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Residui passivi. Storie di archeologismi
La storia dell’italiano impedisce di eliminare di eliminare dal lemmario dei vocabolari dell’uso in un solo volume le molte parole che connotano la tradizione letteraria, in particolare quella poetica, la cui lingua, da Francesco Petrarca al secondo Ottocento, ha mantenuto una fisionomia specifica e un’eccezionale stabilità, così da configurarsi come un altro idioma rispetto all’italiano della prosa: lo studente liceale o universitario, e a maggior ragione il lettore che intenda confrontarsi con un sonetto di Dante o con una canzone di Leopardi, deve poter trovare nel suo dizionario parole come desio, obliare e speme, desueti equivalenti poetico-letterari di desiderio, dimenticare e speranza; allo stesso modo, bisogna che il dizionario dell’uso riporti, fra le accezioni di orto, quella antica e latineggiante di ‘giardino’ o ‘frutteto’: nella tradizione poetica italiana, fino a Pascoli, negli orti non crescono cavoli, ma rose e viole, anzi vïole, il più delle volte con dieresi. Quel che si è detto per la poesia vale anche, naturalmente, per la tradizione in prosa. Ma c’è una zona grigia di parole non documentate o scarsissimamente documentate nell’italiano scritto e sconosciute a quello parlato che, dopo essere state accolte nel lemmario del Vocabolario degli Accademici della Crusca, sono sopravvissute per inerzia di repertorio in repertorio attraverso i secoli, non soltanto nei grandi vocabolari storici, ma anche in quelli di più larga circolazione. Gli autori individuano sessanta di queste parole, le qualificano come archeologismi e ne ricostruiscono la storia quasi esclusivamente lessicografica dal 1612 ai giorni nostri
morale
Viene dall’aggettivo latino moralis ‘morale’, a sua volta derivato da mos ‘costume, usanza’. 1 Il termine, di origine dotta, designò da subito una branca della filosofia, come si vede bene nella prima attestazione (1268): «disse Seneca nele Pistole [Epistole]: «La filosofia si divide in tre parti: in morale e naturale e rationale»
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