1,721,001 research outputs found

    Infezioni a distanza dopo mastoplastica additiva

    No full text
    Le infezioni tardive dopo impianto di protesi mammarie restano di difficile comprensione. Presentiamo sette casi di infezione protesica a distanza, insorte dopo un periodo fra i 9 mesi ed i 12 anni dopo il primo intervento. In alcuni casi non erano riconoscibili fenomeni traumatici, mentre in altri la paziente aveva subito un trauma contusivo pochi giorni prima dell’insorgenza dell’infezione. In un caso, insorto dopo un trauma, la paziente aveva in corso una tonsillite batterica. In questo caso il batterio responsabile è risultato essere lo Streptococcus pyogenes, reperito ad alte dosi anche nel tampone faringeo. In altri casi si è osservata la presenza di Klebsiella pneumoniae o di Pseudomonas aeruginosa. A differenza delle protesi valvolari, le protesi mammarie sono raramente soggette a fenomeni di colonizzazione batterica per via ematogena, probabilmente a causa della barriera protettiva creata dalla capsula periprotesica. Tuttavia in letteratura sono descritti casi di infezione della protesi a distanza, non imputabili a contaminazione intraoperatoria o nell’immediato postoperatorio. In alcuni dei casi presentati, i batteri responsabili erano estremamente comuni. Pertanto si deve ipotizzare un’interruzione della capsula periprotesica che abbia consentito la colonizzazione per via ematogena. Questa ipotesi appare ben supportata uno dei casi presentati

    La collocazione protesica sottomuscolare parziale nella ricostruzione mammaria

    No full text
    Le tecniche tradizionali di ricostruzione protesica della mammella prevedono l’allestimento di una tasca totalmente sottomuscolare per garantire una copertura corretta della protesi. Tuttavia, il rischio di risalita della protesi in tali contesti è particolarmente elevato e, nei casi di pazienti con mammella controlaterale lievemente ptosica, il risultato, in termini di simmetria, può essere particolarmente frustrante. Sulla base dell’esperienza maturata in ambito di mastoplastica additiva con le tecniche sottomuscolare parziale e “dual plane”, abbiamo messo a punto una tecnica che prevede una collocazione solo parzialmente sottomuscolare con scorrimento del piano cutaneo che lascia libera la protesi di scendere in direzione del solco sottomammario in maniera naturale. Tale tecnica (impiegata con successo in 102 casi dal 2007 ad oggi) trova indicazione, a nostro avviso, in presenza di buon trofismo cutaneo e sottocutaneo, con uno spessore tissutale residuo al polo inferiore di almeno 2 cm al pinch test, in assenza di radioterapia. Nei casi trattati abbiamo osservato una superficializzazione protesica solo in due casi (pinch test di 1,5 e 1,4 cm rispettivamente), risolto mediante lipofilling. Nessun’altra complicanza è stata osservata (FU: 6 mesi-3 anni). Il risultato estetico è stato più che valido con una buona ptosi mammaria

    The serial free fat transfer in irradiated prosthetic breast reconstructions.

    No full text
    Background This study investigated the effects of lipofilling on both the functional and the aesthetic aspects of breast reconstruction. Methods Sixty-one consecutive patients with irradiated reconstructed breasts (62 breasts) were offered free fat transfer to enhance the results and correct the defects. Twenty patients were enrolled (active branch) and underwent multiple sessions of lipofilling, while the others were considered controls. The fat was harvested by syringe and processed by saline washing only (no centrifugation). Three months after the last session the functional outcome was evaluated using the LENT-SOMA scoring system and the aesthetic outcome was evaluated using a visual 5-point scale. Results A significant improvement in all the LENT-SOMA scores after free fat grafting was observed; the scores after treatment were all significantly lower than those before it and were also significantly lower than those of untreated breasts. These results also were confirmed by comparing homogeneous subgroups of breasts with similar LENT-SOMA ranks before treatment. Similarly, the cosmetic outcomes were significantly enhanced after serial lipofilling. The four cases in the active branch with severe flap thinning resolved with no implant exposure (mean follow-up = 17.6 months), while implant exposure occurred in the two cases with the same problem in the control group. In one case, a Baker 3-4 capsular contracture was downgraded to Baker 1 after only one session of lipofilling. No complications occurred in the treated cases. Conclusion Free fat transfer is a safe and reliable technique in improving the outcomes of irradiated reconstructed breasts with implants

