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Sulle barricate trent’anni dopo. L’esperienza dell’insurrezione di Varsavia nelle poesie di Anna Świrszczyńska
The article focuses on the poetry collection Budowałam barykadę (Building a barricade) by Anna Świrszczyńska, published in 1974, thirty years after the Warsaw Uprising, which is the theme of the volume. During the past three decades, the author worked out an essential style that was free of pathos, objective, and close to the colloquial speech, which proved to be the only possible way of speaking about such dramatic events as those lived and observed during the uprising when the author was a field nurse helping the insurrectionists. Thanks to its stylistic discipline, the short poems of Budowałam barykadę are the most durable poetic witness of the Warsaw Uprising
Mental Representations and Interpretative Series: Giacomo Leopardi’s L’Infinito and Alla luna in Polish
The article examines the Polish ‘translation series’ of two idylls by Giacomo Leopardi: L’infinito and Alla luna, focusing on selected linguistic and cultural factors behind the translators’ choices. In L’Infinito, one notices a recurrent difficulty in effectively rendering the alternation of the demonstratives questo and quello and the key metaphor of naufragare. In both cases, the purported Polish lexical counterparts fail to produce an adequate mental representation, and as a result the scene constructed by the translators hardly conveys the scene constructed by the author. For their part, the Polish versions of Alla luna display a striking interpretative tradition of the last verse, with the second che in ‘ancor che triste e che l’affanno duri’ understood by all translators in an optative sense (as a wish), rather than in a concessive sense. Having used the variantist approach to show that the intentio auctoris unequivocally provides a concessive phrase and that the intentio operis does not admit the stereotype of masochism (a degeneration of the topos of Leopardi as a Weltschmerz poet), I focus on the intentio interpretis (a specific form of intentio lectoris) and argue that this tradition of translatory infidelity stems not only from the probable reliance of each version on its predecessor(s) (typical of what textual philology calls ‘conjunctive errors’), but also – given the absence of such an interpretative tradition in other languages and cultures – from the Polish translators’s unconscious mental predisposition to accept such a misrepresentation. The roots of this predisposition are to be found in the history of Polish culture as it has been formed – and deformed – since the 19th century, when the cult of suffering became central to it.L’articolo prende in esame le “serie traduttive” polacche di due idilli di Leopardi: L’infinito e Alla luna, concentrandosi su alcuni fattori linguistici e culturali che condizionano i traduttori, indirizzando le loro scelte. In particolare, nell’Infinito si nota una difficoltà a rendere l’alternanza dei dimostrativi “questo” e “quello” e la metafora chiave del “naufragare”: in entrambi i casi la lingua polacca pone ostacoli in termini di rappresentazione mentale suggerita dai presunti equivalenti lessicali, con la conseguenza che la scena costruita dai traduttori fatica a porsi come equivalente rispetto alla scena costruita dall’autore. Nelle versioni polacche di Alla luna colpisce invece la tradizione interpretativa riguardante l’ultimo verso: il secondo “che” di “ancor che triste e che l’affanno duri” è infatti inteso da tutti i traduttori in senso ottativo – come un auspicio. Dopo aver mostrato, tramite la variantistica, che l’intentio auctoris prevede inequivocabilmente una frase concessiva e che l’intentio operis non ammette lo stereotipo del masochismo (degenerazione del topos di Leopardi cantore del Weltschmerz), l’articolo si concentra sulla intentio interpretis (forma specifica di intentio lectoris), ipotizzando che all’origine di tale tradizione di tradimento traduttivo vi sia non solo la probabile dipendenza di ogni versione da una o più di quelle che la precedono (come è il caso di quelli che la filologia testuale chiama “errori congiuntivi”), ma anche – a fronte dell’assenza di tale tradizione interpretativa in altre lingue e culture – un’inconscia predisposizione mentale dei traduttori polacchi ad accettare un simile travisamento; predisposizione le cui radici sono da cercare nella storia della cultura polacca quale si è andata formando – e deformando – a partire dall’Ottocento, soprattutto in riferimento al ruolo che in essa occupa da allora il culto della sofferenza
L’immagine della Polonia in Italia tra il XIV e il XVI secolo
The image of Poland in Italy between XIV and XVI century
The article analyses the image of Poland conveyed in works – mainly literary and historical – written in Italy, both in Latin and in Italian, over a span of
three centuries. The entry of Poland into the Italian collective imagery was slow and gradual, as witnessed by some documents that, in the XIV (by Fazio
degli Uberti) and still in the XV century (by Andrea da Barberino, Masuccio Salernitano and Giovanni Sercambi), position it in some distant and wild realm
beyond the boundaries of the civilized world. In more complex representations which begin to appear since the middle of the XV century (by Enea
Silvio Piccolomini and Ambrogio Contarini), the image of Poland oscillates between diversity and belonging to the same civilization. In a couple of Italian XVI-century literary polonica (by Matteo Bandello and Baldassar Castiglione) Poland appears no more so exotic as it was some decades earlier. By the middle of the XVI century Poland is a powerful state, respected and admired, capable of offering even abroad models of sovereigns and military leaders, as Paolo Giovio’s Elogia clearly demonstrate. In Italy works – especially historical – devoted to Poland multiplied in the second half of the XVI century, showing a peculiar interest for such characteristics of Poland like the state model, the prerogatives of the szlachta and its warrior virtues.
