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Pseudocupole
La premessa fondamentale da cui è partita la ricerca è che la conservazione dei caratteri distintivi di un organismo architettonico, ma anche di un organismo urbano, e più in generale di una tradizione costruttiva dipende dalla conoscenza delle forme, delle strutture, dei materiali, e delle tecniche, che sono il frutto di consuetudini, capacità manuali, ma anche espressione di precisi ideali estetici veicolati dal gusto di chi ha eseguito la singola opera. Tale consapevolezza assume maggiore significato se riferita ai problemi del degrado fisico da cui dipende la perdita dei caratteri distintivi che connotano uno specifico manufatto all’interno del contesto di cui esso è parte integrante e che si intendono salvaguardare.
Dunque, lo studio si è prefisso l’obiettivo di offrire strumenti-guida per il progetto di conservazione di uno specifico patrimonio architettonico in Terra di Bari, quello delle chiese con cupole in asse, attraverso lo studio e la comprensione della tradizione costruttiva locale.
L’analisi costruttiva delle strutture di copertura conferma quanto osservato sotto il profilo geometrico. Le pseudo-cupole procedono per minimi aggetti successivi e restano come tipo base anche nelle realizzazioni più evolute. Infatti, molte cupole nascono in realtà su ricorsi disposti orizzontalmente, sui quali, dalle reni in poi, si distribuiscono anelli di conci tagliati radialmente rispetto all’asse della cupola. Solo sui tempi lunghi, il sistema radiale si affermerà sulla tholos: e resisterà a lungo il ruolo statico attribuito ai rinfianchi, destinati a ridurre il ribaltamento delle pietre, e l’importanza dei manti di chianchette o di chiancarelle, tegole lapidee eseguite con cura per garantire l’impermeabilizzazione della costruzione
Trasformazioni, ampliamenti e restauri dal XVII al XX secolo, in A. Ciarrocchi, M. Tripletta, R. de Cadilhac, E. Petrucci, Appunti di ricerca sul monastero di Santa Chiara in San Severino Marche
Limitate modifiche, circoscritti lavori di ampliamento, trasformazioni poco consistenti e piccoli restauri appaiono i lavori intrapresi nel monastero di Santa Chiara ad un primo esame di documenti conservati nell'archivio vescovile di Sanseverino dove sono raccolte, in numerosi tomi, le principali Visite Pastorali compiute in quella diocesi dal XVII al XIX secolo
Teorie e storia del restauro. Appunti delle lezioni per gli allievi di architettura
Si raccolgono in questo volume i contributi dell’attività didattica svolta nel corso di Teorie e Storia del Restauro, presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Bari negli ultimi sei anni.
Sono quattordici lezioni che tracciano un quadro generale della disciplina e ripercorrono cronologicamente le elaborazioni concettuali e le modalità d’intervento sulle opere del passato, mettendo costantemente a confronto le posizioni teoriche con il pratico operare. Il proposito è quello di presentare i fondamenti teorici e culturali del restauro, focalizzare le convergenze e le divergenze di pensiero, cogliere la complessità interdisciplinare della materia, al fine di formare futuri architetti che abbiano acquisito una matura consapevolezza storico-critica, oltre che una ineludibile capacità tecnica, unici riferimenti per orientare correttamente gli interventi su quegli edifici che reclamano la necessità della conservazione
Le chiese a cupola in asse in Puglia da Trani a Modugno, in «Architettura, quaderni della didattica», III/II, autunno 2005, vol. 1
E’ il primo dei due volumi che raccolgono alcuni temi progettuali redatti durante le esercitazioni didattiche svolte nell’ambito del Laboratorio di Restauro Architettonico B negli anni accademici 2003/2005. I lavori presentati, raggruppati per aree geografiche, costituiscono l’esito di un impegnativo percorso di conoscenza e di analisi che ha avuto come tema privilegiato d’applicazione le chiese a cupola in asse in Puglia. Sono esempi paradigmatici che rappresentano l’emblema di una particolare tradizione architettonica e testimoniano una continuità costruttiva sul territorio pugliese, che si è avvalsa dell’uso della pietra, in alcuni casi anche stereotomico, come segno distintivo