1,721,031 research outputs found

    Premières recherches sur la réception italienne de Philippe Duplessis-Mornay : la traduction des ouvrages théologiques

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    Conconi Bruna. Premières recherches sur la réception italienne de Philippe Duplessis-Mornay : la traduction des ouvrages théologiques. In: Albineana, Cahiers d'Aubigné, 18, 2006. Philippe Duplessis-Mornay, sous la direction de Hugues Daussy et Véronique Ferrer. pp. 145-184

    Ne pas espérer sans pourtant désespérer : Jean de Léry et l’art difficile de donner un sens à la trahison

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    Conconi Bruna. Ne pas espérer sans pourtant désespérer : Jean de Léry et l’art difficile de donner un sens à la trahison. In: Seizième Siècle, N°5, 2009. pp. 45-60

    Quel che resta di un naufragio. Le edizioni cinque-seicentesche delle opere di Pietro Aretino nelle biblioteche di Francia. Con un repertorio

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    Nonostante la leggenda nera di Pietro Aretino pornografo, ateo e flagello dei principi abbia acquisito sin dalla prima modernità la rilevanza di un mito di dimensioni sovranazionali, la ricezione fuori d’Italia di uno tra gli autori più controversi della letteratura europea resta una questione aperta. Continuano a non esistere studi generali sull’argomento, e ancor più frammentaria è la documentazione che riguarda la « fortuna concreta », la reale circolazione e l’effettiva fruizione dei suoi testi da parte del lettorato d’oltralpe. Questo libro, che prende in esame, censendoli, i più di 460 esemplari delle edizioni cinque-seicentesche delle opere aretiniane oggi conservati nelle biblioteche di Francia e osserva le tracce di lettura lasciate dai loro possessori, intende contribuire a colmare questa lacuna. Si rivolge dunque, oltre che agli studiosi di letteratura italiana e francese, agli storici del libro e della lettura, ma anche ai conservatori dei fondi antichi e ai collezionisti privati, presso i quali la produzione dell’autore toscano non ha mai smesso di costituire un oggetto degno di attenzione

    La recherche et l'enseignement du XVIe siècle français en Italie : état présent (2000-2004)

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    Conconi Bruna, Miotti Mariangela. La recherche et l'enseignement du XVIe siècle français en Italie : état présent (2000-2004). In: Réforme, Humanisme, Renaissance, n°61, 2005. pp. 115-130

    I pregiudizi sono duri a morire: a proposito di un presunto plagio di Pierre de Larivey

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    Il saggio è dedicato alla confutazione della tesi vecchia ormai di un secolo e mezzo, ma ancora diffusa tra gli specialisti, secondo la quale la traduzione del Larivey sarebbe in realtà solo una copia, essendosi egli di fatto limitato a rivedere il lavoro ormai stilisticamente datato che Jean de Vauzelles aveva portato a termine una sessantina d’anni prima. Indizi significativi sono stati naturalmente forniti dalla collazione delle due versioni francesi, ma è lo studio della trasmissione italiana del testo, e la conseguente scoperta dell’esistenza di differenti edizioni all’origine delle due traduzioni francesi, che ha in maniera definitiva dimostrato l’alto quoziente di originalità del lavoro del secondo traduttore

    Le traduzioni italiane di Calvino. Storie di libri e di lettori

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    Sarà forse a causa di un pregiudizio che sembra in generale sottendere l’analisi della ricezione italiana dell’opera di Calvino, di una certa aria di fallimento che si respira attorno a progetti dati già in partenza come modesti, che molte questioni riguardanti le traduzioni italiane dei testi del Riformatore rimangono ancora aperte. Questioni inerenti a problemi di ordine testuale, come la definizione del testo di partenza o dei rapporti che intercorrono tra le diverse edizioni, ma anche questioni legate alla circolazione e alla ricezione di quei testi. Le indagini svolte fino ad oggi si sono concentrate infatti su quanto ha preceduto l'uscita del libro dalla bottega dello stampatore; questo saggio vuole volgere lo sguardo anche sul dopo, a partire dagli esemplari oggi conservati nelle biblioteche italiane, per capire, al di là del loro numero, quando essi vi siano entrati, e cercare di dare così un volto al lettore calviniano

    Contributi italiani al mito della Riforma: le lettere dal carcere di Giovan Luigi Pascale e la storia della vita di Galeazzo Caracciolo. prima parte.