Tomasz Różycki. La mano dell’apicoltore
Presentazione critica dell'opera del poeta polacco Tomasz Różycki, in particolare della sua raccolta del 2022, seguita dalla traduzione italiana di dieci poesie da quella raccolt
Michał Rusinek, Nulla di ordinario. Su Wisława Szymborska
Il 3 ottobre del 1996 l’Accademia di Svezia comunica a Wisława Szymborska che le è stato assegnato il premio Nobel. Da quel momento, lei così schiva, è costantemente sollecitata: arrivano lettere, telegrammi, manoscritti, richieste e proposte spesso del tutto incongrue. Il telefono squilla anche di notte. Si impone il supporto di un segretario. Quando Michał Rusinek, neolaureato ventiquattrenne, si presenta in casa sua, la trova sgomenta. «Allora» racconta «chiesi cortesemente un paio di forbici e tagliai il cavo. Il telefono smise di squillare. La Szymborska esclamò: “Geniale!”. E fu così che venni assunto». Le resterà accanto per più di quindici anni. In questo libro – basato su ricordi di prima mano – Rusinek getta un fascio di luce su aspetti della grande poetessa rimasti finora in ombra: le sue a volte stravaganti passioni (per i limerick e per il Kentucky Fried Chicken, per Vermeer e per gli oggetti kitsch, per Woody Allen e per Il Circolo Pickwick – e soprattutto per le sigarette); il suo bisogno di solitudine; il modo in cui nascevano le sue poesie («Sosteneva che l’utensile più importante nella casa di un poeta fosse il cestino della cartastraccia») e quello in cui creava i suoi collage; i suoi (complessi) rapporti con l’altro grande premio Nobel polacco, Czesław Miłosz; i rituali della scrittura e quelli che precedevano qualunque spostamento. Ma inanella anche decine di aneddoti esilaranti, di battute fulminanti e di osservazioni acuminate, in cui ritroviamo l’esprit settecentesco, la sottile ironia e la capacità di stupirsi di una delle poetesse più fervidamente amate dai lettori di tutto il mondo
Trascrivere il processo traduttivo (intorno a una poesia di Adam Mickiewicz)
Transcribing the process of translation (On a poem by Adam Mickiewicz). The article is an attempt to describe translation not as something accomplished, ready to be analyzed and evaluated, but as the final result of a complex process that takes into account various factors (formal, stylistic, semantic) and necessarily leads to the discarding of a large number of variants. The object of the translation operations is the "Lausanne lyric” Nad wodą wielką i czystą... (“On the vast and pure water”), a short poem characterised by a regular structure of octonaries variously rhymed. The meter and rhyme scheme, along with dominant stylistic features such as frequent figures of repetition, as well as the peculiar alternation of past and present tense, are recognized as central issues in these reflections on translation. The article is conceived as a sort of stream of translational consciousness, intended to provide useful methodological hints both for translators of poetry and critics of translation
Chi ha paura di Józef Czapski? La Terra inumana in Italia
L'articolo ricostruisce l'ampio dibattito sviluppatosi nel mondo della cultura italiana in merito all'opera memorialistica di J. Czapski "La terra inumana", denuncia testimoniale dell'URSS staliniano, pubblicata in Italia nel 2023 dopo quasi tre quarti di secolo dalla sua uscita e con enorme ritardo rispetto a paesi come la Francia, l'Inghilterra, la Germania e perfino la Russia di Putin. L'articolo esplicita i motivi di tale prolungata assenza e mappa le direttive tematiche su cui si è concentrata la ricezione attuale
Szymborska e Miłosz. Quale immaginazione metafisica?