    GLI INESTETISMI GLUTEI

    No full text
    La richiesta di aumento del volume e l’armonizzazione della forma dei glutei, già molto diffusa soprattutto in Sud America, è attualmente in aumento anche in Italia. Il profilo dei glutei può discostarsi dall’aspetto ideale per ipotrofia, ipertrofia o ptosi, oppure per la presenza di fenomeni cicatriziali acquisiti che ne distorcono l’armonia estetica. Il gluteo ipertrofico, tale sostanzialmente per eccesso o maldistribuzione adiposa, può essere corretto mediante la lipoaspirazione e la liposcultura, tecniche ampiamente consolidate, che già da molti anni vengono impiegate con successo nel “profiling” di questa regione. Viene generalmente associata l’armonizzazione della forma e delle dimensioni dei glutei a quella delle regioni circostanti, soprattutto i trocanteri, l’interno coscia, la regione lombare inferiore ed i fianchi. Mediante l’uso di cannule sottili si procede all’aspirazione, talvolta anche massiva, del tessuto adiposo dello strato profondo (lipoaspirazione, azione di riduzione del volume), oppure ad una più fine e mirata aspirazione del grasso nello strato superficiale (liposcultura) con intento di correzione fine del contorno (“contouring”). [1-3] I principali difetti di questo approccio sono la presenza di irregolarità residue nel profilo (ondulazioni, depressioni), più evidenti quando si utilizzano cannule di grande calibro o quando la liposcultura viene eseguita da mani non sufficientemente esperte. Quando il difetto è costituito da un’ipotrofia, il profilo può essere accentuato e migliorato mediante l’impianto di protesi in silicone. Tuttavia, è stato osservato come non sempre un gluteo che appare piccolo e scarsamente proiettato è necessariamente un gluteo che richiede un aumento volumetrico. Il parametro di riferimento è in questo caso il rapporto fra la distanza tra il punto di massima proiezione del gluteo e l’eminenza trocanterica e quella fra quest’ultima ed il punto di massima proiezione del monte di Venere. In condizioni ideali questo rapporto è di 2:1. [4] Quando questo è rispettato, si può escludere una reale riduzione della proiezione del gluteo. In alcuni casi, infatti, il tessuto adiposo sovragluteo (o lombare) e sottogluteo, se in eccesso, può portare ad un falso aspetto di gluteo scarsamente proiettato, poiché si determina l’ampliamento degli angoli gluteo-lombare e sottogluteo. Pertanto, in questi casi, sono ancora una volta la lipoaspirazione e la liposcultura a giocare un ruolo chiave nella correzione e non l’impianto protesico. Per quanto concerne la regione sottoglutea, occorre particolare attenzione a non eccedere nella lipoaspirazione per prevenire una futura ptosi del gluteo, badando di non superare, in ogni caso la linea mediana del gluteo. Nei casi in cui, al contrario, il rapporto gluteo-trocantere/trocantere-monte di Venere è inferiore a 2:1 o in cui sia evidente la mancanza di volume (ad esempio nelle sportive molto magre), si impone l’impianto protesico. L’uso delle protesi glutee in passato è stato spesso soggetto a forti limitazioni per via di seri problemi strettamente correlati a problematiche di collocazione. Bartels [5] nel 1969 propose per primo la collocazione di protesi (inizialmente si utilizzavano protesi mammarie) in sede sovraglutea o sottocutanea. La sua proposta fu successivamente ripresa e codificata da Gonzalez-Ulloa [6] nel 1979. Questa collocazione, però, esponeva a rilevanti rischi d’infezione, sieromi, estrusione, rottura, dislocazione in basso e, soprattutto, di contrattura capsulare, che determinavano gravi difetti estetici. Successivamente sono state adottate tecniche di trasferimento di tessuto adiposo [7] con risultati spesso scadenti a causa della liponecrosi e del riassorbimento del grasso determinato da una vascolarizzazione insufficiente e dalla compressione nella postura seduta. Nel 1984 Robles [8] propose una collocazione delle protesi in sede sottomuscolare, al di sotto della fascia anteriore del grande gluteo. Tuttavia, la necessità di rispettar..