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    Dopo essere state a lungo ostaggio di scritti apologetici o polemici, le lettere di Giovan Luigi Pascale e la storia di Galeazzo Caracciolo hanno negli ultimi decenni attirato l’attenzione di studiosi non confessionalmente connotati, finendo un po’ per diventare l’esempio di due diverse risposte – il martirio o la fuga – alla necessità divenuta prioritaria in età confessionale di dare pubblica testimonianza della propria fede. Ma ai nostri occhi esse costituiscono soprattutto una illustrazione convincente della necessità di distinguere la Riforma in Italia dalla Riforma italiana, e di mostrare così, al di là del fallimento evidente della prima, l’importanza del contributo italiano al movimento riformato europeo. Ora, anche perché esse appartengono a tipologie testuali differenti – una testimonianza alla prima persona, quando gli eventi sono ancora in corso nel primo caso; una storia raccontata alla terza persona e a trent’anni di distanza dai fatti narrati nel secondo, le due opere analizzate hanno conosciuto modalità di diffusione apparentemente molto diverse. Venti delle lettere dal carcere di Pascale circolano infatti in lingua italiana all’interno della Historia delle grandi e crudeli persecutioni di Scipione Lentolo, approntata definitivamente per la stampa nel 1595 ma rimasta manoscritta fino agli inizi del XX secolo, ed una traduzione francese, di sole dodici lettere, è invece contenuta all’interno del catalogo ufficiale degli eletti, il martirologio ginevrino di Jean Crespin, a partire dall’edizione del 1563. La storia della vita di Galeazzo Caracciolo, ad opera di Nicolò Balbani, pastore della Chiesa italiana di Ginevra, viene qui pubblicata in italiano nel 1587 ed ha immediatamente diritto a traduzioni in latino, inglese, tedesco; mentre si sono perse le tracce della traduzione francese coeva, assegnata secondo registrazioni d’archivio a Simon Goulart, ci restano oggi due versioni in questa lingua messe a punto alla vigilia dell’Editto di Nantes. Guardati più da vicino, i due scritti hanno però molto in comune, e non solo se si tiene conto della natura pastorale e non privata della corrispondenza del Pascale, così come della consuetudine conservata almeno fino a tutto il secolo XVII, di far circolare testi in forma manoscritta contemporaneamente alla loro versione a stampa. Ideati e realizzati da un pastore con il fine dichiarato di fornire modelli di comportamento, oltre che mezzi di consolazione al proprio gregge, entrambi sono presto inseriti in un circuito ben più ampio, diventando oggetto di una campagna stampa internazionale. Ciò fu reso possibile, certo, dal fatto che si trattava di testi sostanzialmente ortodossi, cioè vicini alla posizione assunta da Calvino nelle dispute che lo avevano opposto ai nicodemiti (e non solo!) tra gli eterodossi italiani. Ma quanto ha contato il ricorso pur non dichiarato da parte dei due ecclesiastici a strategie letterarie, e cioè il passaggio, per dirla con Aristotele, dall’universo storico sottoposto al particolare a quello letterario volto all’universale

    Fingere in nome della verità: il ‘Philalethes’ di Maffeo Vegio nella Lione di Vauzelles