ed inequivocabile. Ogni progetto di restauro tiene sempre saldo il legame con la ricerca storica, soprattutto quando la proposta contiene forti implicazioni integrative, unico modo per evitare approcci meramente tecnologici o, al contrario, improntati al libero arbitrio creativo. Le molteplici indagini intraprese hanno aiutato ad individuare per ciascun esempio i nodi problematici che l’opera, bisognosa di restauro, di volta in volta poneva.It is the first of the two volumes that collect some design themes drawn up during the teaching exercises carried out within the Architectural Restoration Laboratory B in the academic years 2003/2005. The works presented, grouped by geographical area, constitute the outcome of a demanding path of knowledge and analysis which had as its privileged theme of application the domed churches in axis in Puglia. They are paradigmatic examples that represent the emblem of a particular architectural tradition and testify to a constructive continuity on the Apulian territory, which has made use of the use of stone, in some cases even stereotomic, as a distinctive and unequivocal sign. Each restoration project always maintains a strong link with historical research, especially when the proposal contains strong integrative implications, the only way to avoid purely technological approaches or, on the contrary, marked by creative free will. The many investigations undertaken have helped to identify for each example the problematic nodes that the work, in need of restoration, posed from time to time
L'arte della costruzione in pietra. Chiese di Puglia con cupole in asse dal secolo XI al XVI
Lo studio condotto sul duplice binario della ricerca delle fonti e dell'analisi diretta, ha approfondito la conoscenza delle murature in elevazione, delle volte, delle cupole e pseudocupole, delle coperture con manto in “chiancarelle”, delle aperture (portali, monofore, oculi, rosoni, ...), indagando di ogni elemento costruttivo la specifica anatomia. Si è delineato un quadro molto articolato da cui si evince uno stretto legame della tradizione costruttiva con la struttura del territorio in cui essa si è consolidata nel corso del tempo
Insediamenti degli ordini mendicanti nelle Marche: origine e sviluppo dell'architettura francescana
La recente storiografia ha evidenziato come la provincia francescana della Marca di Ancona contasse fin dai primi anni Trenta del XIII secolo un elevato numero di conventi, circa quaranta, per poi crescere fino a novantadue nell’ultimo decennio dello stesso secolo quando la provincia era già stata divisa in sette custodie e raggiungere le trecento unità nel 1653, anno della soppressione innocenziana. Dunque, una consistente presenza, quella francescana, in una terra che grazie alla posizione geografica aveva accolto, fin dall’inizio, i primi frati minori nella loro predicazione itinerante.
Alcuni complessi conventuali, molti dei quali sorti su preesistenze, sono rimasti pressoché inalterati, altri – sia maschili che femminili - sono stati costruiti nel tempo e, a volte, pesantemente trasformati confermando come le fabbriche abbiano assunto una loro configurazione in un processo di lunga durata, dove eventi improvvisi quali calamità naturali o eventi bellici, oppure ragioni economiche, mutate condizioni tecniche, variazioni di committenza, cambiamenti di gusto, o semplici ragioni legate a necessità pratiche, possono aver contribuito alla modifica di alcune caratteristiche salienti degli edifici preesistenti, concretizzatesi in ampliamenti, riduzioni, inglobamenti, trasformazioni di varia natura ed entità, che in un arco plurisecolare possono aver determinato la formazione di veri e propri palinsesti e per questo difficilmente intelligibili nelle loro fasi costruttive. Nella consapevolezza che un’indagine a tutto campo, solo parzialmente avviata, potrà fornire un quadro preciso dell’evoluzione delle dimore francescane nella regione, si vuole qui proporre una lettura di tale sviluppo, inevitabilmente sintetica e parziale, a partire da due insediamenti scelti all’interno della custodia Firmana in quanto esemplificativi di alcune modalità d’insediamento sia del ramo maschile che del ramo femminile del movimento francescano
