1,720,995 research outputs found

    I logonimi negli studi di preistoria linguistica

    No full text
    Questo lavoro è partito dalla ricerca dei logonimi (parole per le parole) nelle protolingue di fase preistorica, alle quali approda quel filone della linguistica storica piuttosto eterodosso che va sotto il nome di linguistica macrocomparativa. In particolare, l’attenzione si è focalizzata sulle principali proposte di questa prassi della ricerca linguistica, vale a dire sull’ipotesi nostratica, su quella dene-caucasica e su quella amerindia di Greenberg. Tuttavia, l’esame non si è fermato a quella che potremmo definire comparazione di II grado, ma si è esteso alle comparazioni di III grado ed oltre, fino ad arrivare ad una ipotesi di etimologia globale avanzata da Ruhlen. Un primo risultato scaturito dalla ricerca sulla presenza dei logonimi nella prassi della linguistica macrocomparativa, riguarda la presenza stessa di tali termini nel cosiddetto “lessico di base”. Ciò consente di ipotizzare che la lingua senta la necessità di rappresentarsi precocemente e che quindi la riflessione sul fatto linguistico trovi una sua espressione linguistica anche in fase preistorica. D’altra parte, non si può non considerare che la rilevanza dei logonimi in questo lessico di base è anche il risultato di una proiezione del linguista che, probabilmente in modo inconsapevole, va alla ricerca del suo oggetto di studio, ipotizzando la nascita coesistente di linguaggio e metalinguaggio. Nel presente lavoro, dopo aver analizzato il piano metodologico e aver messo in evidenza tutti gli aspetti criticabili del modo di operare di questi studiosi, si è voluto presentare un bilancio di quanto è stato raccolto in questo ambito lessicale. Sono stati trovati dati relativi alle quattro categorie individuate da Silvestri (2000) (referenziali, relazionali, fenomenici, processuali); tuttavia, a conferma delle osservazioni fatte sopra sull’incidenza dei logonimi nell’ambito del “lessico di base”, la maggior parte dei termini logonimici si presentano nella sfera di quelle che si possono definire attività basilari. Le attività linguistiche sono presenti nelle protolingue ricostruite di fase preistorica nella loro dimensione più fattiva e concreta, vale a dire, si riferiscono in gran parte alla dimensione esecutiva della lingua e in scarsa misura a quella più astratta che fa riferimento ai processi di elaborazione linguistica sul piano cognitivo

    Preistoria e protostoria linguistica. Analisi e strumenti bibliografici per la ricerca (1981-2000)

    No full text
    Questo libro si propone di portare avanti il progetto di Silvestri su “Preistoria e Protostoria linguistica dell’Eurasia” e la sua idea di una bibliografia ragionata, portando all’attenzione degli studiosi la prolifica letteratura che si è prodotta sulle tematiche connesse con la preistoria linguistica negli ultimi venti anni del Novecento. Il lavoro è suddiviso in due parti. La prima parte propone una analisi della letteratura, anche nel proposito di evidenziare la stretta connessione esistente, da un lato, con discipline affini quali l’archeologia e la genetica e, dall’altro, con la linguistica storica di stampo tradizionale. È opportuno precisare che l’attenzione è stata focalizzata sul livello preistorico e in particolare sulle fasi più antiche di questo, tenendo in minore considerazione il livello protostorico. È proprio in relazione a questa fase che recentemente sono proliferati gli studi, contrassegnati sempre più dal tratto della ipotesi non dimostrabile. Eppure, nonostante i suoi aspetti “negativi”, è proprio questo filone degli studi sulla preistoria linguistica che più affascina, visto che è a questa quota antichissima che si possono proiettare le ipotesi che, per l’appunto ad un livello macro-, sono volte a spiegare processi glottogenetici. Nel saggio introduttivo viene preso in considerazione l’approccio della linguistica macrocomparativa, esaminandone le caratteristiche sempre in relazione alla linguistica storica tradizionale. In particolare, viene esaminato il dibattito sul metodo che vede contrapposti i sostenitori di due diversissimi modi di intendere la linguistica genealogica. La seconda parte del volume presenta una bibliografia ragionata della letteratura sull’argomento comprensiva di circa 3000 titoli di lavori apparsi nel periodo 1981-2000; la bibliografia è corredata da un indice dei lavori per ambiti di ricerca