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    Le martire de Verité, dialogue de Lucian mis en lumiere Francoys risponde alle caratteristiche della pubblicazione-tipo introdotta sul mercato librario dall’editore François Juste, attivo a Lione tra il 1524 ed il 1547: è un testo in volgare, di piccolo formato e di qualche decina di pagine. Quanto al contenuto, le sue origini non vanno ricercate nella Grecia del II secolo dopo Cristo, ma nell’Italia del primo Rinascimento, e segnatamente in un dialogo à la façon de Luciano redatto nel 1444 in lingua latina da Maffeo Vegio, umanista padano per lo più vissuto alla curia romana. Così ha da tempo stabilito la critica, più prudente sull’identificazione del traduttore, l’anonimo D.V.Z., dietro il quale si nasconde con ogni probabilità il lionese Jean de Vauzelles. Il passaggio che era stato invece ad oggi ignorato nella riscostruzione del percorso che porta il Philalethes del Vegio a Lione è quello costituito da una traduzione italiana intermedia, ideata in un ambiente culturale completamente diverso rispetto alla versione iniziale; una traduzione che ha a sua volta costituito il vero testo di partenza del prodotto lionese. Nicolò Leoniceno, il professore di medicina nello studio di Ferrara che l’ha realizzata, si era distinto nell’applicazione della filologia all’interpretazione dei testi dei grandi maestri della scienza antica, dimostrando profonda simpatia nei confronti di Erasmo, cui l’avvicinava un comune sentimento non solo della cultura, ma anche della vita religiosa. Era stato così che, un testo nato come generale denuncia della corruzione umana, era diventato ben altro: le variazioni che il medico ferrarese aveva apportato al testo di partenza non riguardano solo singole parole o frasi, ma arrivavano a toccare in maniera macroscopica la struttura e il contenuto del dialogo. Quello che il Vauzelles decide di importare a Lione è insomma un testo già connotato. Malgrado l’apparenza dunque, il lettore cui il Martire de Verité è rivolto, come è stato del resto scritto a proposito delle opere uscite dai torchi di François Juste, non è il «gros populaire». Appartiene ad una élite intellettuale che è non solo perfettamente in grado di leggere sotto la «poetique escorce», ma che ugualmente si interroga sulla liceità del suo uso, allo stesso modo in cui, data la violenza dei tempi, non può fare a meno di interrogarsi sulla liceità di comportamenti doppi, che comportano una scissione tra ciò che è «sulla bocca e nel cuore». Si tratta di stabilire, prima che Calvino sancisca definitivamente la figura di Luciano dissimulatore nel suo trattato contro i Nicodemiti (1544), dov’è la soglia, fino a dove è possibile e giustificato spingersi

    Sulla riedizione settecentesca delle ‘Bibliothèques françoises’di La Croix du Maine et Du Verdier