The Basilica of S. Venanzio in Camerino, Macerata. Restoration work and Wall Surface Conservation Problems
The Basilica of S. Venanzio in Camerino is a monument that has denseley stratified in the course of centuries. It's a significative example to grasp dialectis - constantly conditioned in an ever-changing manner by the continuous variation in taste, sensitivity and artistic culture - amongst innovative interventions and medieval pre-existing elements through time, by interpreting it in the light of what in known today about conservation
San Giovanni al Sepolcro a Brindisi. Un caso paradigmatico di derivazione
Ampiamente dibattuta è la vicenda costruttiva di San Giovanni al Sepolcro a Brindisi che, fra tutte le copie esistenti in Italia, seppure a scala diversa, è una fra le riproduzioni più fedeli della Rotonda dell’Anastasis di Gerusalemme. Menzionata per la prima volta nel 1128 fra i possedimenti dell’Ordine dei Canonici Regolari del Santo Sepolcro, è un edificio a pianta centrale con un circuito di otto colonne, su cui s’impostano archi a sesto irregolare, che ritmano lo spazio fra la rotonda centrale (con copertura conica emergente), e il deambulacro (con tetto ad unica falda). La singolarità della composizione sta nella parete rettilinea posta ad oriente che, intercettando due delle otto colonne, interrompe il giro del peribolo. Il muro piano accoglie, ricavate nello spessore murario, due piccole absidi laterali a sezione semicircolare ed una nicchia centrale a sezione quadrangolare, che è l’esito della riduzione di un’abside centrale demolita. Ad ogni colonna, fatta eccezione per le due tagliate dal muro piano, corrisponde una semicolonna sul giro interno deal muro d’ambito, con la particolarità che gli archi-diaframma di collegamento fra colonne e semicolonne giacciono su piani convergenti in un polo eccentrico. Tre sono i portali di accesso, posti rispettivamente a Nord, Sud ed Ovest, di cui uno (quello meridionale) ora è tamponato. L’impostazione planimetrica generale, l’addossamento di due colonne alla parete piana ad esse tangente, le tre absidi, la disposizione dell’abside e degli accessi sugli assi Nord-Sud / Est-Ovest, l’eccentricità del polo, sono tutti elementi che rendono credibile una diretta derivazione della chiesa di san Giovanni dallo schema compositivo dell’Anastasis di Gerusalemme. Il modello d’ispirazione per la chiesa brindisina è l’edificio gerosolimitano nella versione ricostruita per volontà dell’imperatore bizantino Costantino Monomaco fra il 1042 e il 1048, che ridimensiona il primo complesso costantiniano edificato fra il 326 e il 336. Come provato da indizi materiali emersi da saggi di scavo archeologico, il primo complesso era costituito dalla successione di edifici contigui, disposti lungo un asse orientato da est ad ovest: un atrio, una basilica martiriale a cinque navate, una corte porticata (il cosiddetto Triportico), una rotonda-mausoleo (la cosiddetta Anastasis) dotata di una parete rettilinea sul lato est, con deambulatorio a dodici colonne ed un’edicola all’interno dell’Anastasis, ma eccentrica, posta a copertura del sepolcro di Cristo. Il riferimento per il san Giovanni al Sepolcro di Brindisi è proprio la riedizione bizantina, successiva alla distruzione dell’originario complesso ordinata nel 1009 dal califfo al-Hakim, dove la Rotonda diventa il fulcro del complesso, privato della basilica martiriale che si decide di non riedificare. È plausibile che l’immagine della Rotonda memorizzata dai pellegrini di ritorno dalla Terra Santa, fosse quella isolata, antecedente al 1149 (in seguito la parete rettilinea viene demolita dai crociati allo scopo di mettere in comunicazione l’Anastasis con il nuovo chorus dominorum). Tali acquisizioni sembrano dirimere ogni dubbio circa la tesi secondo cui il san Giovanni di Brindisi sarebbe stato il risultato di un’errata interpretazione o di un’infedele ricostruzione dell’antica Rotonda gerosolimitana ritenuta, prima delle recenti acquisizioni, perfettamente circolare. È anche assodato che la costruzione brindisina è il risultato di un progetto compiuto unitario e coerente realizzato in un'unica fase. Lo dimostrano sia la mancanza di cesure sui muri perimetrali, sia la