L’articolo ripercorre le relazioni personali fra i due poeti premi Nobel, soffermandosi in particolare sugli scritti reciproci, ivi compresa la corrispondenza inedita. Nell’ultima parte del saggio l’autore si sofferma su un argomento specifico di comparazione: l’oltremondo immaginato, evidenziando come Miłosz cerchi di immaginare il “dopo” di questo mondo, in linea con una tradizione immaginativa propriamente religiosa, mentre Szymborska in alcuni ironici “poemi metafisici” si diverte a immaginare il “prima”, in linea con il procedimento della scienza
Po kładce nad urwiskiem, przymrużając oko. O tłumaczeniu poezji humorystycznej na przykładzie Rymowanek Szymborskiej
The article presents a practical-theoretical reflection on translating humoristic poetry on the basis of the Author’s experience as a translator of Wisława Szymborska’s Rymowanki dla dużych dzieci. Since humor is the dominant function of the text, and laugh is the expected reaction, functional equivalence - rather than semantic equivalence - is here to be pursued. The goal of any translator of humoristic texts is to produce an equivalent effect on the reader. In the case of Szymborska’s Rymowanki, the task is made more difficult by the poetic form, which plays a primary role in generating the comic effect. The Author notices that the three categories of joke – universal, cultural and linguistic - proposed by Debra Raphaelson-West do not take into account such highly formalized utterings as humoristic verses, in which the form is not a mere decoration aiming at potentiating the aesthetic effect, but definitely contributes to generate the humoristic effect. The article shows how the mechanisms of laugh/smile proper of these poetic texts were reproduced in translation following some simple principles, and ends with the proposal to add to Raphaelson-West’s classification a fourth category: the poetic joke
Il congedo dei messi greci, seguito da Orfeo sarmatico
Il Congedo dei messi greci del grande poeta polacco rinascimentale Jan Kochanowski, “contemporaneo del futuro” per Giuseppe Pontiggia, inaugura la collana “Fiori polacchi”, ideata per far conoscere al lettore italiano opere e autori – antichi, moderni e contemporanei – di una tradizione poetica pregevole come quella polacca, assurta, in particolare nel secondo Novecento quando è stata insignita di due premi Nobel, a una posizione di primo piano nel panorama letterario mondiale. Kochanowski è il padre di questa tradizione, il suo Dante e il suo Petrarca: la collana nasce sotto la sua egida. A lui si affiancheranno nel corso del tempo voci già canoniche, ma sconosciute o poco note in Italia, e voci giovani, emergenti ma già riconosciute in patria. Il nome della collana viene dal titolo di un celebre poema di Julian Tuwim.
Il Congedo dei messi greci è una tragedia di alto valore poetico, e insieme di grande attualità, ispirata al teatro greco antico e al teatro rinascimentale italiano. In scena va l’antefatto degli eventi narrati da Omero: i greci hanno mandato due messi a Troia a chiedere indietro Elena e i notabili della città devono pronunciarsi sulla richiesta. L’esito è noto a tutti, così come le sue conseguenze, ma ciò che interessa all’autore è l’intreccio di interessi, passioni, ragioni che conduce alla catastrofe: è una tragedia politica, al cui centro vi un – diremmo oggi – conflitto di interessi, incarnato da Paride. È tradotta per la prima volta in italiano.
Jan Kochanowski (1530-1584) è il più insigne poeta polacco e slavo prima dei grandi Romantici. Autore di odi, epigrammi, poemi elegiaci e di vario altro genere in polacco e di una vasta opera poetica in latino
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