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    Quelle che il lettore troverà in queste pagine sono considerazioni a margine di una ricerca in corso attorno alla figura del bibliografo in epoca rinascimentale; una figura emergente nell’universo letterario della prima modernità, eppure di fatto vistosamente esclusa, almeno fino ad epoche molto recenti, dai grandi affreschi tracciati dagli storici della letteratura, che pure, magari storcendo un po’ il naso, alle compilazioni di quei minori avevano attinto a piene mani. Già abbiamo cercato di mostrare in un lavoro dedicato nello specifico alla ricezione della cultura italiana in Francia («Demonstrer ce qui est plus clair que le plein midy»: italianisme et traduction d’après les inventaires de la Croix du Maine et Du Verdier, in «Poco a poco». L’apport de l’édition italienne dans la culture francophone,Tours, CESR-Paris, Bibliothèque Mazarine, 27-30 juin 2017, in corso di stampa), come sin da un primo spoglio dei due più importanti repertori francesi del XVI secolo, le Bibliothèques françoises di François Grudé de La Croix du Maine (1584) e di Antoine Du Verdier (1585), dati significativi potessero emergere non solo per quanto riguarda le informazioni a disposizione del lettore coevo d’Oltralpe, ma anche per ciò che è della circolazione a noi oggi altrimenti ignota di testi destinati al massimo a trovare una collocazione nella casella dei fantasmi librari. Ciò che lo spazio a noi concesso non ci aveva però consentito di prendere allora in esame, e che ci sembrato invece meritevole di qualche riflessione, è come quei testi e le informazioni che essi mettevano in circolo fossero giunti fino a noi. Ci riferiamo segnatamente al fatto che, fino a non molti anni orsono, fino cioè a che la rivoluzione digitale rendesse disponibile la lettura in rete dei due repertori, era alla loro riedizione settecentesca che gli studiosi avevano per lo più fatto ricorso, vuoi per la sua più facile reperibilità, vuoi per la presenza al suo interno di utili apparati extratestuali assenti nella versione originale, di strumenti che rendevano dunque assai più agevole e veloce il reperimento dei dati. Ora, quando nei primi anni anni ’70 del XVIII secolo, Jean-Antoine Rigoley de Juvigny (1709-1788), noto avversario dei Philosophes, decide di rieditare le Bibliothèques françoises, egli non si limita però solo a corredarle di qualche apparato: i sei volumi in-4° che vengono alla luce a Parigi tra il 1772 e il 1773 per i tipi di Saillant et Nyon e Michel Lambert contengono infatti, oltre a più di un testo liminare, le abbondanti annotazioni, le correzioni e le osservazioni critiche raccolte fin dai primi decenni del secolo da almeno due accademici di Francia, Bernard de la Monnaye e il Président Bouhier, e da un membro non meno autorevole dell’Académie des Inscriptions des Belles-Lettres, Camille Falconet. Ecco perché ci è sembrato verosimile ipotizzare che il confronto tra i due diversi stadi dell’operazione potesse aiutarci a cogliere quanto la nuova versione, pur mantenendo separate le due Bibliothèques e graficamente distinto l’apparato critico, abbia in qualche modo guidato la nostra lettura dei dati originali; a capire se una concezione della letteratura a noi più vicina li abbia resi, al di là di ragioni di mero ordine pratico, più fruibili e, grazie anche ad un nuovo mercato del libro impostosi definitivamente nel corso del XVIII secolo, abbia contribuito a garantirne la sopravvivenza

    Margherita, Elisenna e le altre: la presenza femminile nelle ‘Bibliothèques françoises’ di La Croix du Maine e Du Verdier

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    Lo studio cerca prove utili ad una ricostruzione delle pratiche di fruizione attiva o passiva della cultura, del ruolo intellettuale svolto dalle donne nella società francese del XVI secolo attraverso lo spoglio delle due prime bibliografie nazionali francesi, redatte a Parigi e a Lione da François Grudé La Croix du Maine e Antoine Du Verdier, indipendentemente l’uno dall’altro, a un solo anno di distanza (1584-1585): donne che hanno scritto libri o che si sono distinte per la loro cultura, donne dedicatarie o soggetto di libri, donne che possiedono o che finanziano libri, donne alle cui dipendenze figura con il ruolo di segretario, medico, valet de chambre, predicatore o confessore, l’intestatario di una voce del repertorio. Il focalizzare l’analisi su un corpus importante – si tratta, tra uno e l’altro, di quasi 2000 pagine – ma comunque circoscritto come le Bibliothèques françaises garantisce una maggiore fattibilità rispetto a metodi più tradizionali, quali ad esempio lo spoglio delle corrispondenze erudite o l’analisi dei postillati. Sicuramente quello che ci viene proposto è inoltre uno sguardo più ampio di quanto non possa offrire lo studio di un genere ormai codificato nel XVI secolo come i recueils de femmes illustres, al cui interno peraltro le donne contemporanee – spesso le stesse come Margherita di Navarra o Hélisenne de Crenne, che non a caso sono evocate nel titolo di questo articolo – godono, a differenza che nei due bibliografi, di uno spazio per lo più limitatissimo
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