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    IntenCity

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    Periferie di cosa? Roma e la condizione periferica

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    La periferia intesa come condizione geografica, punto distante da un centro, non può più essere l’argomento dal quale partire. Il corpo della città fatto di lamiere, baracche, sentieri sterrati, marrane era più semplice da spiegare guardandolo dal centro: ci restituiva una geografia degli opposti, che per questo era di per sé chiara. C’era il fronte della città che avanzava, per frammenti ed eruzioni come ferite che si aprivano nel suolo della campagna romana ancora integra. Così Pasolini poteva invitare il turista o il cittadino borghese a prendere un autobus per spostarsi dal centro verso i margini della città. Oggi il fronte della città si è spezzato, non esiste più come limite fisico esterno che avanza verso la campagna ma l’attraversa dall’interno, evidenziandone un groviglio di frammenti nelle quali essa è esplosa. Il fonte si insinua nella discontinuità di questa geografia interrotta confondendo i concetti di centro e periferia. La periferia è nella compressione diffusa delle forme dell’abitare determinata da un mercato immobiliare sempre più squilibrato, cui corrispondono esperienze di resistenza creativa generalmente assenti nelle rappresentazioni comuni. La periferie è infine iscritta sul corpo dei soggetti che abitano la dimensione urbana, nei termini di una condizione di rischio generalizzato che coinvolge ormai maggioranze tendenziali della società urbana. Si tratta quindi di assumere un nuovo orientamento che guardi alla periferia come a un campo complesso di problemi e condizioni non semplicemente riducibili ai modi dello spazio. Certo, non si vuole sostituire una vecchia riduzione con una nuova assolutizzazione: in questo senso, l’enfasi sui soggetti, pratiche, atteggiamenti e condizioni non intende in alcun modo mettere in ombra l’efficacia euristica di cui può essere portatore, in alcune situazioni determinate, un approccio tradizionalmente spaziale al problema della periferia. Ci è sembrato però che questo nuovo sguardo, di cui approfondiremo meglio i caratteri nel corso della trattazione potesse essere la chiave per accedere a una reinterpretazione della parola periferia in grado di rendere conto con maggiore efficacia di una realtà urbana complessa e in divenire come è quella della città di Roma

    La città pubblica

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    La città fabbrica di rendite immobiliari

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    In Italia, tra il 1985 e il 1996, si sono vendute/comprate ogni anno in media 488 mila abitazioni. Le oscillazioni, in più e in meno, erano contenute e il massimo si registrò nel 1991 con 558 mila transazioni. Nel periodo successivo, tra il 1997 e il 2006, l’andamento annuale delle compravendite ha avuto un trend in crescita decisamente diverso che, in parte, continua anche oggi. Se nel 1996 le compravendite furono 483 mila, l’anno successivo, nel 1997 furono 525 mila e salirono a 642 mila due anni dopo, nel 1999; crescita che prosegue (tranne una leggera contrazione nel 2001) fino a superare le 800 mila transazioni (804 mila) nel 2004 e nel 2006 quando sono arrivate a 845 mila. Una crescita delle compravendite così accentuata e progressiva rappresenta un fatto nuovo nel mercato immobiliare e sancisce una discontinuità forte con tutti i cicli immobiliari precedenti. Quali le ragioni? Gli analisti del settore ne indicano diverse, almeno tre. A queste però bisogna aggiungere un fatto nuovo: l’incremento non é dovuto ad un aumento dello stock edilizio disponibile ma più semplicemente al fatto che una casa é stata venduta e comprata più volte nell’arco di poco tempo. Nasce il trading immobiliare. Comprare e vendere lo stesso alloggio consente di realizzare plusvalori consistenti
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