    Il ruolo del tag posteriore delle protesi mammarie nella genesi di alcune complicanze della mastoplastica additiva

    No full text
    Le protesi testurizzate, soprattutto quelle a testurizzazione profonda, hanno la proprietà di aderire intimamente alla capsula periprotesica creando il cosiddetto “effetto velcro”, che la fissa. Tuttavia, tutti i modelli di protesi presentano un inserto posteriore (il cosiddetto tag o etichetta) che non è testurizzato, poiché riporta i dati relativi alla protesi (modello, dimensioni, numero di serie, ecc). Questo fa sì che in quest’area la protesi non si fissi alla capsula e si crei un’area di discontinuità. Una trazione applicata in questa sede (ad esempio a seguito di un massaggio protesico) finisce per agire su di un punto di debolezza che favorisce lo sviluppo di scollamenti della capsula. Da ciò possono prendere origine due fenomeni distinti, ma fra loro correlati: la doppia capsula e quello che abbiamo chiamato la “briglia posteriore”, un lembo capsulare appunto posteriore, avente la forma di una briglia o di un manico di borsa che si attacca alla superficie posteriore della protesi. Questo fenomeno è alla base di molte anomalie posizionali delle protesi, fra cui la rotazione e la dislocazione, ma potrebbe essere alla base anche di rotture da stress sulla faccia posteriore. Verranno presentati alcuni casi emblematici a supporto di quest’ipotesi

    La mastopessi a “reggiseno col ferretto”: proposta di una nuova tecnica

    No full text
    Background: Le comuni tecniche di mastopessi generalmente comportano l’interruzione del derma con possibile danno neurovascolare al complesso areola-capezzolo. La rotazione di lembi dermici al di dietro della ghiandola per sostenerla comporta inoltre modificazioni significative della struttura ghiandolare con possibili conseguenze sulla diagnostica senologica e più in generale sulla prevenzione e stadi azione delle neoplasie. Inoltre, uno dei potenziali inconvenienti della mastopessi con tecniche tradizionali è il “bottoming-out”. Metodo e pazienti: la tecnica che presentiamo è basata sul classico pattern di disepitelizzazione a T invertita. Da cinque a sette microincisioni nel derma sono eseguite lungo una linea 3-4 mm al di sopra del solco. Attraverso queste la fascia viene agganciata e suturata al derma profondo, bloccando il solco (“ferretto”). Il cono mammario viene infine riconfezionato ripiegando su se stesso il derma disepitelizzato lungo due nervature a T invertita che sostengono la mammella. Fra il 2001 ed il 2008 abbiamo trattato 95 pazienti con ptosi di 2° o 3° grado con questa tecnica. I risultati sono stati valutati a tre mesi ed a due anni dall’intervento. Risultati: i risultati estetici sono stati molto validi in tutti i casi senza significative differenze nel controllo a distanza. Non si sono verificate complicanze significative correlabili alla tecnica e, soprattutto, nessun caso di “bottoming-out”. Conclusioni: la tecnica proposta consente di ottenere una valida e stabile correzione della ptosi con una buona stabilizzazione del solco sottomammario e minimi effetti sul trofismo del complesso areola-capezzolo. Il bloccaggio trans-dermico del solco ne previene la migrazione ed il “bottoming-out”
    corecore