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    Spazio urbano, spazio militare: la duplice dimensione di Orbetello e dei Presìdi di Toscana in età moderna.

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    The Presidi of Tuscany was created by order of Spain in 1557, at the conclusion of the Italian Wars. For centuries, this territory has been one of the most important expressions of the logistic and military strategy of the Spanish imperial system in the Italian peninsula and in the Western Mediterranean Sea. The author briefly reviews the reasons and the ideas behind the creation of the Presidi and explores their juridical and administrative nature: the universally known “State of the Presidi”, in fact, has never had the characteristics of a State. It has rather been a group of autonomous urban spaces, of communities held by medieval statutes and united by the Spanish imperial will. A place, or rather a group of places, in which urban and military dimensions have lived side by side, interweaving and sometimes colliding with each other throughout the centuries. In this particular mixture, Orbetello, the largest town of the Presidi, has taken on an important role, becoming with time and habits a sort of a de-facto capital in a non-State. It became a reference point both for Spanish (1557-1707), Austrian (1707-1734) and Neapolitan (1734-1801) authorities and for the communities themselves. Within Orbetello and the Presidi of Tuscany, urban and military spaces have represented two sides of the same coin, intersecting each other in a delicate balance with variable geometries that, however, has always found its peculiar stability

    «Alla forza imponente si deve credere». L'isola d'Elba tra Francia e Inghilterra (1796-1814)

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    Quando nel 1796, nel corso della prima Campagna d'Italia, le truppe francesi guidate dal generale Bonaparte occuparono Livorno, l'Inghilterra rispose incaricando l'appena incaricato commodoro Nelson di occupare Portoferraio. Per l'isola d'Elba l'evento significò il coinvolgimento diretto nella contesa tra Francia e Inghilterra. Nonostante l'apparente ritorno alla tranquillità, nel 1799 furono le truppe francesi a presentarsi alle porte dei forti elbani, protagonisti con il supporto inglese di una stregua resistenza, protrattasi fino al 1803. La guerra si decise altrove, sul continente, e fu la pace di Amiens a decretare la definitiva occupazione francese dell'isola

    I Presìdi di Toscana nel Mediterraneo. La lunga durata di un piccolo spazio

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    Creati nel 1557 da Filippo II come punto logistico e strategico della grande imperialità spagnola, i Presìdi di Toscana hanno vissuto una storia travagliata, finendo ben presto in balìa dei venti che solcarono il Mediterraneo: laddove quest’ultimo fu animato da conflitti, come nel corso della Guerra dei Trent’anni, delle guerre dinastiche del XVIII secolo o delle campagne napoleoniche, i porti maremmani si risvegliarono nel loro ruolo strategico; laddove, invece, sopì, i Presìdi ristagnarono nella loro quotidianità di piccola guarnigione. Passati al Regno di Napoli dei Borbone, finirono al centro di importanti trattative come possibile moneta di scambio, restando però, fino al 1801, nell’orbita napoletana. Inglobati da Napoleone nel nuovo Regno d’Etruria, fu il Congresso di Vienna a cancellarli per sempre dalle carte

    I presìdi di Toscana: forme di lunga durata e mutamenti in un piccolo spazio (1557-1801)

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    I Presìdi di Toscana, fondati da Filippo II nel 1557, rappresentavano un luogo di grande importanza logistica e strategica per il sistema commerciale e geopolitico spagnolo. Le grandi trasformazioni intercorse nel XVII e XVIII secolo e i conseguenti mutamenti nel quadro strategico spagnolo e mediterraneo, comportarono una lenta e inesorabile decadenza per questo piccolo spazio lontano tanto dalla capitale Madrid quanto dal viceregno di Napoli, sotto la cui supervisione venne posto. Internamente, però, nulla parve cambiare, con un sistema amministrativo, sociale ed economico pressoché identico a se stesso per oltre due secoli, nonostante i rivolgimenti politici. Le trasformazioni avvennero a partire dal 1737, con il passaggio ufficiale al regno di Napoli. Quel tempo che sembrava fermo accelerò improvvisamente, contribuendo ad accentuare la definitiva decadenza di questo piccolo spazio Mediterraneo. Quello che originariamente era uno spazio di grande importanza si ritrovò, dopo due secoli e mezzo, svuotato di ogni precedente significato

    A lifelong and hereditary power: the question of the Parallèle entre César, Cromwel, Monck et Bonaparte