continuità costruttiva dei muri in elevato con le fondazioni che poggiano su un substrato archeologico costituito da consistenti tracce di una domus romana di età imperiale, tuttora ispezionabili, e rinvenute a seguito di estesi scavi intrapresi fra il 1993 e il 1995.Widely debated is the construction story of San Giovanni al Sepolcro in Brindisi which, of all the copies existing in Italy, albeit on a different scale, is one of the most faithful reproductions of the Rotunda of the Anastasis in Jerusalem. Mentioned for the first time in 1128 among the possessions of the Order of Regular Canons of the Holy Sepulchre, it is a building with a central plan with a circuit of eight columns, on which arches with irregular arches are set, which give rhythm to the space between the rotunda central (with emerging conical roof), and the ambulatory (with single-pitch roof). The singularity of the composition lies in the rectilinear wall placed to the east which, intercepting two of the eight columns, interrupts the circumference of the peribolos. The flat wall houses two small lateral apses with a semicircular section and a central niche with a quadrangular section, which is the result of the reduction of a demolished central apse. Each column, with the exception of the two cut by the flat wall, corresponds to a semi-column on the inner circle of the surrounding wall, with the particularity that the diaphragm-arches connecting the columns and semi-columns lie on converging planes in an eccentric pole. There are three access portals, located respectively in the North, South and West, one of which (the southern one) is now closed off. The general layout, the placing of two columns against the flat wall tangential to them, the three apses, the arrangement of the apse and of the accesses on the North-South / East-West axes, the eccentricity of the pole, are all elements which make credible a direct derivation of the church of San Giovanni from the compositional scheme of the Anastasis of Jerusalem. The model of inspiration for the Brindisi church is the Jerusalem building in the version rebuilt by the will of the Byzantine emperor Constantine Monomachus between 1042 and 1048, who resized the first Constantinian complex built between 326 and 336. As proven by evidence materials that emerged from archaeological excavations, the first complex consisted of a succession of contiguous buildings, arranged along an axis oriented from east to west: an atrium, a martyrdom basilica with five naves, a porticoed courtyard (the so-called Triportico), a rotunda -mausoleum (the so-called Anastasis) with a straight wall on the east side, with an ambulatory with twelve columns and an aedicule inside the Anastasis, but eccentric, placed to cover the sepulcher of Christ. The reference for the San Giovanni al Sepolcro of Brindisi is precisely the Byzantine re-edition, following the destruction of the original complex ordered in 1009 by the caliph al-Hakim, where the Rotunda becomes the fulcrum of the complex, deprived of the martyrdom basilica which it was decided not to rebuild. It is plausible that the image of the Rotunda memorized by pilgrims returning from the Holy Land was the isolated one, prior to 1149 (later the straight wall was demolished by the Crusaders in order to put the Anastasis in communication with the new chorus dominorum). These acquisitions seem to resolve any doubts about the thesis according to which the San Giovanni di Brindisi would have been the result of an incorrect interpretation or an unfaithful reconstruction of the ancient Gerosolimitan Rotunda considered, before the recent acquisitions, perfectly circular. It is also established that the building in Brindisi is the result of a unitary and coherent project carried out in a single phase. This is demonstrated both by the lack of caesuras on the perimeter walls, and by the constructive continuity of the elevated walls with the foundations which rest on an archaeological substratum consisting of substantial traces of a Roman domus of the imperial age, which can still be inspected, and which were found following extensive excavations undertaken between 1993 and 1995
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