    Le lingue paleosiberiane tra classificazione canonica e macro-comparazione

    No full text
    In questo lavoro ci si propone di offrire una panoramica delle lingue paleosiberiane nel suo insieme, contrapponendo la visione dominante, ufficiale, e quella alternativa, eterodossa, rappresentata dall’approccio macro-comparativo. La storia della classificazione di tali lingue presenta immediatamente, e da sempre, il suo carattere problematico e “anomalo”: non ci troviamo infatti in presenza di un raggruppamento linguistico compatto, scaturito dal riconoscimento di un’accertata affinità genealogica, né tanto meno di fronte a un gruppo di lingue che trovano nella continuità geografica un tratto forte, capace di giustificarne l’accorpamento. Non a caso l’idea di un loro raggruppamento sorge piuttosto tardi, solo con Jakobson, che le definisce “paleoasiatiche” e nel tempo si è dimostrata piuttosto elastica, accogliendo in momenti lingue inizialmente tenute fuori, come l’ ainu e le lingue del gruppo eskimo-aleutino. L’etichetta delle lingue paleosiberiane rappresenta una categoria passepartout, una sorta di contenitore nel quale collocare tutte quelle lingue che non appartengono alle due grosse famiglie linguistiche, la uralica e la altaica, che coprono quel territorio. Come ha sottolineato anche Comrie, queste lingue vengono caratterizzate per tratti negativi: oltre a non essere né uraliche, né altaiche, non sono tra di loro legate da una affinità genetica, né tanto meno costituiscono una lega linguistica. Esiste tuttavia una visione, o meglio, una pluralità di visioni, alternative alla classificazione canonica sulle quali si è voluto, in questa sede, proporre un bilancio. Se si esce dalla circolarità del gruppo paleosiberiano, alla ricerca di interpretazioni alternative (che rientrano nell’approccio macrocomparativo), si percepisce la forza centrifuga che conduce ad una pluralità di ipotesi per ciascuna delle lingue definite “paleosiberiane”. Le ipotesi relative alla collocazione di tali lingue in assetti linguistici più ampi rispetto alla classica famiglia, si inscrivono nelle più importanti proposte di preistoria linguistica degli ultimi anni: la nostratica, la dene-caucasica ed infine quella eurasiatica, avanzata da Greenberg

    L'influenza dell'economia sulla linguistica: alcuni indizi lessicali

    No full text
    This article aims at pointing out the influence of economics on linguistics, through a comparative analysis of the Italian terminology in the two sciences. A phenomenon of terminological shift is observed at three different levels: 1) within non-technical everyday language, terms with a primary reference in the sphere of economy semantically extended to refer to linguistic activities, such as the verb spendere, used as a synonym of dire, ‘say’, as in spendere due parole; 2) terms drawn from the technical language of economics, and applied in linguistics to refer to technical linguistic concepts, such as that of produttività ‘productivity’; 3) multiple word expressions from the field of economics used in linguistics to label linguistic theories, such as mano invisibile ‘invisible hand’, referring to the regulating principle at work in linguistic change

    Le lingue dell’Asia Nord-orientale tra approcci “bottom-up e “top-down”

    No full text
    Questo lavoro è dedicato alla situazione degli studi di preistoria linguistica relativi alle lingue dell’Asia nord-orientale, per la quale non si può nascondere la problematicità stessa dell’etichetta che ricopre di fatto lingue diverse nelle diverse teorie. L’analisi degli studi relativi a questa area offre l’occasione per fare il punto sulla grande maggioranza delle ipotesi di connessione linguistica avanzate negli ultimi trent’anni in assoluto. La circostanza non è evidentemente casuale, dal momento che quella in questione è un’area di grandissima frammentazione e diversità linguistica, che contrasta con l’imponenza e la compattezza delle grandi famiglie linguistiche che circondano queste lingue. Non si può non notare come in quest’area si concentrino molte delle lingue del Vecchio Continente, tradizionalmente considerate isolate: lo yukaghiro, il nivkh, l’ainu, il coreano, il giapponese e il ket (sebbene in questo caso si debba parlare di un isolamento d’arrivo). Le proposte che vedono coinvolte le lingue che rientrano nell’area in questione sono tante e all’interno di ciascuna delle correnti, anche molto diversificate. Anche da un punto di vista geografico, ci si muove tra teorie che si spingono in una direzione continentale asiatica settentrionale (ipotesi macro-altaica; giapponese e ainu come originarie della zona continentale, uralico e yukaghiro) a teorie che portano in direzione meridionale (giapponese o ainu come lingue austronesiane) ad ipotesi, infine, che proiettano in Europa (teoria eurasiatica) o in America (teoria dene-caucasica, uralo-siberiana). Molto distanti sono poi gli orientamenti di carattere metodologico che i diversi studiosi sposano: è possibile distinguere tra approcci che prendono in considerazione il fattore spaziale e approcci che considerano esclusivamente la dimensione genealogica; tra ipotesi che si avvalgono dell’ausilio di altre discipline, come la genetica o l’archeologia, e rigide ipotesi che si fondano esclusivamente sui dati linguistici; tra ampie teorie (top-down) che muovono da un approccio ampio, che parte dal generale e teorie che, partendo dal basso (bottom-up), sono concentrate sulla effettiva comparabilità tra due lingue per risalire verso l’alto alle connessioni tra un numero via via più elevato di lingue. L’obiettivo di questo lavoro non è stato tanto di presentare un bilancio delle concrete e specifiche proposte di preistoria linguistica dell’area nord-orientale, quanto, piuttosto, di fare emergere come questa zona, a causa dell’alta diversificazione linguistica che la caratterizza, sia inevitabilmente connessa con una spiccata variètà delle possibili interpretazioni in chiave genealogica
    corecore