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    On 10 Brumaire An 9/1 November 1800, a 16-page anonymous pamphlet entitled Parallèle entre César, Cromwel, Monck et Bonaparte was published in Paris. In it, figures central to revolutions and changes in political power from the past – such as Oliver Cromwell, George Monck, and Julius Caesar – were directly compared to Napoleon Bonaparte, First Consul of France. ‘Who wrote it?’ and ‘Why?’ were questions that were asked at the time, and indeed still today. Furthermore, Napoleon himself seems to have been directly involved. In a few days there were copies of the pamphlet throughout France. But suddenly, Napoleon took against it, angered by the ‘folly’ of trying to institute heredity by a law, officially denying any connection with the Parallèle and having it removed from circulation. How was it possible that the affair caused so much commotion? This article takes a new look at the pamphlet, which seems to have been a sort of public opinion test balloon on the question of heredity, and considers its place within Bonaparte’s relatively swift (and easy) journey from republican Consulship to ‘Carolingian’ Emperor

    Una famiglia di esuli: i Gicca nel regno di Napoli

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    L'esilio è spesso una punizione, sia esso una condanna o una costrizione autoinflitta. Tuttavia, talvolta, l'esperienza dell'allontanamento dalla propria patria può trasformarsi in una nuova occasione di vita, in un'opportunità di ripartire, di ricominciare. In un'epoca di importanti stravolgimenti per l'Europa moderna come il XVIII secolo una famiglia di nobili veneziani decaduti legò i suoi destini a quelli di un nuovo regno, governato da un sovrano ambizioso, desideroso di equiparare questa nuova entità territoriale alle grandi potenze dell'epoca. Il Regno in questione è il Regno di Napoli. Il sovrano Carlo di Borbone. Il primo protagonista di questa storia è il conte Stati Gicca, suddito veneziano, originario di Drimades, nella regione albanese di Cimarra, ex tenente della Repubblica di Venezia, poi degradato a bandito e cacciato fuori dai confini della Serenissima . Attraverso quest'ultimo, viene intrapresa un'operazione di reclutamento nei territori di Albania e Macedonia, le cui popolazioni sono ritenute bellicose e adatte al combattimento, seppur poco disciplinate per poter far parte di reggimenti regolari. Gicca, però, non si limita ai territori ottomani, ma sconfina in quelli veneziani, guadagnandosi una condanna a morte che lo costringerà ancora di più all'esilio. Sulla sua testa il governo veneziano pone una taglia di cento zecchini e a causa sua viene catturata una nave di reclute da parte di corsari dulcignoti nella convinzione che si trovasse a bordo della stessa . Stati Gicca, nonostante l'opposizione ufficiale del residente veneziano a Napoli , conduce a Capua, dopo essere sbarcato a Bari, il corpo di volontari reclutato. Qui viene istituito il Battaglione Real Macedonia (poi denominato ufficialmente Reggimento Real Macedonia), il cui comando viene assegnato allo stesso Gicca , posizione in cui resterà, seppur con alterne fortune, fino alla sua morte. Dalla sua esperienza di esule nasce la nuova fortuna della famiglia, tutta inquadrata all'interno del reggimento. Il figlio, Attanasio Gicca, infatti, succederà al padre nel ruolo di tenente generale, ma l'altro vero "protagonista" di questa famiglia di esuli è colui che in qualche modo compie il viaggio di ritorno verso la madrepatria Albania, quando ormai la Serenissima è diventata un discorso di un passato cancellato da Campoformio: Michele Gicca, maggiore del Reggimento Real Macedonia. Questi si ritrova a vivere da protagonista la rivoluzione napoletana del 1799: inviato a parlamentare con i rivoltosi, decide di disertare e unirsi ai rivoluzionari, prendendovi parte come maggiore del nuovo corpo militare che l'esperienza repubblicana mette in atto. Condannato a morte con la repressione borbonica, viene graziato grazie all'intercessione dei suoi compatrioti del Reggimento Real Macedonia e nel 1801, dopo la pace di Firenze, scarcerato. Da qui, dalla fine del Gicca borbonico e il principio del Gicca rivoluzionario inizierà il ritorno nella madrepatria. Il 17 Ottobre 1806, infatti, il conte Michele Gicca viene nominato dal nuovo sovrano Giuseppe Bonaparte console presso la Repubblica delle Sette Isole Unite. Un lavoro da spia, senza alcuna patente ufficiale, che è di grande importanza per il Regno di Napoli data la presenza di un numero allora sconosciuto di truppe russe di stanza a Corfù, minaccia immediata per il corpo di occupazione francese presente sul territorio del regno, insieme ovviamente alle truppe inglesi presenti in Sicilia. La scelta ricade dunque sul conte Gicca, albanese di nascita, ricco possidente in patria e cittadino proprio di Corfù, iscritto per diritto di nascita al Libro d'oro della nobiltà corfiotta e quindi, secondo la costituzione del 1803, al Sincilio della Repubblica Settinsulare per l'Isola di Corfù . L'espulsione e l'esilio è forse però nel destino dei Gicca in quanto il conte non riesce neppure a mettere piede sul suolo di Corfù: l'Alta Polizia dell'isola, infatti, gli intima di prendere il primo corriere per Otranto e di tornarvi con tutta la sua famiglia, nonostante egli sostenga di essere sull'isola solo per affari personali e protesti contro un invito a salpare al quale non si adduce alcun motivo. Sarà solo con la cessione alla Francia delle Isole Ionie dopo la pace di Tilsit che il console riuscirà a sbarcare nuovamente sull'isola, restando in carica fino alla fine del decennio francese. Nell'anno di esilio forzato, dal momento della sua nomina sino al suo effettivo insediamento, sarà proprio dalla madrepatria Albania, dalla sua residenza di Drimades, che il console Gicca riuscirà ad informare il Regno di Napoli degli spostamenti dei russi e di tutto ciò che accade in quelle zone. La proposta di articolo vuole tentare di ricostruire le vicende di quella che, come da titolo, si definisce una famiglia di esuli, partendo dall'esilio dalla Repubblica di Venezia e la costruzione di una nuova vita nel Regno di Napoli del conte Strati Gicca, e chiudendo il cerchio declinando il ritorno in patria, seppur in veste di agente dello "Stato di adozione" dell'erede del conte, il console Michele Gicca

