio, può orientare la consapevolezza del rischio, formando un nuovo soggetto che da osservatore diventa attore. Intesa come presidio plurale, che agisce per la tutela e lo sviluppo in situ o ex situ del paesaggio, l'architettura può facilitare la riconoscibilità della natura vulcanica dei luoghi e l'accessibilità alla sua conoscenza fisica, morfologica e semantica, costruendo e diffondendo una consapevolezza allargata rispetto alle fragilità territoriali di “iperoggetti” paesaggistici in costante metamorfosi, sterminatori e creatori.
Da un lato, infatti, ci sono progetti legati all'accessibilità e alla specificazione di morfologie e topografie dello spazio aperto che reinterpretano la struttura vulcanica e che possono essere definiti come dispositivi che facilitano una percezione in situ, un'osservazione, una rilevazione e un'esperienza diretta che avviene attraverso il movimento del corpo nel contesto paesaggistico reale. Dall'altro lato, ci sono le sperimentazioni ex situ, architetture museali legate alla definizione di edifici riconoscibili per un certo grado di autonomia formale rispetto al contesto morfologico di riferimento, che lavorano sulla deterritorializzazione e riterritorializzazione del paesaggio vulcanico e che sono finalizzate all'osservazione, al monitoraggio e alla narrazione di ciò che si trova al di fuori delle loro mura e di cui introiettano, studiano, comunicano e diffondono i contenuti.
Non si tratta però di progettare assetti fisici stabili e finiti, ma di progettare processi di trasformazione e allo stesso modo processi di percezione progressiva: processi che possono essere guidati ma non fissati una volta per tutte
IL PROGETTO DI ARCHITETTURA NELLA TERZA MISSIONE
Il volume, promosso dalla società scientifica Proarch, approfondisce il ruolo della progettazione architettonica e urbana nella Terza Missione dell'università italiana. Raccoglie gli esiti di un seminario organizzato presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” il 18 settembre 2024 e di una Call for Experience lanciata in occasione dello stesso seminario dalla Commissione Terza Missione ProArch.
Esperti e studiosi chiariscono le possibili interpretazioni delle attività riguardanti il trasferimento scientifico, tecnologico e culturale, la trasformazione produttiva, la cosiddetta formazione continua, le mostre, altri eventi di divulgazione scientifica. Docenti del CEAR-09 di vari atenei italiani illustrano buone pratiche ed esperienze in cui l’interazione fra ricerca accademica e territori ha dato esiti positivi, consentendo di mettere a fuoco il ruolo del progetto di architettura e paesaggio nella Terza Missione. L’obiettivo è comprendere come incrementare l’interazione fra università ed enti esterni, valutandone i rispettivi benefici in termini economici, sociali e culturali
Innesti architettonici e concatenazioni archeologiche. Prospettive di riconnessione per due paesaggi archeologici del Montenegro
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