    Una tappa meno nota del grand tour. I Presìdi di Toscana, porta lontana e figurata del regno di Napoli

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    Che la Toscana fosse una tappa fondamentale del Grad Tour è cosa nota. Che il viaggio terminasse a Roma, Napoli o addirittura in Sicilia, Firenze rappresentava una pietra miliare dell’itinerario italiano dell’aristocrazia europea. Non tutti i viaggiatori, però, si spingevano sulla costa maremmana, nel territorio dei Presìdi di Toscana, considerato poco ospitale per la sua natura e per l’aria insalubre che vi si respirava. Questa piccola enclave del Regno di Napoli, fondata nel 1557 per volere di Filippo II e da allora sotto il dominio napoletano dapprima dei viceré spagnoli e poi, dopo la parentesi asburgica, dei Borbone, comprendeva il territorio del Monte Argentario e l’intera laguna di Orbetello con i comuni di Talamone e Santo Stefano e il territorio di Porto Longone sull’Isola d’Elba. La particolarità della tappa “presidiana” del Grand Tour risiede nella sua eccezionalità politica di enclave napoletana in territorio toscano. Vi sono esempi, infatti, in cui i passaporti per Napoli vengono richiesti al passaggio ad Orbetello e, soprattutto sul finire del Settecento, negati a coloro ritenuti pericoli o non graditi nel regno, spesso cittadini francesi. Ma cosa aveva questo territorio di “napoletano”? Come i viaggiatori vedono i porti e le fortezze dei Presìdi e come li rapportano, se lo fanno, a ciò che invece vedono nei territori campani del Regno di Napoli? L’intervento si propone, quindi, di riportare ciò che rappresentava lo Stato nei Presìdi nella rotta del Grand Tour, ma anche di analizzare se, in un immaginario confronto tra questa porta lontana e figurata del Regno di Napoli e i territori “effettivi” dello stesso Regno, si possa intravedere qualche forma di contatto

    Il consolato del Regno di Napoli a Corfù. Il console Michele Gicca e il reclutamento degli albanesi (1806-1807)

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    Con l’arrivo dei francesi, l’attenzione del Regno di Napoli si sposta alla costa balcanica, in quel momento sotto influenza russo-ottomana. I rapporti del nuovo console a Corfù, Michele Gicca, albanese ed ex soldato dell’esercito borbonico, si concentrano principalmente sugli spostamenti delle forze dello zar. Numerose sono, però, anche le lettere che raccontano una storia parallela: quella dei tentativi di reclutamento da parte delle potenze delle popolazioni locali, resti di una pratica antica ma sempre attuale.On the arrival of the French, the Kingdom of Naples turned its attention to the Balkan coast, at that moment under both Ottoman and Russian influence. The reports from the new consul in Corfu, Michele Gicca, an Albanian former soldier in the Bourbon Neapolitan army, focused mainly on the movement of the Tsar’s troops. A great number of letters, however, tell a parallel story, namely, attempts by the European powers to recruit the local peoples, the remains of an ancient practice but still prevalent at the time
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